Capitolo 6

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

MARIO
E’ nata una femmina, sono molto arrabbiato con Teresa, che non riesce a darmi un altro maschio, però è carina non assomiglia all’altra bambina questa ha gli occhi chiari come mio padre è l’unica della famiglia con questi occhi celesti come il cielo, ma sempre femmina è , non vorrei affezionarmi troppo, ma ha un boccuccia a forma di cuore che ti viene voglia di baciarla ogni momento, ma non posso farmi vedere così tenero con Teresa, specialmente con gli altri figli, penserebbero che mi sono rincitrullito e non mi porterebbero più il rispetto che mi devono. la bimba la chiamerò Stella perché sembra davvero una stella.

FRANCESCA
Questa nuova nata mi sta facendo impazzire, non fa altro che piangere e lamentarsi, non so più come fare con lei, Stefano è sempre al lavoro e non mi aiuta e quando è in casa la fa da padrone pensa solo a divertirsi con gli amici, io sono sempre nervosa non facciamo che litigare ultimamente.
Devo darmi una calmata, so che essendo donna devo sopportare ma il mio carattere ribelle me lo impedisce, avrei voglia di strozzarlo, ogni tanto ci provo a mettergli in braccio questa ultima nata, Marina, che è indemoniata, ma lui mi ripete che curare i figli è compito della donna e mi lascia con la rabbia in corpo e con una stanchezza che non riesco a recuperare.
Sarebbe stato bello avere qui mia sorella per poter condividere con lei i miei crucci, ma dal funerale di nostro padre non l’ho più sentita né vista, sembra che mi sfugga, come se avesse paura di me.
Beh, forse da piccole non sono stata tanto gentile con lei, la picchiavo spesso ma lei era troppo piagnona e io non la sopportavo, anche perché dovevamo difenderci da nostro fratello, ma se non lo facevo io, lei subiva silenziosamente.

PAOLA
Oggi volevo chiamare Francesca e farle gli auguri, finalmente è nata una femmina, ma poi ci ho ripensato, non abbiamo mai avuto un buon rapporto da bambine e poi non la sento da quando ci sono stati i funerali di nostro padre.
Chissà se ha sentito Mario, e se gli ha chiesto ancora della divisione della casa e della “roba”.
Io non ho più sentito nessuno come se non avessi una famiglia, a volte mi spiace, mi sarebbe piaciuto parlare del più e del meno con Francesca senza arrivare ad alzare la voce, ma lei è sempre stata prepotente e non credo sia cambiata con il tempo.
Ora ha quattro bambini, immagino la fatica per crescerli, vorrei confortarla un pò
Magari un giorno la chiamo…

MARIO
la bambina più piccola è la mia gioia, vuole sempre stare con me, mi sono quasi rimbambito, i maschi ora lavorano assieme a me alla terra, mi sembra che Fabio inizi ad interessarsi troppo alle ragazze, meno male che è un maschio, se fosse stata una delle bambine l’avrei già rinchiusa in un collegio di monache, con me non si scherza, devono filare tutti dritti.

FRANCESCA
Ecco volevo tanto una bambina ed è venuta bella come il sole ma indemoniata, è sempre agitata, mi fa impazzire piange, si lamenta, vorrebbe essere già indipendente, ma non si regge ancora sulle gambe, i fratelli l’adorano e la viziano il padre poi pende dalle sue labbra, anche se poi gli chiedo di guardarla fa finta di non capire.
Quando la bambina, Marina, l’abbiamo chiamata così, si agita più del solito lui che fa? ride si diverte specie quando lei gli fa gli occhi dolci, sarà la mia disperazione ne sono sicura.

PAOLA
Oggi ho chiamato Francesca, volevo sapere come andavano le cose da lei in fondo ha quattro figli, non sono pochi, ed ho saputo che l’ultima è una vera peste, non la tieni con nulla, se lo merita in fondo per come mi ha sempre trattata.
Così mi ha raccontato un po’ delle sue disavventure familiari, e di come Stefano diventa sempre più distante.
Io non mi posso lamentare ho due figlie ormai grandi di cui sono proprio orgogliosa, un marito lavoratore che non mi fa mancare nulla, mi manca solo un po’ di libertà, mi piacerebbe avere delle amiche ma con il marito che mi ritrovo la vedo dura…

Capitolo 5

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

MARIO
Finalmente se ne sono andate, l’aria di questa casa è rimasta irrespirabile, anche mia moglie Teresa mi guarda come se fossi un mostro, i miei figli non hanno il permesso di parlare, anzi da domani lasceranno per sempre la scuola e tutti a lavorare la terra con me.
Non voglio più sentire parlare di eredità e di divisioni.

FRANCESCA
Stefano ha curato i nostri bambini in mia assenza, ma è scocciato, lo sento lontano, per un po’ non parlerò più dei miei fratelli, devo risolvere la situazione tra di noi.
Sa che ho chiuso con i miei familiari, sembra quasi contento, anzi mi sollecita perché mi avvicini sempre di più ai suoi parenti, che vengono spesso a trovarlo.
Io li sopporto a malapena, quando stanno insieme fanno tanto di quel baccano, cantano, ridono, bevono, suonano, senza pensare ai due bambini che magari dormono.
È un po’ maschilista è rimasto con le idee del paese, non si rende conto che qui in città la vita è diversa.
Noi donne siamo più libere, ma che…. parlo di libertà!!!! ma se tutto il giorno devo accudire alla casa, ai pasti, al bucato e a quei tre marmocchi che mi fanno impazzire.
Quello che mi preoccupa è questo ritardo, magari dovuto allo stress del viaggio e dell’incontro al paese, non oso pensare di essere di nuovo incinta!!

PAOLA
Voglio dimenticare questa brutta esperienza che ho avuto con i miei familiari, anche se le mie figlie mi chiedono come è andata, preferisco tacere, e poi non vorrei che Sergio fosse in ascolto, lui è sempre così stanco e nervoso.

MARIO
Oggi Teresa mi ha dato la notizia, aspetta un altro figlio, spero sia maschio così da grande potrà aiutarmi e posso lasciare tutto a loro.
Se dovesse nascere una bambina mi arrabbierei veramente, un’altra bocca da sfamare inutilmente non la vorrei proprio, già così è dura, poi le femmine si sposano e devi procurargli anche la dote, va beh speriamo bene.
Intanto Teresa è sempre più stanca e non mi prepara più i pasti buoni come una volta è sempre svogliata.
Boh, chi le capisce le donne!

FRANCESCA
Le mie paure non erano infondate, aspetto un altro figlio, spero almeno che sia femmina, Stefano desidera tanto una bambina.
Non ho più sentito né Mario né Paola sono troppo impegnata a non soccombere dalla stanchezza, ora ci mancava solo un altro bambino, mah…dicono che sia una benedizione del cielo, speriamo, però intanto non è che io sia così devota
In chiesa non ci vado quasi mai, solo qualche domenica se mi rimane un po’ di tempo!

PAOLA
La vita qui è tornata alla normalità, le mie figlie vanno a scuola, voglio che non siano ignoranti come me, desidero che non siano paurose ad affrontare la vita ma che siano forti a prendere di petto il loro futuro con consapevolezza e decisione.
Sergio, almeno su questo è d’accordo non fa nulla per ostacolarle, anzi le sprona a fare sempre meglio.
È sempre un po’ geloso e possessivo, ma con loro si trasforma

Capitolo 4

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

MARIO
Ecco siamo alla resa dei conti Francesca ha la pretesa di chiedere cosa ha lasciato nostro padre e come mi voglio regolare per la divisione della sua Roba.
Sono stato forse troppo duro ma le ho detto chiaramente che tutto quello che avevano i nostri genitori è mio, sono io il figlio più grande e sono anche l’unico maschio.
Dove erano loro quando c’era da zappare la terra? dove erano quando potavo la vigna, dove erano quando nostra madre è caduta e l’abbiamo dovuta curare noi fino alla sua morte e dove erano quando nostro padre si è allettato e ci siamo trasferiti presso la sua casa per curarlo meglio…e dove erano quando con i soldi della sua pensione abbiamo rimesso a nuovo la casa?
Ora pretendono l’eredità ma se si ripresentano in questa casa le caccerò via, mi rimproverano che ho dato la casa mia vecchia a mio figlio Luca, ma che dovevo fare secondo loro lasciarlo per la strada visto che si era sposato e aveva un bambino.
Fortuna che domani ripartono non le voglio più vedere.

FRANCESCA
Sono rimasta di stucco, Mario mi ha letteralmente cacciata di casa di mio padre, come ho iniziato a parlare di eredità è diventato una bestia, ha sostenuto che lì è tutto suo, noi siamo femmine e non c’entriamo nulla con l’eredità, mi sa che è impazzito
Mi ha preso per un braccio e mi ha strattonata gridandomi qui voi non c’entrate nulla.
Ma io dico nostro padre aveva dei soldi che fine hanno fatto, abbiamo un po’ di terra, sarà da dividere, abbiamo una vigna grande sarà da dividere, e poi la casa è grande come pretende che sia tutto suo? ci rinfaccia che ce ne siamo andate dal paese, ma questo non significa che noi dobbiamo essere escluse dal testamento.
Ho provato a parlarne con Paola, ma come al solito mi trovo davanti ad un muro, non capisce, mi guarda e non sa cosa fare né cosa dire, per lei va bene tutto, ma non pensi ai tuoi figli le ho detto? allora si è un po’ riscossa e mi ha dato ragione, ma come al solito è una fifona e l’unica cosa che le interessa è tornare alla sua città.
Domani ripartiremo e una volta a casa ne parlerò con Stefano, lui è un uomo e saprà consigliarmi meglio per ora devo andare via amareggiata e delusa.

PAOLA
Mamma mia che situazione, mio fratello ci ha praticamente buttate fuori di casa, Francesca era furibonda, si sono quasi picchiati, io sono rimasta di sasso, non mi aspettavo una reazione così feroce nei nostri confronti.
Come abbiamo iniziato a parlare di eredità è diventato un altro uomo, no che sia stato mai gentile e generoso ma in questo caso ha dato il peggio di sé stesso.
Francesca ha ragione quando dice che dobbiamo dividere ma lui fa orecchie da mercante e non ci pensa proprio, cosa dirò alla mia famiglia quando domani torno a casa? che sono stata buttata fuori dalla casa dei miei genitori, sono disperata.
Vorrei tanto parlarne serenamente con Paola ma pure lei è sempre super agitata, io sono una persona tranquilla e tutta questa rabbia non la concepisco e non la capisco.
Appena a casa ne parlerò con mio marito lui è un uomo mi saprà consigliare, per ora parto con la morte nel cuore.

MARIO
Ieri ho letteralmente buttato fuori di casa le mie sorelle, lo sapevo che volevano la “roba” dei nostri genitori, figuriamoci.
Qui è tutto mio, ci provassero a chiedere, non le voglio più vedere, mia moglie ha provato a dirmi di parlare con loro serenamente, ma io sono irremovibile, devo pensare alla mia famiglia.

FRANCESCA
Oggi riprendo il treno e torno a casa con le pive nel sacco e con tanta rabbia.
Ho lasciato i miei figli a Stefano, per poter essere qui e concludere qualcosa, invece niente, mio fratello è proprio un despota, chissà invece a casa cosa troverò e cosa dirò a Stefano.

PAOLA
Sono finalmente a casa, Sergio mio marito al solito mi rimprovera che sono stata troppo tempo fuori casa, come se fossi andata a divertirmi e non al funerale di mio padre.
Volevo parlargli dell’eredità, ma lui è sempre così nervoso non ho il coraggio di affrontarlo.
So che ha ragione Francesca per quanto riguarda i beni di papà ma non ho voglia di mettermi a litigare con Mario, anche se tolgo qualcosa alle mie figlie non voglio fare una lotta.
Intanto sto qui buona buona e aspetto le prossime mosse di Francesca.

Capitolo 3

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

MARIO

Mio padre è morto dopo la morte della moglie non ha resistito e ora solo dopo 6 mesi se ne è andato anche lui, devo chiamare le mie sorelle

FRANCESCA

I miei genitori sono morti, a distanza di sei mesi, devo tornare al mio paese, dobbiamo fare la divisione delle poche cose che ci hanno lasciato.
Vorrei avere almeno una stanza per potermi rifugiare ogni volta che torno al paese, almeno lascerò qualcosa ai miei figli, anche se poco, un luogo dove tornare, in fondo è pur sempre la mia terra.

PAOLA

Mi ha chiamato Francesca, vuole che andiamo assieme al paese per i funerali e per parlare con Mario delle terre e della casa che hanno lasciato i nostri genitori.
È la prima volta che mi chiama dopo tanto tempo, ci voleva la morte di nostro padre per fare in modo di sentire la sua voce e il suo desiderio di vedermi di nuovo.
Tra di noi non scorre tanto amore, ma neppure provo rancore nei suoi confronti, in fondo è sempre mia sorella, il tempo mi ha fatto dimenticare quanto era prepotente nei miei confronti, quante volte me ne ha date.
La vedrò volentieri, anche perché partirò senza marito e senza figlie, respirerò un po’ di libertà, quella che mi è sempre mancata in famiglia, con mio padre e con mio fratello poi, aggiungerei anche con mio marito, bravo per carità ma geloso e possessivo non mi lascia andare nemmeno dalle poche amiche che ho conosciuto in questa Milano fredda e inospitale.

MARIO (Eugenio)

Le mie sorelle sono qui per il funerale, tutti a piangere, ma sono veramente dispiaciute?
Sono venute senza i mariti e i figli, voglio proprio vedere se parleranno della “roba” di nostro padre.
Ci mancherebbe solo che accampino delle pretese, io sono il fratello maggiore e spetta di diritto tutto a me, io ho curato i genitori mentre loro erano altrove con la famiglia a cercare fortuna fuori dal paese, io ho curato la terra, io ho curato la vigna, io ho curato la casa dove vivo io con la mia famiglia che era dei nostri genitori.
Spero che non ne parlino proprio, qui comando io ora che mio padre non c’è più, qui è tutto mio, spero che siano così brave da non creare problemi.

FRANCESCA

Mario è strano, più strano del solito, non mi aspettavo che mi abbracciasse, ma nemmeno che avesse questo atteggiamento così freddo sia con me che con Paola.
Quasi non ci ha ospitati per il funerale nella casa dei nostri genitori, chissà cosa le passa per la mente.
Prima di ripartire voglio dei chiarimenti con lui e con Paola, che sembra sempre più spaesata, sembra la “bella addormentata”, non s’è nemmeno risentita per il trattamento che abbiamo subito da lui, in fondo è la casa dei nostri genitori.
Domani dopo il funerale ne parleremo.

PAOLA

Non so se sono dispiaciuta per la morte di mio padre, da tanto non lo sentivo più nemmeno per telefono, qui l’aria che tira è tesa, mia sorella continua a criticarmi come faceva da bambina, mio fratello è la persona più fredda che conosco, non vedo l’ora di tornare a Milano dalla mia famiglia, ormai qui mi sento fuori luogo. Francesca mi gira attorno vuole parlare con me di che non lo so, conoscendola le sto alla larga il più possibile, ma tanto so che se non ottiene quello che vuole non mi lascerà in pace

Capitolo 2

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

MARIO
Sono stanco, il lavoro nei campi diventa sempre più faticoso, sarà anche per l’età che aumenta, la terra è arida, dà pochi frutti.
Francesca è partita con suo marito e i figli, bocche in meno da sfamare.
Paola ha conosciuto un ragazzo e anche loro hanno deciso di andare via da questa terra, meglio così, tanta gente in meno, rimangono i miei genitori da accudire, ma a quelli ci pensa mia moglie.
Ora i figli piano piano crescono e tra un po’ avrò il loro aiuto.
Non ho un rapporto di grande amore con le mie sorelle, forse perché sono delle femmine ed io essendo il più grande in famiglia e per giunto maschio, ho nei loro confronti una responsabilità ma per quanto riguarda l’affetto, non so cosa sia, in fondo anche i miei genitori sono stati aridi di carezze e baci, e questo retaggio me lo porto dietro anche con i miei figli, che sto crescendo con rigore e ordine.

FRANCESCA
La vita nella grande città è caotica, non sono abituata a tutta questa gente che corre corre e non si sa dove va, qui l’unica cosa positiva è che le persone non le conosci tutte e quindi non stanno sempre lì a spettegolare.
Io poi non ho tempo di badare alle chiacchiere è da poco che abito in questa città e sono di nuovo incinta, fa caldo ed è faticoso.
Fortuna che Stefano, ha trovato un buon lavoro, infatti è nel comune di questa città e si occupa dei bagni del mercato comunale, guadagna quel tanto per mantenere questa famiglia decente.
Forse dalla grande città mi aspettavo di più, io poi essendo donna non posso andare a lavorare devo badare ai figli, che tra un po’ saranno tre.

PAOLA
Ora che mi sono allontanata dalla mia famiglia, mi sento sola, mi mancano i miei genitori anche se non sono mai stati prodighi di carezze e di affetto, mi manca persino mia sorella, le sue sfuriate, le sue litigate, la città è del nord e qui le persone sono fredde, non riesco a fare amicizia con nessuno, mi vedono come una bestia rara mi chiamano “terrona”, io soffro molto, mio marito è sempre in fabbrica a lavorare ed io sono sempre più sola, spero di rimanere presto incinta, così potrò occupare il mio tempo con un bambino.
Qui a Milano ora è qui che vivo, è tutto grigio mi manca la visione delle campagne e il mare che si vede in lontananza, mi manca la vigna dove mi andavo a nascondere quando dovevo scappare da quella furia di mia sorella, mi mancano le amiche della scuola, anche se ho frequentato solo la terza media, amavo studiare e a fare di conto, purtroppo la scuola era per noi un lusso che non potevamo permetterci, meno male che almeno ci hanno permesso di imparare a leggere e a scrivere.

MARIO
Oggi ho portato mio figlio più grande nei campi, meglio se impara subito come è dura la vita, non voglio che diventi una femminuccia, è sempre in giro a giocare con la sorella, la quale dovrebbe aiutare la madre nelle faccende, ma questi figli moderni non li capisco proprio, ma ci penserò io ad addrizzarli con la cinta se ce né bisogno.
Mia moglie è sempre troppo debole.
Purtroppo, sono fuori quasi tutto il tempo e quando torno devo subire il baccano che fanno e mi innervosiscono, da domani le cose cambieranno, oltre a Fabio ormai novenne, penso di portare anche Luigi 8 enne nei campi.
Avranno meno voglia di giocare e di rincorrersi dopo che saranno tornati dai campi.
Luigi vorrebbe andare a scuola, ma figurati ha frequentato già la terza elementare basta e avanza per quello che serve nella vita.

FRANCESCA
È nato un altro maschio, Enrico, avrei tanto voluto una bambina, da grande mi avrebbe potuto aiutare, invece la vita è dura.
Ho fatto amicizia con la mia vicina di porta, questo palazzo è alto cinque piani, ed io abito all’ultimo, fare le scale con tre bambini è faticoso.
Stefano sempre di più invita amici e parenti, è una persona socievole e generosa, la casa è sempre piena di allegria, non si accorge della mia stanchezza, basta che suoni la chitarra e canta ed è tutto felice.
La mia vicina sposata anche lei ha un solo figlio, maschio, ma abita con la sorella che ha un marito e due figlie.
Mi chiedo come entrano due famiglie in una casa di due stanze da letto, una cucina e un solo bagno, ma si sa qui in città e in questo quartiere le case scarseggiano, le famiglie si devono arrangiare.
Io sono contenta di avere un appartamento tutto per me, per me e i miei tre figli, anche se devo dire che stiamo un po’ stretti anche noi, ma certo non posso lamentarmi.

PAOLA
Ho nostalgia della mia terra, qui mi sento discriminata, mi chiamano “Terrona”, forse non davanti a me, ma li sento sussurrare appena possono.
Pensare di far crescere le mie figlie in questo ambiente mi spaventa, e sì perché ora ho due figlie, per loro voglio una vita diversa dalla mia, voglio farle studiare e voglio vederle realizzarsi come non ho potuto fare io nella mia amata terra.
So che un giorno tornerò lì e finirò lì i miei giorni assieme a mio marito.

Capitolo 1

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

MARIO
Guardo il mio paese, sta crescendo troppo in fretta, i miei figli sono piccoli e ancora non mi possono aiutare nei campi, ho due maschi e una femmina, ma le femmine come si sa non contano nulla, sono solo spese per la famiglia, devo aspettare che i maschi crescano, per ora devo fare tutto da solo.
Ho due sorelle, hanno l’idea di abbandonare il paese per cercare una vita migliore, infatti qui non ci sono molte possibilità il paese è piccolo la terra è una sola, così rimarrò io a portare avanti l’azienda di famiglia, la terra è dura, la vigna è l’unica consolazione in questo paese bruciato dal sole.
Sono l’unico maschio di questa famiglia, l’unico che è voluto restare pensando di non lasciar decadere tutto il lavoro dei nostri genitori, che ora sono anziani e che devo accudire.
Quando mi affaccio alla finestra, spazio con lo sguardo verso tutto ciò che ho realizzato, sto restaurando, giorno per giorno la casa dei nostri genitori, la sto quasi costruendo di nuovo mattone su mattone.
Tanti sacrifici, per fortuna ho una moglie che condivide con me questa fatica, lei si occupa dei figli, come è giusto che sia, io mi occupo dei campi
Mia moglie si chiama Teresa e si occupa anche dei miei genitori, oramai sono anziani e non sono in grado di provvedere ai loro stessi bisogni.
A volte invidio le mie sorelle, si stanno sposando e pensano di cercare fortuna lontano da queste terre, dimenticate da Dio, le capisco, la proprietà di famiglia non può mantenere la mia famiglia e la loro con i loro figli.
Quando i miei non ci saranno più, dovremmo decidere cosa fare di ciò che ci lasceranno.

FRANCESCA
Nascere in questo paese dimenticato da Dio, mi angoscia, sogno sempre di volare per altri lidi e altre mete.
Non sono una persona che si può accontentare di questa vita da paesana, dove non ci sono sbocchi di vita, dove l’unica cosa che puoi fare è sposarti e fare figli.
Il paese è piccolo è nell’entroterra d’Italia, qui la gente non ha nient’altro da fare che parlare delle persone o sparlare, mi sento soffocare, fortuna che ho conosciuto l’amore di Stefano, lo conosco da quando eravamo bambini, siamo cresciuti nello stesso paese, ma solo quando mi ha chiesta in moglie ci siamo potuti conoscere veramente, qui la mentalità è molto rigida e se ti fai vedere con un uomo che non sia tuo parente, vieni subito tacciata da mala femmina.
L’onore è la nostra più grande virtù, se lo perdi, non puoi più camminare a testa alta nel paese, e nessuno ti sposerà mai, per questo ho voglia di scappare da qui.
Fortuna che anche Stefano ha lo stesso mio desiderio, così abbiamo deciso di espatriare ed andare a vivere in una grande città, come Napoli per esempio.
Così una volta sposati siamo andati via con un figlio di quattro anni e uno di due.
che coraggio!!ma si sa il coraggio aiuto gli audaci.

PAOLA
La vita nella mia famiglia è difficile, mio padre ormai anziano, non mi comanda più per fortuna, ma mio fratello ci prova in tutte la maniere, mi sento soffocare, mia sorella Francesca è una strega, vuole sempre avere ragione lei, ha le mani lunghe e non solo una volta sono stata succube dei suoi maltrattamenti, è più cattiva di mio fratello Mario, almeno lui è sempre nei campi e non sta sempre a riprendermi e a controllarmi, invece Francesca sempre prepotente rompe tutti i miei giochi, che sono già pochi.
che pizza appena posso mi sposo e scappo via, non certamente nella stessa città di Francesca, forse deciderò per Roma. chissà…o Milano

Sinossi

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

Questo racconto è nato dal desiderio di giustizia, non sempre si riesce ad ottenere ciò che è giusto, ma a volte, e non solo a volte, la vita porta il conto.
Non sarà l’offeso o l’offesa a vendicarsi, ma la vita stessa, o l’universo, o Dio, come lo si preferisce chiamare in base alle proprie credenze.
Sapere che c’è una giustizia divina rende la vita di chi ha subito il torto meno amara

Giacomo e la Ninfa

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

Giacomo sbarcò per la prima volta al Porto di Civitavecchia una domenica primaverile, scese dalla nave di Crociera e si trovò davanti all’antico Forte Michelangelo, così imponente, così fiero di sé.
Aveva solo un giorno per visitare la città, si sa, le crociere sono belle solo quando sei a bordo, dove trovi tanti divertimenti, dove tutte le sere puoi intrattenerti a vedere il teatro o il cinema, per il resto in quanto ad escursioni si ha sempre poco tempo per visitare le città che incontri.
Giacomo aveva tanto sentito parlare di questa città, ed era curioso di poterla scoprire, era assieme ad un amico, scapolo come lui, chissà forse pensavano di incontrare la loro anima gemella, proprio lì sulla nave da crociera! Ma per ora su quella nave trovarono solo coppie di persone sposate.
Sbarcarono di mattina presto e un sole timido ma tiepido li accolse come un benvenuto.
Erano giovani, quando si hanno 30 anni ci si sente pieni di vita e di voglia di vivere, ma Giacomo era un amante dell’arte e non voleva limitarsi alle bellezze della piccola cittadina, mentre Mario, molto più prosaico ammirava le bellezze delle ragazze che incontrava, assieme formavano una strana coppia.

Giacomo era alto, moro, occhi castani, con un bel portamento, Mario biondo, piccolino, un po’ grassottello ma con un sorriso sempre stampato in viso che lo rendeva affascinante e intrigante.
Incontrare quei due sulla “passeggiata” alla ricerca delle bellezze della città erano un bel vedere loro stessi.
Giacomo aveva un po’ studiato il percorso da fare e la prima tappa per lui fu dirigersi verso il Ghetto, il quale come lui aveva studiato, inizialmente era destinato agli ebrei, poi con il tempo in esso si era andata a creare una piccola comunità di ristoranti, bar, luoghi d’incontro, un luogo comunque separato dal centro caotico della città e pieno di vita, di gioventù e di movida. Infatti, Mario adocchiò subito una bella cameriera e voleva fermarsi li, ma avevano poco tempo e quindi si limitarono a scoprire questa meraviglia per poi proseguire per il centro della cittadina.
Le sue antiche mura, la sua storia affascinarono Giacomo, ma era pur sempre pensando di trovare la sua “anima gemella”.
Mario, così scanzonato portava avanti la sua persona ammiccando a tutte le belle ragazze che incontrava e loro, civette e divertite, ricambiavano il sorriso. E si Mario era proprio affascinante! Giacomo era diverso, era sempre un po’ silenzioso, pensieroso, sempre con la voglia di scoprire questi luoghi…ma il tempo era tiranno, era già pomeriggio e il sole iniziava a scendere tingendo di rosa le case …e allora come non fare una passeggiata sulla spiaggia? Che poi spiaggia proprio non è, con tutti quei sassi e scogli…ma la bellezza del luogo era proprio quello.
Mario decise che per lui era meglio tornare al Ghetto dove aveva già adocchiato una bella ragazza. Così si divisero.
“Ci vediamo direttamente sulla nave, a dopo” si salutarono. Giacomo iniziò a camminare inebriato dall’odore del mare, dalla musica che il mare gli trasmetteva con il suo sciabordio, fu così che incontrò Marina, una ragazza dagli stupendi occhi azzurri come azzurri erano i suoi lunghi capelli sciolti al vento. La fissò incuriosito e incantato, anche lei lo guardò.
Amore a prima vista? Iniziarono a parlare come se si conoscessero da sempre, le profumava di mare, lui incantato la guardava e quasi non riusciva a respirare per l’emozione che provava.
Intanto il sole piano piano volgeva al termine del suo percorso giornaliero, colorando di rosso le acque del mare creando un’atmosfera irreale. Lei, però guardando il mare gli disse ” è ora per me di tornare a casa”!
“Dove abiti, ti accompagno”; non voleva lasciarla andare.
“Non mi puoi accompagnare, abito in un luogo a te proibito”.
“Niente mi potrà impedire di venire con te!” Lei si schernì
“Sei sicuro che verresti con me?
“Certo” Giacomo era ormai così innamorato, così perso nei suoi occhi azzurri che per niente al mondo l’avrebbe lasciata andare.
Allora lei, iniziò a incamminarsi verso le onde del mare, lentamente, volgendosi indietro per essere sicura che lui la stava seguendo. Giacomo, un po’ sorpreso, si fermò sulla riva del lido del Pirgo, non capiva perché lei continuasse ad entrare nell’acqua. Marina ancora una volta si girò e gli fece cenno, vieni, voleva dire, lui tentennava e quando ormai la testa di Marina sfiorava le onde e i suoi capelli azzurri si confondevano con i flutti, capii!!
Doveva seguirla, lei non era di questo mondo ma una Ninfa del mare, e al mare apparteneva, lui sapeva che per averla avrebbe dovuto seguirla e diventare come lei, allora entrò in acqua, lei era li ad accoglierlo.
Ancora oggi si racconta che Mario ormai anziano e con i capelli bianchi, ogni anno, dello stesso mese, stesso giorno torna alle spiagge del Pirgo di Civitavecchia ad aspettare il suo amico Giacomo, che su quella nave mai più fece ritorno.

La Principessa e la Gattara

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras e Simona Gaudenzi.

“Buongiorno come sta oggi la mia Principessa?”
“Bene, papà bene, c’è il sole, hai visto? vai anche oggi a lavorare? non rimani a giocare con me?”
“No tesoro, devo andare, il lavoro mi chiama, tanto resterai con la Tata, lei ti porterà a scuola e poi al parco, non ti preoccupare starai bene, io torno questa sera aspettami sveglia così ceneremo insieme”
“Certo papà, ma la tata è cattiva, vuole sempre che mi allacci le scarpe da sola, e non mi aiuta mai a vestirmi”
“Principessa, è giusto, devi imparare ad essere indipendente, quando io non ci sarò più dovrai continuare a vivere e a saperti gestire da sola, nel possibile”.
“Lo so però lei è cattiva lo stesso, io voglio che le scarpe me le allacci tu”
“Va bene per oggi lo farò io, ma tu obbedisci alla tata”.
“Va bene te lo prometto, però oggi voglio andare al parco, c’è una signora che porta sempre da mangiare ai gatti, sono così belli! mi piacerebbe averne uno”.
“Non se ne parla nemmeno, Tesoro, la tata non può occuparsi anche di un gatto”.
“Ora io vado, mi raccomando quando sei a scuola, cerca di ascoltare l’insegnante e impara tante cose, vedrai quanto è bello il sapere.
“Certo te lo prometto, ho già imparato a leggere il mio nome e tutto l’alfabeto, ed ho imparato anche a contare fino a dieci, dieci come i miei anni, sei contento papà”?
“Certo Principessa, non avevo dubbi, stasera mi racconterai come hai trascorso la giornata, ciao”.
“Ciao”.
Ecco ora quella strega della Tata, vorrà persino che mi faccia la doccia da sola, che pizza, quello che più difficile per me è infilare i pantaloni, sono così lunghi.
Vorrei sapere perché io non ho la mamma, ma una tata.
Papà dice che è un angelo, e che anche se non la vedo è sempre con noi, sarà… ma io mi sento sola, la vorrei vedere…almeno se avessi un gatto!
Ci sono le foto di lei in casa, è così bella, bionda con gli occhi azzurri come i miei, papà dice sempre che le somiglio, ma io la vorrei vedere e chiederle perché è andata in cielo con gli angeli invece di restare con me?
Quando lo chiedo a papà, piange sempre, allora ho imparato a stare zitta.
Va beh ma tanto oggi c’è il sole e la tata mi porterà al parco, dove ci sono tutti quei gatti, che belli che sono!

MARIA
Maria sedette stancamente sulla panchina ai margini del parco, anche per oggi i suoi pelosetti avevano mangiato.
Li guardava affettuosamente mentre finivano quello che era rimasto nelle ciotole e poi andavano a strusciarsi con le code dritte sulle sue gambe.
Li conosceva tutti Maria, i suoi pelosetti, a tutti aveva dato un nome. I gatti sapevano quando chiamava uno di loro.
“Per quanto ancora riuscirò a venire qui?” pensò Maria mentre rimetteva nella grossa borsa le ciotole. Il guardiano del parco si era raccomandato di non lasciare niente dopo che i gatti avevano finito di mangiare.
Le aveva concesso di utilizzare quel posto in fondo al parco e lei si atteneva scrupolosamente alle indicazioni che le aveva dato, era prezioso per lei quell’angoletto tranquillo, quella panchina dove poter rimanere un po’ a godersi la compagnia dei suoi amici.
Gli anni cominciavano sempre di più a far sentire il loro peso su quel corpo di ottantacinquenne ormai piegato dall’artrosi.
“Chi potrà venire qui al posto mio quando non ci sarò più?” rimuginava tra sé, preoccupata per il destino dei suoi amici. La vita non era stata generosa con lei.
Era rimasta sola con sua madre quando aveva solo quattordici anni, suo padre era partito all’estero in cerca di fortuna e dopo un po’ non aveva più dato notizie di sé. Maria aveva sempre cercato di non far sentire a sua madre il peso dell’abbandono, come se poi non fosse stata abbandonata anche lei.
Aveva cominciato subito a lavorare a servizio presso una famiglia. Sua madre cuciva, ma il suo lavoro di sarta non bastava a mantenerle. La sua adolescenza e poi gli anni della giovinezza erano trascorsi tra il lavoro e le domeniche a messa e poi in compagnia di sua madre.
Non si era mai sposata, non aveva conosciuto l’amore di un uomo.
Ad un certo punto della sua vita, quel senso negato di maternità si era trasformato in un istinto d’amore verso quei piccoli esseri che vedeva bisognosi e affamati girare nei pressi della sua casa. Era così che era nato quel suo rapporto speciale con i gatti. Aveva cominciato ad amarli, a sentirli come dei figli e ad occuparsene con amorevole cura.
Quando perse sua madre il rapporto con loro divenne ancora più intenso. Erano la sua famiglia. Tanti ne aveva aiutati e tanti ne aveva persi nel corso degli anni. Tutti nel quartiere la conoscevano come “Maria la gattara”.
Una donna un po’ stramba, dicevano. Passare la vita a occuparsi dei gatti! Ma poco sapevano del suo animo buono e gentile.

L’INCONTRO
Principessa era raggiante. La tata quasi non riusciva a starle dietro, i suoi passetti incerti e insicuri sembravano aver acquistato una scioltezza che non si era mai vista prima.
Il viale del parco, che portava all’ultima panchina sotto il grande faggio, d’improvviso non era più difficile e stancante da percorrere, non voleva perdere l’arrivo della vecchia signora che portava da mangiare ai gatti.
Principessa si avvicinò titubante alla signora che era già seduta sulla panchina e la salutò timidamente.
La tata correndole dietro la sgridò, “Principessa tuo padre non vuole che tu corra così”, ma Principessa non l’ascoltava
Maria salutandola con circospezione, guardò la bimba con occhi diffidenti, vedendola un po’ stramba, portava gli occhiali, ma aveva due occhi azzurri bellissimi, limpidi.
Maria amava la sua solitudine e quella bambina che si avvicinava le incuteva fastidio, non era abituata a parlare con le persone, figuriamoci con i bambini, lei amava solo i gatti, che non la tradivano mai.
“Signora, Signora ma sono suoi i gatti?” Maria stancamente le rispose “No sono del parco, io mi curo soltanto di loro”.
“allora posso toccarli! e accarezzarli il parco non dirà niente!”
La vecchia sorrise, l’ingenuità della bimba la spinse a prestarle maggiore attenzione. Era una bimba speciale, come diversa e speciale si era sempre sentita anche lei”
“Certo che puoi accarezzarli, il parco è nostro amico”
“Ma come si chiama questo?”
“Si chiama Andrea”
“Andrea? che bello” batté le mani contenta.
Maria sentì un moto di dolcezza per la bambina, le sembrò di vedere sé stessa tanti anni prima, la sua timidezza, la sua solitudine, la sua diversità, in un mondo in cui non si era mai sentita a suo agio.
Guardò il gatto Andrea che stranamente si faceva accarezzare, in genere era sempre un po’ selvatico, accettava solo le carezze da Maria e il suo cibo.
“Vieni cara, siediti accanto a me, ti piacciono così tanto i gatti”?
“Si, mio padre non li vuole in casa, così quando vengo qui, li guardo e vorrei accarezzarli tutti”
“Ma tu sei sola qui al parco?”
“No, vengo con la tata, mio padre deve lavorare”
“E tua madre?”
“Non lo so dov’è, papà dice che è un angelo”
Maria si sciolse, e tutte le sue angosce e pene, si trasformarono in commozione, abbracciò la bimba.
“Sai io vengo qui tutti i giorni a dare loro da mangiare”
“Lo so, lo so, annuì Principessa”
“Se ti fa piacere puoi venire ad aiutarmi, Io sono vecchia e avrei tanto bisogno di aiuto”
“Sarei felice di farlo, lo chiederò a papà questa sera, sono sicura che non mi dirà di no e poi un giorno chiamerò qualche compagna per farle vedere come sono brava a dar da mangiare ai gatti del parco.”
Rimasero per un po’ a parlare del loro progetto, un alone di sintonia e dolcezza sembrava circondarle.
La Tata era rimasta in silenzio, in disparte ad osservare. Stava facendo buio, Principessa e la Gattara si salutarono calorosamente.
“Ci vediamo domani Maria! porterò una busta di croccantini” disse Principessa mentre si allontanava.
Maria si voltò e il suo cuore sorrise.

Io Indio

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

Sono uscito ora da un bel bagno ristoratore, ho corso tutto il giorno con i miei compagni di gioco. Sono il primogenito di una famiglia molto importante della mia tribù. I miei nonni mi predicono sempre una grande fortuna, chissà forse un giorno potrò diventare stregone o addirittura capo tribù, per ora mi accontento di dominare i miei compagni di gioco. Non sono molto alto, ho 13 anni e penso che comunque non crescerò più di così, mio padre non è molto alto nemmeno lui, ma in compenso sono molto forte, e quando ci cimentiamo nella lotta, vinco quasi sempre io. Oggi i miei sono tutti al tempio a pregare i nostri antenati, il totem che ho vicino alla mia capanna, rappresenta il Sole e la sua forza, che illumina il nostro grande popolo, a cui noi dedichiamo sacrifici per poter avere sempre la loro benevolenza. La mia vita trascorre tranquilla, con i miei amici e con la mia famiglia, ho un fratello più piccolo e una sorella , lui ha 11 anni e lei solo 9, Lei vorrebbe sempre giocare con noi, ma noi non la vogliamo, siamo maschi e rudi e lei è così fragile, insomma è una femmina e deve stare con le femmine. Abbiamo tanti Dei a cui dedicare le nostre offerte, ma io ricordo sempre quando mio nonno mi raccontava, davanti al fuoco la sera, delle belle esperienza e gli insegnamenti dei nostri Avi, venuti da lontano “dalle Stelle”, e mi affascinava quando mi diceva che il nostro grande Re/Dio un giorno prese il mare e se ne andò, ma promise di ritornare più splendente di prima sempre dal mare. Ed ecco che un giorno, dal mare spuntarono delle navi con degli uomini con uno strano cappello dorato, con animali alti, eravamo affascinati , specialmente noi ragazzi, pensai il nostro Re/Dio è tornato, dovevamo dargli la giusta importanza.
Arrivarono in tanti con quei strani animali, poi chiamati cavalli. Ricordo quel giorno, tutta la tribù si riversò sulla spiaggia per ammirare questi uomini che sembravano tanto alti come i loro cavalli. Eravamo allibiti e pronti a metterci in ginocchio davanti a loro per adorarli, c’era un silenzio irreale quel giorno sulla spiaggia, li guardavamo increduli e forse un po’ spaventati. Noi eravamo un popolo tranquillo, non avevamo nemici, vivevamo di quel poco che avevamo ed eravamo sereni, quel giorno qualcosa cambiò anche il noi.
Vennero con un portamento da Re e noi li guardavamo ammirati o forse spaventati, da quel giorno la nostra vita cambiò.
La mia adolescenza finì quel giorno, dovetti crescere per forza. In principio non fu così terribile, ma presto uscì la loro vera natura, la loro avidità, la loro cattiveria. Con loro vi erano dei “missionari” così li chiamavano, e alcuni giorni dopo la loro venuta ci fecero un discorso strano che noi non capivamo. Con il senno del poi seppi che ci chiedevano, e leggevano, una lunga intimidazione a convertirci alla fede cattolica, pressappoco diceva così: Se non vi convertite, vi dico, che con l’aiuto di Dio io entrerò con forza entro di voi e vi assoggetterò al giogo e all’obbedienza della chiesa di Sua Maestà e prenderò le vostre moglie e i vostri figli e li farò schiavi, e li venderò come sua maestà comanderà e prenderà i vostri beni e vi farò tutto il male possibile. Io ero un ragazzo, non capivo cosa volessero da noi, credo che volessero i nostri ori, le nostre ricchezze, ma cosa centravano i nostri Dei, le nostre credenza? Perché volevano che adorassimo il loro Dio, che nemmeno conoscevamo? era una scusa? Iniziò un incubo, ci venivano a prendere nelle nostre case per portarci lungo i fiumi a cercare l’oro, presero anche noi ragazzi, molti di noi morirono così di stanchezza e di stenti, anche perché questi uomini ci avevano portato le loro malattie, a cui noi non eravamo abituati e non avevamo anticorpi per proteggerci. Io ero ancora giovane, anche mio fratello fu fatto schiavo e morì di stenti e di sfinimento nei loro campi. Io cercavo di resistere perché volevo proteggere la mia sorellina fortunatamente ancora giovane, perché questi bruti, oltre che renderci schiavi, stupravano le donne, anche mia madre ebbe la stessa sorte. Ma noi come popolo avevamo un cuore indomito, non si poteva accettare così questa schiavitù, molti del nostro popolo, piuttosto che essere schiavi , loro e i propri figli, si suicidarono in massa. Fu un duro colpo per noi, altri invece si abbandonarono ai loro vizi, iniziarono a bere e ad ubriacarsi, così da indebolire ancora di più il loro fisico ormai danneggiato. Il ricordo più atroce che ho. da quando riuscivo a capire la loro lingua è il sapere , che ci ritenevano senza anima, per questo ci mandavano in miniera per curare la normale cattiveria che avevamo, secondo loro, e perché ci ritenevano pigri, e, ancora più grave non credevamo nei miracoli del loro Gesù Cristo, per questo eravamo da condannare senza pietà. Adoravo i miei Dei, sempre in casa lo avevamo fatto ed ora ci dicevano che i nostri Dei erano pagani e ci mostravano un uomo in Croce, dicendo che lui era la vera Religione. Per me non era così, come non lo era per molti di noi. So che qualcuno della mia tribù accettò per disperazione la conversione e si fece battezzare da questi Missionari conquistadores, ma credo fortemente, che di nascosto continuavano ad adorare i loro dei. Crescere in questo contesto fece di me un uomo pieno di rancore e di odio, verso questo popolo venuto a distruggere la nostra vita. Mi sentivo in trappola, crescevo schiavo io uomo nato libero, questo mi procurava tanta voglia di ribellarmi, ma ormai eravamo quasi decimati come popolazione. Una piccola luce si accese quando da noi venne un “missionario!” Las Casas, che per 20 anni era vissuto nell’agio come “encomendero” ed ora finalmente si rese conto del genocidio perpetrato ai nostri danni. Si rese conto quando imbarcato nel 1513, con la spedizione di Diego De Quellar, fu testimone dello sterminio del popolo Taino per la civilizzazione della colonia. Rimase talmente scioccato, che lo visse come un incubo, tanto che si recò dal re di SPagna per parlare in favore di noi indios. Riuscì nel suo intento per soli tre anni, formando una colonia di soli indigeni non schiavi. Alla fine riuscì a far abolire l’Encomienda, rendendo di fatto illegale la nostra schiavitù.
Dopo tanti anni di questo tormento io e gli amici che erano rimasti in vita abbiamo capitolato e ci siamo convertiti al cattolicesimo, abbiamo abbracciato la loro religione…ma ancora oggi che parlo con i miei nipoti, racconto loro la nostra storia, per non dimenticare e l’invito ad adorare ancora i nostri Dei, il Sole, la Luna, il nostro Totem, ma questo in gran segreto.
Sono sopravvissuto, grazie alla mia forza di volontà e la voglia di proteggere i miei cari, anche se non sono riuscito a tanto, ma posso dire che almeno ci ho provato, non ho accettato passivamente gli eventi, ma ho cercato di combatterli.