Capitolo 4

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Maria Carmela Brandi.

Esiste un’altra dimensione

Controllo l’orologio, è presto, sono tornata da poco a casa dopo una mattinata faticosa in ufficio.
Oggi è il mio compleanno, ho deciso di festeggiare con Claudio.
È una fredda giornata di gennaio, tira la solita tramontana. Dal mio appartamento, all’ottavo piano, si sente fischiare il vento, il cielo è azzurro e senza nuvole. Dalla finestra si vedono nitidi i Colli Albani con il borgo di Rocca di Papa e Monte Cavo.
Talvolta, osservando il paesaggio, ho l’impressione di trovarmi di fronte ad un quadro di un Macchiaiolo. La mattina appena sveglia, anche quando è brutto tempo mi fermo davanti a questo spettacolo a sorseggiare il caffè caldo, stringendo forte la tazzina, come per prenderne tutta l’energia. Il sole che sorge sulle colline mi saluta e mi fa compagnia.
Dal panorama passo a guardarmi intorno, devo decidere da dove iniziare a sistemare il salottino e la cucina, sento dal telefonino è l’avviso di un messaggio: Claudio mi scrive che farà un po’ tardi.
Penso: “Avrò più tempo, voglio prepararmi con calma.”
Mi verso del passito di Pantelleria e ordino con cura il tavolo, le candele, lo chardonnay, i calici, un piccolo millefoglie alla crema con gocce di cioccolato, il mio dolce preferito, dei mandarini e delle mandorle tostate. C’è un po’ di tutto e anche un centrotavola: un vaso con delle rose gialle. Mi piacciono!
‘Voglio giocare a scoprire i gusti di Claudio.’
‘Faccio un ultimo giro panoramico anche in camera da letto. Ora posso pensare a me.’
Fantastico e immagino di tuffarmi nel mondo esotico di Shahrazad, mi diverto a pensare che delle ancelle mi aiutino nei preparativi per apparire più desiderabile agli occhi di Claudio, così mi cospargo di un olio profumato alla rosa.
Cerco di creare in casa un’atmosfera diversa dalla solita cena di compleanno, voglio sorprenderlo e inebriare il suo cuore.
Claudio è un uomo affascinante e po’ misterioso. Questa cosa mi stuzzica, non voglio sapere tutto subito di lui, ma intendo scoprire il suo carattere pian piano come in un gioco. Non ho in mente di iniziare una relazione fatta di appuntamenti, cene, weekend perfetti e che poi tutto si trasformi in aspettative e pretese da parte di entrambi.
Dalle altre esperienze di coppia ho appreso che un rapporto sentimentale può all’inizio essere plasmato e assumere poi una forma originale. Come fa l’artista con un’opera a cui tiene in modo particolare, si concentra sull’idea e crea.
Questa relazione doveva essere diversa! Io volevo essere diversa, forse per difesa, per non avere delusioni.
Pensavo di vivere i momenti con Claudio come se fossero unici, irripetibili. Così l’incontro successivo doveva essere un nuovo inizio. Avevo in mente un lui e una lei uno di fronte all’altro, con i loro sguardi sorpresi: conoscersi e riconoscersi come in un ciclo infinito, dimenticare per ricominciare.
Ripensandoci ora mi sembrava, questa, una formula magica che dovesse incantare i nostri incontri. Con Claudio volevo ridere e giocare, ma nello stesso tempo, il gioco doveva anche stimolare la nostra voglia di libertà, di fantasia, le nostre virtù e la nostra creatività.
Mi ritrovo vestita, truccata e profumata.
Sento il campanello, è lui.
Gli apro la porta, lo accolgo con un abbraccio, che ricambia, poi mi allontana, mi guarda, sorride con gli occhi lucidi, mi bacia e mi stringe di nuovo forte.
Si muove con eleganza. Veste con dei pantaloni grigio perla, la stoffa è un po’ in rilievo, la giaccia dello stesso colore, mocassini neri e la camicia bianca. Lo invito a sedersi e a mettersi comodo.
Continuiamo a sorridere e ci seguiamo con lo sguardo.
Tutti e due all’improvviso siamo proiettati in un’altra realtà. Questa è la sensazione che abbiamo provato sin dall’inizio.
Mi porge un pacchetto avvolto da una carta dorata e un nastro di stoffa nero.
Con un sorriso che coinvolge i suoi occhi: “E’ per te! Buon compleanno!”
Scarto subito il regalo: è Chanel n. 5. Mi piace tantissimo!
Lo ringrazio, lo stringo a me e lo bacio nuovamente.
Gli offro del Passito di Pantelleria e taglio il millefoglie.
Claudio sembra gradire tutto, mi bacia ancora. Il suo calore pian piano si fonde con il mio. Mi fa capire che gli piace il vestito color cipria che indosso: un po’ attillato, con dei volant ai bordi della gonna e alle maniche.
Lo prendo per mano e risento il fremito che mi ha fatto compagnia durante l’attesa del suo arrivo.
Siamo sdraiati sul divano, lui è su di me, mi sfiora, mi porta a sé, io lo assecondo e siamo avvolti dal fuoco e dal piacere. Il suo profumo e il mio diventano uno, come era accaduto la prima volta, i nostri corpi scompaiono, l’odore dell’amore diventa più intenso.
La stanza di colpo assume un nuovo aspetto, mi ricorda quella del Sultano, così siamo proiettati in un tempo sconosciuto. Mi accorgo che questa, però è solo una mia sensazione, lui continua a baciarmi.
Siamo uno accanto all’altra, Claudio sembra abbandonarsi ad un dolce torpore, lo osservo e ritorna la sensazione di un’antica intimità.
Riapre gli occhi, mi guarda con desiderio e complicità, mi accarezza e capisco che è ora e deve andare.
Annuisco con una carezza, mi stringe forte e mi sussurra:
“Buon compleanno! Ci rivedremo presto.”
Trascorrono i giorni, lo sento spesso al telefono, è sempre in viaggio per lavoro.
Mi piace il rapporto che abbiamo instaurato: io adoro la mia libertà e non faccio molte domande, lui è presente e conserva la sua privacy.
Sto attraversando un periodo bellissimo: il lavoro va bene, vedo le amiche di sempre, ma conosco anche tante persone nuove, spesso esco di sera e ricevo mille inviti per feste o eventi culturali.
Frequento una scuola di ballo con una cara amica, Chiara e ci divertiamo tanto, ma la cosa più strana è che tutti mi dicono che sono cambiata nelle espressioni del viso, che sono distesa nei tratti, negli occhi c’è più luce.
Claudio mi chiama al telefono, dice che sarà presto a Roma, è a Parigi e che vuole rivedermi appena torna.
Naturalmente ne sono felice, il nodo in gola, quando lo sento, non mi lascia.
Sono a casa sto aspettando Claudio, mi ha avvertita che avrebbe potuto vedermi nel pomeriggio.
Il campanello alla porta:
“Eccolo!”
Lo accolgo con lo stesso calore e la carezza sul viso, ormai è istintivo questo gesto, ho notato che a lui piace.
Mi stringe forte, poi va verso il divano, mi confessa che è molto stanco, si leva il cappotto, la giacca e si allenta la cravatta, si siede e chiude per un momento gli occhi, mi racconta dei viaggi e del lavoro.
Io vado in cucina e preparo due bicchieri di prosecco, facciamo un brindisi ai suoi progetti di lavoro, ci guardiamo fissi negli occhi. Nei suoi occhi sono riportate tutte le cose che gli stanno a cuore, anche io ho le mie.
Questo gesto sarà poi, il nostro porta portafortuna.
Mentre parla mi tiene le mani. Amo questo contatto.
Mi tira a sé e inizia a baciarmi, gli chiedo se abbia il tempo di cenare, mi fa capire che vanno bene le cose che ho preparato sul tavolo: qualche stuzzichino …come ormai di rito.
Continuiamo a parlare, mi piace ascoltare i racconti dei suoi incontri di lavoro e dei suoi affari, io faccio lo stesso, questi momenti sono per noi una formula magica, perché poi tutto si realizza proprio come nelle nostre descrizioni.
Ad un certo punto, come se scorresse davanti ai miei occhi una pellicola, vedo delle immagini, in particolare, mi colpisce il volto sfocato di un uomo sulla sessantina, ma continuo ad ascoltare Claudio, cercando di non dare troppo peso a quello che mi sta accadendo.
Mi concentro sulle sue parole, però in modo insistente ritorna il viso di quell’uomo che non è più sfocato, i capelli grigi, i lineamenti duri e gli occhi sono più nitidi.
Non so cosa stia accadendo, ma sento una forza sconosciuta dentro di me, devo interrompere il suo discorso. Gli parlo dell’uomo che è apparso nella mia mente e gli chiedo se quell’immagine gli è familiare.
Claudio mi risponde, sorpreso:
“Eh…! Tu come fai a sapere di quest’uomo?”
E prosegue: “So chi è! Si tratta di una persona che conosco da tanto tempo. In questo periodo l’ho rincontrato, stiamo portando avanti dei lavori insieme.”
La mia lingua si secca, sono sbalordita anche io della precisione con cui ho descritto l’uomo, ma non finisce qui, perché ho altro da dire e non riesco a trattenermi, proprio come un corso d’acqua che trova un ostacolo, lo deve superare con tutta la sua energia e deve scorrere.
Non so di che colore sia diventato il mio viso, gli chiedo se posso continuare a raccontare.
Claudio, deglutisce, si compone dritto sul divano, i suoi occhi incuriositi mi fissano.
Abbasso lo sguardo e in un attimo vedo un’altra immagine, questa volta la nostra: uno di fronte all’altro, ci dissolviamo nel nulla.
Penso: “Non è possibile, ero tanto felice, perché sta succedendo tutto questo, ma soprattutto, di cosa si tratta? Per quale motivo vedo e sento queste cose?”
Mi riprendo, alzo lo sguardo, ritrovo Claudio che ora mi sembra più tranquillo e mi chiede di continuare, allora proprio come quando si deve trovare la frequenza delle onde radio, mi sintonizzo con quella giusta e sento…
Riprendo a parlare, gli racconto dell’importanza di quell’uomo per il suo lavoro, descrivo aspetti del suo carattere ed altri particolari.
Lui ascolta e fa dei cenni con la testa come per dire che è d’accordo con quello che dico, e che molte cose corrispondono alla realtà.
È passato del tempo, mi dice che deve andare, mentre io cerco di trovare una spiegazione insieme a lui su quanto è accaduto, lo prego di non prendermi per una pazza, lo rassicuro che sono sincera e parlo col cuore.
Mi risponde: “So che sei sincera e che non potevi sapere nulla di quell’uomo.”
Però Claudio è turbato, perché anche se non me lo ha mai detto avrà visto anche lui la nostra immagine dissolversi, in quel momento.
Mi bacia e mi abbraccia come sempre.
È andato via! io resto sola con i miei dubbi e mi domando cosa potesse pensare lui di ciò che era accaduto.
Metto in fila i pensieri e ripercorro tutto il tempo trascorso insieme a Claudio, è oramai buio, dalle finestre entra il bagliore della luna e in lontananza sulle colline le mille luci dei paesini dei Colli Albani. Mi guardo intorno, cerco qualcosa in casa che si possa animare, che mi parli e mi esorti a non preoccuparmi, che mi dica:
“Tutto si chiarirà!”
Ora però nulla è chiaro, anzi davanti a me è tutto nero.
Prendo il telefonino e mi collego a WhatsApp, scorro i contatti arrivo a quello di Claudio, apro la chat gli scrivo un messaggio, ho bisogno di togliermi di dosso la sensazione che lui possa essersi spaventato e che si possa allontanare:
“Sto sempre bene con te. Ti prego, non prendermi per pazza!”
Dopo un po’ mi risponde: “Lo so, stai tranquilla.”
Mi sento smarrita e devo capire!

Capitolo 3

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Maria Carmela Brandi.

Il terzo incontro

Da circa tre anni il primo sabato di ogni mese presto servizio di volontariato nella casa-famiglia Domus Matris. Il lavoro mi tiene impegnata solo di mattina, seguo negli studi i bambini stranieri non accompagnati che frequentano le scuole primarie del quartiere Appio Latino. È un’attività che amo molto e mi permette di nutrire la mia vocazione per tutte quelle opere che sono volte al bene comune e per chi ha bisogno.
Lavorare con bambini che portano nei loro gesti e nella vita quotidiana tante storie di sofferenza, ma anche di dolcezza e speranza, mi emoziona e mi fa sentire in comunione con vissuti tanto diversi. Alcuni di loro raccontano la cultura di paesi come quelli africani o indiani e tutto diventa vero, perché le immagini di quei racconti sono disegnate negli occhi soprattutto dei più piccoli.
Appena finito in casa-famiglia, all’ora di pranzo raggiungo Martina, Cecilia e Marzia a via del Corso nei pressi di Piazza Colonna. È una giornata fredda, soffia una leggera tramontana tipica del periodo invernale a Roma. Il cielo è azzurro, ospita grosse nuvole bianche a forma di ciuffi, splende il sole che accompagna quanti si riversano nelle strade del centro della città per lo shopping natalizio.
Quando arrivo le ragazze stanno confabulando su dove pranzare, ognuna avanza le sue preferenze coerenti alla dieta del momento, alla fine concordiamo per un pasto veloce e leggero: un panino in una piccola paninoteca in via del Collegio Romano, è comoda perché si trova lungo il tragitto per raggiungere il Chiostro del Bramante.
Sento l’avviso di un messaggio, guardo il telefonino, anche un po’ distratta, perché sono concentrata sulla scelta del percorso da seguire.
È Claudio: “Sei impegnata? Ti va di vederci nel pomeriggio per una passeggiata?”
Non rispondo subito. Con fare trasognato e sorpreso mi rivolgo alle mie amiche e spiego che non avrei potuto trascorrere tutto il pomeriggio con loro e ho un contrattempo “importante”. Martina mi guarda e così Cecilia e Marzia sono tutte disorientate, poi nel silenzio irrompe una risata maliziosa ed eloquente.
Tra le loro risa rispondo a Claudio che sono impegnata, ma posso liberarmi! Gli chiedo di raggiungermi in centro.
Mangio di corsa il panino e riesco a fare una breve visita alla mostra di Andy Warhol, penso: ‘Ci sarà un’altra occasione per rivederla.’
Saluto le ragazze che non sono molto contente della mia decisione di abbandonare la compagnia.
Poi rileggo i messaggi, sono felicissima, emozionata e sempre più sorpresa. Ho dato appuntamento a Claudio proprio a Piazza dell’Orologio. Confido nella magia del periodo natalizio per il nostro primo appuntamento da soli.
Claudio è alla guida di una Mercedes sportiva. Sono contenta di vederlo, fatico a nasconderlo. Decidiamo di restare in centro e di fare una passeggiata, ma quasi subito ci fermiamo in un bar della piazzetta, uno di quelli con lo spazio all’aperto, delimitato da una siepe illuminata da lucine colorate. Scegliamo un tavolino un po’ appartato e avvolto dal tepore di un fungo riscaldante, gli altri tavolini sono tutti occupati da coppiette e famigliole immerse da pacchi e pacchetti da regalo.
Iniziamo a parlare: lui racconta dei suoi affari e degli interessi che lo portavano a lavorare con la Hair Seven. Ci scambiamo i racconti delle nostre aspirazioni, delle occupazioni di quel momento.
Mi accorgo che Claudio è curioso e non poco. Ascolta con particolare coinvolgimento i miei racconti, apprezza il mio entusiasmo per l’attività di volontariato, segue le mie parole con lo sguardo dolce, triste o sorpreso a seconda delle situazioni che descrivo.
Parliamo, parliamo! Il cameriere non arriva, quasi ci dimentichiamo del caffè, in quel momento le persone che riempiono i tavolini, la piazza e le strade intorno al bar sono scomparse, anche noi siamo solo delle sagome. Si sente solo l’eco delle nostre voci.
Arriva il caffè, beviamo con avidità, il tempo è volato, Claudio guarda l’orologio, mi fa cenno che è meglio andare.
Lo seguo.
Ci incamminiamo verso il centro di piazza dell’Orologio, ci stringiamo e non riusciamo a staccarci. Mi prende la mano. Non parliamo, mi tiene stretta per i fianchi. Camminiamo. Gli sguardi si incrociano, tutto intorno ruota sempre più veloce. Una strana forza ci avviluppa, le nostre bocche si avvicinano, le sue labbra sulle mie.
Mi guarda sorridendo e con tono severo mi dice: “Mi hai baciato?!”
Rispondo divertita: “No, tu hai baciato me!!”
Scoppiamo in una risata.
Siamo felici e stuzzicati da ciò che sta accadendo.
Ormai mano nella mano ritorniamo alla macchina. Claudio si offre di accompagnarmi.
Arriviamo sotto casa. Sono letteralmente incollata al sedile della macchina. Riconosco la stessa sensazione provata al telefono nei giorni prima: il respiro rallenta, cerco di mantenere la calma.
Mi volto. Lo guardo. Accenno a scendere dall’auto.
Mi afferra con delicatezza il braccio, mi trattiene, i suoi occhi vogliono dire tante cose, mi spogliano con dolcezza e non posso impedire il rossore in viso.
Anche lui, un po’ impacciato, continua a mantenere fermo il mio braccio, poi mi tira a sé e mi dice:
“Non mi saluti?”
Mi sento stordita, tante sensazioni che non mi lasciano, persiste lo stato di abbandono a una strana sensazione di felicità. Dopo come ubriaca e confusa mi lascio stringere e nuovamente le nostre bocche sono vicine. Sento le sue labbra umide, che sfiorano le mie e un piacere infinito che ci avvolge. Non ci stacchiamo più. Trascorrono alcuni minuti, mi guarda, ha conquistato i miei occhi e di istinto gli accarezzo il viso, voglio che senta quello che provo: il desiderio di stare ancora con lui e la dolcezza di quel momento.
Guarda l’orologio e poi me.
Lo invito a salire e lui mi segue.
Abito all’ottavo piano di un palazzo sulla via Appia, l’appartamento è piccolo, ma grazioso, ha un panorama bellissimo, si vedono dal terrazzo le colline dei Castelli che circondano Roma. Nel periodo natalizio è un incendio di luci, sembra che questa sera brillino di più.
Entriamo in casa, accendo una piccola lampada e qualche candela, le nostre ombre vicine si avvolgono, le mani si sfiorano e le nostre bocche sempre l’una sull’altra.
Il suo corpo caldo sul mio, sfioro con le dita la sua schiena, la pelle è morbida, la luce della luna la illumina appena. Mi sento bellissima e amata.
Lui mi accarezza dolcemente e continua a baciarmi, ho l’impressione di conoscerlo da sempre. Sono felice e sento che Claudio prova le mie stesse sensazioni.
Il piacere continua a cullarci, è come stare su un’amaca dondolata da un vento estivo. Insieme al piacere un impeto di calore ci trasporta. Lui si abbandona ad un delicato erotismo.
Ci lasciamo.
Nella notte, la spirale di fuoco e piacere continua ad avvolgermi. Mi sveglio, ancora sento il suo odore. Mi alzo e guardo le mille luci sulle colline che ora sembra si confondano con le stelle e penso che sarà davvero un magico Natale!
Il giorno dopo chiamo Martina, le racconto della serata, mi raccomanda di stare attenta e di tenere la situazione sotto controllo, gli ultimi trascorsi sentimentali hanno lasciato i segni.
Sono d’accordo e ascolto con attenzione le sue raccomandazioni, ma sono sicura di due cose: voglio essere felice e non voglio rinunciare a Claudio, anche se il rischio è alto!
Così vivo i giorni seguenti con grande serenità ed entusiasmo, ho capito che Claudio è una persona molto buona e sincera, queste qualità mi piacciono, sento che devo dargli fiducia.
Claudio mi manda un messaggio sul telefonino: “Ripenso a noi due e all’altra sera.”
Rispondo: “Anche io!”
Intanto sta trascorrendo il periodo natalizio e si susseguono tra noi telefonate con una certa regolarità. Abbiamo voglia di rivederci, gli dico che si sta avvicinando il mio compleanno e mi piacerebbe trascorrerlo con lui, dal tono della voce capisco che è contento di rivedermi per l’occasione.
Claudio è spesso in viaggio per lavoro, dopo le chiacchierate al telefono mi manda foto della Torre Eiffel da Parigi, del Parco del Retiro e di Plaza Mayor da Madrid, la Torre de Belém dal Portogallo.
Anche se non stiamo vivendo ancora una vera relazione è tutto emozionante e sono continuamente trasportata in un’altra dimensione.

Capitolo 2

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Maria Carmela Brandi.

Il ristorante “Da Romeo” si trova nella piccola piazza “Mattei” nel cuore di Roma, vicinissima all’antico Ghetto Ebraico. Al centro della piazza c’è la bellissima Fontana delle Tartarughe di epoca rinascimentale. È un luogo suggestivo, dove si respira un’atmosfera antica e questa sensazione è ancora più forte nel periodo natalizio con le luci colorate e gli alberi di Natale posti alle entrate dei negozi.
Davanti al ristorante c’è Francesco con il suo sorriso avvolgente e contagioso, espediente per mettere me e Martina a nostro agio, ci accompagna al tavolo, prendendoci sottobraccio.
Il ristorante è carino ed elegante dall’arredamento moderno con grandi specchi alle pareti, quasi tutti i tavoli sono occupati, le luci soffuse suggeriscono agli ospiti di tenere nei loro discorsi un tono basso e delicato, si sente ogni tanto l’acuto di risate qua e là.
Il nostro tavolo è in angolo in penombra, Claudio è lì in piedi che ci aspetta in compagnia di Marco, un ingegnere amico di Francesco. Ci salutiamo con calore misto ad un leggero imbarazzo e poi decidiamo come disporci, io “capito” vicino a Claudio.
La serata si prospetta divertente, Francesco inizia con i suoi racconti e aneddoti sui colleghi di lavoro, li definirei delle vere e proprie caricature, è molto bravo ad usare le parole, fa spesso sfoggio di espressioni di autori latini, reminiscenze degli studi giuridici. Lui attento alle nostre espressioni fameliche nell’osservare il menù esclama: “Cibi condimentum esse famem (la fame è il condimento del cibo)!” E introduce una gran risata a cui tutti facciamo eco.
Tra il divertimento generale arriva il cameriere. Francesco, Marco e Martina hanno deciso: Ostriche e spaghetti all’astice.
Claudio legge il menù, esita, indossa gli occhiali, che rilassano lo sguardo, noto che sbircia di tanto in tanto anche sul mio, è attento al movimento del mio indice mentre scorro l’elenco dei piatti, si sofferma proprio quando pronuncio con risolutezza: “Filetti di baccalà e una bouillabaisse marsigliese (zuppa di pesce).
“Deciso! Prendo filetti di baccalà e una zuppa di pesce” continua lui con sorriso ironico, rivolgendosi al cameriere che appare in un primo momento confuso. La precisazione linguistica di Claudio scatena l’ilarità di Francesco che come sempre arriva a tutti.
Posso dire che proprio da questo banale episodio ho iniziato ad apprezzare la vicinanza di Claudio, mi faceva sentire importante e unica, si fidava delle mie scelte, ne prendeva il buono, esprimeva il suo parere con garbo ed eleganza.
La cena continua in un clima di festosità, beviamo un buon Chardonnay, siamo tutti concentrati sui nostri discorsi, quello che accade nel ristorante fa da sottofondo insieme alla musica tradizionale napoletana che arriva dal pianobar. Le persone intorno sono solo delle sagome che si muovono tra i tavoli e qualche volta assumono l’aspetto ora di una ragazza un po’ su di giri, ora di un tizio che è circondato da un gruppo di donne.
Penso: “finalmente un po’ di spensieratezza, voglio godere ogni attimo! Sto bene!”
Conclusa la cena, salutiamo Francesco, Claudio e Marco tra l’ebrezza e i sorrisi, sottolineando che abbiamo gradito tutto soprattutto la compagnia, promettendo di rivederci presto.
Claudio e io avviciniamo le nostre guance e ci stringiamo la mano con una strana, ma naturale intesa.
Propongo a Martina di fare ancora due passi per il centro di Roma tra gli addobbi natalizi e nei i vicoli intorno a piazza “Mattei”, non è freddo, il cielo è puntellato da qualche stella ed è molto piacevole godere della magia del contesto. Non parliamo della cena nei particolari, ma ricordiamo e ripetiamo le battute di Francesco, perché vogliamo continuare a ridere, siamo d’accordo nel ritenerlo divertente e simpatico.
Mi sento piena, non so bene di cosa e come se fossi avvolta da una vitalità nuova che in quel momento associo allo Chardonnay, sorridendo tra me.
Facciamo ritorno a casa, in macchina continuiamo a chiacchierare. Martina fa qualche battuta su me e Claudio, ma continuo a non voler pensare e lascio che il discorso non prosegua su quel tema, svio su questioni che riguardano il lavoro. È tardi e domani si ricomincia in ufficio.

Il secondo incontro

Non ho pensato più a Claudio nei giorni successivi alla cena o almeno ho finto di non pensare alle nostre guance che si sono sfiorate e alla stretta di mano che mi hanno lasciato con qualche aspettativa, questo non potevo negarlo a me stessa.
Ho parlato con Martina e abbiamo deciso di telefonare a Francesco per ringraziarlo della bellissima serata.
Lei è stata d’accordo. Al telefono Francesco ha mostrato la sua solita cordialità, l’ho ringraziato per la cena, gli ho ribadito che ci siamo divertite e che porti i nostri saluti a Claudio e Marco.
Mi risponde che lo avrebbe fatto sicuramente e poi: “Sonia, dimenticavo, a Claudio farebbe piacere sentirti, posso dagli il tuo numero?”
Io cerco di contenere l’emozione, perché avrei voluto gridare: si! Mi contengo e con moderazione rispondo:
“Si, Francesco, volentieri!”
Chiamo Martina, riferisco tutto! Sono molto contenta e tanto emozionata!
Il giorno dopo arriva la telefonata di Claudio, i toni sono formali e talvolta impacciati. Riemerge quello strano imbarazzo “della stretta di mano”, cerco di nascondere il nodo in gola che mi rallenta il respiro. Mi fingo sorpresa nel ricevere la sua chiamata, come se non lo avessi riconosciuto e fossi presa in quel momento solo dal lavoro, Claudio sta un secondo in silenzio, poi riprende a parlare con un tono caldo e paziente.
La telefonata si chiude con un saluto e un a risentirci presto. Subito dopo ripasso le battute scambiate con lui, ma soprattutto rifletto sull’emozione provata e sul nodo in gola che mi ha lasciato un lieve dolore come un livido.
Provo uno strano sentimento come un dejà vu e l’impressione di trovarmi davanti a qualcuno che non speravo più di rivedere e che ho ritrovato, ma ora non voglio dare troppa importanza a queste sensazioni.
Siamo solite io e Martina trascorrere la pausa pranzo insieme, qualche volta si ferma con noi anche Francesco, così qualche giorno dopo ci chiama per invitarci a pranzo, ma non saremmo stati soli, Claudio ha chiesto di rivederci, ci tiene molto a salutare noi e incontrare lui.
Così siamo tutti di nuovo intorno ad un tavolo, questa volta il ristorante scelto è “Cacio e pepe” che propone le ricette della cucina tradizionale romana, si trova in un altro quartiere storico di Roma: Trastevere. Durante il pranzo, tra un piatto di amatriciana, di carbonara e di carciofi alla giudia, come al solito, dominano l’allegria e le battute di Francesco, accompagnate dalla famosa Romanella Romana, un vino tipico del Lazio, che inganna il bevitore perché dietro la gradevolezza del gusto dolce e frizzante, nasconde l’inganno di un’ebrezza ammaliante.
Io e Claudio siamo seduti uno accanto all’altra, i gomiti si sfiorano e così le ginocchia, ogni tanto ci scambiamo sguardi e frasi che apparentemente non hanno senso. Io gli sussurro: “Prendi del tempo per te, non sentirti in colpa, ne hai bisogno.” Il timore nel pronunciare questa frase fa tintinnare la mia voce, ma insisto con questo discorso e lui annuisce: “Si, mi rendo conto, chiedo troppo a me stesso. È difficile, talvolta organizzare anche un caffè con un amico, ma voglio fermarmi!”
Sono sollevata perché mi preoccupo di apparire invadente e mi stupisco della franchezza del tono della mia voce, proprio come se io e lui avessimo una grande confidenza. La cosa più strana, poi per due persone che si conoscono appena, è che Claudio mi ascolta con grande interesse, come se non aspettasse altro da tempo che qualcuno gli dicesse: “Fermati!”
Ci salutiamo con la consueta promessa di sentirci presto, lui dà un’occhiata all’orologio e alza lo sguardo nel vuoto come se avesse davanti a sé in fila tutte le persone che avrebbe dovuto incontrare nel pomeriggio e si stesse risvegliando di soprassalto da un pisolino fugace.
Anche io mi riprendo e ripenso alle cose da fare in ufficio in quello scorcio di pomeriggio, ma sono stranamente soddisfatta, ho trascorso un bel momento dal sapore magico. Colpa ancora del vino?
Io e Martina rientriamo in ufficio. Sulla strada del rientro commentiamo e ripensiamo a Francesco, ai suoi discorsi.
Intanto arrivano le vacanze natalizie, con le colleghe dell’ufficio Cecilia e Marzia organizziamo una passeggiata al centro di Roma per gustare l’atmosfera natalizia, fare una visita al museo del Chiosco del Bramante dove è allestita una mostra sulla pop art di Andy Warhol, sono esposte le sue più belle opere, ma soprattutto la Marylin Pink, poi pranzo da Gusto a piazza Augusto Imperatore e chiacchiere a non finire.
Ero convinta che avrei trascorso una giornata tra amiche e cultura e invece…

Capitolo 1

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Maria Carmela Brandi.

Il messaggio

“Scusami, ma è un periodo super impegnato…. prima possibile ci vedremo. Un bacio!”
Rileggo attentamente ogni parola, scandisco le sillabe, cerco di interpretare ogni lettera, come se volessi interrogarla.
Immagino la sua espressione mentre scrive in fretta il messaggio su WhatsApp, mette un emoticon: un bacio con un cuoricino per farmi capire che gli dispiace: “vorrei ma…”. Riconosco…. e comprendo.

Ti racconto per tenerti qui….
È trascorso un po’ di tempo dall’ultimo incontro. Rimandiamo continuamente un appuntamento, che ora sembra impossibile fissare.
Il traffico di Roma, una gomitata di un passante distratto, la brezza pomeridiana mi riportano alla realtà, mentre continuo a tenere lo sguardo incollato sul messaggio e lo rileggo lentamente.
Ritorna alla memoria il nostro primo incontro e a quando i nostri sguardi si sono incrociati. Allora ripenso a tutto il tempo trascorso fino ad oggi. Come ho fatto a catturare la sua attenzione? Io inconsapevole di ciò che sarebbe stato?

Un altro tempo

Mi sono sempre chiesta, perché mi attraesse la storia di Shahrazad e del re persiano Shāhrīyār, protagonisti de Le mille e una notte.
Libro che mi aveva consigliato l’insegnante di lettere negli anni del Liceo. Quando da adolescente volevo sognare, leggevo qualche novella, ripensavo alla vicenda della ragazza e del re, al mondo esotico che faceva da contesto ai racconti di lei. Mi divertivo a ricostruire con la fantasia il palazzo reale. Immaginavo Shahrazad, la sua bellezza esotica, un po’ ingenua, infantile, elegante, nello stesso tempo seducente e selvaggia.
Nella mia fantasia prendeva forma la sala del trono, un ampio spazio circondato da archi con mosaici dai colori vivaci, retti da colonne d’oro.
Finestre che si affacciavano su giardini da cui provenivano delicati profumi, pavimenti ricoperti di tappeti variopinti e qua e là delle panche su cui erano adagiati morbidi cuscini di stoffe leggere. Sete colorate scendevano dal soffitto ed essenze di incensi rari riempivano gli ambienti.
Il trono di Shāhrīyār decorato di fregi in rilievo era collocato sulla parete centrale della sala, protetto da un sontuoso baldacchino.
Seduto lì con lo sguardo fiero e beffardo l’uomo ascoltava la voce da sirena della ragazza, lui che era stato deluso dalle donne, stava lì e pendeva pian piano dalle sue labbra.
Ogni giorno di più l’uomo si affidava a lei, ai suoi consigli.
L’astuzia di una donna, che un tempo lo aveva tradito, ora lo catturava.
La ragazza aveva capito che per aver salva la vita, doveva suscitare la curiosità del sultano e che poi quella curiosità, a sua insaputa, si sarebbe trasformata, con la magia del racconto, in amore.

Giuro non l’ho premeditato e chi avrebbe mai creduto a questa fantasia!
Ma a me è accaduta la stessa cosa. Certo! Non dovevo salvare la mia vita e lo scenario era ben diverso, nessun giardino o trono, nessuna condanna a morte, ma un tavolino, due sedie, due caffè e un bar della Roma di oggi, infine io e Claudio e tante storie.

Il primo incontro.

Mi chiamo Sonia, lavoro per una grande compagnia aerea americana Air seven che ha una sede al centro di Roma non lontano dalla Stazione Termini.
Tra un po’ è Natale, penso sollevata alle ferie. Finalmente mi riposerò! Il lavoro in ufficio a fine anno è estenuante, scadenze e adempimenti. Si corre, chissà poi perché e per chi! Come se, andando in ferie non dovessimo tornare più!
L’atmosfera del Natale mi ha sempre messa di buon umore e uno strano entusiasmo. Ho bisogno di leggerezza! L’anno che sta finendo è stato davvero intenso di avvenimenti. Mesi trascorsi tra impegni di lavoro e famiglia e una relazione difficile con un ragazzo più giovane di me appena conclusa, che mi ha lasciato tanta amarezza.
Ridere e divertimi! Le parole d’ordine delle prossime settimane!
Adoro Roma durante le feste natalizie, mi piace fare delle passeggiate in centro e stringermi nel cappotto per la tramontana pungente. Il reticolo di stradine intorno a Piazza dell’orologio, nei pressi di Piazza Navona, è la zona che preferisco: sono poco frequentate e piene di negozietti addobbati con luci e palline colorate, si ha quasi l’impressine di non essere in una metropoli.

È proprio in una mattina di dicembre, non molto fredda per la stagione che ha avuto tutto inizio!

Sono con Martina una collega, abitiamo nel quartiere Appio Latino e quasi sempre arriviamo insieme in macchina a lavoro, deve incontrare Francesco, un dirigente della Compagnia.
Francesco ci viene incontro, mentre noi ci guardiamo intorno per cercare un posto per la macchina. Impresa difficile! Le vie intorno alla stazione sono sedi di molti uffici, vengono prese d’assalto e non si trova un angolo libero. Francesco non è solo, con lui c’è un uomo. Mi colpisce subito il suo aspetto, l’andamento deciso, elegante, lo sguardo reso profondo e sicuro da qualche ruga agli angoli degli occhi, nello stesso tempo appare tenero e indifeso. Cerco di camuffare il mio interesse per lui con la ricerca del parcheggio.
Ecco! trovato! Velocissima con un’apparente manovra sportiva metto in ordine l’auto.
Noto che Claudio, che intanto mi è stato presentato da Francesco, rimane sorpreso dalla mia sveltezza.
‘Chissà che impressione avrà avuto, penserà che sono bravissima alla guida…’, poi i due ci salutano.
Abbiamo ancora un po’ di tempo e ci incamminiamo verso il bar, Martina accenna qualcosa su Francesco e sul suo amico Claudio, su chi fosse, ma non voglio prestare molta attenzione alle sue parole.
Cerco di non pensare troppo a possibili interpretazioni di atteggiamenti o frasi dette da un lui appena conosciuto, ma Claudio torna con impertinenza nei miei pensieri.
Non intendo, però complicarmi la vita e voglio godermi la mia libertà!
I giorni scorrono tra uscite con le amiche e il lavoro per la Compagnia.
Mi chiama al telefono Martina: “Sonia, caffè?”
“Si! Andiamo!”
Sono ancora assonnata e accetto volentieri, tra un sorso e l’altro mi dice: “Ti ricordi Claudio, l’amico di Francesco?”
Indugio qualche secondo, mentre addento un cornetto caldo: “Si, ti devo confessare che qualche volta ci penso. Perché me lo chiedi?”
“Ci ha invitate a cena. In realtà quando lo abbiamo conosciuto avrebbe dovuto concludere degli affari con la nostra Compagnia.
Ha chiuso un importante accordo commerciale con il nostro gruppo dirigenziale e vuole festeggiare.”
“Che gentile! Certo! Tu che ne pensi?”
Martina mi sorride, si accarezza i capelli e con gli occhi maliziosi annuisce, cercando la mia complicità:
“Francesco mi deve far sapere la data, ma sicuramente una di queste sere”.
Dopo qualche giorno, so da Martina che Francesco ci ha dato appuntamento per il giorno successivo.
Così ci prepariamo all’”evento”.
Io ancora all’oscuro di cosa mi stesse aspettando.
Il giorno dopo in ufficio non faccio altro che pensare a quale abito indossare.
L’appuntamento è “Da Romeo” un ristorante al centro di Roma, famoso per la sua cucina a base di pesce e frequentato dalla Roma bene.
Nel pomeriggio torno a casa dopo il lavoro, non manca molto all’appuntamento. Apro l’armadio e come al solito mi sembra sempre tutto molto vecchio e scontato, ma non ho tempo e devo decidere, così scelgo un vestitino di pizzo nero. Sembra adatto per l’occasione: non è scollato, senza maniche, aderente e corto sulle ginocchia.
“Si! È lui, mi delinea bene la vita e si vedono anche un po’ le gambe”.
Poi mi guardo allo specchio, cerco di dare un po’ di volume ai lunghi capelli castani e com’è mia abitudine faccio mille prove, simulo ogni atteggiamento con le braccia, gesticolo con le mani e immagino cosa possa pensare il mio interlocutore.
Ritorno allo specchio, osservo la mia immagine riflessa e ne sono soddisfatta, ho quarant’anni e curo da sempre il mio aspetto. Devo pensare al trucco. Non voglio sottolineare troppo i tratti del viso. Mi concentro sugli occhi, devono essere ben delineati:
‘Lo sguardo è importante’.
Con la matita sottolineo il contorno degli occhi e passo del mascara sulle ciglia.
Ad un tratto mi fermo e mi chiedo, perché stessi dando tanta importanza a quei preparativi. Continuo a truccarmi e sento una strana allegria.
Finalmente sono pronta: gli occhi, le guance in su e le labbra.
Sento che avrei trascorso una bella serata, soprattutto divertente, perché Francesco è molto simpatico, imita tutte le colleghe della Compagnia, esagerandone espressioni e il tono della voce o ripetendo i tic di ognuno.
Ogni volta che lo incontro imita anche me, esasperando il mio modo di parlare, in particolare quando mi sta a cuore qualcosa e voglio che lui mi ascolti e mi prenda sul serio.
Mentre penso a tutte queste cose arrivo sotto casa di Martina, anche lei elegante. È una bella ragazza mora, magra, non molto alta, gli occhi grandi e vivaci, ma il suo cavallo di battaglia: i lunghissimi capelli che ne fanno una sirena.
Siamo amiche da molti anni e ci vogliamo bene. La complicità è il nostro forte, ci capiamo con uno sguardo. Spesso quando usciamo insieme le persone pensano che siamo sorelle, e noi divertite e compiaciute, andiamo fiere di questo fraintendimento, perché ci sentiamo veramente legate come sorelle.
Lei entra in macchina e mi dà le indicazioni sulla strada da percorrere per arrivare al ristorante, continuo a sentirmi particolarmente felice e non so perché, forse è l’entusiasmo che mi caratterizza e che viene fuori in ogni cosa che faccio.

Sinossi

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Maria Carmela Brandi.

Ti racconto per tenerti qui
Claudio e Sonia un incontro casuale e potrebbero sembrare una coppia come tante
altre, in realtà la loro storia di passione e di amore rivela un legame che va al di là della reale
loro esistenza.
Il racconto e i racconti accompagneranno l’evoluzione della relazione dei due che con sorpresa si
riconosceranno protagonisti di vicende appartenenti ad altri livelli temporali e a contesti storici
diversi.
Roma fa da scenario all’incontro di Claudio e Sonia che dall’ambiente di lavoro si ritroveranno
compagni di avventure ad incastro come in un antico entrelacement.
Il finale? Una sorpresa……!!!
Ecco l’inizio di tutto…

Rewind

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Maria Carmen Brandi.

“Amanti”
Per gentile concessione della pittrice Anna Cristino (clicca qui)

“Non riesco a non ammirare la profondità del suo sguardo! E gli occhi poi! Cerco di definirne il colore, forse nocciola, ma non è proprio così, perché l’iride ha sfumature verdi!”
Un sussurro sfiora l’orecchio di Emma.
È la voce di un uomo belloccio, non tanto alto, che si è alzato in piedi.
Nota subito la sua altezza, a lei non piacciono gli uomini troppo alti. La sua voce dal tono elegante, delicata e nello stesso tempo virile, ha suscitato la curiosità di Emma.
Dovrebbe essere stizzita da tanta intraprendenza, invece prova uno strano piacere nell’ascoltare le sue parole, ne è insolitamente attratta.
Lui continua a parlare, chino sulle spalle di Emma che concentrata sul tono della sua voce immagina singolari scene erotiche. Quasi ne prova vergogna. Proprio lei abituata ad un’educazione rigida e severa. Certi pensieri! Sono stati da sempre considerati tabù da sua madre. Discutere di sesso? Assolutamente no!
Emma è seduta in platea, in seconda fila, pian piano la grande sala in cui si sta tenendo la conferenza si riempie dei discorsi del pubblico. Il relatore sta facendo una pausa.
Lo sconosciuto dietro di lei continua a sussurrare parole.
La voce di lui si confonde con il vocio generale. Emma si volta cerca di interpretarne il labiale. L’uomo continua a chiacchierare, alza la voce, emettendo degli acuti:
“E’ anche molto elegante e il suo profumo così……!”
Mi chiamo Eugène! No! non sono francese e che i miei genitori amano la lingua francese, così mi ritrovo questo nome, un loro capriccio!
Emma è sempre più affascinata dalla sua sicurezza e ha l’impressione che la voce di Eugène si stia animando. Le lettere si levano dalle sue labbra e sembra assumano la forma di mani e braccia che la avvolgono, la accarezzano, fanno vibrare le sue membra. Teme che lui possa vedere i suoi pensieri, che possa cogliere le espressioni del suo viso e ciò che sta provando.
Si ricompone. Emette un suono strano simile ad un colpetto di tosse, come per ripulire i suoi pensieri.
“Mi chiamo Emma!”.
Lui incalza: “Possiamo fare due chiacchiere, ti posso trascinare via da qui, sei interessata alla conferenza?”
Emma viene completamente travolta da un turbinio di emozioni, come ipnotizzata, istintivamente dice che comprerà il libro del relatore e accetta.
L’atmosfera primaverile e il crepuscolo avvolgono Emma ed Eugène. Camminano tra le vie del quartiere Coppedé, uno dei più suggestivi di Roma, cercano le loro mani come se fosse tutto così naturale. Gli alberi in fiore, che costeggiano le vie, sembra li stessero aspettando con il loro profumo assordante. Rompono il silenzio parlano del tema della conferenza: la spiritualità nell’uomo e i temi new age. Accennano ai loro interessi, alle loro vite professionali, alle considerazioni sull’amore e agli altri lui e alle altre lei.
Emma si sente in sintonia con Eugène e lo segue, il vento caldo della sera è complice. Si accorge che si è fatto tardi e cerca di congedarsi, realizza che fa molta fatica ad andare via, lui è veramente attraente!
“Emma! Forse posso apparire troppo invadente! Devo chiederti se ti farebbe piacere rivederci.”
“Si! Va bene!”
“Domani?”
Lei non riesce a trattenersi: “Si!”
Emma all’indomani decide di riempire la mattinata di impegni e commissioni, non vuole pensare all’appuntamento con Eugène, non ha intenzione di nutrire chissà quali aspettative o pensare ai discorsi della sera prima.
Vuole ricominciare tutto da capo. Sente di rivivere il loro primo incontro, vuole ripensare a quella sera e capire se avesse provato le stesse emozioni, le stesse trepidazioni e quei pensieri animati da carezze e da piacere.
“Caro Eugène come ti stai vestendo? Quei pantaloni per il nostro il primo appuntamento. Cosa potrei pensare di te! Con quei pantaloni? Se vogliamo capire cosa ci ha fatto innamorare, forse anche l’abbigliamento ha avuto il suo ruolo!”
Emma sorride divertita.
Emma ed Eugène si guardano allo specchio, lei si trucca gli occhi accuratamente e lui sceglie dall’armadio un altro pantalone, si rasa bene il viso, si sente pronto, guarda lei e i suoi occhi.
Sono trascorsi dieci anni da quell’incontro, ne erano seguiti altri, alternati a vacanze insieme, alla carriera, a serate trascorse a progettare.
Emma e Eugène si erano ritrovati in chiesa a dirsi “Si!”. Un “Si” eternizzante che quando lo pronunci ti avvolge nel tepore della sicurezza del “per sempre”.
Erano stati felici e convinti del loro “Si!” Dopo dieci anni, però il “Si” manifestava delle crepe.
Il loro rapporto era stato costruito sulla fiducia e sulla lealtà. “La stima” era stata da sempre la maestra delle loro giornate, i suoi insegnamenti avevano suggerito decisioni e comportamenti dei due, che avevano rappresentato le maglie della loro storia. I figli: Giorgia e Marco erano il loro orgoglio.
Emma e Eugène stanno preparando il loro primo incontro, lei ha tra le mani il libro del relatore della conferenza “L’uomo può osservare la sua anima?”, titolo affascinante. Ne accarezza la copertina e comprende che sta accarezzando con avidità le pagine di quel loro primo incontro, prova all’improvviso un brivido e un’emozione.
Eugène aveva conservato negli anni la sua gentilezza ed eleganza, segue i gesti di Emma dallo specchio, riconosce la freschezza e l’ingenuità dei suoi pensieri gli stessi del loro primo incontro.
Emma si volta, trova gli occhi di Eugène, afferra quei dieci anni li stringe al petto, li coccola così come ha consolato dal pianto il suo primo figlio appena nato. Lui prova una grande tenerezza nel vedere l’espressione di lei, si avvicina e le sussurra: “Non riesco a non ammirare la profondità del suo sguardo! E gli occhi poi! Cerco di definirne il colore, forse nocciola, ma non è proprio così, perché l’iride ha sfumature verdi!”

I Passeggini Della Garbatella

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Maria Carmen Brandi.

Questa sera per le vie e le tra le ville della Garbatella si respira un’aria bella!
Non so perchè
Ma… me viene voglia de parlà romano
Come se qui ce fossi sempre stata
Invece ce so solo passata quarche vorta

Qui se sente la romanità quella d’arti tempi!
No! non capì male!
Non l’antichità de Cesare o d’Augusto
L’antichità dell’anima, quella del core

Qua sembra tutto vero
No come al centro
Che ce so tutti i negozi moderni
I i ristoranti per li turisti
E tanta confusione

A  la Garbattella ce so le mamme coi passeggini
E sta cosa  me riempie d’amore
Quanno me va de scene qua un po’ tra voi
Torno a la Garbatella e me vengo a ripià
La romanità!

Articolo scritto da Maria Carmela Brandi.

Domenica 21 novembre a Tivoli bellissima cittadina alle porte di Roma, in un luogo particolare l’ex chiesa dell’Annunziata, ho avuto il piacere di parlare dell’ultimo lavoro la raccolta di poesie dal titolo Rinascimento del giovane scrittore e poeta riconosciuto più volte in diversi concorsi letterari per citarne alcuni: “Gioacchino Belli”, “Enciclopedia italiana”.

Un’introduzione apre la raccolta di poesie dove l’autore Marco Ambrifi spiega al lettore come da uno stato di torpore dovuto alla mancanza della ragazza che ha amato passa ad un’auto analisi, riconoscendo di avere delle responsabilità nella decisione di lei ad allontanarsi.
Una caipiroska mal combinata nel bel mezzo di una serata di mezza estate lo riporta alla realtà.
Marco parla a sé stesso: “Senza emozioni non si può vivere”.
La penna riprende la sua consueta attività: scrivere e descrivere emozioni che l’autore vuole condividere con i suoi giovani lettori.

Le poesie sono collocate all’interno della raccolta in modo che un lettore attento e sensibile possa percepire l’incalzare del suo grido misto di dolore e di rabbia per l’amore perduto.
L’amara delusione, verso sé stesso, si fonde con un sentimento moderno dell’amore che non è patetico. È un sentimento dignitoso.

La poesia di Marco ricorda i murales di Francesco Camillo Giorgino in arte Millo che hanno come protagonista: l’amore, coppie che si abbracciano e si scambiano effusioni e un cuore di un rosso acceso è sempre presente nelle sue opere che occupano le pareti dei palazzi in varie città italiane anche a Roma.

Nelle poesie da un lato troviamo i versi di una poesia reazionaria ai canoni classici sulla scia della migliore tradizione delle Avanguardie.
Il tono è realistico e le parole sono semplici. La rima è salva e l’uso dell’anafora è martellante come in Guai-Dalì, dall’altra una voce in un immaginario “a parte” di tipo teatrale.
Il protagonista punta lo sguardo su di lei e: “Ti ho persa, perché ti ho data per presenza certa al mio fianco.
Hai resistito ai miei capricci, hai compreso le mie fughe perché seguivo la mia chimera: la libertà.
Il tuo amore includeva anche un sentimento di comprensione verso te stessa: cambierà!
Ho capito solo dopo che la libertà che cercavo e inseguivo è diventata una prigione senza di te”.

L’esperienza sentimentale in questo modo si trasferisce da un piano reale a quello ideale ed assoluto: un grido verso l’infinito.

L’abbinamento dei quadri di autori famosi alle fasi in crescendo della consapevolezza che lei non è più accanto all’autore è originale, un espediente che avvicina i giovani lettori e non all’arte pittorica moderna e contemporanea rappresentativa in questo caso di un’interpretazione della sua realtà interiore descritta come un percorso verso la guarigione e un’altra Lei.

Complimenti Marco!

Ho scelto di leggere:

GUAI-DALI

Devo scordarti e forse ne uscirò
devo pensare a me, già lo so
ma sei più di un pensiero costante
sei qualcosa di molto più importante
sei il colore dei miei occhi
sei le parolacce quando sbrocchi
sei ciò che stavo cercando
sei ciò che stavo dimenticando
mi ricordo la prima volta che ti ho vista
da lì a poco mi hai mandato in fissa
il cuore si è staccato dal petto e non vuol tornare lì
una situazione surreale tipo quadro di Dalì
potrei darti ciò che non hai
potrei dedicarti frasi che già sai
potrei dirtelo ma so già che farai
ma sappi che sei il più bello tra tutti i miei guai

Presentazione del libro “Rinascimento”

La Presidente del Centro Culturale di Maratea, Prof.ssa Tina Polisciano e il pittore lucano Angelo Brando.Due storie che le coincidenze fanno incontrare.

Omaggio del blOmaggio del blog Mille piroette-I diversi volti dell’arte alla scrittrice Tina Polisciano di origini campane, ma ormai residente da tantissimo tempo a Maratea (PZ) in Basilicata.

Sono sempre emozionata quando mi addentro nel cuore del centro storico di Maratea, tra vicoli stretti e piccole piazzette, ma oggi lo sono maggiormente perché sto per incontrare una persona speciale che ho da sempre ammirato e che ha dato tanto alla mia cittadina natia.  

Il suo nome è Tina Polisciano, è una signora di 73 anni, ha due figli e 4 nipoti e si occupa attivamente di cultura da circa 40 anni. Si è laureata in Pedagogia all’Università di Salerno ed è stata insegnante di Lettere in vari Istituti della Basilicata. Quando ha iniziato l’insegnamento veniva da un’esperienza lavorativa diversa dalla Scuola, ma che le ha consentito, a dir suo, di intraprendere un percorso che l’ha portata a realizzare i suoi sogni e i suoi obiettivi: la passione per lo studio, per la ricerca e per il sapere.

Nel 1980 sono entrata a far parte come socia del Centro Culturale di Maratea, ricoprendo il ruolo di vicedirettrice della biblioteca.

La prima domanda che le pongo è questa: quali sono stati i passaggi più significativi della sua attività culturale nella cittadina di Maratea?

Ho iniziato la mia attività di promozione oltre quaranta anni fa.

Nel 1994 sono stata nominata vicepresidente e nel 2011, alla morte del Preside, Josè Mario Cernicchiaro presidente dell’Associazione, nonché mio compagno di vita, sono stata indicata a succedergli. Ho intrapreso, così la sua strada e cercato di realizzare quelli che erano i suoi obiettivi.    

Per omaggiare la sua memoria, l’Amministrazione Di Trani propose che l’Associazione gli venisse intitolata: voleva essere un riconoscimento visibile e concreto a chi si era speso per la Scuola e per la Cultura.

Per lungo tempo abbiamo lavorato insieme, condiviso tanti interessi e raggiunto molti risultati.

Lui era uno studioso di storia locale e numerose sono state le sue pubblicazioni, io invece, sono stata catturata dalla cultura popolare, mi sono dedicata alla ricerca antropologica, sociologica e linguistica del territorio di Maratea e non solo di esso.

Confluito il tutto in pubblicazioni anche con importanti case editrici.

La prima pubblicazione Maratea, quando il pane aveva il sapore del mare edita da Newton Compton è stata il frutto di una ricerca che mi ha impegnata molti anni. Essa è stato il racconto corale e diretto di moltissime persone anziane del luogo, che non senza commozione mi hanno narrato le vicende della propria esistenza, le sofferenze, i desideri, i distacchi provocati dal fenomeno dell’emigrazione e la gioia di ritrovarsi, quando accadeva, nuovamente uniti. Il tutto in un contesto caratterizzato dalla povertà, dalla sofferenza e dalla miseria, anche se non mancavano momenti di gioia e spensieratezza.

In tanti anni di ricerca ho avuto modo di raccogliere aneddoti, canti, preghiere, usanze, tradizioni civili e religiose e documentarmi sugli stili di vita, sulle fonti economiche legate alla terra e al mare, sulle relazioni interpersonali e tanto altro che esprimono molto compiutamente l’anima, la mentalità e la cultura della gente di questo lembo di terra lucana.

Le voci di tutte queste persone rimangono una preziosa testimonianza della cultura identitaria e del sentimento di appartenenza oralmente trasmessi.

Nel 2011, ho pubblicato il libro San Biagio a Maratea e anche questo mi ha molto impegnata.

Esso doveva essere inizialmente solo un opuscoletto, invece man mano che il lavoro si arricchiva e i tempi si dilatavano, mi decisi di chiedere a mio marito di portare a termine insieme la stesura.

Difatti, Io mi occupai della “leggenda” del Santo, lui della parte storica relativa a Maratea.  

Questo libro per me è stato estremamente importante anche dal punto di vista emozionale, perché è stato scritto in un periodo di ansie e di tensioni psicologiche: mio marito, infatti, era in attesa di trapianto mai ricevuto.

Il libro riguarda non solo la vita del Santo, i miracoli e la diffusione del culto, ma anche tanti altri elementi, come ad esempio le protezioni, che sono tantissime e non solo quella relativa della gola che tutti noi conosciamo.

Durante la stesura del libro ho avuto la possibilità di mettermi in contatto con degli studiosi armeni, che mi hanno fornito del materiale inedito e molto prezioso. Tra i tanti argomenti vi è quello relativo alla tomba del Santo a Sebaste, oggi Sivas, documentata da foto inedite che testimoniano il suo “girovagare” nel territorio della città. Il volume è ricco di elementi originali ed accattivanti ed è soprattutto esaustivo rispetto alle notizie riportate in altri lavori da me consultati.

Io credo che questo lavoro sia stato molto apprezzato e ritengo di aver fatto un bel regalo ad una comunità nella quale da diversi decenni mi sono integrata.

Dopo questa pubblicazione ho prodotto un opuscoletto sul Cristo di Maratea e, nel

2017 ho dato alle stampe il volume Maratea detti proverbi e modi di dire.

Insomma, ho cercato di dare il mio contributo a questa città nella quale vivo da 55 anni, senza mai dimenticare le mie origini e le mie radici: mi riferisco a quel senso di appartenenza che nutro verso la mia gente, un sentimento che ho sempre alimentato, mentre tessevo rapporti con la nuova comunità che nel tempo è diventata anche mia.


Ci racconti l’incontro con la biografia e l’arte di Angelo Brando.

La mia vita trascorsa a Maratea è costellata da tante vicende belle e nello stesso tempo tristi. Ho contratto due matrimoni con due belle persone, ma sono rimasta vedova entrambe le volte.

Il mio primo marito era un pronipote di Angelo Brando e tutt’oggi abito in una parte della casa dove il pittore ebbe i natali e questo mi ha consentito di conoscerlo a fondo. A farmi appassionare a questa figura e alla sua arte è stata una nipote dell’artista, Maria Brando, zia del mio primo marito, una donna straordinaria alla quale sono stata legata da un profondo affetto.

Il pittore insieme al fratello sacerdote furono mantenuti agli studi dal padre e dagli altri suoi fratelli che erano emigrati per l’America del Sud, precisamente a San Fernando de Apure in Venezuela.

Egli si sposò piuttosto giovane con Eugenia Tauro, da cui ebbe una figlia Cordelia che a sua volta sposò un Forgione, parente di Padre Pio da Pietralcina, da questa unione nacque Elio che ereditò il patrimonio artistico del nonno.

Angelo Brando sin da giovanissimo aveva manifestato una notevole inclinazione artistica, che convinse i genitori a mandarlo a studiare all’Istituto delle Belle Arti di Napoli, e a frequentare poi l’Accademia nella quale ricoprì per molti anni il ruolo di docente, mentre partecipava ad importanti mostre e stringeva amicizie con molti artisti e uomini di cultura suoi contemporanei. Fu amico, infatti di Vincenzo Volpe, Domenico Morelli, Michele Cammarano, del moliternese Michele Tedesco e di Libero Bovio.

Si distinse negli studi per l’acuta intuizione e per la sua diligenza nell’apprendere la tecnica del disegno, dal nudo al dipinto di una mezza figura, dell’ornato alla prospettiva acquerellata…

Presso la Regia Accademia delle Belle Arti ebbe diversi incarichi, ma nonostante fosse dotato di grande talento per il suo carattere mite sfuggi alla grande critica e ai grandi riflettori.

Egli si inserì nel filone artistico dell’Impressionismo sebbene, con una sua identità e con una sua individualità, proprio perché andava oltre con i colori delle sue tele.

La bellezza dei suoi quadri, della sua pittura, dei suoi colori mi affascinarono così tanto che sentii quasi il dovere di riportarlo alla luce e di cancellare quell’oblio che per molti anni aveva avvolto la sua figura.

Decisi, così di proporre all’Associazione di cui ormai facevo parte, al Centro Culturale di Maratea, l’organizzazione di una mostra affinché questo figlio di Maratea riacquistasse la giusta visibilità e ritornasse alla ribalta.

Detto fatto, l’Associazione e l’allora Direttore del Ministero dei Beni Culturali

prof. Francesco Sisinni si attivarono immediatamente e così nel 1985 fu realizzata la prima mostra, cui seguirono altre tre negli anni successivi. È inutile raccontare la mia contentezza e quella delle sue nipoti Maria Brando e sua sorella Elvira.

Come ho appena affermato su mia indicazione venne allestita la prima mostra documentata anche in un verbale del C.d.A del 1984 del Centro Culturale, nel quale si legge appunto, la mia proposta di valorizzare questa figura.

L’allora presidente dott. Nicola Marini d’Armenia prefetto a riposo apprezzò molto l’idea e insieme ai componenti del Consiglio chiesero al Direttore Generale Sisinni il proprio intervento, affinché l’idea si realizzasse.

Il Direttore Sisinni coinvolse subito il critico d’arte prof. Fortunato Bellonzi, il quale venne a Maratea e lavorò con interesse alla scelta delle opere, finalizzata ad allestire la mostra e il catalogo la cui stesura fu affidata al prof. José Mario Cernicchiaro, con il quale, io vedova da sette anni, nel 1997 mi unii in matrimonio.

Gli eredi dell’artista, nello specifico il nipote Elio Forgione, che abitava a Roma mise tantissimi quadri all’attenzione del prof. Bellonzi tra i quali scelse quelli da esporre.


Dalla prima mostra realizzata dal Centro Culturale di Maratea alla Pinacoteca Angelo Brando a Palazzo De Lieto.

La prima mostra fu allestita nel 1985 in occasione del trentesimo anniversario della morte del pittore; una seconda, fu realizzata il 17 dicembre del 1995, una terza il 3 agosto del 1996 e una quarta il 12 luglio del 2000.

Ho fatto questo elenco per sottolineare che tutto questo lavoro è stato propedeutico alla realizzazione della Pinacoteca.

Si arriva così ad una quinta mostra permanente allestita nel Palazzo De Lieto sito nel centro storico di Maratea, grazie ad un lavoro di collaborazione tra il Centro Culturale, la Soprintendenza e il Comune di Maratea, mentre il mio contributo personale fu quello di dare in comodato d’uso delle opere e fornire notizie sulla famiglia, sui documenti relativi al pittore e sulle opere giovanili.

Voglio comunque sottolineare il lavoro certosino svolto da mio marito Josè Mario Cernicchiaro per realizzare accanto a me e a tutti gli altri del C.d.A. l’ambizioso progetto ed infine, il lavoro estremamente impegnativo e determinante svolto dal dott. Michele Saponaro della Direzione Regionale dei Musei di Basilicata, senza il quale la Pinacoteca non sarebbe stata mai realizzata. Essa è un piccolo gioiello d’arte e di cultura che arricchisce gli spazi dell’antico Palazzo De Lieto incastonato su una roccia nel cuore del centro storico del paese.

Oggi, alla direzione di Palazzo de Lieto, al dott. Michele Saponaro è subentrato il dott. Ermanno Tropeano che al pari del primo, con molto entusiasmo svolge il suo mandato.

Le tele di Angelo Brando e qualche curiosità su di lui.

Era una persona molto modesta, non gli piaceva apparire, ed era molto innamorato della sua produzione pittorica tanto da riacquistare i quadri venduti, se capiva che il compratore non valorizzava appieno le sue tele.

Per quanto riguarda Maratea in una delle sue brevi visite, rapito dalla luce accecante di un tramonto autunnale che si riverberava nel mare, ebbe a dire, che i colleghi gli avrebbero dato del pazzo se nei suoi dipinti avesse inserito colori così violenti e accesi.

La sua produzione fu molto copiosa, molti dei suoi quadri sono conservati dagli eredi e da tanti acquirenti sparsi sul territorio nazionale.

Nella Pinacoteca Brando sono esposte 38 tele di cui quattro in comodato d’uso.

E l’intervista finisce qui. Ringrazio con grande affetto la prof.ssa Tina Polisciano per aver accolto il mio invito a fare questa lunga chiacchierata, di avermi dato l’opportunità di conoscerla meglio e di parlare di un cittadino come il pittore Angelo Brando, ricevendomi nella sua casa dove si respira eleganza e cultura. Mi concedo salutandola e augurandole di continuare il suo prezioso lavoro per la mia Maratea!

Maria Carmela Brandi

Il blog Mille piroette- I diversi volti dell’arte ha il piacere di invitare alla lettura del romanzo di Laura Lanza: Francesca Savasta intesa Ciccina, Astoria, Finalista premio Calvino 2019.

Sin dai primi righi la lettura accompagna il lettore in un mondo d’altri tempi, sospeso, dove tutto può succedere. È questa curiosità che lo spinge a continuare a leggere.

L’incipit del romanzo è un prologo, proprio come in una commedia plautina l’autrice presenta al lettore i due personaggi che conducono le scene e la storia:

Francesca Savasta, intesa Ciccina e il parrino Peppino Gallo. 

Si! Proprio le scene! 

La bellezza della scrittura di questo romanzo è la sua capacità descrittiva ed evocativa, tanto che leggendo si dimentica che dietro i personaggi, i luoghi, i sentimenti e le passioni c’è l’autrice! l’impressione è quella di stare a teatro appunto.

“La storia si fa da sé”, proprio come diceva il grande Verga.

Torniamo ai cari protagonisti Francesca Savasta, intesa Ciccina e il parrino Peppino Gallo.

I due sono accomunati da una iniziale solitudine e asocialità, che il destino ha fatto incontrare.

Lo spavento per un improvviso temporale autunnale spinge Peppino e Ciccina ad un abbraccio.

Non importa l’abito talare che indossa lui e ciò non deve ingannare il lettore. Non si tratta di irriverenza, è l’avvenimento che dà inizio alla storia.

Siamo nella seconda metà dell’Ottocento a Monteforte, villaggio arrampicato sui monti Iblei nella Sicilia orientale.

La storia dei due amanti che pian piano coinvolge quella dei vari abitanti del paese tra notabili e persone umili, gli orfani abbandonati alla ruota del paese, avvolti dalla magia della coppia che si trova a dirigere i fili della vita dei paesani, proprio come nella migliore tradizione pupara siciliana.

Il racconto procede in punta di piedi per alcuni tratti, poi all’improvviso colpi di scena, peripezie, cambi di direzione. Il lettore ne resta affascinato!

È curioso vuole conoscere il destino del sindaco cavaliere Ippoliti, Clotilde, lo zio Marotta, padre Fedele, Vartulo, del fratello del parrino Alfonso, Marietta, dei due protagonisti e così via tutti gli altri che sono distanti con le loro storie personali, ma così vicini perché si riconoscono in una stessa cultura, quella del rispetto, della comprensione e anche della connivenza. 

L’ottimismo e l’energia positiva trasforma il pessimismo e l’atmosfera un po’ gotica delle scene iniziali come, ad esempio, la descrizione di decadenza di Monteforte.

Gli episodi tragici, le morti si trasformano con equivoci e scambi di persona, tutto con una spinta naturale di positività, perché così deve andare, tutto è per il bene del singolo e della comunità.

Per finire nel romanzo c’è tutto anche una sorta di agnitio finale al contrario che ricorda qualche novella boccaccesca, per citare il passato della nostra letteratura, ma troviamo qui Verga, Pirandello, e il più recente Camilleri.

Bellissimo romanzo e grazie all’autrice per l’occasione di essere trasportati in un mondo antico sì, ma che rappresenta il mondo di oggi con il consiglio a vivere con allegria e a vedere i propri progetti realizzati.

Maria Carmela Brandi