ANCHE LE DONNE DEL SUD PORTANO I PANTALONI (Monologo di Maria Carmela Brandi)

Un monologo teatrale scritto da Maria Carmela Brandi, con la preziosa collaborazione artistica di Ulderico Pesce

E Con: Maria Letizia Gorga, Ulderico Pesce.

13 agosto 2025 – ore 21.00; Teatro di Villa Tarantini – Piazza Europa – Maratea

Con il patrocinio del Comune di Maratea. Introduce Luca Luongo.

Nella Maratea degli anni ’60 e ’70, una donna sceglie di cambiare il suo destino.

Lavora, ama, lotta.

Dal silenzio delle cucine al rumore delle fabbriche, dalla soglia di casa al mondo.

Una storia vera, come tante, che diventa teatro.

Perché anche le donne del Sud hanno portato i pantaloni…

e non li hanno più tolti.

Vernissage della mostra di Ombretta Del Monte Centro Culturale José Cernicchiaro – Maratea, 7 luglio 2025

“AMEDEO E ANNA: ARTE E AMORE”

 

Si è tenuto lunedì 7 luglio alle ore 19.00, nella suggestiva cornice della Villa Tarantini, sede del Centro Culturale José Cernicchiaro di Maratea, il vernissage della mostra “Amedeo e Anna: Arte e Amore” dell’artista Ombretta Del Monte.

L’evento è stato patrocinato dal Comune di Maratea, il cui delegato alla cultura ha espresso sincero apprezzamento per la qualità e la profondità dell’iniziativa, così come la presidente Trotta, colpita dall’eleganza e dalla sensibilità con cui la pittrice ha saputo restituire al pubblico una storia mai veramente raccontata.

L’incontro tra Ombretta Del Monte e il Centro Culturale José Cernicchiaro è nato grazie al progetto “Mille Piroette – I diversi volti dell’arte”, blog culturale, che si propone di valorizzare artisti, percorsi creativi e storie capaci di generare bellezza e dialogo.

È proprio da questa rete di relazioni, costruita con passione e ascolto, che è scaturita l’idea della mostra: un gesto di condivisione, offerto al Centro come dono culturale e umano, per alimentare la vita artistica del territorio e avvicinare le persone all’arte con semplicità e profondità.

Ad aprire l’evento, introdotto dalla presidente del Centro Marianna Trotta e dal delegato alla cultura del Comune di Maratea, Francesco Santoro, è stata la stessa pittrice, che ha tenuto una conferenza appassionata e ricca di spunti, raccontando la genesi della sua ricerca e l’origine di un amore tenuto nascosto nel tempo: quello tra Amedeo Modigliani e la poetessa russa Anna Achmatova.

Un legame poco noto, vissuto con discrezione e sottratto alla luce, che Del Monte ha saputo riportare alla superficie con rispetto e delicatezza, traducendo i silenzi e gli sguardi di un amore impossibile in immagini dense e poetiche.

Il pubblico, attento e partecipe, ha ascoltato un racconto che, pur partendo dalla storia, ha toccato corde più profonde, che porta alla mente la suggestione letteraria e la tensione idealizzata dell’amor cortese, con lei, “la donna lontana”, e lui, l’artista che ne anela la presenza. Immagini che ci riportano ai trovatori della letteratura medievale, da Jaufré Rudel a Bernart de Ventadorn, e che ritrovano nella pittura di Del Monte una nuova forma espressiva.

L’artista ha raccontato come tutto sia nato da un viaggio in Russia, nella casa-museo di Anna Achmatova, dove ha iniziato una ricerca che l’ha portata a dialogare idealmente con entrambe le figure. Un percorso riconosciuto anche a livello internazionale: due delle sue opere dedicate a questo tema sono oggi presenti nel Centro Modigliani, e il suo lavoro è stato apprezzato dall’Ambasciata Russa a Roma.

Ombretta Del Monte ha accompagnato la sua esposizione con interventi poetici e personali, leggendo testi scritti da lei stessa, a conferma di un progetto che intreccia arti visive, scrittura e memoria, e che si fa racconto collettivo.

L’evento ha visto anche la partecipazione dell’attore e regista Giacomo Costanzo, che ha offerto al pubblico momento di intensa suggestione leggendo alcuni versi di Anna Achmatova e brani originali da lui composti, ispirati al legame tra la poetessa e Modigliani. Una lettura vibrante, profondamente sentita, che ha dato voce alle parole e al silenzio, creando un dialogo emotivo con le opere esposte.

I ritratti esposti – quelli appunto della poetessa e del pittore – non imitano, non riproducono, ma reinterpretano: nella linea, nel colore, nello sfondo, ogni tela porta la firma originale di Ombretta Del Monte, che guarda i suoi soggetti dall’interno, con un occhio che sa farsi intimo e visionario.

Proprio visionario perché una tela rappresenta un ideale futuro di questo amore: Anna ritorna a Parigi ormai avanti con l’età ed evoca il suo Amadeo all’ombra della torre Eiffel.

Il tramonto sul golfo di Policastro ha accompagnato, come una cornice naturale, il racconto e la mostra, documentata con la consueta cura e discrezione dall’obiettivo di Biagio Calderano, che ha saputo cogliere i momenti più intensi della serata, tra volti, quadri e parole.

La mostra sarà visitabile fino a venerdì 11 luglio, negli orari di apertura del Centro Culturale.

Un’occasione da non perdere, per lasciarsi sfiorare da una storia che l’arte ha riportato alla luce con emozione e autenticità.

Maria Carmela Brandi

MARIA CARMELA BRANDI: “La Piega”

“Piega”
È sabato mattina, uno di quei sabati di primavera che sembra contenere in sé tutta l’estate che sta
per arrivare. Lia siede sola nel salottino d’attesa del parrucchiere, immersa in quel silenzio ovattato
che si crea nei luoghi di passaggio. Le poltroncine di finta pelle sono tiepide al sole del mattino,
screziate da una luce morbida che filtra dalle vetrate. Il salone è a due passi dalla piazza principale
di San Felice al Mare — non un luogo qualunque, ma il centro del paese, dove la vita scorre come
l’onda che torna alla riva, sempre la stessa eppure ogni giorno un po’ diversa.
Dalla porta socchiusa entra l’aria salmastra, portando con sé l’odore del mare, delle alghe che la
notte la marea ha lasciato sulla battigia, delle reti che i pescatori riparano all’ombra del molo.
È una primavera luminosa, piena di promesse; le giornate si allungano, le persone cominciano a
riversarsi in piazza, a indugiare sulle panchine intorno alla fontana, a scambiare le solite chiacchiere
sulle barche, sulla stagione turistica che sta per partire, sulle nuove aperture in Via Roma.
È una società intima, quasi una famiglia allargata, dove ogni volto è noto, ogni nome ha una storia,
ogni pettegolezzo rimbalza di porta in porta come una palla lanciata dai ragazzi per le strade.
Lia sceglie una rivista dal tavolino basso. È una di quelle patinate, spesse, con il profumo di carta
costosa e pagine lucide che brillano appena le muovi. Le modelle guardano lontano, come se
sapessero qualcosa che le altre donne non conosceranno mai. I loro abiti — firmati, leggeri,
impalpabili — sembrano fatti per chi non ha bisogno di tempo, di stagioni, di ragioni. Lia sfoglia
piano. Le sue dita toccano le immagini come se potessero assorbirne la sostanza. Non legge i testi:
le bastano gli sguardi, i colori, i contorni di quelle donne che sfilano al cambio di pagina. In quelle
foto c’è qualcosa che le parla, che la porta lontano, come una brezza che attraversa una finestra
lasciata appena socchiusa.
L’orlo della gonna appena sopra il ginocchio, le scarpe nuove con il fiocco, un filo di perle vere o
forse no. È bella, Lia. Bella di una bellezza discreta, che non fa rumore. Non le serve molto per
immaginarsi in uno di quei vestiti, con un cappello a tesa larga e un passo deciso su una passerella
di sabbia chiara. In quei momenti riesce a dimenticare tutto: il paese piccolo, la vita che tutti
conoscevano fin troppo bene, la routine che si muoveva tra il bar, la farmacia, il panettiere e il
saluto sempre uguale al macellaio.
Dentro, il salone ha il colore delle cose familiari: pareti color pesca, specchi leggermente opachi,
vasi di fiori finti che sembrano veri. Il profumo dello shampoo alla mandorla si mescola alla lacca e
al rumore dei phon, che riempie l’aria come un pensiero che non si può zittire. Le ragazze si
muovono rapide, ma con la calma di chi conosce bene ogni gesto. Ce n’è una che lava i capelli con
un tocco leggero, come se stesse cullando qualcuno.
Poi, la porta si apre. Una voce — una risata lieve, con un’eco antica — interrompe il fluire delle
immagini. Entra Agnese, la moglie del medico del paese.
E’ come quando in un quadro a colori si aggiunge un tratto d’ombra: qualcosa si approfondisce, si
sposta. Ma non si spezza.
Tacchi alti, troppo per il marciapiede. Rossetto che resiste alla stagione. Un cappotto in broccato
violetto, sopra un vestito chiaro che sembra appena uscito da un armadio profumato di naftalina e
ricordi. Si muove con grazia, ma con un passo sospeso, come se la terra non le appartenesse più del
tutto.

“Buongiorno, signora Agnese,” dice la ragazza, con un sorriso sincero. C’è affetto nel suo tono, ma
anche una punta di ossequio, quello che si riserva alle figure importanti, alle vestigia di un mondo
che non c’è più. Agnese si siede accanto a lei, nella stessa fila di attesa. Non si conoscono davvero,
ma basta poco per sentirsi vicine. La giovane richiude piano la rivista e sorride.
“Che belle le sue scarpe,” mormora. “Sembrano venire da lontano…”
Agnese piega il capo con un gesto gentile, come se ricevesse un complimento raro.
“Le ha viste davvero?” chiede. “Sono di Tangeri. Un regalo di mio marito. Fu… uno dei nostri
ultimi viaggi.”
La ragazza non risponde, ma inclina il corpo verso di lei, come a dire: racconti, se vuole.
Agnese guarda davanti a sé. Non negli occhi, ma verso il vuoto pieno del salone.
“Era un congresso medico, la solita scusa. Ma io sapevo che voleva farmi una sorpresa. Mi aveva
fatto cucire un abito, bianco con dei fiori blu, come quelli che crescono solo lì, sulle scogliere… e
una sera mi disse: ‘Vestiti bene. Stasera ceniamo tra le dune’. Non so se era amore. Ma era bellezza.
E certe bellezze ti tengono in vita più a lungo di qualsiasi medicina.”
Le parole cadono morbide, come se fossero state a lungo tenute in tasca.
Il phon si spegne per un istante. Una ciocca viene arrotolata sul bigodino con cura. Da fuori arriva
una voce che chiama un bambino. Poi tutto riprende.
Lia abbassa gli occhi. Pensa a quelle pagine patinate. Al sole che batte su corpi che non sudano mai.
Ma quel racconto — così vero, così presente — le sembra molto più vicino del mare di Malibù o dei
cocktail serviti in noci di cocco.
“Lo sa,” dice piano, “che a guardarla sembra ancora di vederlo? Come se fosse lì, dietro di lei.”
Agnese sorride. Non ringrazia. Ma si sistema il cappotto sulle ginocchia, con un gesto di chi si
prepara all’attesa. E forse, anche alla piega.
Una delle ragazze si avvicina, chiamando la giovane con un cenno gentile. “Lia è il tuo turno,” dice.
Lei si alza con garbo, accenna un saluto ad Agnese. Ma prima di allontanarsi si ferma un istante.
“Grazie per aver condiviso quel ricordo.”
Agnese non risponde subito, ripensa a suo marito, a lui che non c’è più. La guarda solo con
un’espressione lieve, quasi intenerita. Poi, quasi sottovoce: “È che certe cose bisogna raccontarle
ogni tanto, per non farle sparire.”
La ragazza attraversa il salone come se le sue scarpe avessero preso peso. Si siede davanti allo
specchio, il collo reclinato all’indietro mentre l’acqua calda le scivola tra i capelli, tra i pensieri.
Chiude gli occhi, vede la signora Agnese con suo marito e un tramonto sul deserto.
Il lavatesta è un momento sospeso. Le mani della ragazza che lava sono attente, delicate. Si parla
poco. Solo frasi brevi: “Fa troppo caldo?” “Va bene così?” Ma tutto il resto — il rumore ovattato
dell’acqua, il profumo, il tempo che sembra allungarsi — è silenzio.

Nei pensieri riaffiorano insistenti le immagini: l’abito bianco con i fiori blu, le dune, un uomo che
regala una sera e un vestito. Si chiede se sia più difficile amare o ricordare. E se valga la pena di
partire, anche solo per avere qualcosa da raccontare a se stessi, un giorno.
Quando torna al posto per la piega, Agnese non c’è più. Il posto accanto è vuoto, ma ha lasciato un
profumo dolce nell’aria, qualcosa di cipriato e lontano.
Sopra la rivista rimasta sul tavolino c’è un bigliettino piegato in due.
La giovane lo apre, con curiosità e un filo d’emozione.
C’era vento quella sera. Il vestito mi svolazzava tutto intorno. E io ridevo, perché per un momento
mi ero dimenticata di essere adulta. Non dimenticarti mai di ridere così.
Lia lo tiene tra le dita, senza sapere se metterlo in borsa o tra le pagine della rivista. Poi lo appoggia
sulla gamba, mentre il phon riprende il suo canto sommesso e le ciocche cominciano a modellarsi
sotto le mani esperte.
La piega prende forma, ma qualcosa dentro si è già mosso.

Maria Carmela Brandi

Recensione del libro di Yuleisy Cruz Lezcano “Di un’altra voce sarà la paura”

Nella monumentale Biblioteca Casanatense di Roma, tra scaffali imponenti e teche di legno e vetro che custodiscono preziosi libri antichi, si respira un’atmosfera densa di sapere. Non è solo l’odore della carta, ma il profumo della profondità culturale. A guidare l’incontro è Fabio Sebastiani, che introduce il tema centrale della serata: il potere della poesia nell’affrontare la paura e nel dare voce a chi non ce l’ha. Il libro protagonista dell’evento è “Di un’altra voce sarà la paura” di Yuleisy Cruz Lezcano. Fin dalle prime battute, il giornalista sottolinea come la poesia sia autentica solo quando riesce a smuovere il cuore del lettore. Le parole hanno un peso, un valore, e oggi il patrimonio lessicale sembra essersi impoverito. Da qui l’importanza di chi, come Yuleisy, sa inventare parole nuove senza tradire la verità interiore.

Il dialogo si fa intenso. Fabio Sebastiani chiede a Yuleisy se la sua poesia arriva al pubblico, se riesce a toccare le corde più intime dei lettori. La poeta risponde con convinzione: “Sì, tanto che alcuni mi chiedono come si possa gestire la paura, la rabbia, il dolore”. E proprio le domande dei lettori la spingono a riflettere, a studiare le risposte.

Un tema centrale nel libro è il perdono. Il giornalista incalza: “Perdonare chi uccide una donna è possibile?”. Yuleisy riflette: il perdono non è scontato, ognuno ha i suoi tempi. È un percorso difficile, ma necessario per ritrovare sé stessi. Consegnare il dolore a chi può aiutare, ricostruire uno schema mentale calpestato. “Io sono l’esempio che il dolore può essere canalizzato fino a ritrovare l’estate”, afferma con forza.

Si passa poi a un intenso momento di scambio tra poesia e arte. La scrittrice e artista Vera Cavallaro legge una poesia di Yuleisy  “L’Urlo Rosso”. L’interpretazione di Vera è intensa e partecipata che rappresenta la vicinanza delle donne nel trattare il tema della violenza di genere.

A questo punto interviene Ombretta, scrittrice e pittrice, che porta il discorso sul ruolo delle donne nell’arte. Ricorda figure femminili straordinarie, spesso dimenticate o emarginate. Il caso di Camille Claudel, chiusa in manicomio per trent’anni, e quello di Artemisia Gentileschi, che trovò la forza di denunciare il suo maestro dopo aver subito violenza e Sofonisba Anguissola. Sono solo alcuni esempi di una lunga storia di oppressione e resistenza. Il tema della rappresentazione femminile nell’arte è cruciale: storicamente dipinte dagli uomini, oggi le donne stanno riemergendo come protagoniste della narrazione artistica.

La discussione si allarga grazie alla presenza di Haydi Gutierrez dell’Associazione Crazon Latino di Roma, che elogia Yuleisy per il suo lavoro. L’empowerment femminile è un tema centrale nei dibattiti contemporanei, e la sua poesia è un contributo prezioso per dare voce alle donne. La discussione è stata accompagnata dalla chitarra del maestro Luigi Picardi che chiude il pomeriggio con il brano “De la luna cubana” e con il sentore che la poesia, l’arte e la cultura abbiano ancora il potere di unire, di scuotere e di dare speranza.

Di Maria Carmela Brandi

Recensione “Il folle volo. L’ultima notte di Amelia Rosselli” (spettacolo teatrale di Ulderico Pesce)

Regia e drammaturgia: Ulderico Pesce

Interprete: Maria Letizia Gorga

Musiche eseguite da: Stefano De Meo (pianoforte), Pasquale Laino (fiati)

Domenica 30 marzo 2025 al teatro di Villa Lazzaroni a Roma il pubblico ha avuto l’occasione di assistere a un’esperienza teatrale intensa e commovente con “Il folle volo. L’ultima notte di Amelia Rosselli”, spettacolo scritto e diretto da Ulderico Pesce. Il monologo, interpretato magistralmente dall’attrice Maria Letizia Gorga, ha portato in scena la tormentata vicenda umana e poetica di Amelia Rosselli, poetessa di straordinario talento e sensibilità. Il testo, ricco di spunti storici e letterari, ripercorre la complessa biografia della protagonista, figlia di Carlo Rosselli, antifascista assassinato su mandato di Mussolini e Ciano. La sua esistenza, segnata dal dolore della perdita, dalla fuga e dalla costante inquietudine, è stata narrata con una drammaturgia dinamica e intensa, che ha saputo alternare momenti di profonda commozione ad altri di ironica leggerezza. La regia di Pesce ha sapientemente orchestrato il racconto, rendendolo accessibile senza sminuirne la densità intellettuale. Amelia Rosselli, oltre ad essere poetessa, era profondamente appassionata di musica. Suonava il pianoforte e l’organo, e proprio nella sua ricerca di un nuovo linguaggio poetico la musica ha avuto un ruolo fondamentale. Il ritmo, la sonorità delle parole e l’armonia dei versi diventano in lei una sorta di spartito interiore, un’eco della sua sensibilità musicale. Maria Letizia Gorga si è calata con grande eleganza e rispetto nel ruolo della poetessa, restituendo al pubblico le sue ossessioni, la fragilità e la passione per la musica e la poesia. Attraverso ripetizioni ipnotiche e un uso raffinato della voce e del corpo, l’attrice ha saputo rendere palpabile la sofferenza psichica della Rosselli, perseguitata da paure e visioni, costretta al ricovero in manicomio e sottoposta a elettroshock. Le musiche dal vivo di Stefano De Meo e Pasquale Laino hanno arricchito ulteriormente lo spettacolo, contribuendo a creare un’atmosfera suggestiva e a sottolineare la dimensione interiore del personaggio. Il suono si è fatto eco delle emozioni, accompagnando i momenti di lirismo e quelli di angoscia con grande efficacia. Uno degli aspetti più affascinanti dello spettacolo è stata la capacità del testo di Ulderico Pesce di restituire la vivacità culturale della Roma letteraria del Novecento, popolata da figure come Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia, Elio Pecora e Rocco Scotellaro, quest’ultimo legato ad Amelia da una profonda amicizia e da una passione che il destino ha spezzato troppo presto.

A chiudere lo spettacolo, Ulderico Pesce ha invitato il poeta Elio Pecora e un’amica di Amelia Rosselli a raccontare la poetessa, i momenti trascorsi con lei, gli aneddoti che restituiscono una verità intima e poco conosciuta della sua figura. Lo stesso Ulderico Pesce, che ha frequentato Amelia, ha condiviso i ricordi dei loro viaggi insieme, ospiti delle università italiane, dove lui leggeva i suoi versi nel ruolo di attore. È stato un momento di grande emozione, un omaggio vibrante e affettuoso a una donna che ha lasciato un segno indelebile in chi l’ha conosciuta. Gli amici, leggendo i suoi versi, hanno rivissuto gli incontri con lei, e Maria Letizia Gorga ha restituito la grandezza di Amelia con un rispetto tale da far pensare a un gesto di sacra custodia. Come se Amelia le avesse dato una veste in prestito e Gorga l’ha indossata con venerazione, restituendola intatta, senza uno strappo. Ed è proprio così che la sua interpretazione ha reso omaggio a questa straordinaria poetessa: con delicatezza, profondità e assoluta devozione.

“Il folle volo” è uno spettacolo che lascia il segno, coinvolgendo il pubblico in un viaggio tra memoria, poesia e follia. Grazie a una drammaturgia incisiva e a un’interpretazione di altissimo livello, riesce a dare voce a una figura straordinaria della letteratura italiana, restituendole tutta la sua complessità e il suo dolore. Un omaggio sentito e necessario a una poetessa troppo spesso dimenticata.

Di Maria Carmela Brandi

9ª edizione di “Monologando & Dialogando”21-22-23 febbraio, ore 18:00

Teatro Petrolini (Sala Fabrizi), Via Rubattino 5, Roma – Zona Testaccio

Anche quest’anno torna Monologando & Dialogando, il festival dedicato alla potenza della parola in scena. Un’occasione per scoprire voci nuove e testi originali, tra monologhi intensi e dialoghi avvincenti.

In questa edizione partecipo con un monologo scritto da me e interpretato da Marialaura Familiari, portando sul palco una storia che vuole emozionare e far riflettere. Vi aspetto a teatro per condividere insieme questa esperienza!

Maria Carmela Brandi

Festeggiare la fine dell’anno sul Monte Arioso (Sellata PZ-Basilicata) alla scoperta di un luogo magico.

Su Millepiroette.com raccontiamo storie di arte e cultura, esplorando le molteplici forme in cui l’umanità esprime sé stessa. Ma la cultura non si limita ai musei, ai libri o ai palcoscenici: è anche un viaggio nei luoghi che raccontano l’anima di una terra, un incontro con persone che condividono emozioni, un momento di connessione con la natura che ci circonda. Il racconto che segue è un esempio di come un’esperienza semplice, come un trekking sulla neve, possa diventare un’opportunità per riflettere sulla bellezza del paesaggio, sulle tradizioni locali e sulla capacità umana di creare comunità anche tra sconosciuti. Perché la cultura è anche questo: scoperta, condivisione e crescita interiore.

Ci sono esperienze che, pur nascendo per caso, lasciano un’impronta profonda. È così che io e Stefano ci siamo ritrovati a vivere un fine anno e un Capodanno fuori dall’ordinario, coinvolti da Matteo e Loredana in un’escursione sulle nevi del Monte Arioso, in Basilicata, la mia terra d’origine. Loredana è nata a Matera, io a Maratea: due angoli di una regione che conserva ancora intatta le sue antiche tradizioni. La nostra base è stata Tito, vicino Potenza, dove abbiamo pernottato alla Locanda del Buon Formaggio della signora Maria, un luogo confortevole e accogliente, capace di far sentire chiunque a casa. La colazione, con i suoi sapori autentici, è stata un preludio perfetto alle giornate trascorse tra panorami innevati e silenzi che parlano all’anima. La locanda ha anche un piccolo laboratorio dove nascono formaggi, mozzarelle e altre delizie: un’esperienza sensoriale che ha impreziosito il soggiorno. Ma il cuore della nostra avventura è stato il Monte Arioso, che abbiamo esplorato con ciaspole ai piedi, guidati da Vincenzo Scavone dell’associazione Radura Trekking. Vincenzo non è stato solo una guida impeccabile, ma un vero custode di emozioni. Con il suo equilibrio tra professionalità e calore umano, ha saputo creare un’atmosfera di pace e solidarietà, unendo 39 persone in un’esperienza unica. Giovani pugliesi e lucani come Angela, Silvia e Rocco e tutti gli altri si sono mescolati a noi con naturalezza, e persino due splendide cagnoline hanno aggiunto un tocco di vitalità al gruppo. La neve, che copriva tutto con il suo manto candido, è diventata complice delle nostre emozioni. Ogni passo, ogni sguardo rivolto al paesaggio sembrava portare con sé una lezione di umiltà e rispetto per la natura. Ho affrontato le mie vertigini, lasciandomi abbracciare dalla bellezza dell’altezza. dalla vetta del monte lo sguardo avvolge l’orizzonte contornato dai monti dell’Appennino Lucano. Il vento sussurrava storie antiche, e la montagna si offriva come un luogo di riflessione e rinascita. Il passaggio dall’anno vecchio al nuovo è stato segnato da un classico cenone, dove il cibo genuino e il vino generoso hanno celebrato la semplicità delle cose vere. La musica popolare ha fatto danzare il tempo, e tra canti e brindisi abbiamo salutato il nuovo anno con il cuore più leggero. Non posso non pensare a Vincenzo, che con la sua sensibilità ci ha “adottati” tutti, coccolandoci e rendendosi amico prima ancora che guida. È stato lui il collante di questa esperienza, che non è stata solo una passeggiata sulla neve, ma un piccolo viaggio dentro di noi, tra la natura e la nostra capacità di condividerla. Questi giorni mi hanno ricordato che anche il camminare insieme in montagna, il respirare l’aria limpida, il cedere il passo al prossimo, il ridere attorno a una tavola imbandita sono espressioni di cultura. Una cultura fatta di relazioni autentiche, di scoperta del territorio e di quell’umanità che si rivela quando ci si spoglia delle formalità e si è semplicemente se stessi. Ho lasciato il Monte Arioso con il cuore pieno e una promessa: ripetere questa esperienza insieme ai nostri cari amici Matteo e Loredana, perché lì ho trovato un po’ di quella pace che solo la montagna sa donare.

Maria Carmela Brandi

IL BLOG MILLE PIROETTE – I DIVERSI VOLTI DELL’ARTE: Maria Carmela Brandi, Articolo “Raymond Carver e l’arte della scrittura creativa”

Raymond Carver e l’arte della scrittura creativa

Usare le parole e comporre come un musicista fa con le note è il sogno di tutti quelli che amano scrivere.

Chi lavora con la letteratura insegue questo sogno: creare con le parole e tradurre un’emozione o semplicemente descrivere un personaggio, un luogo. Ma come combinare le lettere in modo originale?

Raymond Carver ci ha lasciato con i suoi racconti e le sue poesie una traccia di risposta a questa domanda.

Oggi vi porto in un viaggio attraverso le parole e i pensieri di uno dei maestri indiscussi della narrativa breve americana: Raymond Carver. Forse alcuni di voi lo conoscono per i suoi racconti intensi e poetici, altri per le sue poesie toccanti. Ma c’è un lato di Carver che potrebbe essere meno noto ai più: il suo ruolo come insegnante di scrittura creativa. E proprio qui inizia la nostra storia, con “Il mestiere di scrivere” edito da Einaudi, un volumetto che raccoglie le lezioni di scrittura creativa tenute da Carver presso l’Università dell’Iowa, dove lui stesso aveva studiato.

L’innata passione per la scrittura

Carver non è stato uno di quegli scrittori che iniziano a scrivere sin da bambini. La sua passione per la scrittura è esplosa più tardi nella vita, dopo un matrimonio precoce e l’arrivo dei figli. Nonostante le responsabilità familiari e le difficoltà economiche, Carver ha trovato nella scrittura un’ancora di salvezza, un modo per dare voce alle esperienze quotidiane e alle emozioni più intime. Questo dimostra che l’arte della scrittura può sbocciare in qualsiasi momento della vita, basta avere il coraggio di ascoltare quella voce interiore che ci spinge a mettere penna su carta. “I pensieri si straformano in parole che volano come farfalle nello stomaco”.

 La scrittura creativa secondo Carver

Nelle sue lezioni, Carver insisteva su alcuni principi fondamentali che oggi risuonano ancora tra gli scrittori di tutto il mondo. Prima di tutto, l’importanza della chiarezza e della semplicità. Carver credeva che le storie dovessero essere “pulite” e dirette, senza fronzoli inutili che potessero distrarre il lettore. La sua prosa, infatti, è caratterizzata da uno stile minimalista che riesce a catturare l’essenza delle situazioni e dei personaggi con poche, precise parole.

Un altro aspetto cruciale era l’importanza del dettaglio. Carver sapeva che i piccoli dettagli potevano fare la differenza, rendendo una storia più vivida e autentica. Ogni gesto, ogni parola non detta, ogni sguardo può raccontare una storia dentro la storia, rivelando strati di significato nascosti sotto la superficie.

 I “fuochi” di Carver

Nel suo approccio alla scrittura, Carver parlava spesso di “fuochi”, concetti o immagini centrali attorno ai quali costruire una storia. Questi “fuochi” sono l’anima pulsante dei suoi racconti, il nucleo emotivo che dà vita alla narrazione. Identificare il proprio “fuoco” permette allo scrittore di mantenere una direzione chiara e di infondere nelle proprie storie una forza emotiva autentica e potente.

L’attenzione alla vita quotidiana

Carver aveva un’attenzione maniacale per la vita di tutti i giorni, che si traduce in uno spietato realismo. Questo realismo gli permette di riflettere nel dettaglio su gesti comuni, casuali e scontati come aprire una tenda, mettere nel forno una pietanza, o bere una bottiglia di gin con gli amici. La sua scrittura illumina la vita di personaggi comuni, trasformandoli in attori di un palcoscenico che, senza la penna di Carver, sarebbero altrimenti dimenticati e bistrattati.

Temi ricorrenti e autobiografismo

Nei racconti di Carver, alcuni temi sono ricorrenti: l’alcol, la crisi di coppia, la solitudine. Questi temi non sono casuali, ma toccano profondamente l’autobiografismo. Carver stesso ha vissuto esperienze difficili con l’alcol e ha affrontato crisi personali che si riflettono nei suoi personaggi e nelle loro storie. Questo conferisce alle sue opere un’intensità emotiva e una verità che risuonano con il lettore.

I modelli: Hemingway e Čechov

Raymond Carver era profondamente influenzato da due giganti della letteratura: Ernest Hemingway e Anton Čechov. Da Hemingway, Carver ha appreso l’arte della concisione e della potenza del non detto, quel famoso “iceberg” che lascia la maggior parte del significato sotto la superficie. Hemingway insegnava che le parole dovrebbero essere scelte con cura, ogni frase scolpita come se fosse un’opera d’arte.

Da Čechov, invece, Carver ha ereditato la sensibilità per il dettaglio e la capacità di ritrarre la quotidianità con un’umanità profonda. Čechov era un maestro nel mostrare la vita ordinaria in tutta la sua complessità e bellezza, e Carver ha fatto suo questo approccio, raccontando le storie delle persone comuni con un’intensità emotiva rara.

Le raccolte di racconti

Tra le raccolte di racconti di Carver, “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” è forse la più celebre. In essa, Carver esplora le complessità dei rapporti umani, con uno sguardo che è al tempo stesso spietato e compassionevole. I suoi personaggi sono spesso persone comuni, alle prese con le sfide della vita quotidiana, eppure Carver riesce a trasformare le loro esperienze in qualcosa di universale e profondamente toccante.

Un’altra raccolta da menzionare è “Cattedrale”, dove Carver raggiunge forse il culmine della sua maturità artistica. Qui, le storie sono più lunghe e articolate, ma mantengono quella stessa capacità di illuminare il cuore umano con una luce delicata e intensa.

Se hai bisogno, chiama

Dopo la morte di Carver, la sua seconda moglie, Tess Gallagher, ha curato la pubblicazione di “Se hai bisogno, chiama”, una raccolta di racconti postumi e giovanili. Questa antologia offre uno sguardo ancora più profondo nella mente creativa di Carver, mostrando l’evoluzione del suo stile e della sua voce narrativa. I racconti contenuti in questa raccolta sono un tesoro per chiunque voglia comprendere meglio il percorso artistico di Carver, dalle prime sperimentazioni alle opere mature.

La generazione dei minimalisti

Carver è spesso associato alla generazione dei minimalisti, un gruppo di scrittori americani degli anni ’70 e ’80 che abbracciava uno stile narrativo essenziale e privo di orpelli. Tra i suoi contemporanei possiamo ricordare Richard Ford e Tobias Wolff, con i quali Carver condivideva non solo una visione stilistica, ma anche un’amicizia profonda e una reciproca influenza artistica.

Riflessioni sulla letteratura italiana del dopoguerra

Anche nella letteratura italiana del dopoguerra troviamo un’attenzione alla realtà e ai personaggi comuni, come con Moravia e Pasolini nel neorealismo. Certo, la vita e la cultura sono diverse da quelle statunitensi, ma l’intento di dare voce alle esperienze quotidiane e ai personaggi dimenticati è un filo conduttore che unisce questi autori a Carver. Il neorealismo italiano, con la sua rappresentazione cruda e autentica della realtà, rispecchia in parte l’approccio di Carver nel raccontare le vite ordinarie con uno sguardo profondo e attento.

Discussioni contemporanee sulla scrittura creativa in Italia

Oggi, la scrittura creativa è un tema di grande interesse e dibattito anche in Italia. Ci sono molte scuole e laboratori che promuovono l’arte della narrazione. Ad esempio, la Scuola Holden di Torino, fondata da Alessandro Baricco, è uno dei centri più prestigiosi per lo studio della scrittura creativa, offrendo corsi che vanno oltre la narrativa tradizionale per esplorare anche il cinema, il teatro e la televisione (https://www.bwtraduzioni.it/scrittura-creativa-le-10-piu-importanti-scuole-in-italia/).

Altri esempi includono la Bottega di Narrazione di Milano diretta da Giulio Mozzi, che offre un ambiente di apprendimento intensivo per scrittori emergenti (https://www.scritturacreativa.org/la-mappa-dei-corsi-di-scrittura-creativa-in-italia/). Anche Beniamino Sidoti, autore e esperto di giochi e narrazione, contribuisce attivamente al dibattito sulla scrittura creativa in Italia, organizzando laboratori e workshop che esplorano nuove forme di storytelling (https://www.literacyitalia.it/corsi/laboratorio-di-scrittura-creativa/)

Vi invito a riflettere su quanto abbiamo esplorato insieme: come le lezioni di Carver, la sua attenzione ai dettagli quotidiani e la sua influenza su generazioni di scrittori possano arricchire la nostra comprensione della scrittura creativa.

Quali aspetti della scrittura di Carver trovate più rilevanti oggi?

E come vedete l’evoluzione della scrittura creativa in Italia? Lasciateci le vostre opinioni e partecipate al dibattito qui su Cronache Culturali di MILLEPIROETTE.COM. La vostra voce è importante per continuare questa riflessione condivisa.

Capitolo 6: “KIMILELA: Sioux (Farfalla)”

Canada meridionale

Claudio mi ha dato appuntamento a Piazza dell’Orologio al bar del nostro primo incontro. Sono arrivata in anticipo, è un caldo pomeriggio di marzo. Sono venuta a piedi. Lungo il tragitto ho respirato l’aria primaverile di Roma, che ha conciliato la preparazione all’incontro.

Intanto scelgo il tavolino sempre un po’ isolato per poter parlare liberamente e senza interruzioni.

Claudio arriva puntuale, mi viene incontro e mi ruba lo sguardo, anche se cerca di mantenere le distanze appare emozionato, mi prende le mani, mi tira a sé, mi stringe forte. Mi accompagna alla sedia, è apparentemente interessato a pormi domande e a chiarire quanto avvenuto l’ultima volta a casa mia. Al telefono mi ha anticipato che vorrebbe chiedermi dei consigli su un progetto di lavoro e mi vuole raccontare come sono andate le cose con il suo amico, l’uomo delle “visioni”.

Siamo uno di fronte all’altra seduti al tavolino del bar, abbiamo ordinato due caffè mentre parliamo, vedo un’immagine di una giovane donna, è una giovane sioux in groppa ad un cavallo guidato da un ragazzo dalle spalle robuste, le braccia muscolose, la pelle olivastra, sul bicipite destro una fascia stretta di pelle nera, la testa è rasata.

La ragazza si tiene stretta ai fianchi del ragazzo, è molto bella, il viso da bambina innocente, è pensierosa.

Ha gli occhi grandi ben definiti, capelli lunghi neri, sciolti posti in avanti sul petto, intorno alle tempie un laccio di pelle marrone al quale è fissata una piuma bianca e nera di aquila.

I due sul cavallo bianco e beige, anch’esso muscoloso e possente, stanno attraversando un luogo privo di vegetazione, sembra deserto, ci sono delle grandi rocce intorno, fa molto caldo, il sole splende alto in cielo e all’orizzonte si perde un infinito misterioso.

            Inizio a sentire i pensieri e le sensazioni della ragazza, per un attimo il presente svanisce e io e Claudio siamo proiettati in un’altra dimensione e in un altro tempo.

            Inizio a raccontare e a descrivergli, la scena che ho davanti agli occhi dei due giovani e gli insinuo che i due siamo noi in un tempo antico.

            In un primo momento Claudio è confuso e si mostra incredulo alle mie parole, poi come è nella sua natura vuole ascoltare, si incuriosisce ed allora si lascia andare al suono delle mie parole e così io divento Shahrazad e lui il sultano.

KIMIMELA e ENAPAY

Riprendo il racconto, Claudio mi fissa come se volesse collegarsi ai miei pensieri e assistere come spettatore alla scena che sto descrivendo, gli dico che la ragazza si chiama KIMIMELA è una Sioux, il suo nome significa “farfalla”, il giovane si chiama ENAPAY che in lingua nativa allude al carattere di un uomo “senza paura”, siamo nel Canada meridionale, in un luogo isolato, pochi alberi e tutt’intorno rocce.

Sento la forza delle braccia di KIMIMELA che si stringe a ENAPAY, che tiene, deciso, le briglie del cavallo e lo sguardo dritto in avanti.

La fanciulla non riesce ad immaginare cosa le potrà accadere o cosa l’attenda, non è triste né preoccupata, ma è molto curiosa, osserva attentamente intorno, cerca particolari familiari, ma non scorge nulla che le faccia pensare ad un albero o roccia che possa riconoscere.

Porta la mano sulla piuma legata al laccio che le cinge la testa, accarezzandola, è il suo porta fortuna, per un attimo le viene in mente l’aquila da cui proviene.

Volteggia in alto nel cielo azzurro, forte, severa e sicura, gli occhi, dal colore giallo oro, attenti ad individuare possibili prede.

 Il suo popolo aveva in grande considerazione questo uccello e le sue piume. Nelle credenze religiose erano associate ai raggi del sole, all’energia irradiata dal Grande Spirito e al loro potere protettivo sui guerrieri che ne decoravano i loro copricapo e più ne erano adorni, più era grande il loro valore e l’onore.

KIMIMELA viene riportata alla realtà dalla luce del sole e dal forte calore, la mano che prima accarezzava la piuma ora è sulle spalle di ENAPAY, si stringe forte a lui, gli chiede se manchi tanto al villaggio delle donne anziane, lui risponde che sono vicini e che non deve temere nulla.

Lui l’ha scelta, ora lei deve prepararsi, sarà la compagna, la moglie, la consigliera e l’amante, sarà per sempre lei e ne dovrà essere degna. Le donne anziane penseranno, le insegneranno tutto quello che si addice alla moglie di un capo.

ENAPAY era stato indicato come il futuro capo del villaggio, ma il suo ruolo sarebbe stato ancora più importante, avrebbe dovuto governare più tribù che appartenevano al ceppo dei Sioux.

Si era svolto un convegno dei capi di tutti villaggi Sioux ed era stato indicato come il “prescelto”, il significato del suo nome: “senza paura”, esprimeva la qualità fondamentale che doveva possedere chi ricoprisse un ruolo così importante.

Sin da bambino aveva messo in evidenza doti sciamaniche e divinatorie, riusciva a collegarsi all’anima profonda della terra, degli alberi e degli animali, veniva soprannominato “aquila del sole”, perché ne rispecchiava il carattere fermo e deciso, ma soprattutto, come ad un’aquila, non sfuggiva niente. ENAPAY dimostrava di essere anche, molto comprensivo e tollerante, sembrava avere talvolta, una dolcezza femminile.

Tutte queste caratteristiche avevano colpito gli illustri guerrieri delle altre tribù, che avevano necessità ad individuare un futuro capo che unisse tutti i Clan Sioux. Il futuro si prospettava difficile per l’avanzare del popolo dei bianchi nei loro territori, così come era stato previsto dagli sciamani dei diversi villaggi.

Claudio segue il mio racconto con attenzione, vorrebbe farmi delle domande, ma si trattiene, sembra riconoscersi nel carattere del ragazzo.

Spiego che riesco a sentire anche i pensieri di ENAPAY. Il giovane aveva notato KIMIMELA durante la sua cerimonia dell’“Išnati awicalowan “, la festa delle prime mestruazioni, era questo un momento molto importante per tutte le bambine native, si celebrava il passaggio dall’infanzia alla pubertà.

Alla festa partecipava tutto il villaggio, il rituale sacro era scandito da momenti di delirio generale in cui la fanciulla veniva avvicinata allo spirito della Grande Madre e alla sua intima natura femminile.

La cerimonia era officiata dallo sciamano del villaggio, un anziano uomo dalla fisicità imponente, il viso lungo, il naso grande, la fronte alta contornata dai lunghi capelli bianchi, tirati indietro.

Ma il particolare che spiccava in volto erano i suoi occhi ipnotici, le pupille così nere che inghiottivano chiunque incrociasse il suo sguardo.

Il ragazzo porta il pensiero alla scena in cui il vecchio dà inizio al rito, ad un certo punto accende la pipa delle cerimonie e indossa un teschio di bufalo decorato e ad alta voce indica alla ragazza i suoi doveri da squaw.

Allora nel silenzio generale davanti al fuoco sacro con le braccia al cielo pronuncia come in una formula magica, queste parole:

«dovrai essere sempre operosa come il ragno, silenziosa come la tartaruga e allegra come l’allodola!»

ENAPAY ricordava l’espressione di spavento misto a curiosità e talvolta di sgomento della ragazza, come se ad ogni parola dello sciamano lei volesse essere inghiottita dalla terra. I suoi occhi sembrava riflettessero, con una certa nostalgia, le immagini dei giochi di bambina.

 Ma ciò che lo aveva turbato di più era stato quando l’anziano descriveva alla ragazza gli effetti della lascivia, mimando l’accoppiamento della bufala col toro nel periodo della monta, scena che i bambini Indiani conoscevano bene, perché vivevano in stretto contatto con gli animali.

La madre di KIMIMELA le sta accanto mentre tutto il villaggio resta immerso in uno strano silenzio, si leva dalle tapee solo la voce dell’anziano sciamano e tutti ancora in cerchio ad assistere alla scena che talvolta diventa grottesca.

ENAPAI si fa largo e si porta avanti a tutti, anche se ancora molto giovane ha un corpo agile, lunghe gambe, i muscoli del torace e delle braccia forti, era uno fra i più corpulenti dei ragazzi.

Lo sguardo è fisso sulla fanciulla che fa fatica a resistere alla forza bestiale del vecchio che continua una bizzarra danza intorno a lei. 

La fanciulla alla fine della cerimonia avrebbe dovuto comprendere il suo grande potere sessuale e l’importanza spirituale del concepimento, le gesta dello sciamano le avrebbero dovuto ricordare, poi di non concedersi ad accoppiamenti selvaggi e animalesche.

La cerimonia continua, il giovane osserva ogni scena e vorrebbe accorrere, perché si sente attratto dalla bellezza della fanciulla che mostra una strana trasformazione fisica: i tratti del viso da bambina assumono le sembianze di una donna sensuale e avvenente, soprattutto dopo la strana danza praticata dal vecchio intorno a lei.

L’uomo prosegue le pratiche magiche.

KIMIMELA lascia gli abiti da fanciulla aiutata dalle donne anziane che le stanno accanto, il suo corpo sinuoso e armonico viene vestito da una sorta di tunica ricamata di perline. È questo il segno del passaggio all’età della pubertà. Le donne acconciano i capelli della ragazza tagliandole la frangetta, una di loro le dipinge una striscia sulla fronte ed in fine le sciolgono i lunghi capelli neri e lucidi.

In questo momento il giovane comprende che lei sarà sua, il rito si conclude quando la madre della fanciulla va a prendere il fagotto delle mestruazioni che aveva nascosto nel prugno e lo sotterra davanti al tepee.

Solo a questo punto la celebrazione è finita.

Le donne esplodono in chiassose grida di gioia così la tribù inizia a festeggiare la ragazza.

Claudio è sorpreso della precisione della mia descrizione e dice:

«Continua! Come va a finire la storia dei due ragazzi, ENAPAY diventerà il capo e lei? Raccontami di lei!»

Claudio diventa il mio scrigno segreto, i momenti insieme intorno a quel tavolino e a quel caffè, diventano, il nostro angolo magico, l’angolo in cui esprimiamo i nostri desideri, descriviamo i nostri sogni, proprio attraverso quelle storie, cerchiamo insieme di interpretare la realtà che ci circonda, quella dei nostri giorni di ora, delle nostre vite separate, ecco riusciamo a far diventare quei desideri una nuova realtà piena di sorprese e delle grandi scoperte.

È proprio in questo momento che la nostra storia si trasforma: diventerò per claudio i suoi altri occhi.

IL BLOG MILLE PIROETTE – I DIVERSI VOLTI DELL’ARTE: Presentazione di 2 libri “Mille Piroette” (23 maggio 2024) e “Anno 2013” (21 Giugno 2024) – ore 18:30

Si comunica che nei giorni indicati, presso l’Associazione culturale “La Botticella” a Roma, in via di Monte Testaccio 25, saranno presentati i due libri:

  1. MILLE PIROETTE: I diversi volti dell’arte“, delle autrici Ivana TERSIGNI, Maria Carmela BRANDI e Nerina PIRAS;
  2. ANNO 2013“, dell’autrice Nerina PIRAS.

Presenta Maria Carmela BRANDI.

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