MARIA CARMELA BRANDI: “La Piega”

“Piega”
È sabato mattina, uno di quei sabati di primavera che sembra contenere in sé tutta l’estate che sta
per arrivare. Lia siede sola nel salottino d’attesa del parrucchiere, immersa in quel silenzio ovattato
che si crea nei luoghi di passaggio. Le poltroncine di finta pelle sono tiepide al sole del mattino,
screziate da una luce morbida che filtra dalle vetrate. Il salone è a due passi dalla piazza principale
di San Felice al Mare — non un luogo qualunque, ma il centro del paese, dove la vita scorre come
l’onda che torna alla riva, sempre la stessa eppure ogni giorno un po’ diversa.
Dalla porta socchiusa entra l’aria salmastra, portando con sé l’odore del mare, delle alghe che la
notte la marea ha lasciato sulla battigia, delle reti che i pescatori riparano all’ombra del molo.
È una primavera luminosa, piena di promesse; le giornate si allungano, le persone cominciano a
riversarsi in piazza, a indugiare sulle panchine intorno alla fontana, a scambiare le solite chiacchiere
sulle barche, sulla stagione turistica che sta per partire, sulle nuove aperture in Via Roma.
È una società intima, quasi una famiglia allargata, dove ogni volto è noto, ogni nome ha una storia,
ogni pettegolezzo rimbalza di porta in porta come una palla lanciata dai ragazzi per le strade.
Lia sceglie una rivista dal tavolino basso. È una di quelle patinate, spesse, con il profumo di carta
costosa e pagine lucide che brillano appena le muovi. Le modelle guardano lontano, come se
sapessero qualcosa che le altre donne non conosceranno mai. I loro abiti — firmati, leggeri,
impalpabili — sembrano fatti per chi non ha bisogno di tempo, di stagioni, di ragioni. Lia sfoglia
piano. Le sue dita toccano le immagini come se potessero assorbirne la sostanza. Non legge i testi:
le bastano gli sguardi, i colori, i contorni di quelle donne che sfilano al cambio di pagina. In quelle
foto c’è qualcosa che le parla, che la porta lontano, come una brezza che attraversa una finestra
lasciata appena socchiusa.
L’orlo della gonna appena sopra il ginocchio, le scarpe nuove con il fiocco, un filo di perle vere o
forse no. È bella, Lia. Bella di una bellezza discreta, che non fa rumore. Non le serve molto per
immaginarsi in uno di quei vestiti, con un cappello a tesa larga e un passo deciso su una passerella
di sabbia chiara. In quei momenti riesce a dimenticare tutto: il paese piccolo, la vita che tutti
conoscevano fin troppo bene, la routine che si muoveva tra il bar, la farmacia, il panettiere e il
saluto sempre uguale al macellaio.
Dentro, il salone ha il colore delle cose familiari: pareti color pesca, specchi leggermente opachi,
vasi di fiori finti che sembrano veri. Il profumo dello shampoo alla mandorla si mescola alla lacca e
al rumore dei phon, che riempie l’aria come un pensiero che non si può zittire. Le ragazze si
muovono rapide, ma con la calma di chi conosce bene ogni gesto. Ce n’è una che lava i capelli con
un tocco leggero, come se stesse cullando qualcuno.
Poi, la porta si apre. Una voce — una risata lieve, con un’eco antica — interrompe il fluire delle
immagini. Entra Agnese, la moglie del medico del paese.
E’ come quando in un quadro a colori si aggiunge un tratto d’ombra: qualcosa si approfondisce, si
sposta. Ma non si spezza.
Tacchi alti, troppo per il marciapiede. Rossetto che resiste alla stagione. Un cappotto in broccato
violetto, sopra un vestito chiaro che sembra appena uscito da un armadio profumato di naftalina e
ricordi. Si muove con grazia, ma con un passo sospeso, come se la terra non le appartenesse più del
tutto.

“Buongiorno, signora Agnese,” dice la ragazza, con un sorriso sincero. C’è affetto nel suo tono, ma
anche una punta di ossequio, quello che si riserva alle figure importanti, alle vestigia di un mondo
che non c’è più. Agnese si siede accanto a lei, nella stessa fila di attesa. Non si conoscono davvero,
ma basta poco per sentirsi vicine. La giovane richiude piano la rivista e sorride.
“Che belle le sue scarpe,” mormora. “Sembrano venire da lontano…”
Agnese piega il capo con un gesto gentile, come se ricevesse un complimento raro.
“Le ha viste davvero?” chiede. “Sono di Tangeri. Un regalo di mio marito. Fu… uno dei nostri
ultimi viaggi.”
La ragazza non risponde, ma inclina il corpo verso di lei, come a dire: racconti, se vuole.
Agnese guarda davanti a sé. Non negli occhi, ma verso il vuoto pieno del salone.
“Era un congresso medico, la solita scusa. Ma io sapevo che voleva farmi una sorpresa. Mi aveva
fatto cucire un abito, bianco con dei fiori blu, come quelli che crescono solo lì, sulle scogliere… e
una sera mi disse: ‘Vestiti bene. Stasera ceniamo tra le dune’. Non so se era amore. Ma era bellezza.
E certe bellezze ti tengono in vita più a lungo di qualsiasi medicina.”
Le parole cadono morbide, come se fossero state a lungo tenute in tasca.
Il phon si spegne per un istante. Una ciocca viene arrotolata sul bigodino con cura. Da fuori arriva
una voce che chiama un bambino. Poi tutto riprende.
Lia abbassa gli occhi. Pensa a quelle pagine patinate. Al sole che batte su corpi che non sudano mai.
Ma quel racconto — così vero, così presente — le sembra molto più vicino del mare di Malibù o dei
cocktail serviti in noci di cocco.
“Lo sa,” dice piano, “che a guardarla sembra ancora di vederlo? Come se fosse lì, dietro di lei.”
Agnese sorride. Non ringrazia. Ma si sistema il cappotto sulle ginocchia, con un gesto di chi si
prepara all’attesa. E forse, anche alla piega.
Una delle ragazze si avvicina, chiamando la giovane con un cenno gentile. “Lia è il tuo turno,” dice.
Lei si alza con garbo, accenna un saluto ad Agnese. Ma prima di allontanarsi si ferma un istante.
“Grazie per aver condiviso quel ricordo.”
Agnese non risponde subito, ripensa a suo marito, a lui che non c’è più. La guarda solo con
un’espressione lieve, quasi intenerita. Poi, quasi sottovoce: “È che certe cose bisogna raccontarle
ogni tanto, per non farle sparire.”
La ragazza attraversa il salone come se le sue scarpe avessero preso peso. Si siede davanti allo
specchio, il collo reclinato all’indietro mentre l’acqua calda le scivola tra i capelli, tra i pensieri.
Chiude gli occhi, vede la signora Agnese con suo marito e un tramonto sul deserto.
Il lavatesta è un momento sospeso. Le mani della ragazza che lava sono attente, delicate. Si parla
poco. Solo frasi brevi: “Fa troppo caldo?” “Va bene così?” Ma tutto il resto — il rumore ovattato
dell’acqua, il profumo, il tempo che sembra allungarsi — è silenzio.

Nei pensieri riaffiorano insistenti le immagini: l’abito bianco con i fiori blu, le dune, un uomo che
regala una sera e un vestito. Si chiede se sia più difficile amare o ricordare. E se valga la pena di
partire, anche solo per avere qualcosa da raccontare a se stessi, un giorno.
Quando torna al posto per la piega, Agnese non c’è più. Il posto accanto è vuoto, ma ha lasciato un
profumo dolce nell’aria, qualcosa di cipriato e lontano.
Sopra la rivista rimasta sul tavolino c’è un bigliettino piegato in due.
La giovane lo apre, con curiosità e un filo d’emozione.
C’era vento quella sera. Il vestito mi svolazzava tutto intorno. E io ridevo, perché per un momento
mi ero dimenticata di essere adulta. Non dimenticarti mai di ridere così.
Lia lo tiene tra le dita, senza sapere se metterlo in borsa o tra le pagine della rivista. Poi lo appoggia
sulla gamba, mentre il phon riprende il suo canto sommesso e le ciocche cominciano a modellarsi
sotto le mani esperte.
La piega prende forma, ma qualcosa dentro si è già mosso.

Maria Carmela Brandi

4 pensieri su “MARIA CARMELA BRANDI: “La Piega”


  1. Una lettura morbida e carezzevole, tra ricordi, profumi e una curiosità delicata. Un tempo lontano, sospeso nella memoria, che ritorna vivo per non dimenticare. Brava Maria Carmela.


    • Grazie di cuore Elena per aver colto l’essenza di questo racconto. Sto scoprendo, passo dopo passo, la mia voce, uno stile intimo che parte dalla semplicità delle persone, dei luoghi, delle emozioni che vivono intorno a me. Le tue parole me lo confermano e mi danno molta forza per continuare a raccontare. Grazie ancora cara amica


    • Carissimo Biagio onorata, magari ci sentiamo in privato e ci accordiamo.
      Un caro saluto
      Maria Carmela Brandi

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