Capitolo 6: “KIMILELA: Sioux (Farfalla)”

Canada meridionale

Claudio mi ha dato appuntamento a Piazza dell’Orologio al bar del nostro primo incontro. Sono arrivata in anticipo, è un caldo pomeriggio di marzo. Sono venuta a piedi. Lungo il tragitto ho respirato l’aria primaverile di Roma, che ha conciliato la preparazione all’incontro.

Intanto scelgo il tavolino sempre un po’ isolato per poter parlare liberamente e senza interruzioni.

Claudio arriva puntuale, mi viene incontro e mi ruba lo sguardo, anche se cerca di mantenere le distanze appare emozionato, mi prende le mani, mi tira a sé, mi stringe forte. Mi accompagna alla sedia, è apparentemente interessato a pormi domande e a chiarire quanto avvenuto l’ultima volta a casa mia. Al telefono mi ha anticipato che vorrebbe chiedermi dei consigli su un progetto di lavoro e mi vuole raccontare come sono andate le cose con il suo amico, l’uomo delle “visioni”.

Siamo uno di fronte all’altra seduti al tavolino del bar, abbiamo ordinato due caffè mentre parliamo, vedo un’immagine di una giovane donna, è una giovane sioux in groppa ad un cavallo guidato da un ragazzo dalle spalle robuste, le braccia muscolose, la pelle olivastra, sul bicipite destro una fascia stretta di pelle nera, la testa è rasata.

La ragazza si tiene stretta ai fianchi del ragazzo, è molto bella, il viso da bambina innocente, è pensierosa.

Ha gli occhi grandi ben definiti, capelli lunghi neri, sciolti posti in avanti sul petto, intorno alle tempie un laccio di pelle marrone al quale è fissata una piuma bianca e nera di aquila.

I due sul cavallo bianco e beige, anch’esso muscoloso e possente, stanno attraversando un luogo privo di vegetazione, sembra deserto, ci sono delle grandi rocce intorno, fa molto caldo, il sole splende alto in cielo e all’orizzonte si perde un infinito misterioso.

            Inizio a sentire i pensieri e le sensazioni della ragazza, per un attimo il presente svanisce e io e Claudio siamo proiettati in un’altra dimensione e in un altro tempo.

            Inizio a raccontare e a descrivergli, la scena che ho davanti agli occhi dei due giovani e gli insinuo che i due siamo noi in un tempo antico.

            In un primo momento Claudio è confuso e si mostra incredulo alle mie parole, poi come è nella sua natura vuole ascoltare, si incuriosisce ed allora si lascia andare al suono delle mie parole e così io divento Shahrazad e lui il sultano.

KIMIMELA e ENAPAY

Riprendo il racconto, Claudio mi fissa come se volesse collegarsi ai miei pensieri e assistere come spettatore alla scena che sto descrivendo, gli dico che la ragazza si chiama KIMIMELA è una Sioux, il suo nome significa “farfalla”, il giovane si chiama ENAPAY che in lingua nativa allude al carattere di un uomo “senza paura”, siamo nel Canada meridionale, in un luogo isolato, pochi alberi e tutt’intorno rocce.

Sento la forza delle braccia di KIMIMELA che si stringe a ENAPAY, che tiene, deciso, le briglie del cavallo e lo sguardo dritto in avanti.

La fanciulla non riesce ad immaginare cosa le potrà accadere o cosa l’attenda, non è triste né preoccupata, ma è molto curiosa, osserva attentamente intorno, cerca particolari familiari, ma non scorge nulla che le faccia pensare ad un albero o roccia che possa riconoscere.

Porta la mano sulla piuma legata al laccio che le cinge la testa, accarezzandola, è il suo porta fortuna, per un attimo le viene in mente l’aquila da cui proviene.

Volteggia in alto nel cielo azzurro, forte, severa e sicura, gli occhi, dal colore giallo oro, attenti ad individuare possibili prede.

 Il suo popolo aveva in grande considerazione questo uccello e le sue piume. Nelle credenze religiose erano associate ai raggi del sole, all’energia irradiata dal Grande Spirito e al loro potere protettivo sui guerrieri che ne decoravano i loro copricapo e più ne erano adorni, più era grande il loro valore e l’onore.

KIMIMELA viene riportata alla realtà dalla luce del sole e dal forte calore, la mano che prima accarezzava la piuma ora è sulle spalle di ENAPAY, si stringe forte a lui, gli chiede se manchi tanto al villaggio delle donne anziane, lui risponde che sono vicini e che non deve temere nulla.

Lui l’ha scelta, ora lei deve prepararsi, sarà la compagna, la moglie, la consigliera e l’amante, sarà per sempre lei e ne dovrà essere degna. Le donne anziane penseranno, le insegneranno tutto quello che si addice alla moglie di un capo.

ENAPAY era stato indicato come il futuro capo del villaggio, ma il suo ruolo sarebbe stato ancora più importante, avrebbe dovuto governare più tribù che appartenevano al ceppo dei Sioux.

Si era svolto un convegno dei capi di tutti villaggi Sioux ed era stato indicato come il “prescelto”, il significato del suo nome: “senza paura”, esprimeva la qualità fondamentale che doveva possedere chi ricoprisse un ruolo così importante.

Sin da bambino aveva messo in evidenza doti sciamaniche e divinatorie, riusciva a collegarsi all’anima profonda della terra, degli alberi e degli animali, veniva soprannominato “aquila del sole”, perché ne rispecchiava il carattere fermo e deciso, ma soprattutto, come ad un’aquila, non sfuggiva niente. ENAPAY dimostrava di essere anche, molto comprensivo e tollerante, sembrava avere talvolta, una dolcezza femminile.

Tutte queste caratteristiche avevano colpito gli illustri guerrieri delle altre tribù, che avevano necessità ad individuare un futuro capo che unisse tutti i Clan Sioux. Il futuro si prospettava difficile per l’avanzare del popolo dei bianchi nei loro territori, così come era stato previsto dagli sciamani dei diversi villaggi.

Claudio segue il mio racconto con attenzione, vorrebbe farmi delle domande, ma si trattiene, sembra riconoscersi nel carattere del ragazzo.

Spiego che riesco a sentire anche i pensieri di ENAPAY. Il giovane aveva notato KIMIMELA durante la sua cerimonia dell’“Išnati awicalowan “, la festa delle prime mestruazioni, era questo un momento molto importante per tutte le bambine native, si celebrava il passaggio dall’infanzia alla pubertà.

Alla festa partecipava tutto il villaggio, il rituale sacro era scandito da momenti di delirio generale in cui la fanciulla veniva avvicinata allo spirito della Grande Madre e alla sua intima natura femminile.

La cerimonia era officiata dallo sciamano del villaggio, un anziano uomo dalla fisicità imponente, il viso lungo, il naso grande, la fronte alta contornata dai lunghi capelli bianchi, tirati indietro.

Ma il particolare che spiccava in volto erano i suoi occhi ipnotici, le pupille così nere che inghiottivano chiunque incrociasse il suo sguardo.

Il ragazzo porta il pensiero alla scena in cui il vecchio dà inizio al rito, ad un certo punto accende la pipa delle cerimonie e indossa un teschio di bufalo decorato e ad alta voce indica alla ragazza i suoi doveri da squaw.

Allora nel silenzio generale davanti al fuoco sacro con le braccia al cielo pronuncia come in una formula magica, queste parole:

«dovrai essere sempre operosa come il ragno, silenziosa come la tartaruga e allegra come l’allodola!»

ENAPAY ricordava l’espressione di spavento misto a curiosità e talvolta di sgomento della ragazza, come se ad ogni parola dello sciamano lei volesse essere inghiottita dalla terra. I suoi occhi sembrava riflettessero, con una certa nostalgia, le immagini dei giochi di bambina.

 Ma ciò che lo aveva turbato di più era stato quando l’anziano descriveva alla ragazza gli effetti della lascivia, mimando l’accoppiamento della bufala col toro nel periodo della monta, scena che i bambini Indiani conoscevano bene, perché vivevano in stretto contatto con gli animali.

La madre di KIMIMELA le sta accanto mentre tutto il villaggio resta immerso in uno strano silenzio, si leva dalle tapee solo la voce dell’anziano sciamano e tutti ancora in cerchio ad assistere alla scena che talvolta diventa grottesca.

ENAPAI si fa largo e si porta avanti a tutti, anche se ancora molto giovane ha un corpo agile, lunghe gambe, i muscoli del torace e delle braccia forti, era uno fra i più corpulenti dei ragazzi.

Lo sguardo è fisso sulla fanciulla che fa fatica a resistere alla forza bestiale del vecchio che continua una bizzarra danza intorno a lei. 

La fanciulla alla fine della cerimonia avrebbe dovuto comprendere il suo grande potere sessuale e l’importanza spirituale del concepimento, le gesta dello sciamano le avrebbero dovuto ricordare, poi di non concedersi ad accoppiamenti selvaggi e animalesche.

La cerimonia continua, il giovane osserva ogni scena e vorrebbe accorrere, perché si sente attratto dalla bellezza della fanciulla che mostra una strana trasformazione fisica: i tratti del viso da bambina assumono le sembianze di una donna sensuale e avvenente, soprattutto dopo la strana danza praticata dal vecchio intorno a lei.

L’uomo prosegue le pratiche magiche.

KIMIMELA lascia gli abiti da fanciulla aiutata dalle donne anziane che le stanno accanto, il suo corpo sinuoso e armonico viene vestito da una sorta di tunica ricamata di perline. È questo il segno del passaggio all’età della pubertà. Le donne acconciano i capelli della ragazza tagliandole la frangetta, una di loro le dipinge una striscia sulla fronte ed in fine le sciolgono i lunghi capelli neri e lucidi.

In questo momento il giovane comprende che lei sarà sua, il rito si conclude quando la madre della fanciulla va a prendere il fagotto delle mestruazioni che aveva nascosto nel prugno e lo sotterra davanti al tepee.

Solo a questo punto la celebrazione è finita.

Le donne esplodono in chiassose grida di gioia così la tribù inizia a festeggiare la ragazza.

Claudio è sorpreso della precisione della mia descrizione e dice:

«Continua! Come va a finire la storia dei due ragazzi, ENAPAY diventerà il capo e lei? Raccontami di lei!»

Claudio diventa il mio scrigno segreto, i momenti insieme intorno a quel tavolino e a quel caffè, diventano, il nostro angolo magico, l’angolo in cui esprimiamo i nostri desideri, descriviamo i nostri sogni, proprio attraverso quelle storie, cerchiamo insieme di interpretare la realtà che ci circonda, quella dei nostri giorni di ora, delle nostre vite separate, ecco riusciamo a far diventare quei desideri una nuova realtà piena di sorprese e delle grandi scoperte.

È proprio in questo momento che la nostra storia si trasforma: diventerò per claudio i suoi altri occhi.

Aspettano I Sogni

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Elena Dreoni.

Non è un tempo buono per i sogni.
Traditi e delusi
son rinchiusi nel fondo di un cassetto.
Un velo di tristezza li tiene insieme.
Tacciono e aspettano.
Non sanno fuggire via.
E aspettano.
Aspettano un giorno di sole e d’allegria.
Aspettano un sorriso per fare capolino.
Aspettano che la chiave sfugga di mano
al guardiano che li imprigiona.
Aspettano domani
che non può più tardare.

Gli amici di Civitavecchia ci hanno accolto con grande entusiasmo. Il progetto artistico e sociale della nostra Comunity ha trovato il favore di quanti ieri sera sono intervenuti alla presentazione del libro di Mille piroette-I diversi volti dell’arte.
Io, Ivana e Nerina ringraziamo di vero cuore la nostra amica e artista Ombretta Del Monte per aver parlato del blog e di aver dialogato con noi e con il pubblico presente.
Grazie anche allo staff di Re-Cycle via Monte Grappa 2 di Civitavecchia.

Le Ore

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Marinella Pucci.

Giornate lunghe ed interminabili.
Giornate intense volate via troppo presto.

A volte le ore scorrono lasciando la sensazione
di un tempo che gioca a nascondino.

L’orologio a pendolo scandisce le ore,
oscillando una volta verso destra e una verso sinistra.

Se ti fermi a guardare riesce ad ipnotizzare,
finalmente a calmare una mente che vaga,
più veloce di quell’oscillare regolare di un orologio.

Lui non ha coscienza, non si ferma ad allungare i momenti che vorresti eterni.

Lui non sa, non conosce il dolore che si prova nel vedere svanire momenti felici ormai passati che non tornano più.

Lui non sa accelerare il suo moto quando vorresti che tutto passi il prima possibile.

In questo suo scandire le ore risulta giusto.

Non c’è sconto o favoritismo.
Lui no, non si corrompe.

Tic-tac.
tic-tac.

Fino all’ultimo respiro.
Il tuo.

Il Gorilla

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Elena Dreoni.

Ecco, la notte è sparita e quel sole che ormai io odio è di nuovo lassù e mi tormenterà fino a che, soddisfatto, andrà a cercare qualcun altro da colpire con le sue ossessioni. Un’altra giornata noiosa, stronza, uguale alle altre… inutile.
Ancora tutto è silenzio, ma tra un po’ verranno a pulire le gabbie e a portarci da mangiare, eppure, in tutto questo vegetare, mi riaffiorano alla memoria delle sensazioni vaghe, lontane. Sensazioni legate a odori, a rumori che mi riportano immagini sfocate del mio branco che viveva nel cuore della foresta e sento allora nascere una rabbia e un bisogno di scappare via e non vedere più tutte quelle facce che ogni giorno si fermano davanti a queste sbarre e mi guardano, mi guardano e mangiano noccioline, aspettando che io mi muova per poter ridere, darsi di gomito, e farmi le boccacce. Che ebeti!
Così lancio loro sputi grossi come noci, ma quelli ridono e il mio disprezzo diventa ancora una volta fonte di divertimento. Non posso lottare contro quello che loro vogliono da me eppure, proprio quando sto per essere sopraffatto, la voce ritorna ed è come se mi sentissi scuotere, se sentissi il sangue scorrere come un fiume in piena nelle mie vene. Quella voce amica e nemica, che è l’unica cosa ormai a farmi sperare di trovare una via d’uscita a questa esistenza ridicola, comincia piano piano a parlarmi: “Sono anni che sei lì, rinchiuso dietro a quelle sbarre, ma dove hai messo la tua aggressività, la tua fierezza? Guarda che più che un fiero Gorilla sembri uno di quei pupazzoni che nelle macchinette del tiro a segno vanno avanti e indietro finché qualcuno non gli spara. Avanti, alzati! Vai fuori e costringi tutti a capire che tu ci sei e che il tuo urlo li può fare ancora scappare!”.
La voce non sa che questa è una gabbia e io non sono forte abbastanza per abbattere le sbarre. “Non mentire a te stesso. Prima di tutto, cerca dove hai nascosto i brandelli di te, – mi ossessiona sempre – ricomponili decentemente dentro di te. Sollecita la memoria delle tue origini, il tuo orgoglio e non dirmi che li hai persi perché io so bene che li hai nascosti dietro la paura, e questo l’hai fatto così bene che ormai pensi proprio non t’appartengono più. Ma tu sei un animale da rispettare, uno di quelli che fanno PAURA e hai dei doveri ben precisi verso te stesso e la tua razza”. Ti prego non dire queste cose, chiedo pietosamente, ma quella insiste: “Te lo ripeterò fino a che non uscirai da quella misera gabbia che non si addice tuo rango e tornerai ad essere il GORILLA”.
Meno male, tace un po’, ma il senso di soffocamento che mi chiude la gola, quello sembra aumentare. Devo fare qualcosa. Devo, devo, devo, perché lo so che ha ragione anche se non voglio dargliela, e poi ho scoperto che l’orgoglio e la memoria delle mie origini, di cui mi parla, fanno profondamente parte di me e mi danno una forza alle braccia e alle gambe che avevo dimenticato di avere, mentre sento più forte la smania di non essere più simile a un pupazzone.
Oggi non voglio dormire e se vogliono spettacolo lo avranno, questa vita così non ha un senso e, quando tutti saranno lì davanti a me, con quel sorriso da ebeti, tornerò ad essere me stesso e strapperò via questa ridicola veste che mi hanno cucito addosso.
“Coraggio! Vedi che io sono la tua vera linfa vitale, ogni essere nasce libero ed ogni essere cerca di imprigionare i propri simili”. Forse non sei mio nemico an-che se quello che dici mi fa male. “Certo che non sono tuo nemico, ora tu sai di avere ancora forza, sai che la paura non è una corazza, quindi vai perché tu sei libero”.
Eccoli, mi fissano tutti e cominciano a ridere, so che le sbarre sono più deboli verso il centro alla mia sinistra. AAAAAHHHHHHHOOOOOOOHHHHHHHHH!
I quotidiani, il giorno dopo, riportavano i1 fatto nella pagina della cronaca: «Gorilla impazzito si scaglia contro le sbarre della sua gabbia riuscendo ad abbatterne tre. Panico tra i presenti che sono rimasti terrorizzati dall’urlo dell’animale e dalle sbarre stesse che si sono abbattute su quelli che occupavano le prime file. Quattro persone hanno riportato ferite gravi. La Direzione dello zoo ha aperto un’inchiesta per stabilire eventuali responsabilità».
Gli inservienti, pulendo la gabbia e il sangue rappreso, misto alle noccioline sparse per terra, commentavano. «Ammazzelo quanto ha urlato! Pareva che continuasse puro dopo che era stramazzato morto per terra in tutto quer sangue. Dicevamo che era un farlocco, se faceva fa’ tutto, sembrava che nun je fregasse gnente, je bastava de magna e dormi e invece, sarvognuno, me pareva de sta drento la foresta. Senti ste sbarre guanto peseno: n’ha sbracate tre co’ la capoccia. È proprio vero: dell’animali nun te poi mai fida’ perché c’hanno sempre, come se dice, l’istinto primitivo, però in fonno me dispiace perché era proprio simpatico, sputava, dormiva e magnava».