Capitolo 8

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

MARIO
Sono diventato nonno da parte di Fabio, la famiglia cresce, ora anche Luigi è fidanzato, sto abbandonando la terra ormai coltivo solo quello che ci serve per vivere, sono stanco, mi vorrei riposare, e poi oggi ci mancava la chiamata di Francesca, vuole venire nel paese e mi ha chiesto una stanza dove poter soggiornare per la settimana che si vuole fermare.
Le ho risposto che la casa non è disponibile, una parte l’ho data a Fabio che ora ha un bambino, l’altra ala l’ho destinata a Luigi che sicuramente vorrà sposarsi come il fratello e mettere su famiglia.
Come le ho detto che non potevo ospitarla è diventata una furia, accusandomi di ladrocinio, come se non avessi fatto tanti sacrifici per avere questa casa, che se anche è spaziosa e ha tante stanze serve per la mia famiglia.

FRANCESCA
Mio fratello Mario diventa sempre più insopportabile, con Stefano avevamo deciso di andare a trovare i suoi parenti che abitano accanto al paese della mia nascita, pertanto ho chiamato Mario dicendogli che sarei venuta per una settimana, e che avrei gradito dormire nella casa dei nostri genitori, visto che non mi posso permettere un albergo
Mi ha risposto che lui non poteva ospitarmi, la casa era occupata dai suoi figli, e dovevo arrangiarmi in un altro modo.
Non ci ho visto più dalla rabbia, gli ho gridato per telefono che era un ladro, che si era appropriato dei beni dei nostri genitori e da questo momento avrei combattuto per avere ciò che mi appartiene per il bene dei miei figli.

PAOLA
Mi hanno riferito che Francesca voleva andare al paese a trovare i parenti di Stefano, e aveva chiesto la casa a Paolo, ma lui le ha risposto picche.
Posso solo immaginare la rabbia di Francesca.

MARIO
La mia bambina più piccola Stella, ha espresso il desiderio di andare a scuola, è molto intelligente, non ho dato a nessuno dei miei figli questo sfizio, ma con lei non riesco ad essere duro, in fondo le cose stanno cambiando anche in questo paese dimenticato da Dio.
La mia famiglia sta crescendo, io non ho più la forza di lavorare nei campi e nella vigna, ora ci vanno i miei due figli maschi che però devono pensare anche alla loro famiglia, Maria è ormai una signorina anche lei, aiuta molto la mamma nelle faccende, va bene così, non vorrei mi venisse a dire che vuole sposarsi, dovrei preparare il corredo e il denaro necessario per il matrimonio.
Non è che non voglia ma se penso a quanti soldi sprecati mi prende un colpo.
Eppoi c’è sempre Francesca che quando meno te lo aspetti, mi chiama e ha delle pretese. ma io sono un duro non cederò di certo.

FRANCESCA
Oggi affacciandomi alla finestra mentre sciorinavo il bucato, ho visto i miei ragazzi giocare nel cortile, mi sono resa conto di quanto erano cresciuti, ho visto i loro pantaloncini sempre più corti, sono tutti sani è una bella soddisfazione vederli crescere così.
Anche la bambina Marina cresce a vista d’occhio, con lei mi sbizzarrisco a metterle dei bei vestitini da femminuccia, ma per la miseria, non c’è verso di tenerla in ordine e pulita, mi sembra quasi di avere quattro maschi, gioca sempre con loro anche se si picchiano lei è la peggiore, ha un carattere di ferro.
Ammetto che io non sono tenera, sto educando questi ragazzi con il pungo di ferro, ma lei è capace di sfidarmi ogni volta, non so se usare la cinghia o le buone maniere.
Marina si scioglie solo con il padre che stravede per lei, allora la vedi che diventa femmina, fa due moine, due smorfie e Stefano cade ai suoi piedi.
Mi farà disperare!

PAOLA
Avevo voglia di tornare al mio paese, sono andata ma non ho chiesto ospitalità a Mario, tanto lo so che non mi avrebbe accolta, ricordando la risposta che aveva dato a Francesca.
Il paese sta cambiando, dove una volta era desolato, ora vedi frotte di turisti che si recano al mare, in fondo abbiamo un mare cristallino proprio a due passi dal paese.
Mio marito Sergio, non ha fatto che criticare le giovani donne che passavano per la piazza del paese, ma si sa lui è rimasto indietro con i tempi, e non accetta che ci sia questo cambiamento, che sta accadendo in tutto il mondo, siamo negli anni 60, tutto cambia meno che lui e mio fratello.
volevo andare a trovarlo, ma la paura di essere accolta in malo modo mi ha frenata.
Le mie figlie non sono venute con noi ormai sono grandi e indipendenti, e non amano questo paese, il mio paese.

Capitolo 7: “Una Cena Perfetta”

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

Serena continuò per almeno dieci minuti a guardare di tanto in tanto quell’essere indefinibile, completamente immerso in una bacinella piena d’acqua, nel lavandino della sua cucina.
Stava lì, quasi rannicchiato in posizione fetale, per un attimo le sembrò davvero un feto immerso nel liquido amniotico.
Una serie di domande, in quel momento per lei di massima importanza, le si affollarono nella mente. Cosa ne doveva fare? Come era venuto in mente a suo marito di accettarlo e di invitare a cena chi glielo aveva regalato? Non conosceva ancora le sue debolezze, dopo due anni di matrimonio?
L’essere sembrava guardarla in modo freddo e distaccato, con quel suo occhio ormai privo di palpebre. Poi le sembrò di vedere uno sguardo di accusa.
“Non è colpa mia” gli disse dispiaciuta “se fosse per me staresti ancora a brucare il trifoglio”.
Serena adorava mangiare i cosciotti e il petto cucinati alla cacciatora, ma lì, tutto intero, nella sua tragica e grottesca situazione, sembrava rinfacciarle la sua tragedia senza scampo.
Le lontane origini contadine di Serena in quel momento non avevano alcun effetto su di lei, prevaleva invece la parte cittadina e schizzinosa, ereditata da suo nonno materno. Quello che aveva davanti non era un pezzo di carne da cucinare, ma il cadavere scuoiato di un coniglio.
“Potrei cucinarlo intero, così non sarei costretta a smembrarlo, ripieno con patate, olive nere e finocchio selvatico, alla viterbese, come lo fa nonna, ma dove trovo adesso il finocchio selvatico?
Optò allora per la ricetta alla cacciatora, una sua specialità, ma il coniglio in quelle occasioni lo comprava già a pezzi e il non vederlo intero metteva a tacere la sua vigliacca coscienza animalista, come se quelle coscette o quei pezzi di petto non fossero mai appartenuti a nessuno.
Pensò di farsi aiutare da sua nonna, ma si vergognò, la richiesta avrebbe dato un duro colpo al suo voler apparire una cuoca provetta.
“Basta adesso! Smettila!”. Indossò i guanti di lattice, tirò fuori il povero coniglio dal suo liquido amniotico, lo adagiò su un grosso tagliere, si mise davanti al tavolo della cucina e la mannaia colpì. Staccò per prima la testa, da buttare, poi, ad una ad una, le varie parti del corpo. Solo allo stacco della testa emise un piccolo grido, per darsi coraggio, poi il resto venne da sé.
Quella sera a cena il coniglio fu uno dei piatti forti, con il suo intingolo di olive, salvia, capperi e quel leggero sentore di vino e aceto. Serena lo portò in tavola su di un bel vassoio di acciaio e lo servì ai suoi commensali, ma quando fu il momento di metterlo nel suo piatto disse che non aveva molta fame e passò direttamente al contorno di carciofi fritti alla romana.

Capitolo 7

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

MARIO
E si Fabio è innamorato, la ragazza la conosco è una brava figliuola, solo che se lui va via mi rimane solo un figlio per aiutarmi nei campi.
Sto pensando anche di lasciargli una parte della casa dei miei genitori, se vuole mettere su famiglia, lo aiuterò come posso.
In fondo le mie sorelle hanno capito che con me non c’è trippa per gatti e non si sono più fatte sentire per reclamare “la roba” e comunque avrei fatto quello che ritengo giusto per me.

FRANCESCA
Mi sono giunte voci dal paese, che Mario ha dato una parte della casa dei nostri genitori al figlio maggiore Fabio.
Non si è curato nemmeno di avvertire me e mia sorella Paola, come se non esistessimo, e non avessimo nessun diritto
PAOLA
Mi ha chiamato Francesca, quando lei chiama è per lamentarsi di qualcosa, ma questa volta aveva ragione, mi ha messo al corrente che Paolo infischiandosene di noi ha dato una parte della casa al figlio Fabio che vuole sposarsi,
Era furiosa, lo sono anch’io ma non me la prendo più di tanto, lo so che Mario è sempre stato un despota.
Da una parte penso alle mie figlie dall’altra non voglio litigar con nessuno, poi Sergio se sente parlare della mia famiglia…lasciamo perdere…io sto qui buona buona vedrò come si comporta Francesca

MARIO
Oggi si è sposato Fabio sono contento spero facciano figli maschi, anche se ultimamente le cose sono cambiate, i giovani fanno sempre meno figli, dicono che costano troppo, ai miei tempi queste cose nemmeno ci passavano per la testa.
Sono sempre più stanco la terra mi toglie tutte le forze, a volte mi porto sui campi Stella, non certo per farla lavorare, io l’adoro, ma per viziarla e stare con lei quando nessuno mi vede, mi sento in imbarazzo se mi vedono giocare con lei, invece quando siamo nei campi riesco anche a rotolarmi sull’erba con lei, è un amore è bella e simpatica, sarà la mia gioia.

FRANCESCA
Avrei voluto una sorella più decisa, Fabio mio nipote si è sposato e suo padre non si è nemmeno degnato di chiamarci per il matrimonio, è proprio uno zotico, Paola poi piagnucola quando le dico le cose come stanno.
Vorrei tornare al paese per reclamare quello che ci appartiene ma con una sorella cosi vigliacca mi riesce difficile lottare, a parte che sono talmente stanca, con quattro figli e una casa da mandare avanti è veramente dura, con un marito che di casa se ne infischia, i figli sono per lui solo un passatempo, con la piccola è diverso, anche se lei è indemoniata, lui quando la vede non riesce ad ignorarla ci gioca l’abbraccia, la porta a spasso, certo bella è bella, è una miniatura tutti ci fermano per strada per farci i complimenti, peccato che non sta ferma un minuto.

PAOLA
Mi è giunta voce che Fabio si è sposato, Mario non si è degnato di chiamarci per farcelo sapere, l’ho saputo da una vecchia conoscente del paese, e da Francesca, che sa sempre tutto, chissà come fa, visto che ha poco tempo con quattro figli da crescere.
Io al matrimonio di mio nipote sarei andata, ma non so perché Mario non ci ha avvertiti, forse aveva paura di dover di nuovo parlare della “roba” dei nostri genitori, o forse aveva paura di doverci ospitare visto che non abbiamo nemmeno più un posto dove pernottare, incredibile, tornare al paese e non sapere dove andare, questo fratello è assurdo, ha ragione Francesca.

Capitolo 6: “Sorelle”

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

La sera prima del matrimonio di Serena, Anna venne a casa con suo marito per quello che doveva essere un festeggiamento ed un saluto per la futura sposa. Cenarono tutti insieme, Serena era molto emozionata quella sera, l’aspettava una nuova vita.
Dopo cena andò in bagno per raccogliere le cose che doveva portarsi via per il viaggio di nozze. Poco dopo entrò sua sorella Anna e le chiese cosa stesse facendo. Serena le fece vedere soddisfatta i nuovi trucchi che si era comprata per l’occasione.
Anna guardò gli ombretti e disse con voce già un po’ alterata: “Ma sono della Chanel! Una marca costosissima!”
Serena le rispose: “Si in effetti…ma sai, per il matrimonio non ho voluto badare a spese”.
Anna cominciò ad alzare il tono della voce: “Ma ti sembra il caso di spendere così tanto per degli ombretti?!”
Serena le disse: “Non è una cifra assurda, non sai neanche quanto costano in realtà, e poi comunque li ho pagati con i miei soldi”.
Anna continuò ad inveire su quegli ombretti, aveva gli occhi dilatati ed il viso sformato dalla rabbia, sembrava una pazza.
Serena era ammutolita, non poteva credere a quello a cui stava assistendo. Capì che non c’era risposta da darle. Sua sorella aveva solo voglia di aggredirla. Gli ombretti erano stati una scusa. Serena capì che sua sorella la detestava.
Anna fece per uscire dal bagno, aveva gli occhi ancora sgranati ed il viso alterato.
Serena per un attimo ebbe il solito istinto, ormai consolidato in lei, di sopportare e lasciarla andare senza dire niente. Ma la vita diversa che l’aspettava era come se in qualche modo fosse già calata in lei, si sentì protetta da quella nuova vita. E reagì.
“Che problemi hai?” le disse a voce alta, mentre Anna stava uscendo dal bagno.
Anna tornò indietro, con lo sguardo un po’ sorpreso. Non era abituata a una reazione di sua sorella: “Che problemi dovrei avere, secondo te?”
“Il problema di volermi rovinare la serata. Lo sai che domani mi sposo? Domani mi sposo! E tu non hai altro da dirmi?” Serena sentì che stavano rompendosi gli argini dentro di lei, ne ebbe quasi paura.
“Guarda che si sposano tutti, anche io mi sono sposata, non è mica l’avvenimento dell’anno il tuo matrimonio” il sorrisetto sul viso di Anna combaciava col suo tono sarcastico.
“Certo, cercare di sminuire tutto ciò che riguarda me è la tua specialità. Lo hai sempre fatto. Ti ripeto la domanda: che problemi hai?”
“Io nessuno, forse tu ne hai”
“Invece ce l’hai, altrimenti non ti comporteresti così. Dovresti essere felice del mio matrimonio, invece cerchi di rovinarmi la serata. Ti dispiace forse che non sei la prima donna in questi giorni? Non ti senti in primo piano?”
“Ma tu sei diventata matta”
“Non solo non sono matta, non solo spendo quanto mi pare per quello che mi pare, ma domani sarà il mio matrimonio, tu sarai in secondo piano, e quando tutto sarà finito sarò in un’altra casa dove tu non potrai fare la prima donna viziata.”
“Gelosa?”
“No, non sono mai stata gelosa di te, la primogenita viziata, ma pensavo che fossi capace di farti da parte almeno una volta, invece non ce la fai.”
“Senti, ti stai facendo un film da sola. Primogenita viziata, primato, privilegi…ma di che stai parlando? E ti permetti pure di dire che non sei gelosa?”
“Certo, adori pensare che io sia gelosa. Ti sentiresti sminuita se io non fossi gelosa di te. Ebbene, fattene una ragione, non sono mai stata gelosa di te, i tuoi privilegi in famiglia erano per me normalità, pensavo però che avessi un minimo di affetto nei miei confronti, invece adesso ho capito che non hai neanche quello. Non sai godere della mia felicità, ti disturba.”
“Stai dicendo un mucchio di scemenze” Anna si girò per uscire dal bagno, non sapeva cos’altro dire e tutto sommato aveva raggiunto il suo scopo: aveva rovinato la serata a sua sorella.

Capitolo 5: “Ti Guardo Le Spalle”

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Maria Carmela Brandi.

Penso spesso all’ultimo incontro con Claudio. I giorni trascorrono veloci, la famiglia, il lavoro, gli amici e la scuola di ballo.
Roma non ha un clima molto rigido e i mesi invernali regalano giornate che fanno pensare ad un’eterna primavera: i parchi della città sono sempre fioriti, le strade affollate e la musica fa eco dai locali con i loro tavolini all’aperto.
Passo molto tempo in ufficio, entro la mattina presto ne esco che è buio. Qualche volta mi fermo con Martina per una passeggiata e un aperitivo in centro, abbiamo scoperto un ristorante al Rione Monti che unisce gusti esotici a quelli orientali: Temakinho.
È un posto dove ci divertiamo e ci perdiamo nelle nostre lunghe chiacchierate.
Il Rione Monti ha stradine che si aprono su piccole piazze circondate da palazzetti antichi con le finestre da cui si intravedono i soffitti di legno e vasi di fiori colorati. Verso l’ora dell’aperitivo è sempre pieno di gente che passeggia o che si appresta alle ultime compere prima che chiudano i negozi. Seduti sulla scalinata della Fontana dei Catecumeni di piazza Madonna dei Monti, gruppi di ragazzi che chiacchierano al riverbero degli ultimi raggi di sole, bevendo un drink. Tutto dona a questo quartiere, al centro di Roma, un’atmosfera umana e di altri tempi dove gli elementi moderni sono ospitati con eleganza in angoli rinascimentali.
Ho raccontato a Martina cosa è accaduto durante l’ultimo incontro con Claudio.
Mi ha guardato incredula: “E’ difficile accettare ciò che mi dici, ma ti conosco da sempre e ho fiducia in te. Potrebbe essere un episodio, capita di avere delle percezioni. Ho saputo di altre persone che hanno vissuto la stessa esperienza e letto qualcosa in proposito.”
Martina mi rassicura e mi incoraggia a non farmi condizionare da quanto accaduto.
Le dico che voglio capire cosa sia successo, perché vorrei essere pronta se dovesse riaccadere di vedere qualche immagine che riguarda Claudio.
Negli ultimi tempi guardo spesso il display del telefonino, aspetto una telefonata di Claudio, dall’ultima volta ha diradato le chiamate. Però Mi scrivere spesso messaggi veloci che si risolvono in un saluto o mi manda foto dai luoghi in cui si trova.
Il mio ufficio ha una finestra che affaccia su via Marghera. Dalla scrivania posso perdermi nella lunga prospettiva che segna la strada. Questa posizione mi piace perché dà l’impressione di uno scivolo e di una via di fuga in cui vengono inghiottite le ore di discussioni con i colleghi su questioni di lavoro.
Mi squilla il telefonino è Claudio. Sono contenta, il cuore si riempie:
“Ciao, come stai? Sei in città?”
“Sono rientrato da poco, sto bene! Ti dovevo chiamare! ti dovevo sentire!”
Mi sembra che la sua voce tremi appena.
“Anche io sto bene, ma mi manchi tanto.”
“Ci vedremo presto, ho bisogno di parlare con te!”
La voce calda e rassicurante di Claudio mi ha tranquillizzata, penso che abbia avuto bisogno di tempo per pensare e chiarire a sé stesso ciò che era accaduto l’ultima volta tra noi. Sicuramente mi avrebbe fatto delle domande e avrebbe voluto dei chiarimenti.
Se penso a quando ci siamo salutati, un mese fa sulla porta di casa, i suoi occhi stretti nelle pieghe delle rughe come per scrutare nei miei e cercare di capire cosa mi aspettassi da lui dopo le mie rivelazioni. Nulla mi lasciava la certezza di un suo ritorno.
Ora il tono della sua voce al telefono mi ha incoraggiata ad indagare sul fenomeno di cui ero stata protagonista, su cosa significasse vedere immagini della sua vita di cui ero completamente allo scuro prima di quel momento.
Decido di parlarne con una ragazza che avevo conosciuto qualche tempo prima, sapevo che si interessava di eventi particolari e delle possibilità della mente.
Si chiama Anna, mi è stata presentata da Susi un’amica in comune, le chiedo di vederci, ho bisogno di parlarle. Anna incuriosita mi dà appuntamento per il giorno dopo.
Raggiungo Anna, vive con i suoi due figli, è una donna molto elegante, è laureata in psicologia, ci siamo subito piaciute.
Mentre prepara il caffè, io osservo l’arredamento, ci sono mobili antichi, ma anche moderni, tutto è molto ordinato, nonostante sembrasse che gli oggetti fossero stati lasciati lì a caso.
Anna arriva con un vassoio e dei pasticcini. Apprezzo molto il suo modo di fare, sa di altri tempi.
Si siede, mi chiede di raccontarle tutto, osserva la mia espressione preoccupata e piena di interrogativi.
Inizio a descrivere in modo dettagliato l’episodio con Claudio.
Spiego che continuo ad avere davanti agli occhi, come dei quadri in una galleria, alcuni momenti della vita di lui, che se mi lascio andare al flusso riesco a vedere la sua casa e le persone che incontra. Ma blocco queste immagini, perché è tutto molto reale!
Mi dice:
“Non ti stupire, può accadere, si sono aperti i tuoi canali.”
La guardo:
“Di quali canali parli?”
“Di quelli percettivi, non si tratta, naturalmente dei cinque sensi!”
E continua:
“Ognuno di noi li possiede, molti però per vari motivi istintivamente li tengono chiusi, tu li hai aperti, probabilmente il sentimento che provi per Claudio ha tolto il “tappo”.”
Se prima avevo tante domande, ora si raddoppiano, cerco di ordinarle per ricostruire un discorso che avesse un filo logico, perché continuo a non capire.
Anna pensa che io possieda dei “doni”, mi fa delle domande per individuare nella mia esperienza passata se si fossero verificati episodi di percezioni particolari o di telepatia.
Le dico che questi temi mi hanno interessata da sempre, ma non mi sono mai soffermata su di me e racconto che mi capita spesso di pensare ad una persona che non vedo da tanto e subito dopo si palesa con una telefonata o un incontro casuale.
A proposito di questo, mi viene in mente che appena traferita a Roma per gli studi universitari, ho incontrato per caso delle persone che avevo incontrato in vacanza quando avevo dieci anni e che non vedevo da moltissimo tempo. Avevo sempre pensato che questi incontri fossero incredibili in una città grande come Roma.
All’Università avevo conosciuto una ragazza che per gioco leggeva i “Tarocchi” e che poi aveva insegnato anche a me ad interpretarli, confesso ad Anna che riuscivo abbastanza bene ad inquadrare delle situazioni su cui mi veniva chiesto di indagare. Ma da anni non li avevo più praticati. Era un gioco tra studenti.
Ripenso, poi a mio padre che aveva una particolare sensibilità, riusciva a collegarsi con qualche spirito della natura, dicevo io.
Da piccola avevo assistito più volte ad una sorta di rito, che praticava papà, si trattava di un fenomeno meteorologico: la “Cuda i Sifuni”.
Spiego che si tratta di una espressione dialettale con la quale i pescatori fanno riferimento alle trombe d’aria, tanto temute da chi lavora sui pescherecci.
Capitava che eventi del genere si verificassero all’orizzonte dello specchio di mare su cui dava la nostra casa al paese.
Papà da esperto pescatore non appena scorgeva una sorta di nuvola con una coda e che si avvicinava alla costa, andava in cucina prendeva un coltello dal manico bianco e iniziava a pronunciare delle formule, una sorta di preghiere e miracolosamente la nuvola a forma di imbuto, anziché avanzare, dopo un po’ si disperdeva.
Non so quali poteri potesse possedere papà, ma riusciva a fare questa cosa.
Anna ci pensa un attimo e mi conferma che quelli si potrebbero considerare dei piccoli segni di una mia particolare indole e che probabilmente abbia ereditato dei doni.
Ora è necessario, però capire quali siano le mie reali possibilità, se devo coltivare queste capacità percettive o sia meglio lasciare andare.
Anna mi consiglia, prima di prendere una decisione definitiva, di incontrare una giovane donna di sua conoscenza, Silvia.
Mi confessa: “Sai, anche io ho avuto bisogno di avere delle indicazioni per delle decisioni da prendere su importanti temi della mia vita. Mi sono rivolta a Silvia per un consiglio, è molto brava.”
Le rispondo:
“Legge il futuro?”
Risponde:
“No, legge i messaggi del cuore e dell’anima. Si chiamano “Registri Akashici”.”
Cerco di capire meglio, chiedo che mi spieghi nei particolari, non ne avevo mai sentito parlare.
Lei continua:
“Ti lascio il suo numero di telefono, dille che chiami a nome mio. Tu prepara delle domande da porle e lei con il tuo permesso, chiederà alla tua anima.”
Anna prende le mie mani e rassicurandomi mi dice:
“Sono certa che risolverai e comprenderai cosa ti sta accadendo e perché.”
La saluto, prendo il numero di silvia, la ringrazio per la comprensione e dei consigli, ma confesso mi sentivo più confusa di prima, nello stesso tempo ero determinata a risolvere questa complicata “matassa”.
Il giorno seguente prendo il bigliettino su cui avevo scritto il numero di Silvia, leggo i numeri, mi decido e la chiamo:
“Ciao Silvia non mi conosci, chiamo da parte di Anna, mi ha consigliato di contattarti, pensa che possa aiutarmi, ho delle domande da porti.”
La donna dall’altra parte del telefono mi risponde con gentilezza e comprensione:
“Sono felice di riceverti, anche domani.”
Le sue parole mi rassicurano e poi mi fido di Anna, così accetto.
Preparo le domande su un foglietto, il tema principale è cercare di esplorare il mio carattere e sul perché incappassi sempre negli stessi errori o incontrassi la stessa tipologia di persone che poi mi creavano dei problemi e sofferenze. Ma quello che volevo scoprire con lei era dare una spiegazione alle immagini che vedevo.
Sto in macchina e mi sto dirigendo all’indirizzo che Silvia mi ha dettato al telefono, mentre guido, percepisco una figura di una giovane donna dai capelli rossicci, una fisionomia di altri tempi, un sorriso solare.
Ancora una volta, cerco di non fare troppo caso a questa impressione e penso alla strada e al traffico della città. Un acquazzone accompagna il tragitto.
Arrivo sotto casa di Silvia, citofono e mi risponde una voce di donna squillante e allegra, mi indica la scala e il piano.
Salgo e con mia grande sorpresa Silvia è la donna di cui avevo visto il viso prima in macchina.
Faccio finta di niente, la saluto, le porgo una piantina che ho preso per lei per ringraziarla del solerte appuntamento, sapevo che di solito per averlo bisognava attendere un po’ di giorni.
Mi fa accomodare in un salottino. Tutto in casa era come lei, allegro e pieno di colore, le faccio i complimenti per l’arredamento, mi accomodo sul divano. Mi offre del tè e mi chiede di farle vedere le domande.
Mi spiega cosa farà.
Ha bisogno di un po’ di tempo per prepararsi, passa in esame il foglio, mi fa intendere che sono riuscita a formularle nel modo giusto, mi racconta dei “Registri Akashici”, una grande fonte di conoscenza cosmica, ascolto con attenzione, ma so che mi devo documentare meglio per comprendere il significato di quello che mi dice.
Mi lascia da sola e si conceda per un po’. Continuo a pensare a tutta la situazione, non è facile per me vivere questa esperienza.
Silvia ritorna nel salottino e inizia a scrivere su un foglio le risposte alle domande che ho posto.
Dopo legge ad alta voce il testo, presto attenzione alle sue parole e trovo impressionante quanto le risposte alle domande siano precise e molto vicine alla realtà, una cosa mi lasciava senza parole: avevo la conferma che potevo sentire e percepire, se solo mi fossi abbandonata alla voce della mia anima, avrei potuto ascoltare parole e vedere immagini che normalmente altri non potevano.
Questa possibilità non potevo utilizzarla per me stessa, ma ero a servizio degli altri, serviva per aiutare il prossimo.
Discuto con Anna mi tranquillizza e mi dice che posso richiamarla se solo ne avessi sentito il bisogno, la saluto, ringraziandola.
Una volta da sola, ripenso alle sue parole e al fatto che lei trovasse normale che potessi possedere dei doni, che avrei dovuto educare ed esercitare.
Allora ricollego la percezione avuta in presenza di Claudio, al fatto che fosse accaduta perché era di aiuto e che forse avrebbe dovuto riflettere bene sui progetti da realizzare con il suo amico.
Sento un gran bisogno di raccontagli tutto e di dirgli che sono lì e che gli guardo le spalle.

Capitolo 6

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

MARIO
E’ nata una femmina, sono molto arrabbiato con Teresa, che non riesce a darmi un altro maschio, però è carina non assomiglia all’altra bambina questa ha gli occhi chiari come mio padre è l’unica della famiglia con questi occhi celesti come il cielo, ma sempre femmina è , non vorrei affezionarmi troppo, ma ha un boccuccia a forma di cuore che ti viene voglia di baciarla ogni momento, ma non posso farmi vedere così tenero con Teresa, specialmente con gli altri figli, penserebbero che mi sono rincitrullito e non mi porterebbero più il rispetto che mi devono. la bimba la chiamerò Stella perché sembra davvero una stella.

FRANCESCA
Questa nuova nata mi sta facendo impazzire, non fa altro che piangere e lamentarsi, non so più come fare con lei, Stefano è sempre al lavoro e non mi aiuta e quando è in casa la fa da padrone pensa solo a divertirsi con gli amici, io sono sempre nervosa non facciamo che litigare ultimamente.
Devo darmi una calmata, so che essendo donna devo sopportare ma il mio carattere ribelle me lo impedisce, avrei voglia di strozzarlo, ogni tanto ci provo a mettergli in braccio questa ultima nata, Marina, che è indemoniata, ma lui mi ripete che curare i figli è compito della donna e mi lascia con la rabbia in corpo e con una stanchezza che non riesco a recuperare.
Sarebbe stato bello avere qui mia sorella per poter condividere con lei i miei crucci, ma dal funerale di nostro padre non l’ho più sentita né vista, sembra che mi sfugga, come se avesse paura di me.
Beh, forse da piccole non sono stata tanto gentile con lei, la picchiavo spesso ma lei era troppo piagnona e io non la sopportavo, anche perché dovevamo difenderci da nostro fratello, ma se non lo facevo io, lei subiva silenziosamente.

PAOLA
Oggi volevo chiamare Francesca e farle gli auguri, finalmente è nata una femmina, ma poi ci ho ripensato, non abbiamo mai avuto un buon rapporto da bambine e poi non la sento da quando ci sono stati i funerali di nostro padre.
Chissà se ha sentito Mario, e se gli ha chiesto ancora della divisione della casa e della “roba”.
Io non ho più sentito nessuno come se non avessi una famiglia, a volte mi spiace, mi sarebbe piaciuto parlare del più e del meno con Francesca senza arrivare ad alzare la voce, ma lei è sempre stata prepotente e non credo sia cambiata con il tempo.
Ora ha quattro bambini, immagino la fatica per crescerli, vorrei confortarla un pò
Magari un giorno la chiamo…

MARIO
la bambina più piccola è la mia gioia, vuole sempre stare con me, mi sono quasi rimbambito, i maschi ora lavorano assieme a me alla terra, mi sembra che Fabio inizi ad interessarsi troppo alle ragazze, meno male che è un maschio, se fosse stata una delle bambine l’avrei già rinchiusa in un collegio di monache, con me non si scherza, devono filare tutti dritti.

FRANCESCA
Ecco volevo tanto una bambina ed è venuta bella come il sole ma indemoniata, è sempre agitata, mi fa impazzire piange, si lamenta, vorrebbe essere già indipendente, ma non si regge ancora sulle gambe, i fratelli l’adorano e la viziano il padre poi pende dalle sue labbra, anche se poi gli chiedo di guardarla fa finta di non capire.
Quando la bambina, Marina, l’abbiamo chiamata così, si agita più del solito lui che fa? ride si diverte specie quando lei gli fa gli occhi dolci, sarà la mia disperazione ne sono sicura.

PAOLA
Oggi ho chiamato Francesca, volevo sapere come andavano le cose da lei in fondo ha quattro figli, non sono pochi, ed ho saputo che l’ultima è una vera peste, non la tieni con nulla, se lo merita in fondo per come mi ha sempre trattata.
Così mi ha raccontato un po’ delle sue disavventure familiari, e di come Stefano diventa sempre più distante.
Io non mi posso lamentare ho due figlie ormai grandi di cui sono proprio orgogliosa, un marito lavoratore che non mi fa mancare nulla, mi manca solo un po’ di libertà, mi piacerebbe avere delle amiche ma con il marito che mi ritrovo la vedo dura…

Capitolo 5: “Il Fiasco”

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

Vèngheno qui, stà gente de città, fanno tutti i sofisticati, uno cerca pure d’esse generoso, de falle sta bene, sennò poi pare n’ignorante, e loro che fanno? se pijeno tutto e poi te se scordeno proprio! Eh ma stavolta me sente! Giuro che stavolta quanno lo vedo jjélo dico! So du mesi che me prende n giro!
Che ce devo fà? io sò fatto così. Quanno sò venuti qui a Civitella, la Peppina co quei du fijarelli, m’hanno fatto pena. Veniveno dal bombardamento, sò venuti che nun c’avevino gnente, nun c’hanno avuto manco ‘l tempo de portasse appresso du stracci. Eh lo so, lo so che vole dì trovasse sotto le bombe; pure qui, quanno sentimo passà l’aroplano, ce se pia l magone!
Ma lì a Civitavecchia le bombe sò cadute propio, e ne so cadute tante! Loro pe fortuna se sò salvati, ma sò dovuti fuggì dde corsa. M’hanno detto che ancora cadeno! Lì c’hanno ‘l porto, e ll’americani continuano a bombardà. E basta mo!
So dovuti annà n campagna da la sorella de la Peppina, la Genoveffa, lì ce l’hanno da magnà, c’hanno l maiale, le galline, poteveno sta bene al casale de Pietro e de la Genoveffa, ma poi so venuti pure quell’artri fjioli del marito, tre ce n’aveva co la prima moglie, pace all’anima sua, e allora sò diventati troppi. È venuto l fattore, e ha detto no, così ve magnate propio tutto, l Conte non vòle, dovete annà da n’antra parte. E così sò venuti tutti qui al paese, a Civitella.
La Genoveffa c’ha pianto tanto, voleva che la sorella steva co lei, ma il conte non c’ha proprio voluto sentì da quella récchia.
E mò stanno tutti qui al paese, se sò presi nà casetta n affitto, la Peppina, i cinque fjioli, e poi è venuto pure l marito, Silvio. Certo, mica la poteva lascià dda sola! Fanno la fame, loro nun c’hanno la terra qui, non c’hanno le bestie, l’ho vista io la Peppina che bolliva pure le cocce de le patate.
Che c’entra, non è che pure noi c’avemo tutto, però loro stanno un po’ peggio.
Insomma, due mesi fa ho incontrato Silvio a la fontana, stevimo a prende l’acqua, e m’ha fatto pena, e così gli ho detto aspettate qui Silvio, che ve vò a prende n fiasco de vino. È de quello bono, l’ho fatto io. E lui m’ha detto grazie, grazie sor Corrado, lo prendo volentieri. Così jelo sò annato a prende ‘l fiasco de vino, ma llò ho pure detto quanno lo finite riportateme ‘l fiasco, che me serve. E lui ha detto si si sor Corrado, certo che vve lo ridò.
Embè so passati dù mesi e l fiasco ancora non me ll’ha ridato! Secondo voi nun ce sarebbe da arrabbiasse? E che nun avrà finito l vino? In dù mesi se sarà bevuto pure la scolatura! Che non lo sai che n fiasco de vetro serve? Ce se fanno tante cose cò n fiasco. Ce se metteno le faciole secche, le lenticchie, ce se mette ll’artro vino e serve pure pe’ ll’acqua.
Eh ma stavolta glielo dico! Nun mme piace richiede ndietro le cose, ce doveva penzà da solo, ma siccome nun ce penza, glielo chiedo io. Stavolta nun ce sò santi, quanno lo vedo jielo dico, vedrai te se nun jielo dico! Ecchelo che arriva. Mo le fò veda io!
Buongiorno Silvio! Sempre a prende l’acqua se incontravimo. Eh, che vò fà, le donne stanno a casa a fà le cose e a noi ce tocca de prende ll’acqua. Come state Silvio, e li fijarelli? Lo so, ce la passàmo tutti male, ma almeno qui da noi pe fortuna se ne vedono pochi de tedeschi, nun ce potemo lamentà. E presto nu li vedremo propio più. Ll’ americani a la fine li cacceranno tutti. Ntanto però, quanno sento passà stì aerei me sento el core che me se strigne e penso tra de me quanno finirà stà guerra? Nun vedo l’ora che finisce stà guerra, penzate Silvio, nun me mporterebbe manco der fiasco, se finisse la guerra!

Capitolo 5

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

MARIO
Finalmente se ne sono andate, l’aria di questa casa è rimasta irrespirabile, anche mia moglie Teresa mi guarda come se fossi un mostro, i miei figli non hanno il permesso di parlare, anzi da domani lasceranno per sempre la scuola e tutti a lavorare la terra con me.
Non voglio più sentire parlare di eredità e di divisioni.

FRANCESCA
Stefano ha curato i nostri bambini in mia assenza, ma è scocciato, lo sento lontano, per un po’ non parlerò più dei miei fratelli, devo risolvere la situazione tra di noi.
Sa che ho chiuso con i miei familiari, sembra quasi contento, anzi mi sollecita perché mi avvicini sempre di più ai suoi parenti, che vengono spesso a trovarlo.
Io li sopporto a malapena, quando stanno insieme fanno tanto di quel baccano, cantano, ridono, bevono, suonano, senza pensare ai due bambini che magari dormono.
È un po’ maschilista è rimasto con le idee del paese, non si rende conto che qui in città la vita è diversa.
Noi donne siamo più libere, ma che…. parlo di libertà!!!! ma se tutto il giorno devo accudire alla casa, ai pasti, al bucato e a quei tre marmocchi che mi fanno impazzire.
Quello che mi preoccupa è questo ritardo, magari dovuto allo stress del viaggio e dell’incontro al paese, non oso pensare di essere di nuovo incinta!!

PAOLA
Voglio dimenticare questa brutta esperienza che ho avuto con i miei familiari, anche se le mie figlie mi chiedono come è andata, preferisco tacere, e poi non vorrei che Sergio fosse in ascolto, lui è sempre così stanco e nervoso.

MARIO
Oggi Teresa mi ha dato la notizia, aspetta un altro figlio, spero sia maschio così da grande potrà aiutarmi e posso lasciare tutto a loro.
Se dovesse nascere una bambina mi arrabbierei veramente, un’altra bocca da sfamare inutilmente non la vorrei proprio, già così è dura, poi le femmine si sposano e devi procurargli anche la dote, va beh speriamo bene.
Intanto Teresa è sempre più stanca e non mi prepara più i pasti buoni come una volta è sempre svogliata.
Boh, chi le capisce le donne!

FRANCESCA
Le mie paure non erano infondate, aspetto un altro figlio, spero almeno che sia femmina, Stefano desidera tanto una bambina.
Non ho più sentito né Mario né Paola sono troppo impegnata a non soccombere dalla stanchezza, ora ci mancava solo un altro bambino, mah…dicono che sia una benedizione del cielo, speriamo, però intanto non è che io sia così devota
In chiesa non ci vado quasi mai, solo qualche domenica se mi rimane un po’ di tempo!

PAOLA
La vita qui è tornata alla normalità, le mie figlie vanno a scuola, voglio che non siano ignoranti come me, desidero che non siano paurose ad affrontare la vita ma che siano forti a prendere di petto il loro futuro con consapevolezza e decisione.
Sergio, almeno su questo è d’accordo non fa nulla per ostacolarle, anzi le sprona a fare sempre meglio.
È sempre un po’ geloso e possessivo, ma con loro si trasforma

Capitolo 4

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Maria Carmela Brandi.

Esiste un’altra dimensione

Controllo l’orologio, è presto, sono tornata da poco a casa dopo una mattinata faticosa in ufficio.
Oggi è il mio compleanno, ho deciso di festeggiare con Claudio.
È una fredda giornata di gennaio, tira la solita tramontana. Dal mio appartamento, all’ottavo piano, si sente fischiare il vento, il cielo è azzurro e senza nuvole. Dalla finestra si vedono nitidi i Colli Albani con il borgo di Rocca di Papa e Monte Cavo.
Talvolta, osservando il paesaggio, ho l’impressione di trovarmi di fronte ad un quadro di un Macchiaiolo. La mattina appena sveglia, anche quando è brutto tempo mi fermo davanti a questo spettacolo a sorseggiare il caffè caldo, stringendo forte la tazzina, come per prenderne tutta l’energia. Il sole che sorge sulle colline mi saluta e mi fa compagnia.
Dal panorama passo a guardarmi intorno, devo decidere da dove iniziare a sistemare il salottino e la cucina, sento dal telefonino è l’avviso di un messaggio: Claudio mi scrive che farà un po’ tardi.
Penso: “Avrò più tempo, voglio prepararmi con calma.”
Mi verso del passito di Pantelleria e ordino con cura il tavolo, le candele, lo chardonnay, i calici, un piccolo millefoglie alla crema con gocce di cioccolato, il mio dolce preferito, dei mandarini e delle mandorle tostate. C’è un po’ di tutto e anche un centrotavola: un vaso con delle rose gialle. Mi piacciono!
‘Voglio giocare a scoprire i gusti di Claudio.’
‘Faccio un ultimo giro panoramico anche in camera da letto. Ora posso pensare a me.’
Fantastico e immagino di tuffarmi nel mondo esotico di Shahrazad, mi diverto a pensare che delle ancelle mi aiutino nei preparativi per apparire più desiderabile agli occhi di Claudio, così mi cospargo di un olio profumato alla rosa.
Cerco di creare in casa un’atmosfera diversa dalla solita cena di compleanno, voglio sorprenderlo e inebriare il suo cuore.
Claudio è un uomo affascinante e po’ misterioso. Questa cosa mi stuzzica, non voglio sapere tutto subito di lui, ma intendo scoprire il suo carattere pian piano come in un gioco. Non ho in mente di iniziare una relazione fatta di appuntamenti, cene, weekend perfetti e che poi tutto si trasformi in aspettative e pretese da parte di entrambi.
Dalle altre esperienze di coppia ho appreso che un rapporto sentimentale può all’inizio essere plasmato e assumere poi una forma originale. Come fa l’artista con un’opera a cui tiene in modo particolare, si concentra sull’idea e crea.
Questa relazione doveva essere diversa! Io volevo essere diversa, forse per difesa, per non avere delusioni.
Pensavo di vivere i momenti con Claudio come se fossero unici, irripetibili. Così l’incontro successivo doveva essere un nuovo inizio. Avevo in mente un lui e una lei uno di fronte all’altro, con i loro sguardi sorpresi: conoscersi e riconoscersi come in un ciclo infinito, dimenticare per ricominciare.
Ripensandoci ora mi sembrava, questa, una formula magica che dovesse incantare i nostri incontri. Con Claudio volevo ridere e giocare, ma nello stesso tempo, il gioco doveva anche stimolare la nostra voglia di libertà, di fantasia, le nostre virtù e la nostra creatività.
Mi ritrovo vestita, truccata e profumata.
Sento il campanello, è lui.
Gli apro la porta, lo accolgo con un abbraccio, che ricambia, poi mi allontana, mi guarda, sorride con gli occhi lucidi, mi bacia e mi stringe di nuovo forte.
Si muove con eleganza. Veste con dei pantaloni grigio perla, la stoffa è un po’ in rilievo, la giaccia dello stesso colore, mocassini neri e la camicia bianca. Lo invito a sedersi e a mettersi comodo.
Continuiamo a sorridere e ci seguiamo con lo sguardo.
Tutti e due all’improvviso siamo proiettati in un’altra realtà. Questa è la sensazione che abbiamo provato sin dall’inizio.
Mi porge un pacchetto avvolto da una carta dorata e un nastro di stoffa nero.
Con un sorriso che coinvolge i suoi occhi: “E’ per te! Buon compleanno!”
Scarto subito il regalo: è Chanel n. 5. Mi piace tantissimo!
Lo ringrazio, lo stringo a me e lo bacio nuovamente.
Gli offro del Passito di Pantelleria e taglio il millefoglie.
Claudio sembra gradire tutto, mi bacia ancora. Il suo calore pian piano si fonde con il mio. Mi fa capire che gli piace il vestito color cipria che indosso: un po’ attillato, con dei volant ai bordi della gonna e alle maniche.
Lo prendo per mano e risento il fremito che mi ha fatto compagnia durante l’attesa del suo arrivo.
Siamo sdraiati sul divano, lui è su di me, mi sfiora, mi porta a sé, io lo assecondo e siamo avvolti dal fuoco e dal piacere. Il suo profumo e il mio diventano uno, come era accaduto la prima volta, i nostri corpi scompaiono, l’odore dell’amore diventa più intenso.
La stanza di colpo assume un nuovo aspetto, mi ricorda quella del Sultano, così siamo proiettati in un tempo sconosciuto. Mi accorgo che questa, però è solo una mia sensazione, lui continua a baciarmi.
Siamo uno accanto all’altra, Claudio sembra abbandonarsi ad un dolce torpore, lo osservo e ritorna la sensazione di un’antica intimità.
Riapre gli occhi, mi guarda con desiderio e complicità, mi accarezza e capisco che è ora e deve andare.
Annuisco con una carezza, mi stringe forte e mi sussurra:
“Buon compleanno! Ci rivedremo presto.”
Trascorrono i giorni, lo sento spesso al telefono, è sempre in viaggio per lavoro.
Mi piace il rapporto che abbiamo instaurato: io adoro la mia libertà e non faccio molte domande, lui è presente e conserva la sua privacy.
Sto attraversando un periodo bellissimo: il lavoro va bene, vedo le amiche di sempre, ma conosco anche tante persone nuove, spesso esco di sera e ricevo mille inviti per feste o eventi culturali.
Frequento una scuola di ballo con una cara amica, Chiara e ci divertiamo tanto, ma la cosa più strana è che tutti mi dicono che sono cambiata nelle espressioni del viso, che sono distesa nei tratti, negli occhi c’è più luce.
Claudio mi chiama al telefono, dice che sarà presto a Roma, è a Parigi e che vuole rivedermi appena torna.
Naturalmente ne sono felice, il nodo in gola, quando lo sento, non mi lascia.
Sono a casa sto aspettando Claudio, mi ha avvertita che avrebbe potuto vedermi nel pomeriggio.
Il campanello alla porta:
“Eccolo!”
Lo accolgo con lo stesso calore e la carezza sul viso, ormai è istintivo questo gesto, ho notato che a lui piace.
Mi stringe forte, poi va verso il divano, mi confessa che è molto stanco, si leva il cappotto, la giacca e si allenta la cravatta, si siede e chiude per un momento gli occhi, mi racconta dei viaggi e del lavoro.
Io vado in cucina e preparo due bicchieri di prosecco, facciamo un brindisi ai suoi progetti di lavoro, ci guardiamo fissi negli occhi. Nei suoi occhi sono riportate tutte le cose che gli stanno a cuore, anche io ho le mie.
Questo gesto sarà poi, il nostro porta portafortuna.
Mentre parla mi tiene le mani. Amo questo contatto.
Mi tira a sé e inizia a baciarmi, gli chiedo se abbia il tempo di cenare, mi fa capire che vanno bene le cose che ho preparato sul tavolo: qualche stuzzichino …come ormai di rito.
Continuiamo a parlare, mi piace ascoltare i racconti dei suoi incontri di lavoro e dei suoi affari, io faccio lo stesso, questi momenti sono per noi una formula magica, perché poi tutto si realizza proprio come nelle nostre descrizioni.
Ad un certo punto, come se scorresse davanti ai miei occhi una pellicola, vedo delle immagini, in particolare, mi colpisce il volto sfocato di un uomo sulla sessantina, ma continuo ad ascoltare Claudio, cercando di non dare troppo peso a quello che mi sta accadendo.
Mi concentro sulle sue parole, però in modo insistente ritorna il viso di quell’uomo che non è più sfocato, i capelli grigi, i lineamenti duri e gli occhi sono più nitidi.
Non so cosa stia accadendo, ma sento una forza sconosciuta dentro di me, devo interrompere il suo discorso. Gli parlo dell’uomo che è apparso nella mia mente e gli chiedo se quell’immagine gli è familiare.
Claudio mi risponde, sorpreso:
“Eh…! Tu come fai a sapere di quest’uomo?”
E prosegue: “So chi è! Si tratta di una persona che conosco da tanto tempo. In questo periodo l’ho rincontrato, stiamo portando avanti dei lavori insieme.”
La mia lingua si secca, sono sbalordita anche io della precisione con cui ho descritto l’uomo, ma non finisce qui, perché ho altro da dire e non riesco a trattenermi, proprio come un corso d’acqua che trova un ostacolo, lo deve superare con tutta la sua energia e deve scorrere.
Non so di che colore sia diventato il mio viso, gli chiedo se posso continuare a raccontare.
Claudio, deglutisce, si compone dritto sul divano, i suoi occhi incuriositi mi fissano.
Abbasso lo sguardo e in un attimo vedo un’altra immagine, questa volta la nostra: uno di fronte all’altro, ci dissolviamo nel nulla.
Penso: “Non è possibile, ero tanto felice, perché sta succedendo tutto questo, ma soprattutto, di cosa si tratta? Per quale motivo vedo e sento queste cose?”
Mi riprendo, alzo lo sguardo, ritrovo Claudio che ora mi sembra più tranquillo e mi chiede di continuare, allora proprio come quando si deve trovare la frequenza delle onde radio, mi sintonizzo con quella giusta e sento…
Riprendo a parlare, gli racconto dell’importanza di quell’uomo per il suo lavoro, descrivo aspetti del suo carattere ed altri particolari.
Lui ascolta e fa dei cenni con la testa come per dire che è d’accordo con quello che dico, e che molte cose corrispondono alla realtà.
È passato del tempo, mi dice che deve andare, mentre io cerco di trovare una spiegazione insieme a lui su quanto è accaduto, lo prego di non prendermi per una pazza, lo rassicuro che sono sincera e parlo col cuore.
Mi risponde: “So che sei sincera e che non potevi sapere nulla di quell’uomo.”
Però Claudio è turbato, perché anche se non me lo ha mai detto avrà visto anche lui la nostra immagine dissolversi, in quel momento.
Mi bacia e mi abbraccia come sempre.
È andato via! io resto sola con i miei dubbi e mi domando cosa potesse pensare lui di ciò che era accaduto.
Metto in fila i pensieri e ripercorro tutto il tempo trascorso insieme a Claudio, è oramai buio, dalle finestre entra il bagliore della luna e in lontananza sulle colline le mille luci dei paesini dei Colli Albani. Mi guardo intorno, cerco qualcosa in casa che si possa animare, che mi parli e mi esorti a non preoccuparmi, che mi dica:
“Tutto si chiarirà!”
Ora però nulla è chiaro, anzi davanti a me è tutto nero.
Prendo il telefonino e mi collego a WhatsApp, scorro i contatti arrivo a quello di Claudio, apro la chat gli scrivo un messaggio, ho bisogno di togliermi di dosso la sensazione che lui possa essersi spaventato e che si possa allontanare:
“Sto sempre bene con te. Ti prego, non prendermi per pazza!”
Dopo un po’ mi risponde: “Lo so, stai tranquilla.”
Mi sento smarrita e devo capire!

Capitolo 4: “Prima Del Sospetto”

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

«È stato l’errore più grande della mia vita» pensò Giuseppina mentre raccoglieva da terra i calzini dei bambini «me lo dicevano tutti, anche mia sorella Genoveffa, ‘un vedovo più grande di te di 13 anni, con tre figli ancora piccoli, non pensi a come sarà la tua vita dopo il matrimonio?’ »
Silvio era cambiato dopo il matrimonio, sovente si mostrava irascibile e sgarbato. «Se avessi avuto ancora mia madre forse avrei fatto una scelta diversa». Le capitava spesso ultimamente di avere questi pensieri su di sé e sul passato.
Il casale della sua infanzia in pochi anni era diventato vuoto. I suoi fratelli e le sue sorelle maggiori si erano sposati ed erano andati a vivere altrove. Le sorelle avevano sposato contadini e vivevano in casali non molto lontani. I maschi avevano scelto di vivere e lavorare in città.
Lei aveva 17 anni quando morì sua madre. «È morta di dolore» dicevano in famiglia. Giulio non era più tornato, la guerra era finita ma non avevano saputo più nulla di lui e la povera donna si era spenta lentamente in una vana e dolorosa attesa.
Nel giro di pochi anni erano rimasti solo lei e suo padre nel grande casale e così Giuseppina dovette decidere della sua vita. Suo padre andò a vivere con una delle figlie in un casale non molto lontano, aveva sempre fatto il contadino, non poteva immaginare il resto della sua vita lontano dalla campagna.
Giuseppina invece decise di lasciare dietro alle spalle tutto quello che era stato e volle raggiungere i suoi fratelli. Il ragazzo di cui si era innamorata era partito a fare il militare, ma non le aveva mai scritto. Per mesi aveva aspettato una sua lettera e alla fine il senso di solitudine aveva deciso per lei. Sarebbe partita.
La città era sul mare ed era bellissima, Giuseppina non aveva mai visto il mare prima di allora e ogni notte le sembrava che non si facesse mai giorno, tanta era la voglia di uscire per andare a vedere il mare e la città.
Appena poteva si recava sul lungomare per osservare da lontano il viavai delle persone sulle passerelle di legno costruite sull’acqua. Signore eleganti, vestite di leggeri abiti bianchi, con l’ombrellino per ripararsi dal sole, passeggiavano lentamente.
Era uno scenario affascinante e sconosciuto, di cui non avrebbe mai fatto parte, ma che riempiva le sue fantasie.
Era bella Giuseppina, con i capelli neri come la notte e gli occhi vivaci e presto qualcuno si accorse di lei.
Silvio era un bell’uomo, ci sapeva fare. Sapeva corteggiare. Giuseppina non era abituata a gesti galanti e sguardi appassionati, in campagna i modi erano diversi, e fu subito conquistata. Silvio la chiamava “occhi da assassina”, lei si sentiva lusingata, si sentiva persino elegante e quando Silvio volle parlare con i suoi fratelli lei ne fu felice. L’anno successivo si sposarono.
Aprì la porta e uscì sul lungo ballatoio per andare a versare il contenuto del vaso da notte nello stanzino che stava in fondo al ballatoio stesso. Era ad uso di tutti, e aveva solo un grande buco in terra per lo scarico.
Rientrò in casa e si mise a stendere qualche panno, poi cominciò a preparare il pranzo per i bambini, adesso erano quattro, la piccolina, Nadia, di un anno, era l’unica che avesse partorito lei. Giuseppina aveva ventidue anni.
Era estate e dalla finestra che dava sul ballatoio giungevano i rumori della piazza. Dalle stalle, al piano terra del palazzo, arrivavano i nitriti dei cavalli e le voci concitate degli stallieri che li preparavano per attaccarli alle carrozze. Giuseppina non faceva caso all’odore che proveniva dalle stalle, era nata in campagna e la sua camera da letto, nel casale dove aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza, stava proprio sopra la stalla delle mucche.
Poco dopo arrivò Teresa, la ragazzina che aiutava in casa. Giuseppina non riusciva da sola a badare alla casa e a quattro bambini e Silvio l’aveva accontentata quando lei aveva chiesto una persona che l’aiutasse. «Meno male che sei arrivata» le disse «io ho già preparato il pranzo. Puoi finire di stendere i panni mentre do da mangiare ai bambini»
Teresa ultimamente era seria e silenziosa. Quando un anno prima aveva iniziato a lavorare in casa loro era una ragazzina allegra e chiacchierona, Giuseppina si trovava bene con lei, Teresa aveva solo 15 anni, ma sapeva fare tutto in casa, e lei la considerava come una sorella più piccola. Da qualche tempo però la vedeva diversa, le aveva chiesto cosa le fosse capitato, ma Teresa le aveva solo detto: «No ti sbagli Giuseppina, che vai dicendo?»
Avrebbero dovuto portare i bambini all’antemurale quel giorno, ma Nadia aveva la febbre. Non era facile per lei badare a questi bambini che non erano suoi. Avevano quattro, sei e otto anni quando si era sposata con Silvio, non la chiamavano mamma, erano già abbastanza grandi da sapere che non era lei la loro madre, si ricordavano della loro, e poi forse la nascita di Nadia aveva peggiorato le cose, Giuseppina percepiva che erano gelosi.
Poco dopo tornò Silvio dal lavoro, in genere arrivava molto più tardi. «Mi sono sbrigato» disse «perché voglio portare i bambini all’antemurale»
«Ma non ti ricordi che Nadia ha la febbre?» gli rispose Giuseppina
«Ah, è vero non ci pensavo, ma posso portarci i più grandi, casomai viene con me Teresa per guardarli…»
«Si certo, posso andare anche io, se tu non hai bisogno di nulla Giuseppina»
«Andate voi. Io ho un po’ di cose da fare e poi preparo la cena»
«Teresa potrebbe sembrare sua figlia maggiore» pensò Giuseppina appena furono usciti. Qualcosa di indefinibile aleggiava nella sua mente, un senso di minaccia incombente, un fastidio, di cui non sapeva l’origine. Non ne era pienamente consapevole, ma era come sovrastata da un velo di ansia.