Gli artisti del blog “Mille Piroette – I Diversi Volti Dell’Arte” e la Casa Editrice PAV vi propongono una strepitosa novità da oggi 23 novembre 2023:

inserendo il codice autori2022 sul sito PAV Edizioni (clicca qui) potrete usufruire di uno sconto del 10% solo per pochi giorni ed acquistare così il libro “Mille Piroette – I Diversi Volti Dell’Arte“, la storia di come è nato il blog che riunisce gli artisti di diverse specialità e un’antologia delle opere di Ivana Tersigni, Maria Carmela Brandi e Nerina Piras.

I racconti e le poesie sono accompagnati da alcune opere pittoriche di Rosella Marcovaldi, autrice del logo del blog, di Anna Cristino e di Paolo Ferroni.

Buona lettura

Il 7 dicembre 2022 dalle ore 15.00 alle ore 19.00 presso la Nuvola all’Eur a Roma (Stand A67).

Un grazie speciale alla Casa Editrice PAV.

Il 7 dicembre 2022 dalle ore 15.00 alle ore 19.00 presso la Nuvola all’Eur a Roma (Stand A67).

Un grazie speciale alla Casa Editrice PAV.

Malessere

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Sabina Piras.

E quando sbircio fuori dalla finestra che mi sembra tutto irreale, qualsiasi cosa abbiamo dentro il mondo vive indisturbato, neanche se ne accorge. I prigionieri nelle carceri conducono una vita monotona e anonima ma l’hanno scelta loro quella vita, con le loro azioni, la loro testa. Io sono libera, lontana da quel mondo ma alle volte mi sento prigioniera anch’io. Vorrei fare tante cose per cambiare, potrei… le mie condizioni me lo permettono ma spesso mi blocco, inciampo, torno indietro; ci vuole più coraggio, più menefreghismo, dovrei essere più assetata di vita. Forse non sono pronta, non sono abbastanza coraggiosa, fare il fatidico salto nel buio non è proprio il massimo in questo periodo. Ho paura, prigioniera di me stessa, delle mie stesse paure. E questo mi porta quasi sempre a fare scelte sbagliate, o a non farne proprio, allora resto immobile aspettando il da farsi, forse col tempo le cose miglioreranno. Stiamo attraversando un’epoca in cui tutto viene messo in discussione, e fare un passo falso potrebbe essere fatale, dove si… il covid, la guerra hanno contribuito non poco a destabilizzare tutti ma c’è molto di più. C’è sempre stata incertezza e spesso ci mettevamo una benda negli occhi per negare l’evidenza e si andava avanti. Oggi non fa più, c’è stanchezza, e una voglia di cambiamento mai sentita prima. E non parlo solo di me, io non sono nessuno, un puntino nell’universo, una goccia nel mare… purtroppo la sofferenza si è estesa a macchia d’olio, pretendiamo cose grandi ma le piccole neanche le notiamo, l’essenza dell’essere umano si sta perdendo, il suo genere è a rischio di estinzione per mille ragioni; eppure, l’uomo stesso non comprende, non si accontenta, non ne grato per ciò che ha già, vuole di più… con arroganza, con prepotenza. Il potere comanda su tutto, e spesso il potere è in mano a persone malvagie, irresponsabili, senza scrupoli e non sempre la giustizia riesce a limitare i danni. Il resto del mondo va avanti, spesso segue gli eventi in mondovisione quasi come fosse una faccenda lontana, e solo quando l’imprevisto bussa alla propria porta che comincia a porsi domande, e questo ahimè succede per qualsiasi cosa… A volte ho lo stato d’animo tormentato e vorrei una bacchetta magica per cambiare molte cose, mi chiedo… i potenti signori della guerra, i truffatori, i molestatori, gli assassini quali pensieri hanno per agire in quel modo? Abbiamo le carceri gremite eppure le persone che fanno più danno sono libere di fare il bello e il cattivo tempo a loro piacimento senza poter far niente per fermarle e fermarle per sempre sarebbe il vero potere. Malessere generale di un mondo che va alla deriva e non ce ne accorgiamo.

Capitolo 8

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

MARIO
Sono diventato nonno da parte di Fabio, la famiglia cresce, ora anche Luigi è fidanzato, sto abbandonando la terra ormai coltivo solo quello che ci serve per vivere, sono stanco, mi vorrei riposare, e poi oggi ci mancava la chiamata di Francesca, vuole venire nel paese e mi ha chiesto una stanza dove poter soggiornare per la settimana che si vuole fermare.
Le ho risposto che la casa non è disponibile, una parte l’ho data a Fabio che ora ha un bambino, l’altra ala l’ho destinata a Luigi che sicuramente vorrà sposarsi come il fratello e mettere su famiglia.
Come le ho detto che non potevo ospitarla è diventata una furia, accusandomi di ladrocinio, come se non avessi fatto tanti sacrifici per avere questa casa, che se anche è spaziosa e ha tante stanze serve per la mia famiglia.

FRANCESCA
Mio fratello Mario diventa sempre più insopportabile, con Stefano avevamo deciso di andare a trovare i suoi parenti che abitano accanto al paese della mia nascita, pertanto ho chiamato Mario dicendogli che sarei venuta per una settimana, e che avrei gradito dormire nella casa dei nostri genitori, visto che non mi posso permettere un albergo
Mi ha risposto che lui non poteva ospitarmi, la casa era occupata dai suoi figli, e dovevo arrangiarmi in un altro modo.
Non ci ho visto più dalla rabbia, gli ho gridato per telefono che era un ladro, che si era appropriato dei beni dei nostri genitori e da questo momento avrei combattuto per avere ciò che mi appartiene per il bene dei miei figli.

PAOLA
Mi hanno riferito che Francesca voleva andare al paese a trovare i parenti di Stefano, e aveva chiesto la casa a Paolo, ma lui le ha risposto picche.
Posso solo immaginare la rabbia di Francesca.

MARIO
La mia bambina più piccola Stella, ha espresso il desiderio di andare a scuola, è molto intelligente, non ho dato a nessuno dei miei figli questo sfizio, ma con lei non riesco ad essere duro, in fondo le cose stanno cambiando anche in questo paese dimenticato da Dio.
La mia famiglia sta crescendo, io non ho più la forza di lavorare nei campi e nella vigna, ora ci vanno i miei due figli maschi che però devono pensare anche alla loro famiglia, Maria è ormai una signorina anche lei, aiuta molto la mamma nelle faccende, va bene così, non vorrei mi venisse a dire che vuole sposarsi, dovrei preparare il corredo e il denaro necessario per il matrimonio.
Non è che non voglia ma se penso a quanti soldi sprecati mi prende un colpo.
Eppoi c’è sempre Francesca che quando meno te lo aspetti, mi chiama e ha delle pretese. ma io sono un duro non cederò di certo.

FRANCESCA
Oggi affacciandomi alla finestra mentre sciorinavo il bucato, ho visto i miei ragazzi giocare nel cortile, mi sono resa conto di quanto erano cresciuti, ho visto i loro pantaloncini sempre più corti, sono tutti sani è una bella soddisfazione vederli crescere così.
Anche la bambina Marina cresce a vista d’occhio, con lei mi sbizzarrisco a metterle dei bei vestitini da femminuccia, ma per la miseria, non c’è verso di tenerla in ordine e pulita, mi sembra quasi di avere quattro maschi, gioca sempre con loro anche se si picchiano lei è la peggiore, ha un carattere di ferro.
Ammetto che io non sono tenera, sto educando questi ragazzi con il pungo di ferro, ma lei è capace di sfidarmi ogni volta, non so se usare la cinghia o le buone maniere.
Marina si scioglie solo con il padre che stravede per lei, allora la vedi che diventa femmina, fa due moine, due smorfie e Stefano cade ai suoi piedi.
Mi farà disperare!

PAOLA
Avevo voglia di tornare al mio paese, sono andata ma non ho chiesto ospitalità a Mario, tanto lo so che non mi avrebbe accolta, ricordando la risposta che aveva dato a Francesca.
Il paese sta cambiando, dove una volta era desolato, ora vedi frotte di turisti che si recano al mare, in fondo abbiamo un mare cristallino proprio a due passi dal paese.
Mio marito Sergio, non ha fatto che criticare le giovani donne che passavano per la piazza del paese, ma si sa lui è rimasto indietro con i tempi, e non accetta che ci sia questo cambiamento, che sta accadendo in tutto il mondo, siamo negli anni 60, tutto cambia meno che lui e mio fratello.
volevo andare a trovarlo, ma la paura di essere accolta in malo modo mi ha frenata.
Le mie figlie non sono venute con noi ormai sono grandi e indipendenti, e non amano questo paese, il mio paese.

L’Altra Metà Del Cuore

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Elena Dreoni.

Tutto era discussione. Il tragitto fino al lavoro, la mattina, era ormai diventato un viaggio da incubo in cui Marta non faceva che rinfacciare a Diego le sue colpe, mentre lui non resisteva un solo minuto senza accusarla di trascurarlo e di tradirlo. Quella mattina ci si erano messe anche le chiavi del negozio. Diego era sicuro che le avesse Marta. La sera prima, alla chiusura, gliele aveva date appena aveva tirato giù la serranda, se lo ricordava bene. Ma lei, altrettanto bene, ricordava di aver visto lui mettersele in tasca.
Non c’era verso di uscire dall’impasse. E si erano impantanati nella solita vischiosa discussione come in una palude di sabbie mobili. Fino a che lui aveva deciso di tornare su a casa a cercarle. Aveva sbattuto lo sportello dell’auto, intanto, che lei gli sbraitava contro l’ennesima inutile acida raccomandazione.
Diego aveva salito le scale di corsa con il cuore pieno di amarezza. La sua storia con Marta si avviava verso un triste epilogo. Lo sapevano entrambi. Era questione di tempo. Pochissimo.
Infilò la chiave nella toppa, la girò tre volte verso sinistra e, senza capire come e perché, gli tornò alla mente la prima volta che aveva aperto quella porta insieme a Marta. Avevano appena comprato la casa. Ridevano. Lei non la finiva più di sbaciucchiarlo sul viso. Ricacciò indietro quel ricordo che faceva solo male.
La porta di casa si aprì sotto la spinta delle sue mani. Se la richiuse alle spalle cercando con la mano destra l’interruttore per accendere la luce. Lo cercò allungando la mano, ma la parete sembrava essere sparita. Si voltò e il sangue gli si gelò nelle vene: quella non era casa sua. Era una foresta intricata, fitta di alberi, acquitrinosa, impenetrabile al suo sguardo. Alzò gli occhi e vide un gruppo di scimmie che volava sulle liane da un albero all’altro. Si girò di scatto verso la porta da cui era entrato ma… inutile dirlo, era sparita anche quella.
Le gambe gli tremavano, respirava a fatica, e non poteva essere diversamente, non c’era una ragione plausibile per vivere quello che stava vivendo. Che diavolo ci faceva lui lì, anzi che ci faceva tutta quella foresta nel suo appartamento di due camere e cucina? Cercò di restare lucido, pensò di chiamare il portiere o Carlo, il suo vicino, ma l’idea gli apparve subito ridicola. Era solo, senza cellulare, e in qualche modo doveva trovare il modo di uscire di lì.
S’incamminò verso il punto dove gli pareva che gli alberi si diradassero. Non si capiva se fosse giorno o notte. Tutto era avvolto in una nebbia rada e pesante. Il silenzio inquietante che vi regnava era rotto solo dal verso di un qualche animale che, per fortuna, se ne restava nascosto nelle profondità di quell’incubo. Diego camminava districandosi tra le liane e i ciuffi d’erba che emergevano dall’acqua. Si fermò per guardarsi attorno e fare il punto della situazione. Si passò una mano tra i capelli: qualcuno gli stava giocando un brutto scherzo. Ad un tratto gli venne da ridere pensando a Marta, giù al sicuro in macchina. Non ci crederà mai, pensò. La sua bella casa. Certo trovarsi in quel posto non le avrebbe fatto male. Magari avrebbe smesso di inveirgli contro per ogni futile cosa. Non riuscì a finire il pensiero che un urlo acutissimo gli penetrò le orecchie. Il suo sguardo cristallizzato dal terrore corse a destra, a sinistra, dietro di sé: niente. “Sono quassù, quassù”, gridò ancora la voce concitata. Diego alzò gli occhi: seduta su un ramo, tra gli alberi e le liane, vide lei… Marta. “Ma che cavolo ci fai lassù?”, le chiese con un filo di voce. “Questo dannato posto è pieno di coccodrilli. Ho fatto appena in tempo ad arrampicarmi quassù”, rispose lei piagnucolando.
“Coccodrilli!?”, ripeté lui con tutto l’orrore di cui era capace. Avrebbe voluto sparire, disintegrarsi e invece si ritrovò ad arrampicarsi con una fatica indicibile sul tronco vischioso per raggiungere Marta. Scesero dal ramo con l’aiuto delle liane. Lei aggrappata al collo di lui.
Ai piedi dell’albero, nessuno dei due osava chiedere all’altro come fosse possibile trovarsi lì, in quel posto da incubo. Un solo barlume di speranza attraversò la mente di Diego: che fossero finiti lì anche tutti gli altri coinquilini? Non lo disse. Non disse nulla. Anche lei tacque. Tutto era troppo inverosimile.
Si guardavano con un malcelato imbarazzo. “Sarà meglio andarcene prima che tornino i coccodrilli”, disse Marta. “Vieni, andiamo da quella parte”, rispose lui cercando di darsi coraggio e incamminandosi verso chissà dove. Lei gli prese la mano: era solo un modo per sentirsi più sicura.
Le scimmie volavano da una liana all’altra sopra le loro teste. Ad un tratto una si avvicinò a loro e con la consumata destrezza di un abilissimo ladro strappò la collana dal collo di Marta. La donna urlò con quanto fiato aveva in gola. “Brutta ladra”, gridò Diego rincorrendola, ma fece appena pochi passi che si sentì sprofondare. “Aiuto, che succede. Dio, le sabbie mobili”, gridò annaspando per afferrare un ramo. “Marta, Marta ti prego, fai qualcosa”, la supplicò. Ma Marta sembrava incapace di qualsiasi reazione. Piagnucolava come una bambina: “Quelle maledette chiavi. Chi se ne frega delle chiavi… per me quel negozio può anche sparire”. Le urla di Diego sembrava non la toccassero. Le gambe dell’uomo intanto erano sparite, divorate dalle sabbie mobili. Lui si vedeva perduto. Doveva riprendere il controllo della situazione. Si impose di parlare con calma: “Marta, Marta, torna in te, ti prego – le diceva -. Devi prendere un bastone per tirarmi fuori di qui. Vedrai usciremo di qui, te lo prometto. Marta, lì vicino a te. Prendi quel bastone”. La donna quasi meccanicamente afferrò il bastone. “Questo?”, chiese. “Quello, brava. Adesso allungalo verso di me”. Marta aveva smesso di piangere, ma continuava a lamentarsi: “Scusami Diego, io penso alle chiavi e tu rischi di morire”. Intanto Diego aveva afferrato un’estremità del bastone e lei tenendo l’altra ben salda con le due mani, lo stava attirando verso la terra stabile. “Ecco, quasi ci siamo. Tira ancora un po’”, le suggerì lui parlando sempre con molta calma e lei rispondeva benissimo alle sue indicazioni, continuava a tirarlo con non poca fatica, attaccato al bastone, verso di sé. Tutto stava filando liscio quando la scimmia, dispettosa, si fermò su un ramo dell’albero lì accanto a loro. Con il suo verso squillante e provocatorio sembrava volesse richiamare l’attenzione dei due poveretti. Marta, esasperata da tutto, strinse i denti in segno di rabbia e sbuffando le lanciò uno sguardo che avrebbe potuto ucciderla. Ma al vederla lasciò andare il bastone. La indico rivolgendosi a Diego: “Ecco dove sono finite le chiavi. Le ha prese lei. Brutta stronza”. La bertuccia urlando a bocca spalancata sembrava ricambiare l’epiteto, mentre sventolava in aria le fottutissime chiavi. Il panico, intanto, si era impossessato di Diego che era ricaduto all’indietro e non riusciva più a rimettersi dritto. Stava per essere preda delle sabbie mobili. “Marta, sto sparendo… il bastone, ti prego”.
Marta parve tornare in sé. Afferrò di nuovo il bastone e finalmente aiutò suo marito a uscire da quel pantano di morte. Quando furono al sicuro, entrambi sulla terra ferma, si abbracciarono. Da molto tempo non avevano desiderato così tanto di farlo.
“Eccola lì la stronza, con le nostre chiavi. Ma come cavolo fa ad avercele lei?”, tornò a piagnucolare Marta. “Non lo so, non abbiamo mai voluto neanche il cane. – rispose lui con la voce di chi non sa capacitarsi -. Non lo so, ma ce le riprenderemo. Vieni, non dobbiamo perderla di vista”.
Seguendo la scimmia ripresero a muoversi dentro quell’acquitrino interminabile. La bestiolina correva avanti, quasi sembrava che li volesse seminare, poi si accoccolava su un ramo per sbocconcellare un piccolo frutto e aspettava che i due poveretti si facessero più vicini per tirargli l’avanzo del cibo. Marta un paio di volte cadde. Lui adesso la portava tenendola per la vita, perché l’acqua s’era fatta un po’ più alta. Diego temeva in cuor suo che non ce l’avrebbero mai fatta a riprendersi le chiavi. Ma poi, ammesso che ci fossero riusciti, che ne sarebbe stato di loro? Come avrebbero fatto a uscire da quell’incubo?
Arrivarono a un punto in cui non si vedeva più nulla, solo acqua, nebbia, liane. Una riva in lontananza. La scimmia volando sulle liane raggiunse quella riva e loro due restarono infreddoliti e disperati a vederla andare via. “Te la senti di attraversare quest’acqua? C’è un grosso tronco là, potremmo provarci”, propose Diego alla moglie indicandole il tronco. “Va bene. Ti metterai alle mie spalle, così non avrò paura?”, chiese lei finalmente senza piagnucolare. “Sì, ti tengo io, stai tranquilla”. Così fecero. A cavallo del tronco, remando con le mani e guardando attentamente la superficie dell’acqua, con il segreto, ma neanche tanto, terrore di vedere apparire un coccodrillo, arrivarono sulla riva di quello che sembrava essere un isolotto. Erano stremati e affamati. Stanchi come non lo erano mai stati. Della scimmia non c’era più traccia. Si guardarono intorno. Il posto non era dei più confortevoli, ma la terra era solida, non più acquitrinosa. Raggiunsero una piccola radura sulla spiaggia. Diego crollò a sedere, la schiena appoggiata contro un albero. Anche Marta non vedeva l’ora di crollare a terra, ma uno sbrilluccichio in mezzo all’erba la indusse ad andare a vedere: erano le chiavi, le fottutissime chiavi. Le strinse al petto come un tesoro prezioso. Si avvicinò a Diego: “Guarda, finalmente”, gli disse sedendogli accanto. “Ma questo portachiavi non è il nostro!”, disse lui guardandole con attenzione. “Fai vedere – ribatté lei rigirandosele tra le mani. Questo è il portachiavi che mi avevi regalato tu, per ricordarmi sempre che sono la metà di te. Guarda il ciondolo, è metà cuore”. “Sì, hai ragione, un altro uguale ce l’ho io. Chissà dove. Vieni qui, riposiamoci un momento”, le disse aprendo le braccia. Lei si accoccolò stretta a lui. Chiusero gli occhi. Le chiavi strette nelle mani di Marta. Si addormentarono.
Il suono della sveglia, insistente, ripetuto, li fece sussultare. Aprirono gli occhi, stretti, abbracciati nel grosso letto matrimoniale che li avvolgeva rassicurante. Diego si guardò intorno, il cuore gli batteva forte: le pareti della camera da letto lo tranquillizzarono. Un sogno, grazie al cielo, era stato solo un sogno. Guardò Marta: era davvero bella. Le avrebbe raccontato il suo incubo notturno. Ne avrebbero riso insieme.
Anche lei, guardandosi intorno con gli occhi socchiusi dal timore, riconobbe le pareti rassicuranti della sua casa. L’incubo finalmente era finito. I suoi occhi incrociarono quelli di Diego, gli sorrise. Era tanto che non lo faceva. Gli avrebbe raccontato il suo strambo sogno della palude dopo un buon caffè. Spostò la coperta per alzarsi. Un rumore metallico attirò il suo sguardo a terra. Vide le chiavi. Le afferrò. Le guardò con grande stupore e istintivamente, senza dire una parola, le mostrò a Diego che fissò il ciondolo del portachiavi: metà cuore. Si guardarono con la stessa espressione incredula: perché le chiavi non erano rimaste nell’incubo? Poi si sorrisero perché erano nella loro casa: l’incubo era finito, dissolto alla luce del giorno, e le spiegazioni per ogni cosa le avrebbero potute trovare più tardi. Solo un pensiero attraversò la mente di Diego: ritrovare l’altra metà di quel ciondolo, di quel cuore dimenticato chissà in quale cassetto della loro casa. Intanto lui aveva preso le mani di Marta e l’attirava a sé. I loro volti si avvicinavano con lo stesso desiderio di ritrovarsi in bacio dal sapore dimenticato, in quella storia d’amore che ancora apparteneva a entrambi e mentre le bocche si univano trepidanti… nell’aria il grido acuto, inquietante della scimmia spezzò quel silenzio da sogno.

È con grande gioia che le ideatrici del blog Mille Piroette – I diversi volti dell’arte presentano il loro primo libro che racconta la storia della community di artisti e della loro amicizia nutrita dall’arte.

Il 7 dicembre 2022 dalle ore 15.00 alle ore 19.00 presso la Nuvola all’Eur a Roma (Stand A67).

Un grazie speciale alla Casa Editrice PAV.

Le ideatrici: Maria Carmela Brandi, Nerina Piras e Ivana Tersigni.

Capitolo 7: “Una Cena Perfetta”

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

Serena continuò per almeno dieci minuti a guardare di tanto in tanto quell’essere indefinibile, completamente immerso in una bacinella piena d’acqua, nel lavandino della sua cucina.
Stava lì, quasi rannicchiato in posizione fetale, per un attimo le sembrò davvero un feto immerso nel liquido amniotico.
Una serie di domande, in quel momento per lei di massima importanza, le si affollarono nella mente. Cosa ne doveva fare? Come era venuto in mente a suo marito di accettarlo e di invitare a cena chi glielo aveva regalato? Non conosceva ancora le sue debolezze, dopo due anni di matrimonio?
L’essere sembrava guardarla in modo freddo e distaccato, con quel suo occhio ormai privo di palpebre. Poi le sembrò di vedere uno sguardo di accusa.
“Non è colpa mia” gli disse dispiaciuta “se fosse per me staresti ancora a brucare il trifoglio”.
Serena adorava mangiare i cosciotti e il petto cucinati alla cacciatora, ma lì, tutto intero, nella sua tragica e grottesca situazione, sembrava rinfacciarle la sua tragedia senza scampo.
Le lontane origini contadine di Serena in quel momento non avevano alcun effetto su di lei, prevaleva invece la parte cittadina e schizzinosa, ereditata da suo nonno materno. Quello che aveva davanti non era un pezzo di carne da cucinare, ma il cadavere scuoiato di un coniglio.
“Potrei cucinarlo intero, così non sarei costretta a smembrarlo, ripieno con patate, olive nere e finocchio selvatico, alla viterbese, come lo fa nonna, ma dove trovo adesso il finocchio selvatico?
Optò allora per la ricetta alla cacciatora, una sua specialità, ma il coniglio in quelle occasioni lo comprava già a pezzi e il non vederlo intero metteva a tacere la sua vigliacca coscienza animalista, come se quelle coscette o quei pezzi di petto non fossero mai appartenuti a nessuno.
Pensò di farsi aiutare da sua nonna, ma si vergognò, la richiesta avrebbe dato un duro colpo al suo voler apparire una cuoca provetta.
“Basta adesso! Smettila!”. Indossò i guanti di lattice, tirò fuori il povero coniglio dal suo liquido amniotico, lo adagiò su un grosso tagliere, si mise davanti al tavolo della cucina e la mannaia colpì. Staccò per prima la testa, da buttare, poi, ad una ad una, le varie parti del corpo. Solo allo stacco della testa emise un piccolo grido, per darsi coraggio, poi il resto venne da sé.
Quella sera a cena il coniglio fu uno dei piatti forti, con il suo intingolo di olive, salvia, capperi e quel leggero sentore di vino e aceto. Serena lo portò in tavola su di un bel vassoio di acciaio e lo servì ai suoi commensali, ma quando fu il momento di metterlo nel suo piatto disse che non aveva molta fame e passò direttamente al contorno di carciofi fritti alla romana.

Ritrovarsi

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Marinella Pucci.

Ricordi di quando eri adolescente riemergono in un giorno come un altro.
È bastato un messaggio tra compagni di scuola a ricordarti che sono passati 30 anni.
Non avresti guardato indietro, non ora.
Alle prese ad aggiungere ricordi da spolverare, una volta raggiunte quelle condizioni che solitamente ci lasciano bloccati a casa aggrappati a chi si era e ai momenti vissuti.
Tocca descriversi, dire di noi.
Chi siamo diventati.
Seppure potrei riassumere la mia vita in qualche riga sarei ingiusta e non e non darei spazio a tutto quello che ho sperimentato, fallito, superato o celebrato.
Leggo con commozione le righe di chi si
Descrive e si dona. C’è tanto di più ma va bene anche così per riabbracciarsi
Noi, vecchi compagni di scuola, ora, più maturi e desiderosi
di umanità e di connessione vera.

Brutta

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Marinella Pucci.

Sei una roccia.
Dura e senz’anima.
È l’immagine che hai costruito.
Vuoi ora cambiare vita.
Ne hai diritto.
Dovrai lavorare duro.
Essere sicura del cambiamento che vorrai fare.
Non per chi sta a guardare, ma per te.
Che sai come le corazze portate a lungo,
Possano pesare.
ma a cui ci si affeziona.
Ti Potrebbero mancare.
Stai attenta a non costruirne di nuove,
in forme e dimensioni,
ma della stessa sostanza.
Hai dunque deciso.
Ti vedo.
Ti sostengo.
Sono con te.