Sono Ricca

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

Questa mattina mi sono svegliata con una strana sensazione, c’era il sole ma era come soffocato da una nebbia leggera.
Mi devo alzare, devo andare a scuola, frequento il secondo liceo, non sono una secchiona, ma nemmeno l’ultima della classe; questo cielo è strano questa mattina, sono pensierosa oggi ho un’interrogazione, chissà come andrà.
Sul mio comodino c’è il biglietto della lotteria, ho chiesto a mia madre di comperarmelo, è il mio unico vizio e mi ha accontentata.
Prima di andare a scuola voglio controllare se sono usciti i miei numeri, lo so che è difficile, ma ogni anno non posso fare a meno di tentare la fortuna.
Ho grandi sogni per il mio futuro, mi piace disegnare abiti e vorrei tanto poter diventare una grande stilista, e diventare così tanto ricca da potermi permettere di avere un atelier tutto mio, con il mio nome scritto a caratteri cubitali, certo non con il mio di nome Clara Bianca, ma con un nome adatto alla moda.
Mi piacerebbe disegnare abiti per persone come me, io non sono magra ma piuttosto in carne, per non dire grassa, ma non per questo non amo vestirmi bene ed elegante.
Purtroppo per colpa della mia “ciccia”, mi sento un po’ discriminata, infatti anche se non lo dicono forte, quando passo a scuola, le mie compagne di classe, ridacchiano e mi chiamano la “cicciona”, anche se non lo sento chiaramente, so che lo dicono, specie quando ci sono in giro i maschietti della nostra classe, specialmente con Alessio, a cui ho donato il mio cuore, senza essere corrisposta.
Certo lui nemmeno si sogna di uscire con me, anzi quando si trova con le altre ragazze, sono sicura che mi prende in giro pure lui.
Io soffro, vorrei tanto poter far parte del loro gruppo, ma non mi vedono nemmeno se non per prendermi in giro.
A volte fantastico sulla ricchezza, su come potrei spendere tanti soldi, oltre che comperarmi tanti vestiti, li disegnerei.
Va beh mi vado a preparare, però prima controllo i numeri sulla TV.
Incredibile sono uscite le prime due lettere, sono le mie, comincio a sospirare, poi escono gli altri numeri, il 5, è il mio, che bello, e poi esce il 2, anche quello è il mio, sorrido scettica, esce il 7 oddio , il mio cuore manca un colpo! e poi ancora il 7 , comincio a tremare, non sarà!!! non illuderti, aspetta gli altri numeri, esce il 9, ora veramente il mio cuore ha smesso di battere!, manca un numero, comincio a pregare, fa che sia così, io non prego mai, ma questa volta Gesù ti prometto che verrò tutte le domeniche a messa.
Esce di nuovo il 2, oddio è il mio! Ho vinto davvero, non so se gridare o stare zitta, sento il cuore che batte all’impazzata.
Ho veramente vinto 500milioni di euro? lo devo dire a mia madre, no meglio di no, che faccio? a scuola oggi non vado, si ma dove vado e cosa dico a mia madre? anche se non vado la professoressa è capace che chiami in casa, no, non posso rischiare.
Mi faccio una doccia per cercare di calmarmi, ho la mente in subbuglio, non riesco a decidermi, e poi, penso, certo che vado a scuola e voglio guardare i miei compagni con altri occhi, con la consapevolezza che IO SONO RICCA e quando avrò finito la scuola, li potrò rincontrare e mostrare a loro tutto il mio splendore, anche con un po’ di ciccia.
Sì, ma loro non sanno della mia ricchezza e continueranno a prendermi in giro.
No, questa volta mi mostrerò a loro, non con gli occhi bassi, come ho sempre fatto, ma con una nuova coscienza e consapevolezza.
Io non sono meno di loro e poi che Alessio, Dio quanto è bello! lo sogno di notte e so che quando sarò ricca mi guarderà con nuovi occhi e si innamorerà di me, ma io allora lo snobberò, che soddisfazione!
E l’insegnante? non posso dire che è cattiva, però mi interroga sempre quando non sono preparata, ma che mi legge nel pensiero?
Ecco ora sono pronta, prendo lo zaino e penso freneticamente che faccio con il biglietto, non posso lasciarlo incustodito, ma nemmeno lo posso portare con me,
Dovrei portarlo in una banca? e affidarmi ad un avvocato che mantenga il mio anonimato? Ma forse dovrei dirlo a mia madre, e se poi lei me lo toglie per metterlo da parte per quando avrò 18 anni, e no, non posso permetterlo, io li voglio subito, devo realizzare tutti i miei sogni.
Ahhhhh vedo il mio Atelier, vedo già i vestiti appesi, le commesse che cercano di fermare le tante clienti che si affannano a comperare i miei vestiti; ed io li a guardare e a complimentarmi con me stessa per il successo.
Senza falsa modestia sono brava a disegnare abiti di moda mi sono sempre cimentata a cucire e a disegnare abiti per le mie bambole, è una mia dote naturale
Almeno quella non me la leva nessuno, non sono nemmeno molto alta, sono sovrappeso e ho un viso e un portamento banale, ma so che ho una grande mente e una grande fantasia.
Questo mi aiuterà a sopportare questo momento della mia crescita, così difficile e complicata.
Spalanco la finestra, che luce strana questa mattina, entra come una nebbia che mi avvolge, mi sento un po’ strana, sarà per la vincita o per il tempo?
Ora devo affrettarmi per andare a scuola, dovrò affrontare Stella, quella strega che fa gli occhi dolci ad Alessio, la picchierei, ma lei me lo fa apposta a sorridere a lui e a bisbigliare quando entro in classe.
Clara, Clara, ma non sei ancora pronta, ecco la voce di mia madre, mi arriva soffocata, come se venisse da molto lontano,
Boh!
Clara, Clara, ma sei ancora a letto? Lo sai che ora è, sbrigati ad alzarti, ti devi ancora preparare, muoviti che fai tardi a scuola.
Quella voce così ovattata che arriva da lontano, ma che dice, io sono pronta! perché vuole che mi svegli e mi prepari?
Clara, Clara, insomma, mi tira via le coperte…Le coperte!!, ma io sono già pronta.
Ora la stanza è piena di sole, mia madre ha aperto la finestra, non c’è più la nebbia che mi avvolge.
Mi sento strana, mi alzo dal letto me sembro uno zombi, che mi succede? Tutto mi sembra irreale, mia madre, la stanza, il mio letto, la finestra, il sole,
Un pensiero improvviso! corro dal mio biglietto vincente! o NO era tutto un sogno, non sono ricca e non lo sarei stata con la vincita del biglietto.
Mi metterei a piangere, tutti i miei sogni infranti in un momento.
Avevo fatto solo un sogno, che delusione, guardo mia madre e mi viene di nuovo da piangere, non sono ricca, non sono famosa, non sono bella e ben vestita.
Sono solo io, una ragazza che sta crescendo, che ha fatto un sogno ma da cui si deve svegliare.
Ebbene che questo sogno si realizzi.
Da oggi tutti i miei sforzi saranno concentrati sul mio obiettivo.
Voglio essere e sarò una stilista di moda, molto famosa, non so se con questa professione diventerò ricca, ma sicuramente sarò più sicura di me.
Accetterò il mio corpo per quello che è e lo amerò senza desiderare di essere diversa.
Credo che il mio sogno di vincita e di ricchezza si sia avverato, infatti anche se non di denaro posso dire che sono molto RICCA dentro di me e con una nuova consapevolezza del mio valore come persona e non come involucro,
Ecco i miei numeri vincenti
AB 527792

Giacomo e la Ninfa

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

Giacomo sbarcò per la prima volta al Porto di Civitavecchia una domenica primaverile, scese dalla nave di Crociera e si trovò davanti all’antico Forte Michelangelo, così imponente, così fiero di sé.
Aveva solo un giorno per visitare la città, si sa, le crociere sono belle solo quando sei a bordo, dove trovi tanti divertimenti, dove tutte le sere puoi intrattenerti a vedere il teatro o il cinema, per il resto in quanto ad escursioni si ha sempre poco tempo per visitare le città che incontri.
Giacomo aveva tanto sentito parlare di questa città, ed era curioso di poterla scoprire, era assieme ad un amico, scapolo come lui, chissà forse pensavano di incontrare la loro anima gemella, proprio lì sulla nave da crociera! Ma per ora su quella nave trovarono solo coppie di persone sposate.
Sbarcarono di mattina presto e un sole timido ma tiepido li accolse come un benvenuto.
Erano giovani, quando si hanno 30 anni ci si sente pieni di vita e di voglia di vivere, ma Giacomo era un amante dell’arte e non voleva limitarsi alle bellezze della piccola cittadina, mentre Mario, molto più prosaico ammirava le bellezze delle ragazze che incontrava, assieme formavano una strana coppia.

Giacomo era alto, moro, occhi castani, con un bel portamento, Mario biondo, piccolino, un po’ grassottello ma con un sorriso sempre stampato in viso che lo rendeva affascinante e intrigante.
Incontrare quei due sulla “passeggiata” alla ricerca delle bellezze della città erano un bel vedere loro stessi.
Giacomo aveva un po’ studiato il percorso da fare e la prima tappa per lui fu dirigersi verso il Ghetto, il quale come lui aveva studiato, inizialmente era destinato agli ebrei, poi con il tempo in esso si era andata a creare una piccola comunità di ristoranti, bar, luoghi d’incontro, un luogo comunque separato dal centro caotico della città e pieno di vita, di gioventù e di movida. Infatti, Mario adocchiò subito una bella cameriera e voleva fermarsi li, ma avevano poco tempo e quindi si limitarono a scoprire questa meraviglia per poi proseguire per il centro della cittadina.
Le sue antiche mura, la sua storia affascinarono Giacomo, ma era pur sempre pensando di trovare la sua “anima gemella”.
Mario, così scanzonato portava avanti la sua persona ammiccando a tutte le belle ragazze che incontrava e loro, civette e divertite, ricambiavano il sorriso. E si Mario era proprio affascinante! Giacomo era diverso, era sempre un po’ silenzioso, pensieroso, sempre con la voglia di scoprire questi luoghi…ma il tempo era tiranno, era già pomeriggio e il sole iniziava a scendere tingendo di rosa le case …e allora come non fare una passeggiata sulla spiaggia? Che poi spiaggia proprio non è, con tutti quei sassi e scogli…ma la bellezza del luogo era proprio quello.
Mario decise che per lui era meglio tornare al Ghetto dove aveva già adocchiato una bella ragazza. Così si divisero.
“Ci vediamo direttamente sulla nave, a dopo” si salutarono. Giacomo iniziò a camminare inebriato dall’odore del mare, dalla musica che il mare gli trasmetteva con il suo sciabordio, fu così che incontrò Marina, una ragazza dagli stupendi occhi azzurri come azzurri erano i suoi lunghi capelli sciolti al vento. La fissò incuriosito e incantato, anche lei lo guardò.
Amore a prima vista? Iniziarono a parlare come se si conoscessero da sempre, le profumava di mare, lui incantato la guardava e quasi non riusciva a respirare per l’emozione che provava.
Intanto il sole piano piano volgeva al termine del suo percorso giornaliero, colorando di rosso le acque del mare creando un’atmosfera irreale. Lei, però guardando il mare gli disse ” è ora per me di tornare a casa”!
“Dove abiti, ti accompagno”; non voleva lasciarla andare.
“Non mi puoi accompagnare, abito in un luogo a te proibito”.
“Niente mi potrà impedire di venire con te!” Lei si schernì
“Sei sicuro che verresti con me?
“Certo” Giacomo era ormai così innamorato, così perso nei suoi occhi azzurri che per niente al mondo l’avrebbe lasciata andare.
Allora lei, iniziò a incamminarsi verso le onde del mare, lentamente, volgendosi indietro per essere sicura che lui la stava seguendo. Giacomo, un po’ sorpreso, si fermò sulla riva del lido del Pirgo, non capiva perché lei continuasse ad entrare nell’acqua. Marina ancora una volta si girò e gli fece cenno, vieni, voleva dire, lui tentennava e quando ormai la testa di Marina sfiorava le onde e i suoi capelli azzurri si confondevano con i flutti, capii!!
Doveva seguirla, lei non era di questo mondo ma una Ninfa del mare, e al mare apparteneva, lui sapeva che per averla avrebbe dovuto seguirla e diventare come lei, allora entrò in acqua, lei era li ad accoglierlo.
Ancora oggi si racconta che Mario ormai anziano e con i capelli bianchi, ogni anno, dello stesso mese, stesso giorno torna alle spiagge del Pirgo di Civitavecchia ad aspettare il suo amico Giacomo, che su quella nave mai più fece ritorno.

La Principessa e la Gattara

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras e Simona Gaudenzi.

“Buongiorno come sta oggi la mia Principessa?”
“Bene, papà bene, c’è il sole, hai visto? vai anche oggi a lavorare? non rimani a giocare con me?”
“No tesoro, devo andare, il lavoro mi chiama, tanto resterai con la Tata, lei ti porterà a scuola e poi al parco, non ti preoccupare starai bene, io torno questa sera aspettami sveglia così ceneremo insieme”
“Certo papà, ma la tata è cattiva, vuole sempre che mi allacci le scarpe da sola, e non mi aiuta mai a vestirmi”
“Principessa, è giusto, devi imparare ad essere indipendente, quando io non ci sarò più dovrai continuare a vivere e a saperti gestire da sola, nel possibile”.
“Lo so però lei è cattiva lo stesso, io voglio che le scarpe me le allacci tu”
“Va bene per oggi lo farò io, ma tu obbedisci alla tata”.
“Va bene te lo prometto, però oggi voglio andare al parco, c’è una signora che porta sempre da mangiare ai gatti, sono così belli! mi piacerebbe averne uno”.
“Non se ne parla nemmeno, Tesoro, la tata non può occuparsi anche di un gatto”.
“Ora io vado, mi raccomando quando sei a scuola, cerca di ascoltare l’insegnante e impara tante cose, vedrai quanto è bello il sapere.
“Certo te lo prometto, ho già imparato a leggere il mio nome e tutto l’alfabeto, ed ho imparato anche a contare fino a dieci, dieci come i miei anni, sei contento papà”?
“Certo Principessa, non avevo dubbi, stasera mi racconterai come hai trascorso la giornata, ciao”.
“Ciao”.
Ecco ora quella strega della Tata, vorrà persino che mi faccia la doccia da sola, che pizza, quello che più difficile per me è infilare i pantaloni, sono così lunghi.
Vorrei sapere perché io non ho la mamma, ma una tata.
Papà dice che è un angelo, e che anche se non la vedo è sempre con noi, sarà… ma io mi sento sola, la vorrei vedere…almeno se avessi un gatto!
Ci sono le foto di lei in casa, è così bella, bionda con gli occhi azzurri come i miei, papà dice sempre che le somiglio, ma io la vorrei vedere e chiederle perché è andata in cielo con gli angeli invece di restare con me?
Quando lo chiedo a papà, piange sempre, allora ho imparato a stare zitta.
Va beh ma tanto oggi c’è il sole e la tata mi porterà al parco, dove ci sono tutti quei gatti, che belli che sono!

MARIA
Maria sedette stancamente sulla panchina ai margini del parco, anche per oggi i suoi pelosetti avevano mangiato.
Li guardava affettuosamente mentre finivano quello che era rimasto nelle ciotole e poi andavano a strusciarsi con le code dritte sulle sue gambe.
Li conosceva tutti Maria, i suoi pelosetti, a tutti aveva dato un nome. I gatti sapevano quando chiamava uno di loro.
“Per quanto ancora riuscirò a venire qui?” pensò Maria mentre rimetteva nella grossa borsa le ciotole. Il guardiano del parco si era raccomandato di non lasciare niente dopo che i gatti avevano finito di mangiare.
Le aveva concesso di utilizzare quel posto in fondo al parco e lei si atteneva scrupolosamente alle indicazioni che le aveva dato, era prezioso per lei quell’angoletto tranquillo, quella panchina dove poter rimanere un po’ a godersi la compagnia dei suoi amici.
Gli anni cominciavano sempre di più a far sentire il loro peso su quel corpo di ottantacinquenne ormai piegato dall’artrosi.
“Chi potrà venire qui al posto mio quando non ci sarò più?” rimuginava tra sé, preoccupata per il destino dei suoi amici. La vita non era stata generosa con lei.
Era rimasta sola con sua madre quando aveva solo quattordici anni, suo padre era partito all’estero in cerca di fortuna e dopo un po’ non aveva più dato notizie di sé. Maria aveva sempre cercato di non far sentire a sua madre il peso dell’abbandono, come se poi non fosse stata abbandonata anche lei.
Aveva cominciato subito a lavorare a servizio presso una famiglia. Sua madre cuciva, ma il suo lavoro di sarta non bastava a mantenerle. La sua adolescenza e poi gli anni della giovinezza erano trascorsi tra il lavoro e le domeniche a messa e poi in compagnia di sua madre.
Non si era mai sposata, non aveva conosciuto l’amore di un uomo.
Ad un certo punto della sua vita, quel senso negato di maternità si era trasformato in un istinto d’amore verso quei piccoli esseri che vedeva bisognosi e affamati girare nei pressi della sua casa. Era così che era nato quel suo rapporto speciale con i gatti. Aveva cominciato ad amarli, a sentirli come dei figli e ad occuparsene con amorevole cura.
Quando perse sua madre il rapporto con loro divenne ancora più intenso. Erano la sua famiglia. Tanti ne aveva aiutati e tanti ne aveva persi nel corso degli anni. Tutti nel quartiere la conoscevano come “Maria la gattara”.
Una donna un po’ stramba, dicevano. Passare la vita a occuparsi dei gatti! Ma poco sapevano del suo animo buono e gentile.

L’INCONTRO
Principessa era raggiante. La tata quasi non riusciva a starle dietro, i suoi passetti incerti e insicuri sembravano aver acquistato una scioltezza che non si era mai vista prima.
Il viale del parco, che portava all’ultima panchina sotto il grande faggio, d’improvviso non era più difficile e stancante da percorrere, non voleva perdere l’arrivo della vecchia signora che portava da mangiare ai gatti.
Principessa si avvicinò titubante alla signora che era già seduta sulla panchina e la salutò timidamente.
La tata correndole dietro la sgridò, “Principessa tuo padre non vuole che tu corra così”, ma Principessa non l’ascoltava
Maria salutandola con circospezione, guardò la bimba con occhi diffidenti, vedendola un po’ stramba, portava gli occhiali, ma aveva due occhi azzurri bellissimi, limpidi.
Maria amava la sua solitudine e quella bambina che si avvicinava le incuteva fastidio, non era abituata a parlare con le persone, figuriamoci con i bambini, lei amava solo i gatti, che non la tradivano mai.
“Signora, Signora ma sono suoi i gatti?” Maria stancamente le rispose “No sono del parco, io mi curo soltanto di loro”.
“allora posso toccarli! e accarezzarli il parco non dirà niente!”
La vecchia sorrise, l’ingenuità della bimba la spinse a prestarle maggiore attenzione. Era una bimba speciale, come diversa e speciale si era sempre sentita anche lei”
“Certo che puoi accarezzarli, il parco è nostro amico”
“Ma come si chiama questo?”
“Si chiama Andrea”
“Andrea? che bello” batté le mani contenta.
Maria sentì un moto di dolcezza per la bambina, le sembrò di vedere sé stessa tanti anni prima, la sua timidezza, la sua solitudine, la sua diversità, in un mondo in cui non si era mai sentita a suo agio.
Guardò il gatto Andrea che stranamente si faceva accarezzare, in genere era sempre un po’ selvatico, accettava solo le carezze da Maria e il suo cibo.
“Vieni cara, siediti accanto a me, ti piacciono così tanto i gatti”?
“Si, mio padre non li vuole in casa, così quando vengo qui, li guardo e vorrei accarezzarli tutti”
“Ma tu sei sola qui al parco?”
“No, vengo con la tata, mio padre deve lavorare”
“E tua madre?”
“Non lo so dov’è, papà dice che è un angelo”
Maria si sciolse, e tutte le sue angosce e pene, si trasformarono in commozione, abbracciò la bimba.
“Sai io vengo qui tutti i giorni a dare loro da mangiare”
“Lo so, lo so, annuì Principessa”
“Se ti fa piacere puoi venire ad aiutarmi, Io sono vecchia e avrei tanto bisogno di aiuto”
“Sarei felice di farlo, lo chiederò a papà questa sera, sono sicura che non mi dirà di no e poi un giorno chiamerò qualche compagna per farle vedere come sono brava a dar da mangiare ai gatti del parco.”
Rimasero per un po’ a parlare del loro progetto, un alone di sintonia e dolcezza sembrava circondarle.
La Tata era rimasta in silenzio, in disparte ad osservare. Stava facendo buio, Principessa e la Gattara si salutarono calorosamente.
“Ci vediamo domani Maria! porterò una busta di croccantini” disse Principessa mentre si allontanava.
Maria si voltò e il suo cuore sorrise.

Io Indio

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

Sono uscito ora da un bel bagno ristoratore, ho corso tutto il giorno con i miei compagni di gioco. Sono il primogenito di una famiglia molto importante della mia tribù. I miei nonni mi predicono sempre una grande fortuna, chissà forse un giorno potrò diventare stregone o addirittura capo tribù, per ora mi accontento di dominare i miei compagni di gioco. Non sono molto alto, ho 13 anni e penso che comunque non crescerò più di così, mio padre non è molto alto nemmeno lui, ma in compenso sono molto forte, e quando ci cimentiamo nella lotta, vinco quasi sempre io. Oggi i miei sono tutti al tempio a pregare i nostri antenati, il totem che ho vicino alla mia capanna, rappresenta il Sole e la sua forza, che illumina il nostro grande popolo, a cui noi dedichiamo sacrifici per poter avere sempre la loro benevolenza. La mia vita trascorre tranquilla, con i miei amici e con la mia famiglia, ho un fratello più piccolo e una sorella , lui ha 11 anni e lei solo 9, Lei vorrebbe sempre giocare con noi, ma noi non la vogliamo, siamo maschi e rudi e lei è così fragile, insomma è una femmina e deve stare con le femmine. Abbiamo tanti Dei a cui dedicare le nostre offerte, ma io ricordo sempre quando mio nonno mi raccontava, davanti al fuoco la sera, delle belle esperienza e gli insegnamenti dei nostri Avi, venuti da lontano “dalle Stelle”, e mi affascinava quando mi diceva che il nostro grande Re/Dio un giorno prese il mare e se ne andò, ma promise di ritornare più splendente di prima sempre dal mare. Ed ecco che un giorno, dal mare spuntarono delle navi con degli uomini con uno strano cappello dorato, con animali alti, eravamo affascinati , specialmente noi ragazzi, pensai il nostro Re/Dio è tornato, dovevamo dargli la giusta importanza.
Arrivarono in tanti con quei strani animali, poi chiamati cavalli. Ricordo quel giorno, tutta la tribù si riversò sulla spiaggia per ammirare questi uomini che sembravano tanto alti come i loro cavalli. Eravamo allibiti e pronti a metterci in ginocchio davanti a loro per adorarli, c’era un silenzio irreale quel giorno sulla spiaggia, li guardavamo increduli e forse un po’ spaventati. Noi eravamo un popolo tranquillo, non avevamo nemici, vivevamo di quel poco che avevamo ed eravamo sereni, quel giorno qualcosa cambiò anche il noi.
Vennero con un portamento da Re e noi li guardavamo ammirati o forse spaventati, da quel giorno la nostra vita cambiò.
La mia adolescenza finì quel giorno, dovetti crescere per forza. In principio non fu così terribile, ma presto uscì la loro vera natura, la loro avidità, la loro cattiveria. Con loro vi erano dei “missionari” così li chiamavano, e alcuni giorni dopo la loro venuta ci fecero un discorso strano che noi non capivamo. Con il senno del poi seppi che ci chiedevano, e leggevano, una lunga intimidazione a convertirci alla fede cattolica, pressappoco diceva così: Se non vi convertite, vi dico, che con l’aiuto di Dio io entrerò con forza entro di voi e vi assoggetterò al giogo e all’obbedienza della chiesa di Sua Maestà e prenderò le vostre moglie e i vostri figli e li farò schiavi, e li venderò come sua maestà comanderà e prenderà i vostri beni e vi farò tutto il male possibile. Io ero un ragazzo, non capivo cosa volessero da noi, credo che volessero i nostri ori, le nostre ricchezze, ma cosa centravano i nostri Dei, le nostre credenza? Perché volevano che adorassimo il loro Dio, che nemmeno conoscevamo? era una scusa? Iniziò un incubo, ci venivano a prendere nelle nostre case per portarci lungo i fiumi a cercare l’oro, presero anche noi ragazzi, molti di noi morirono così di stanchezza e di stenti, anche perché questi uomini ci avevano portato le loro malattie, a cui noi non eravamo abituati e non avevamo anticorpi per proteggerci. Io ero ancora giovane, anche mio fratello fu fatto schiavo e morì di stenti e di sfinimento nei loro campi. Io cercavo di resistere perché volevo proteggere la mia sorellina fortunatamente ancora giovane, perché questi bruti, oltre che renderci schiavi, stupravano le donne, anche mia madre ebbe la stessa sorte. Ma noi come popolo avevamo un cuore indomito, non si poteva accettare così questa schiavitù, molti del nostro popolo, piuttosto che essere schiavi , loro e i propri figli, si suicidarono in massa. Fu un duro colpo per noi, altri invece si abbandonarono ai loro vizi, iniziarono a bere e ad ubriacarsi, così da indebolire ancora di più il loro fisico ormai danneggiato. Il ricordo più atroce che ho. da quando riuscivo a capire la loro lingua è il sapere , che ci ritenevano senza anima, per questo ci mandavano in miniera per curare la normale cattiveria che avevamo, secondo loro, e perché ci ritenevano pigri, e, ancora più grave non credevamo nei miracoli del loro Gesù Cristo, per questo eravamo da condannare senza pietà. Adoravo i miei Dei, sempre in casa lo avevamo fatto ed ora ci dicevano che i nostri Dei erano pagani e ci mostravano un uomo in Croce, dicendo che lui era la vera Religione. Per me non era così, come non lo era per molti di noi. So che qualcuno della mia tribù accettò per disperazione la conversione e si fece battezzare da questi Missionari conquistadores, ma credo fortemente, che di nascosto continuavano ad adorare i loro dei. Crescere in questo contesto fece di me un uomo pieno di rancore e di odio, verso questo popolo venuto a distruggere la nostra vita. Mi sentivo in trappola, crescevo schiavo io uomo nato libero, questo mi procurava tanta voglia di ribellarmi, ma ormai eravamo quasi decimati come popolazione. Una piccola luce si accese quando da noi venne un “missionario!” Las Casas, che per 20 anni era vissuto nell’agio come “encomendero” ed ora finalmente si rese conto del genocidio perpetrato ai nostri danni. Si rese conto quando imbarcato nel 1513, con la spedizione di Diego De Quellar, fu testimone dello sterminio del popolo Taino per la civilizzazione della colonia. Rimase talmente scioccato, che lo visse come un incubo, tanto che si recò dal re di SPagna per parlare in favore di noi indios. Riuscì nel suo intento per soli tre anni, formando una colonia di soli indigeni non schiavi. Alla fine riuscì a far abolire l’Encomienda, rendendo di fatto illegale la nostra schiavitù.
Dopo tanti anni di questo tormento io e gli amici che erano rimasti in vita abbiamo capitolato e ci siamo convertiti al cattolicesimo, abbiamo abbracciato la loro religione…ma ancora oggi che parlo con i miei nipoti, racconto loro la nostra storia, per non dimenticare e l’invito ad adorare ancora i nostri Dei, il Sole, la Luna, il nostro Totem, ma questo in gran segreto.
Sono sopravvissuto, grazie alla mia forza di volontà e la voglia di proteggere i miei cari, anche se non sono riuscito a tanto, ma posso dire che almeno ci ho provato, non ho accettato passivamente gli eventi, ma ho cercato di combatterli.

Vent’anni Dopo

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

Oggi rovistando tra le vecchie scartoffie, ho notato una lettera ingiallita, mi sono incuriosita, è tanto che non mi metto davanti al Pc, forse è colpa dell’età, e gli acciacchi si fanno sentire tutti. Cammino infatti con il bastone e gli occhi sono sempre più deboli, solo la mia mente è sempre vigile e attenta. Ho due nipoti una vive a Milano, ha 28 anni, non perché è mia nipote ma è di una bellezza eterea, ed uno a Roma, lui ha vent’anni, li adoro, sono la mia gioia, il maschio che abita vicino a me, non mi lascia mai da sola, ogni giorno se anche non può venire a trovarmi, mi chiama al telefono per sapere se sto bene, se ho bisogno di aiuto. Che caro! Ricordo la loro nascita, allora ero piena di forza e di voglia di vivere, avevo 20 anni in meno e anche se non ero proprio una giovincella, ero piena di vitalità, mi dedicavo a tante attività, ero volontaria ad una ASL, mi occupavo di pratiche amministrative, aiutavo le persone che non potevano recarsi a Civitavecchia, così io ed altre colleghe svolgevamo il lavoro per loro. Andavo a scuola di recitazione…mamma mia quanto mi sono divertita, era bello interpretare ogni volta un personaggio diverso.
Non so se fossi all’altezza, non me lo sono mai chiesto, ma il divertimento era garantito e questo mi bastava. Mi piaceva viaggiare, avevo visto tanti luoghi lontani e vicini, amavo l’Italia e ancor più amavo l’incontro con gli altri popoli, altre razze, altre culture, era come crescere ogni giorno. Così zoppicando e un po’ a tastoni mi sono avvicinata alla scrivania, quanta polvere! non mi ci siedo più, che peccato. Sbircio per mettere un po’ d’ordine tra tutte quelle cartacce e cosa vedo? Una lettera! Mi sembra un po’ ingiallita, ma di chi sarà? chi l’avrà scritta?
Inforco gli occhiali, ormai senza di loro per me è buio pesto, faccio fatica a leggere, guardo la data mio Dio è del 2022, è di 20 anni fa!! Ma a chi è indirizzata? a Nerina Piras, a me, e perché mi sono scritta venti anni fa?
Faticosamente leggo e mi rendo conto che questa lettera l’ho scritta effettivamente io… a me stessa! Ma come è possibile! Ora ricordo, ad una lezione di Teatro il nostro registra Enrico, ci aveva fatto scrivere una lettera che ci rappresentava 20 anni dopo, mai avrei pensato che si sarebbe avverata quell’idea. Avevo davanti a me una lettera scritta per me da me stessa! Che emozione! Ero io con i sogni di allora, con i desideri di allora che immaginavo come sarei stata ora, magari senza bastone e senza occhiali. Ma ero io!! Io che sognavo di vedere crescere i nipoti; io che sognavo che loro realizzassero tutti i loro sogni, Asia, che diventava una bella donna affascinante, Manuel che studiava con amore e leggeva con la stessa passione che aveva infuocato la mia vita. Che altro desideravo a quei tempi dalla vita?
Ah si, la Libertà, quella libertà che vedevo sbriciolarsi tra le dita giorno per giorno, mi sembrava che un cappio mi avvolgeva e non mi dava respiro, volevo il mondo libero da questa pandemia. Volevo un mondo pulito, ecologico e libero per i miei nipoti e perché no anche per me che ero agli sgoccioli della vita.
Ero nata libera e libera volevo morire, ed ora questa lettera, ma cosa avevo scritto allora?
Piango, mentre la leggo, mi commuovo, mi rivedo guerriera, a lottare per la libertà, mi rivedo piena di forza e di voglia di vivere, ed ora che la rileggo, provo una grande pace, una contentezza, una gioia, so che i miei sogni si sono avverati tutti.
In questo mio cammino verso la fine della vita, vedo che ho realizzato la maggior parte dei miei sogni e dei miei obiettivi. Vedo davanti a me, no, due bambini ma una donna e un giovane uomo, che crescono con la consapevolezza della libertà che per un periodo ha barcollato. Vedo che i ragazzi hanno realizzato tutti i loro sogni e mentre leggo vedo passarmi davanti tutti gli anni trascorsi, tutte le lotte. Quanto amore in questa lettera scritta per me da me, quanta gioia ritrovarla ora e scoprire com’ero e come sono, quante emozioni, piango si, ma sono lacrime di gioia, di soddisfazione e di gratitudine verso la vita, la mia vita.

Rivoluzione Umana

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

Bella parola, Rivoluzione Umana

quando si parla di rivoluzione si pensa sempre ad una rivoluzione armata, morti, sangue, feriti, ma qui si tratta di una rivoluzione Umana, cosa significa nel profondo?

Quando ho abbracciato la fede buddista ero una persona completamente diversa, timida, timorosa ad affrontare la vita e i suoi disinganni.

La vita rappresentava un’incognita spaventosa dove ogni pericolo era dietro l’angolo.

La vita come a tutti dà dei momenti di gioia e dei momenti di lotta, i miei sembravano solo di lotta.

Un lavoro faticoso, povertà in famiglia, poi un marito, classico esito di una famiglia italiana.

Poi però il divorzio, già non più scontato, perciò tanta sofferenza, chi è passato attraverso questa esperienza, sa quale sfacelo può portare alla psiche umana, tutte le certezze, tutte le sicurezze in un attimo vengono spazzate via, non hai più amici, ti isoli dalla famiglia, non vuoi mostrare le debolezze del tuo cuore e il fallimento della tua vita.

Non so cosa può scattare nella vita di un essere umano, tanta disperazione porta anche a tanti problemi economici, una casa da mantenere, un figlio da crescere, un marito ormai nemico da combattere; e così con queste problematiche ti trovi sulla tua strada persone sorridenti che cercano di aiutarti a superare questo momento, con che? non con il vile denaro ma con una preghiera.

Si una preghiera ” Nam myoho renge kyo” è un mantra buddista, accolto da me con molta reticenza, pensi sia una “setta”, in principio e non ti fidi, ci vai con i piedi di piombo, ma poi ti convinci a recitare questo mantra, tanto non costa nulla, non si paga e non ti impegna più di tanto, crederci o non crederci è un’altra faccenda, non mi riguardava.

Poi quando la disperazione piano piano sta diradando e vedi alcuni risultati da parte delle tue preghiere, pensi “ma, sarà un caso”, figurati se è merito di questo mantra.

Intanto ottieni un grande beneficio, puoi acquistare la casa e piano piano, ti accorgi di come la tua vita sta cambiando, piccoli cambiamenti, un sorriso che sboccia più facilmente sul tuo volto, un pensiero che non sia catastrofico, come lo è sempre stato, vedere la vita in modo differente, alzarsi la mattina e ringraziare di essere vivi, di provare gioia per le piccole soddisfazioni della vita, essere sereni in ogni circostanza, anche la più brutte che ti possono capitare, e allora cerchi dentro di te le risposte, come mai questo cambiamento?

È bello sentirsi così, arriva un giornale con questo titolo “la rivoluzione umana”, ma cos’è questa rivoluzione umana, nei libri di scuola le rivoluzioni sono caratterizzate da lutti, sangue, miseria, disfacimento della società, questa rivista di cosa parla?

Ecco ora lo so, forse non lo capirò fino in fondo, ma un piccolo lumino si accende

La rivoluzione Umana è il cambiamento interiore, il modo di porsi nella vita, il sapere che in ogni momento di questo percorso, c’è una fede che ci guida e ci indica il cammino anche quando sembra che non ci siano vie d’uscita.

È una scoperta meravigliosa, divento consapevole delle mie parole, dei miei gesti, del mio modo di essere, e mi sento fortunata, perché nonostante tutte le difficoltà che ho incontrato nella vita, e che incontrerò, il mio stato vitale è alto, così da permettermi di affrontare ogni prova con coraggio e con la sicurezza che VINCERÒ.

Si credo sia questo il significato della Rivoluzione Umana, e questo cambiamento graduale, giorno per giorno della mia visione di vita, grazie alle mie compagne di fede che mi hanno sostenuto fino qui.

E ancora oggi dopo tanti anni continuano a sostenermi e danno una mano in caso di necessità.

La vita è bella.

Nonna

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras. 

Essere nonna, una parola che racchiude in sé mille emozioni.

Basta un momento per sentire il tuo cuore battere all’unisono con il suo.

Vedere tuo nipote dormire accanto a te, sentire/vedere il suo piccolo cuore che batte, le sue manine, così perfette, così piccole e sentire quel miscuglio di meraviglia e di emozioni che ti da solo a guardarlo dormire o a sfiorarlo per non svegliarlo, per bearsi ancora del suo respiro del suo odore del suo piccolo essere, ma così grande per le tue emozioni, per le sensazioni che ti da solo a sentirlo respirare.

Sapere che quando ti guarda, e quando ti sorride ti trasmette in un attimo tutte le emozioni del mondo, una carica che nemmeno potevi immaginare. Il figlio di tuo figlio, ti riporta ai momenti vissuti in altri tempi, quando questo padre, ora così orgoglioso, era lui un bimbo stesso, tanto tempo fa 41 anni per la precisione.

Ti chiedi: anche allora hai provato le stesse emozioni? sicuramente sì ma erano emozioni divise con la preoccupazione; di crescerlo; di educarlo; di non fargli mancare nulla.

Ora invece è diverso, via la preoccupazione, è rimasta solo la gioia di sentirlo ridere, di vederlo mangiare, di vedere come scopre il mondo, di vedere i suoi primi passi, come gioca con te.
Certo le forze sono diverse, ora la schiena non si piega più come una volta, ma tu lo fai lo stesso, con fatica ma lo fai.

Lo prendi in braccio quando allunga le sue di braccia per farsi prendere e senti di avere nelle tue mani il mondo intero racchiuso in questo essere così piccolo, così indifeso, così immenso, e lo stringi nel tuo cuore, perché non ci sono parole per descrivere tutto questo, bisogna solo provarlo.

E perché non ricordare il momento in cui hai scoperto di diventare nonna?

Ti hanno regalato un “ciuccio” della Chicco e lo hai guardato senza capire… poi un lampo!! diventerò “nonna” lo avevo tanto desiderato!! E poi ancora vedere quella pancia che cresce e sapere che lì è racchiuso quel piccolo essere, che già vive, e ascolta tutto ciò che poi scoprirà con la nascita.

E poi l’attesa in ospedale con i parenti di lei e i nostri, le camminate per i corridoi, in attesa della tua venuta, le restrizioni a cui ci dovevamo abituare per colpa del “Coronavirus” e già sei nato nel 2020 anno che si ricorderà nella storia.

Poi ecco che finalmente nasce questo “miracolo” e ti portano dentro una incubatrice, per via del “famoso virus” e non possiamo toccarti, ma solo ammirare attraverso la teca, come un tesoro prezioso, ed aver voglia di stringerti così bello così distante ma così vicino.

Grazie di esistere mio piccolo grande tesoro.

Sibilla Aleramo

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

Ho scritto un libro “una donna” nel 1906, è un romanzo, almeno io lo definisco un romanzo, potrei dire che è la mia vita romanzata, anche se parlare di me è difficile.

Mentre scrivo faccio un percorso di autoanalisi, un processo continuo di ricerca della mia anima.

Faccio l’analisi del motivo che mi ha spinto a lasciare questo marito che non stimavo né amavo, e, alla vita che conducevo con lui nel suo gretto provincialismo.

Speravo che con la nascita di mio figlio Walter, le cose potevano cambiare, ma ero un’illusa,

 per questo tentai il suicidio, proprio come fece mia madre, la quale soffriva di depressione, si salvò la vita in quel tentativo, ma non si salvò la sua mente, che da allora ci lasciò per sempre.

La mia rinascita la trovai nell’impegno delle battaglie di emancipazione femminile, che mi diedero la forza di allontanarmi da questo uomo, che mi maltrattava e mi tradiva.

Il rimorso di aver dovuto lasciare anche mio figlio non mi dà tregua, infatti il padre di Walter non mi ha permesso di portarlo con me.

Ma i miei guai iniziarono già da bambina, il tentato suicidio di mia madre mi segnò profondamente, in compenso adoravo mio padre, il quale mi ha trasmesso gli ideali di forza e di indipendenza.

Quando però scoprii che aveva una relazione extraconiugale il mio mito crollò e i nostri rapporti si ruppero definitivamente.

Questa brutta esperienza, mi portò ad averne un’altra peggiore, quando mi innamorai di un ragazzo impiegato nella stessa fabbrica dove lavoravo, fui vittima di una violenza sessuale e anche se questo uomo poi divenne mio marito, il rapporto con lui non fu mai felice.

L’unica cosa bella è stata la nascita di mio figlio, che poi ho dovuto abbandonare per non impazzire come mia madre.

Il mio nome d’arte è Sibilla Aleramo sono nata ad Alessandria il 14 agosto del 1976. ma il mio vero nome è Faccio Marta Felicina detta Rina., ma questo non è importante, quello che conta è il mio impegno sociale, non mi sono limitata a scrivere, ma ho cercato di costruire una Lega che unisse le donne per il loro movimento di crescita.

Questo mi fu possibile quando collaborai con la rivista “Unione Femminile”, di cui poi divenni socia, per lasciarlo dopo un po’.

La mia vita sentimentale è costellata da una relazione dopo l’altra vissute tutte con tormento, tanto da avere anche rapporti omosessuali.

Non mi capacito come ho potuto rinnegare il mio passato di comunista per il bisogno di mangiare, piano piano mi sono avvicinata a Mussolini, così da essere ammessa all’Accademia d’Italia, per poter sbarcare il lunario.

Però non poteva la mia mente accettare questo compromesso per troppo tempo, per questo rifiutai di trasferirmi a Salò come mi ordinò il Ministero della Cultura, vergognandomi di queste mie ultime scelte.

È solo al termine della Seconda Guerra Mondiale che mi iscrissi al PC dove poi mi sono impegnata in campo sia politico sia sociale.

Il mio tormento più grande è stato il rifiuto di mio figlio Walter ad incontrarci, dopo trenta anni, lo vedrò solo sul mio letto di morte dopo aver conosciuto i miei nipoti.

C’Era Una Volta

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

C’era una volta.

no, non è una favola, ma è la storia di una donna che ho conosciuto e che era sempre depressa, questa donna posso senz’altro dire che è una mia amica, era una persona che vedevo sempre camminare a testa bassa, con le spalle ripiegate su sé stessa, non sorrideva mai, sembrava che portasse il mondo sulle spalle, eppure era una persona gradevole a vedersi, infatti quelle rare volte che sorrideva sembrava che il mondo sorridesse tutto, era un peccato vederla così triste.

Diventai sua amica, così ho avuto l’occasione di raccontare la sua storia, quello di una donna depressa che ha dimenticato questa brutta parola.

Tutto è cominciato in una giornata di sole, camminando a suo modo sempre con le spalle chine e gli occhi bassi, incontrò nel suo cammino un fiore giallo, perché quel fiore giallo attirò così la sua attenzione? forse perché è il colore del sole, della vita e fu grazie al suo colore, alla sua bellezza che si sentì riscaldare il cuore, si fermò ad ammirarlo, se ne innamorò, lo studiò a fondo.

Questo fiore mostrava orgoglioso i suoi petali al sole, agli sguardi di chi voleva ammirarlo; non lo raccolse, voleva che vivesse lì nel suo ambiente, che facesse con la sua bellezza innamorare tutte le persone che passavano di lì.

Fu quella bellezza della natura, che portò questa donna ad alzare gli occhi al cielo, al sole, alla vita e a farsi accarezzare dal venticello che spirava quel giorno, a farsi coccolare dai raggi di quel sole primaverile, allo stesso modo con cui quel fiore si faceva baciare.

Erano nello stesso mondo, solo che il fiore era rigoglioso e pieno di vita e la donna al contrario era piena di tristezza che non riusciva ad aprirsi alla bellezza del mondo, non riusciva ad alzare le spalle, né ad esprimere completamente i suoi pensieri, le sue angosce, la sua paura di vivere.

Ma qualcosa quel giorno si svegliò dentro di lei una voglia di esserci, di colore giallo come quel fiore. si sveglio? Almeno iniziò a svegliarsi, voleva somigliare a lui e alla sua voglia di splendere sotto i raggi del sole.

Ma la strada è difficile da percorre e senza aiuto è quasi impossibile, lei aveva avuto delle amiche, ma la vita che conduceva le aveva fatto trascurare, per questo riuscì a fare amicizia con me, anche se riluttante.

Trascorreva la sua vita in una casa triste, era coniugata con un marito che non esisteva, che non la considerava, che non apprezzava la sua bellezza interiore, ma riusciva soltanto a criticarla, facendo di lei una depressa, piena di insicurezze.

Ma fu quel fiore giallo a darle la carica per far di lei una donna nuova e da quel momento si propose di vedere il mondo da un’altra prospettiva, con un’altra luce, con un’altra dimensione.

Ecco che accettò la mia amicizia, fu il primo passo. Le mostrai uno specchio, la feci sorridere, e da quel sorriso si vide anche la sua bellezza interiore.

Vide il mondo, vide la bellezza della vita, dell’universo. Iniziò a vivere? Non so se in quel momento ascoltò tutto, ma fu un inizio.

Diventai la sua confidente, le raccontai anche le mie problematiche di donna, si rese conto che “mal comune mezzo gaudio” brutto da dire ma era una consapevolezza che non era la sola a soffrire al mondo.

Mi chiamo Rita, lei diceva sempre che ero il suo angelo custode, venuto a salvarle la vita, ma io ero solo un essere umano, che aveva tanto sofferto ma che da quella sofferenza ne ero uscita vittoriosa e più forte di prima, tanto forte da dare il mio sostegno a chi ne aveva bisogno.

L’ha presi per mano e le mostrai il fiore dove tutto iniziò, le ho insegnato a camminare, lo abbiamo fatto assieme.

Con me si è aperta, con me ha viaggiato, non viaggio utopico, ma un viaggio vero.

Siamo andate alla scoperta del mondo, a Cuba per esempio a conoscere altre culture, alla scoperta della solidarietà tra popoli, infatti in quel momento Cuba attraversava un momento difficile, stava subendo un embargo da parte dell’America, e noi andammo lì per portare aiuti concreti, dalla carta alle penne mancava di tutto.

Lei rimase impressionata dalla miseria ma anche dal tanto orgoglio che traspariva in quel popolo, la loro allegria vera era la cosa che più l’attirava, era entusiasta di vedere quel popolo schiacciato ma non domo.

Ricordo quel viaggio con un sorriso. Eravamo ospiti di una famiglia cubana, la signora della casa era una docente universitaria e si faceva carico di noi portandoci a visitare la città, quella vera, non quella turistica. Un giorno che Angela, questo il nome della docente, non poteva accompagnarci decidemmo di fare un piccolo viaggio da sole, eravamo all’Avana nella capitale e decidemmo di recarci a Trinidad con il pullman.

Iniziò subito male, il viaggio era lungo almeno 250 chilometri di pullman, iniziammo a parlare di politica ed anche se avevamo lo stesso ideale riuscimmo a litigare li dentro, alzando anche la voce, finché ci rendemmo conto che tutti si erano silenziati per stare ad ascoltarci, anche se probabilmente non capivano una sola parola di italiano.

Arrivati a Trinidad di notte imbronciate e ancora arrabbiate pensammo subito di andare all’albergo che avevamo prenotato, mettemmo subito in chiaro alla reception che volevamo due camere separate.

Si tutto bene solo che le stanze erano distanti tra loro, per raggiungerle dovevamo attraversare un lungo corridoio semibuio e solitario, eravamo sole in un paese straniero.

Appena entrate nella stanza ci rendemmo conto di tutto ciò e lei abbracciandomi disse ” con cavolo che resto qui a dormire da sola” e la nostra litigata finì in una risata in quanto anche io avevo pensato la stessa cosa.

Il giorno dopo visitammo questa magica città, patrimonio dell’umanità con le sue strade acciottolate con i musici fuori dagli usci delle loro case a suonare e cantare assieme anche se era appena il mattino.

Fu una bellissima esperienza, Cuba ci regalò molto.

Iniziò a vedere con i miei stessi occhi, fu un lungo percorso, farlo insieme la fece crescere e abbandonò per sempre la depressione, parola ormai dimenticata.

Tornammo in Italia, lei era cambiata, iniziò a mettere in discussione il suo matrimonio, voleva splendere come quel fiore giallo, IO l’aiutai!

Non finirono lì le nostre avventure, continuammo a viaggiare insieme, le insegnai la solidarietà, l’amicizia e il bello del donare, abbracciò la mia filosofia di vita, a quei tempi praticavo il buddismo, e fu proprio per la mia filosofia di vita che riuscii a cambiare anche la sua.

Partimmo per altre mete, sempre con il cuore rivolto agli altri, così da non provare più dolore per il nostro.

Prese coscienza di sé, e della sua indipendenza, sia fisica che psicologica, fu una dura battaglia, ma IO ero sempre con Lei!

Riuscì a separarsi anche se con grande sofferenza, ma convinta che fosse la cosa giusta, ormai era un matrimonio sterile, senza né amore, né stima, né complicità, insomma un matrimonio finito. ED IO ERO LI!

L’aiutai a trovare un nuovo lavoro che la rendesse indipendente e altre amicizie, lei si rimboccò le maniche con la coscienza di essere finalmente in grado di uscirne fuori IO ERO LI!

Io mi chiamo RITA o almeno mi chiamavo Rita, sono stata una meteora nel mondo, sono stata sempre presente nei suoi momenti bui.

Ora non ci sono più, ormai sono solo uno spirito, il mondo non mi appartiene più, ma sono felice qui dove mi trovo ora, rimango viva solo nella sua mente e nel suo cuore, e sono comunque sempre presente a tenderle una mano quando sento che sta vacillando.

Sono sempre con lei, infatti deve solo pensare a me ed io immediatamente sono lì, ascolto le sue parole, anche se non posso risponderle, so che lei sente la mia presenza.

Ora non è più una persona depressa, ma una donna completa che ha raggiunto la sua maturità, la sua serenità e la sua gioia di vivere.

Chi la conosce ora non direbbe mai che è stata una depressa, perché lei è la gioia, sorride spesso, gioca spesso.

Sono stata felice di aver fatto parte della sua vita e di aver condiviso con lei gioie e dolori risate e serietà.

So che quando pensa a me si ricorda dei bei momenti vissuti, ma anche dei nostri bisticci, dei nostri viaggi e delle nostre avventure.

Io non sono mai morta per lei.

So che mi porterà sempre nel cuore come un cofanetto di perle preziose.

Anche io da dove sto, non in carne, ma come spirito rimarrò sempre accanto a lei.

Questa è la storia di una donna che ha dimenticato la parola depressione per aprirsi alla vita come invece io l’ho lasciata, so che ne ha sofferto molto, forse non se lo aspettava, è stato tutto così improvviso che non siamo riuscite a salutarci.

Penso che tutti noi veniamo al mondo con un compito ben preciso, il mio era di far tornare il sorriso a questa donna.

Ho portato a termine il mio lavoro e sono dovuta andare via

Buona fortuna amica mia

tua Rita da questa dimensione

FINE

Io Sono Santippe 3

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

Sono Santippe, sono Ateniese, mi sono sposata con Socrate quando lui aveva già 50 abbiamo avuto tre figli.

Sono nata in un periodo storico a me non congeniale, qui le donne sono tutte sottomesse ai mariti, devono ubbidienza assoluta, il mondo è maschile.

Io sento di essere diversa, sento di avere una mente, un carattere, un’indole non incline all’ubbidienza

Vivere con un uomo come Socrate è difficile, lui ama molto discutere e ragionare della vita, il più delle volte lo trovo in piazza con i giovani, che lo seguono molto.

Per me è difficile stargli dietro quando lui parla, sinceramente non riesco a capirlo, mi sento lontana da lui ed ho paura che anche lui si senta lontano da me.

Non riesco a tenere un discorso con lui perché non mi sento all’altezza.

Però sono orgogliosa di lui e ne sono innamorata, quando lui parla anche io a volte ne resto affascinata ma anche intimorita ed è per non soccombere a questa insicurezza che a volte reagisco in maniera irrazionale. per questo forse mi faccio prendere dalla rabbia e sfogo su di lui i miei malumori e la mia inferiorità anche se ci sono altre persone con noi.

Quando ho questi scatti di rabbia vedo negli occhi della gente perplessità e sento che loro mi vedono come una strega bisbetica, ma io non lo sono, mi sento solo come una donna fuori dal tempo che vive, e, che vorrebbe un uomo più presente nella vita familiare.

Fortuna vuole che Socrate sia buono, infatti, anche se viviamo in un mondo maschile lui non mi ha mai picchiata anzi quando sono furiosa mi fa sfogare senza mai interrompermi, ma per quanto sia buono non sopporto il suo modo di vivere

Sono una donna e come tale mi piacerebbe indossare bei vestiti, ricevere ospiti con decoro, lui è esattamente il contrario. Invita ospiti anche importanti ma non si preoccupa mai di sapere se ho abbastanza cibo da mettere in tavola.

Sfido qualsiasi donna a mantenere la pazienza.

Gli voglio bene, e quando lo hanno messo in prigione ho pianto tanto, mi sono disperata, mi sono strappata i capelli, mi sono percossa per il dolore di perderlo.

Il giorno prima della sua morte, ero nella sua cella, lui teneva in braccio nostro figlio più piccolo, uno strazio per me, ma più doloroso è stato quando sono arrivati i suoi discepoli, mi mandò a casa, così da passare gli ultimi attimi della sua vita con loro e non con me che ero sua moglie. Quello che mi fa rabbia, e mi fa male, è sapere che avrebbe potuto avere salva la vita se si fosse proclamato colpevole, ma coerente con le sue idee rifiutò, così fu condannato a bere la cicuta dal tribunale popolare dandosi una morte onorevole, ma…lasciando la sua famiglia nell’indigenza