Capitolo 4: “Prima Del Sospetto”

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

«È stato l’errore più grande della mia vita» pensò Giuseppina mentre raccoglieva da terra i calzini dei bambini «me lo dicevano tutti, anche mia sorella Genoveffa, ‘un vedovo più grande di te di 13 anni, con tre figli ancora piccoli, non pensi a come sarà la tua vita dopo il matrimonio?’ »
Silvio era cambiato dopo il matrimonio, sovente si mostrava irascibile e sgarbato. «Se avessi avuto ancora mia madre forse avrei fatto una scelta diversa». Le capitava spesso ultimamente di avere questi pensieri su di sé e sul passato.
Il casale della sua infanzia in pochi anni era diventato vuoto. I suoi fratelli e le sue sorelle maggiori si erano sposati ed erano andati a vivere altrove. Le sorelle avevano sposato contadini e vivevano in casali non molto lontani. I maschi avevano scelto di vivere e lavorare in città.
Lei aveva 17 anni quando morì sua madre. «È morta di dolore» dicevano in famiglia. Giulio non era più tornato, la guerra era finita ma non avevano saputo più nulla di lui e la povera donna si era spenta lentamente in una vana e dolorosa attesa.
Nel giro di pochi anni erano rimasti solo lei e suo padre nel grande casale e così Giuseppina dovette decidere della sua vita. Suo padre andò a vivere con una delle figlie in un casale non molto lontano, aveva sempre fatto il contadino, non poteva immaginare il resto della sua vita lontano dalla campagna.
Giuseppina invece decise di lasciare dietro alle spalle tutto quello che era stato e volle raggiungere i suoi fratelli. Il ragazzo di cui si era innamorata era partito a fare il militare, ma non le aveva mai scritto. Per mesi aveva aspettato una sua lettera e alla fine il senso di solitudine aveva deciso per lei. Sarebbe partita.
La città era sul mare ed era bellissima, Giuseppina non aveva mai visto il mare prima di allora e ogni notte le sembrava che non si facesse mai giorno, tanta era la voglia di uscire per andare a vedere il mare e la città.
Appena poteva si recava sul lungomare per osservare da lontano il viavai delle persone sulle passerelle di legno costruite sull’acqua. Signore eleganti, vestite di leggeri abiti bianchi, con l’ombrellino per ripararsi dal sole, passeggiavano lentamente.
Era uno scenario affascinante e sconosciuto, di cui non avrebbe mai fatto parte, ma che riempiva le sue fantasie.
Era bella Giuseppina, con i capelli neri come la notte e gli occhi vivaci e presto qualcuno si accorse di lei.
Silvio era un bell’uomo, ci sapeva fare. Sapeva corteggiare. Giuseppina non era abituata a gesti galanti e sguardi appassionati, in campagna i modi erano diversi, e fu subito conquistata. Silvio la chiamava “occhi da assassina”, lei si sentiva lusingata, si sentiva persino elegante e quando Silvio volle parlare con i suoi fratelli lei ne fu felice. L’anno successivo si sposarono.
Aprì la porta e uscì sul lungo ballatoio per andare a versare il contenuto del vaso da notte nello stanzino che stava in fondo al ballatoio stesso. Era ad uso di tutti, e aveva solo un grande buco in terra per lo scarico.
Rientrò in casa e si mise a stendere qualche panno, poi cominciò a preparare il pranzo per i bambini, adesso erano quattro, la piccolina, Nadia, di un anno, era l’unica che avesse partorito lei. Giuseppina aveva ventidue anni.
Era estate e dalla finestra che dava sul ballatoio giungevano i rumori della piazza. Dalle stalle, al piano terra del palazzo, arrivavano i nitriti dei cavalli e le voci concitate degli stallieri che li preparavano per attaccarli alle carrozze. Giuseppina non faceva caso all’odore che proveniva dalle stalle, era nata in campagna e la sua camera da letto, nel casale dove aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza, stava proprio sopra la stalla delle mucche.
Poco dopo arrivò Teresa, la ragazzina che aiutava in casa. Giuseppina non riusciva da sola a badare alla casa e a quattro bambini e Silvio l’aveva accontentata quando lei aveva chiesto una persona che l’aiutasse. «Meno male che sei arrivata» le disse «io ho già preparato il pranzo. Puoi finire di stendere i panni mentre do da mangiare ai bambini»
Teresa ultimamente era seria e silenziosa. Quando un anno prima aveva iniziato a lavorare in casa loro era una ragazzina allegra e chiacchierona, Giuseppina si trovava bene con lei, Teresa aveva solo 15 anni, ma sapeva fare tutto in casa, e lei la considerava come una sorella più piccola. Da qualche tempo però la vedeva diversa, le aveva chiesto cosa le fosse capitato, ma Teresa le aveva solo detto: «No ti sbagli Giuseppina, che vai dicendo?»
Avrebbero dovuto portare i bambini all’antemurale quel giorno, ma Nadia aveva la febbre. Non era facile per lei badare a questi bambini che non erano suoi. Avevano quattro, sei e otto anni quando si era sposata con Silvio, non la chiamavano mamma, erano già abbastanza grandi da sapere che non era lei la loro madre, si ricordavano della loro, e poi forse la nascita di Nadia aveva peggiorato le cose, Giuseppina percepiva che erano gelosi.
Poco dopo tornò Silvio dal lavoro, in genere arrivava molto più tardi. «Mi sono sbrigato» disse «perché voglio portare i bambini all’antemurale»
«Ma non ti ricordi che Nadia ha la febbre?» gli rispose Giuseppina
«Ah, è vero non ci pensavo, ma posso portarci i più grandi, casomai viene con me Teresa per guardarli…»
«Si certo, posso andare anche io, se tu non hai bisogno di nulla Giuseppina»
«Andate voi. Io ho un po’ di cose da fare e poi preparo la cena»
«Teresa potrebbe sembrare sua figlia maggiore» pensò Giuseppina appena furono usciti. Qualcosa di indefinibile aleggiava nella sua mente, un senso di minaccia incombente, un fastidio, di cui non sapeva l’origine. Non ne era pienamente consapevole, ma era come sovrastata da un velo di ansia.

Capitolo 3: “9 Settembre 1916”

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

Giulio si avvicinò il più possibile al piccolo specchio un po’ scurito e macchiato, appeso in camera dei suoi genitori. Era l’unico specchio che avevano in casa e sua madre lo custodiva gelosamente nella sua stanza. Veniva utilizzato solo nelle grandi occasioni.
La vita in campagna non lasciava spazio per queste cose. Con il freddo pungente d’inverno, il sole cocente d’estate, con la polvere della terra e il fango c’era bisogno d’altro. D’inverno un giaccone pesante per coprirsi meglio, d’estate le donne portavano un fazzoletto calato quasi sugli occhi e legato dietro la nuca per riparare la fronte dal sole, e poi scarponi comodi per camminare sulle zolle rialzate, erano queste le loro necessità, a questo pensavano prima di uscire di casa.
Ma quel giorno era diverso. In quella bella giornata settembrina lo specchio serviva. Giulio controllò i suoi capelli neri. Li aveva pettinati con cura, bagnando più volte il pettine con l’acqua e ora stavano diligentemente appiattiti e divisi da una riga perfetta sulla destra del capo. Si inumidì il dito con la saliva per mettere a posto un piccolo ciuffo ribelle.
Prese dall’armadio la divisa che gli avevano dato alcuni giorni prima al presidio militare, la indossò lentamente. Le sue grandi mani, indurite dal lavoro nei campi, gli rendevano difficile l’abbottonatura della lunga giacca. Si sentì impacciato e nervoso. Sua madre gli aveva detto che forse era meglio metterla in borsa, che si sarebbe rovinata durante il viaggio, ma lui aveva deciso di indossarla subito, gli dava la sensazione di sentirsi già un soldato, almeno così sperava. Non voleva partire, non voleva essere un soldato, ma doveva, e allora tanto valeva indossare la divisa.
Un raggio di sole entrava dalla finestra e dava luce ai semplici mobili di legno scuro che arredavano la stanza: un letto matrimoniale, un cassettone, un armadio a quattro ante. La finestra dava sul cortile con la grande fontana al centro, più in là una fila di alberi faceva da confine con la distesa dei campi che si perdevano in lontananza.
Giulio uscì dalla stanza, in cucina lo stava aspettando tutta la famiglia.
I visi seri ed emozionati di chi sta vivendo un momento diverso, qualche cosa di nuovo e inaspettato, piombato quasi all’improvviso nelle loro semplici vite contadine. 
Giuseppina gli corse incontro e lo abbracciò intorno alla vita.
“Sbrighiamoci, che faremo tardi” disse suo padre.
Lasciarono il casale incustodito, per la prima volta, e si incamminarono tutti verso il paese.
Sulla piazza c’era già la corriera, Giulio vide Sergio e Orlando, 20 anni come lui, vestiti in divisa accanto alle loro famiglie.
Abbracciò ad uno ad uno le sue sorelle e i suoi fratelli, la piccola Giuseppina gli saltò al collo: “Ti porterò un regalo” le promise.
Poi strinse forte e a lungo sua madre, abbracciò suo padre e salì sulla corriera.
Si sedette sul primo sedile, si voltò un momento a guardarli dal finestrino, poi si girò immediatamente e la corriera parti.

Capitolo 2: “Il Frutto”

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

L’albero di cachi stava proprio in fondo agli orti. Per arrivarci bisognava attraversare le coltivazioni, passando su uno dei tanti minuscoli sentieri che suo padre e i suoi fratelli avevano tracciato.
La piccola Giuseppina amava quell’albero di cachi. Di tutte le piante che vivevano nel grande podere, quello era il suo preferito. Alla fine di ottobre si riempiva di magnifici frutti di color arancio intenso. I rami delicati si piegavano sotto il loro peso, sembravano sfere colorate. Per tutto novembre il cachi assomigliava a un albero di Natale addobbato un po’ prima del tempo.
Quell’anno Giuseppina aveva chiesto a suo padre di potersi occupare lei della raccolta dei cachi, voleva che fosse il suo lavoro. Suo padre acconsentì, non avrebbe mai negato qualcosa alla piccola di casa.
Così quasi ogni giorno Giuseppina si recava con un piccolo cesto a raccogliere un po’ di frutti. Ma c’era un segreto dietro il suo desiderio, il rito della pozione arancione, così lo chiamava lei. Prima di raccogliere i frutti, Giuseppina se ne mangiava uno, tutto a modo suo.
Raccoglieva uno di quelli più maturi, come piaceva a lei, con la buccia che già cominciava a spaccarsi, lasciando intravedere un po’ di polpa succosa. Lo prendeva delicatamente tra le mani, cercando di non romperlo, poi cominciava a leccare la buccia sottile nel punto in cui era spaccata. La buccia era liscia e cedevole, e anche da fuori Giuseppina riusciva a sentire la morbidezza della polpa interna. Non c’era bisogno di un coltello per sbucciare il suo cachi, con la lingua pian piano finiva di aprire lo spacco della buccia, e la polpa dolcissima, molle e succulenta cominciava ad uscire da sola.
Giuseppina non riusciva a mangiarla così velocemente come la polpa usciva, per cui si ritrovava sempre con le mani e le labbra impiastricciate di quella morbida e dolce gelatina. Finiva allora di mangiare il frutto succhiandosi le dita e leccandosi le mani. Il rito della pozione arancione era in realtà il piacere un po’ selvaggio di godersi il frutto tutto a modo suo.

Capitolo 1

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

Quella che sto per raccontare è una storia d’amore. Un amore che ha attraversato il tempo, che è passato di generazione in generazione ed è arrivato fino a me, come una staffetta. Ha aspettato pazientemente per più di cento anni, questo antico amore, ma il suo lungo viaggio nel tempo adesso è finito, può riposare finalmente in pace.
Mi chiamo Serena, ho 65 anni. La mia vita è stata quella di una donna come tante, con le sue emozioni, i momenti belli, i dolori, le delusioni. Nel corso del tempo sono cambiate tante cose in me, non solo nell’aspetto fisico, come è normale che sia, ma anche nel mio essere; come persona, come donna. Credo di aver sempre cercato di guardare dentro me stessa, forse per una predisposizione d’animo, ma anche per i tanti momenti di solitudine che mi hanno dato la possibilità di farlo. Una solitudine non sempre materiale, spesso mi sono sentita sola anche quando ero in mezzo alla gente. Il lato malinconico del mio carattere ha sempre favorito questo desiderio di scavare dentro me stessa. Per sentirmi migliore, sicuramente, ma anche nel perenne tentativo di trovare una felicità che forse non esiste.
Il mio percorso interiore ancora non è finito, e credo che non finirà mai, continuerò fino a quando la ragione me lo consentirà, fa parte di me, ma in tutti questi anni una certezza mi ha sempre accompagnato, e non è mai cambiata, l’amore per mia nonna Giuseppina.
Mia nonna è morta ormai da più di venti anni, avevo quarantaquattro anni quando l’ho vista per l’ultima volta nel suo letto, ormai non era più in grado di parlare e il giorno successivo lasciava questo mondo.
Quarantaquattro anni non sono pochi e mi hanno dato la possibilità non solo di amarla ed essere amata, ma anche di ascoltare da lei le tante storie che hanno fatto parte della sua vita. Mi è sempre piaciuto tanto ascoltare le storie da mia nonna; da piccola le facevo ripetere infinite volte sempre la stessa favola, quella che in quel momento mi colpiva di più, e lei pazientemente la ripeteva. Quando sono cresciuta, il nostro rapporto, fatto molto spesso di racconti, è continuato con le tante storie della sua lunga vita. Una di esse in particolare l’ho sempre sentita in modo più intenso rispetto alle altre, quella di suo fratello maggiore Giulio, che a venti anni partì per la Grande Guerra e non fece più ritorno.
La storia di Giulio, interrotta bruscamente, ha lasciato in lei un desiderio struggente di rivederlo, e in me, non solo il fascino che può dare il mistero di una storia irrisolta, ma anche il desiderio, non del tutto consapevole, di portare a termine qualcosa rimasto incompiuto.
Adesso ti lascio caro lettore, vado a far parte della storia. Preferisco che a raccontare le vicende che seguiranno sia un anonimo narratore. C’è troppo del mio cuore dentro queste storie e non riuscirei a raccontarle con serenità.
Ho raccolto direttamente da mia nonna la staffetta dell’amore, una generazione purtroppo è saltata.
Spero soltanto che un giorno i miei figli possano prendere in mano la mia e raccontare un’altra storia d’amore.

Sinossi

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

L’amore che supera il tempo. Giulio, contadino ventenne, parte per la Grande Guerra. Non tornerà più e la sua numerosa famiglia, di cui è il figlio maggiore, non saprà più nulla di lui. Giuseppina, la figlia minore, ha solo nove anni quando vede suo fratello partire, ma non lo dimenticherà. Nella sua lunga e travagliata vita racconterà spesso e con affetto di questo fratello scomparso. Serena, sua nipote prediletta, dopo più di cento anni, riuscirà a fare un grande regalo ai suoi antenati.

Gerry

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

Dicono che il tempo guarisca le ferite. Forse, ma è una cura troppo lenta, voglio liberarmi più in fretta del dolore che mi attanaglia, è insopportabile. Qualcuno mi ha detto: scrivi, la scrittura è uno sfogo dell’anima, ti farà bene. E allora ci provo, scriverò di lei, se questo può aiutarmi. Scriverò della piccola Gerry e della nostra piccola e indimenticabile storia.
Ho letto una volta che gli eventi importanti che ci accadono, gli incontri che diventano significativi nella nostra vita sono predestinati. Niente accade per caso, tutto ha un motivo, tutto ha un perché. È il macrocosmo che diventa microcosmo. Adesso ci credo.
Era il maggio del 2015, esattamente 7 anni fa. Vincenzo aveva scoperto ormai da quasi un anno il male che da lì a cinque mesi lo avrebbe portato via, eppure in una calda giornata di maggio mi disse: “perché non lo prendiamo?” Mi fece vedere su Facebook la foto di un gattino per il quale si cercava una famiglia che lo accogliesse. Rimasi sorpresa dalla sua richiesta, avevamo già tre gatte e poi non mi sembrava certo un periodo adatto per adottare un altro micio, con tutti i problemi che avevamo. Lui non stava ancora poi così male, ma sapevamo entrambi il destino della sua malattia, e così acconsentii. Pensai che forse avesse bisogno di un diversivo, un cucciolo allegro e giocherellone come sanno essere i piccoli di gatto.
Dopo due giorni, lo andammo a prendere. Era un minuscolo scricciolo impaurito, con il pelo nero ma con il musetto e i piedini bianchi. Sembrava avesse le scarpette.
Decisi di chiamarlo Gerry. In seguito, il veterinario ci disse che era femmina, ma ormai il nome era stato scelto e Gerry rimase.
Si ambientò subito, trascorse i primi tempi in casa nostra quasi sempre sul divano accanto a Vincenzo, giocherellava fino allo sfinimento con la sua grossa mano e poi si addormentava accanto a lui. Era nato un sodalizio.
Io avevo troppo da fare in quei giorni, troppi pensieri per la testa e non avevo l’animo predisposto verso questa piccola nuova arrivata. Mi bastava darle da mangiare e vedere che Vincenzo aveva trovato un diversivo nelle sue malinconiche giornate sul divano.
Nei mesi successivi tutto precipitò, l’aggravamento improvviso e velocissimo della sua malattia non ci diede modo di pensare ad altro, quell’estate fu un incubo ad occhi aperti. Esistevano solo il mio dolore e la sua sofferenza. Poi, verso la fine di settembre il suo calvario ebbe fine.
Iniziò la terza fase della mia vita. Fu allora che la piccola Gerry cominciò ad avere un suo ruolo. Lei faceva parte di questa terza fase, non esisteva prima, come le altre. Lei, nuova presenza, rappresentava in qualche modo la nuova famiglia che adesso eravamo.
Era la piccola di casa, discreta, delicata, piccolina. Rimase sempre di dimensioni ridotte, anche quando era ormai adulta. Cominciai ad amarla. C’era quando iniziò il periodo della depressione, c’era quando provai a risalire la china, cercando interessi e passioni, c’era nei momenti di solitudine e nelle serate in compagnia.
I tanti anni di vita trascorsi con i gatti mi hanno insegnato che, come gli uomini, hanno anche loro caratteri diversi. Lei era semplice, mai lamentosa, sempre allegra. Godeva di tutto. Si adattava a tutto. Ho sempre pensato che avrei potuto avere anche cento gatte se fossero state tutte come lei. Come tanti gatti era indipendente nell’affetto. Decideva lei quando volere le coccole, a volte la sera si acciambellava sulle mie gambe mentre ero sul divano e iniziava un ciclo di fusa. A volte invece preferiva le fusa da lontano. Non voleva avvicinarsi, ma bastava che addolcissi il tono di voce e cominciava a ronfare in lontananza. Lei c’era. E mi metteva allegria con la sua grande voglia di vivere e il suo star bene con niente.
Dicono che il numero 7 sia un numero magico. Ha tanti significati simbolici ed esoterici il numero 7. È Il numero della completezza. Sono passati 7 anni dal giorno in cui entrò timorosa per la prima volta in casa nostra.
In una mattina di maggio di 7 anni dopo sono passata in veranda per uscire. Eri sdraiata mollemente sul mobile per i gatti e ti godevi il sole. Ti ho vista bellissima, avrei voluto fermarmi per farti una foto, ma andavo di corsa. Ti ho fotografata nella mente, una zampetta penzolava pigra.
Poi sono tornata a casa, ho sbrigato le mie cose e verso mezzogiorno sono scesa per andare in piscina. La borsa pronta e il costume già indosso. Tu eri in casa, distesa in terra al centro dell’ingresso, sembravi riposare, invece te ne eri già andata. Mi avevi lasciato. Avevi lasciato lì solo il tuo piccolo corpo, ma tu non c’eri più. Mi hai lasciato silenziosamente e misteriosamente, così come sei sempre vissuta.
Piccola Gerry perché mi hai fatto questo? Lo strazio si è impadronito di me, non so per quanto tempo, ma poi all’improvviso ho compreso. Eravate già d’accordo tu e lui.
Sette anni dovevi stare con me, a vegliarmi, ad amarmi, a darmi allegria.
“Sette anni debbono bastare per una donna forte come te, adesso la riprendo io, adesso tornerà a giocare con le mie mani. Non straziarti, se ne è andata perché così doveva essere”.

Il Frutto

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

L’albero di cachi stava proprio in fondo agli orti. Per arrivarci bisognava attraversare le coltivazioni, passando su uno dei tanti minuscoli sentieri che suo padre e i suoi fratelli avevano tracciato.

La piccola Giuseppina amava quell’albero di cachi. Di tutte le piante che vivevano nel grande podere, quello era il suo preferito.  Alla fine di ottobre si riempiva di magnifici frutti di color arancio intenso. I rami delicati si piegavano sotto il loro peso, sembravano sfere colorate. Per tutto novembre il cachi assomigliava a un albero di Natale addobbato un po’ prima del tempo.

Quell’anno Giuseppina aveva chiesto a suo padre di potersi occupare lei della raccolta dei cachi, voleva che fosse il suo lavoro. Suo padre acconsentì, non avrebbe mai negato qualcosa alla piccola di casa.

Così quasi ogni giorno Giuseppina si recava con un piccolo cesto a raccogliere un po’ di frutti. Ma c’era un segreto dietro il suo desiderio, il rito della pozione arancione, così lo chiamava lei. Prima di raccogliere i frutti, Giuseppina se ne mangiava uno, tutto a modo suo.

Raccoglieva uno di quelli più maturi, come piaceva a lei, con la buccia che già cominciava a spaccarsi, lasciando intravedere un po’ di polpa succosa. Lo prendeva delicatamente tra le mani, cercando di non romperlo, poi cominciava a leccare la buccia sottile nel punto in cui era spaccata. La buccia era liscia e cedevole, e anche da fuori Giuseppina riusciva a sentire la morbidezza della polpa interna. Non c’era bisogno di un coltello per sbucciare il suo cachi, con la lingua pian piano finiva di aprire lo spacco della buccia, e la polpa dolcissima, molle e succulenta cominciava ad uscire da sola.

Giuseppina non riusciva a mangiarla così velocemente come la polpa usciva, per cui si ritrovava sempre con le mani e le labbra impiastricciate di quella morbida e dolce gelatina. Finiva allora di mangiare il frutto succhiandosi le dita e leccandosi le mani.  Il rito della pozione arancione era in realtà il piacere un po’ selvaggio di godersi il frutto tutto a modo suo.

Una Storia d’Amore

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

Quella che sto per raccontare è una storia d’amore. Un amore che ha attraversato il tempo, che è passato di generazione in generazione ed è arrivato fino a me, come una staffetta. Ha aspettato pazientemente per più di cento anni, questo antico amore, ma il suo lungo viaggio nel tempo adesso è finito, può riposare finalmente in pace.
Mi chiamo Serena, ho 65 anni. La mia vita è stata quella di una donna come tante, con le sue emozioni, i momenti belli, i dolori, le delusioni. Nel corso del tempo sono cambiate tante cose in me, non solo nell’aspetto fisico, come è normale che sia, ma anche nel mio essere; come persona, come donna. Credo di aver sempre cercato di guardare dentro me stessa, forse per una predisposizione d’animo, ma anche per i tanti momenti di solitudine che mi hanno dato la possibilità di farlo. Una solitudine non sempre materiale, spesso mi sono sentita sola anche quando ero in mezzo alla gente. Il lato malinconico del mio carattere ha sempre favorito questo desiderio di scavare dentro me stessa. Per sentirmi migliore, sicuramente, ma anche nel perenne tentativo di trovare una felicità che forse non esiste.
Il mio percorso interiore ancora non è finito, e credo che non finirà mai, continuerò fino a quando la ragione me lo consentirà, fa parte di me, ma in tutti questi anni una certezza mi ha sempre accompagnato, e non è mai cambiata, l’amore per mia nonna Giuseppina.
Mia nonna è morta ormai da più di venti anni, avevo quarantaquattro anni quando l’ho vista per l’ultima volta nel suo letto, ormai non era più in grado di parlare e il giorno successivo lasciava questo mondo.
Quarantaquattro anni non sono pochi e mi hanno dato la possibilità non solo di amarla ed essere amata, ma anche di ascoltare da lei le tante storie che hanno fatto parte della sua vita. Mi è sempre piaciuto tanto ascoltare le storie da mia nonna; da piccola le facevo ripetere infinite volte sempre la stessa favola, quella che in quel momento mi colpiva di più, e lei pazientemente la ripeteva. Quando sono cresciuta, il nostro rapporto, fatto molto spesso di racconti, è continuato con le tante storie della sua lunga vita. Una di esse in particolare l’ho sempre sentita in modo più intenso rispetto alle altre, quella di suo fratello maggiore Giulio, che a venti anni partì per la Grande Guerra e non fece più ritorno.
La storia di Giulio, interrotta bruscamente, ha lasciato in lei un desiderio struggente di rivederlo, e in me, non solo il fascino che può dare il mistero di una storia irrisolta, ma anche il desiderio, non del tutto consapevole, di portare a termine qualcosa rimasto incompiuto.
Adesso ti lascio caro lettore, vado a far parte della storia. Preferisco che a raccontare le vicende che seguiranno sia un anonimo narratore. C’è troppo del mio cuore dentro queste storie e non riuscirei a raccontarle con serenità.
Ho raccolto direttamente da mia nonna la staffetta dell’amore, una generazione purtroppo è saltata. Spero soltanto che un giorno i miei figli possano prendere in mano la mia e raccontare un’altra storia d’amore.

La Principessa e la Gattara

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras e Simona Gaudenzi.

“Buongiorno come sta oggi la mia Principessa?”
“Bene, papà bene, c’è il sole, hai visto? vai anche oggi a lavorare? non rimani a giocare con me?”
“No tesoro, devo andare, il lavoro mi chiama, tanto resterai con la Tata, lei ti porterà a scuola e poi al parco, non ti preoccupare starai bene, io torno questa sera aspettami sveglia così ceneremo insieme”
“Certo papà, ma la tata è cattiva, vuole sempre che mi allacci le scarpe da sola, e non mi aiuta mai a vestirmi”
“Principessa, è giusto, devi imparare ad essere indipendente, quando io non ci sarò più dovrai continuare a vivere e a saperti gestire da sola, nel possibile”.
“Lo so però lei è cattiva lo stesso, io voglio che le scarpe me le allacci tu”
“Va bene per oggi lo farò io, ma tu obbedisci alla tata”.
“Va bene te lo prometto, però oggi voglio andare al parco, c’è una signora che porta sempre da mangiare ai gatti, sono così belli! mi piacerebbe averne uno”.
“Non se ne parla nemmeno, Tesoro, la tata non può occuparsi anche di un gatto”.
“Ora io vado, mi raccomando quando sei a scuola, cerca di ascoltare l’insegnante e impara tante cose, vedrai quanto è bello il sapere.
“Certo te lo prometto, ho già imparato a leggere il mio nome e tutto l’alfabeto, ed ho imparato anche a contare fino a dieci, dieci come i miei anni, sei contento papà”?
“Certo Principessa, non avevo dubbi, stasera mi racconterai come hai trascorso la giornata, ciao”.
“Ciao”.
Ecco ora quella strega della Tata, vorrà persino che mi faccia la doccia da sola, che pizza, quello che più difficile per me è infilare i pantaloni, sono così lunghi.
Vorrei sapere perché io non ho la mamma, ma una tata.
Papà dice che è un angelo, e che anche se non la vedo è sempre con noi, sarà… ma io mi sento sola, la vorrei vedere…almeno se avessi un gatto!
Ci sono le foto di lei in casa, è così bella, bionda con gli occhi azzurri come i miei, papà dice sempre che le somiglio, ma io la vorrei vedere e chiederle perché è andata in cielo con gli angeli invece di restare con me?
Quando lo chiedo a papà, piange sempre, allora ho imparato a stare zitta.
Va beh ma tanto oggi c’è il sole e la tata mi porterà al parco, dove ci sono tutti quei gatti, che belli che sono!

MARIA
Maria sedette stancamente sulla panchina ai margini del parco, anche per oggi i suoi pelosetti avevano mangiato.
Li guardava affettuosamente mentre finivano quello che era rimasto nelle ciotole e poi andavano a strusciarsi con le code dritte sulle sue gambe.
Li conosceva tutti Maria, i suoi pelosetti, a tutti aveva dato un nome. I gatti sapevano quando chiamava uno di loro.
“Per quanto ancora riuscirò a venire qui?” pensò Maria mentre rimetteva nella grossa borsa le ciotole. Il guardiano del parco si era raccomandato di non lasciare niente dopo che i gatti avevano finito di mangiare.
Le aveva concesso di utilizzare quel posto in fondo al parco e lei si atteneva scrupolosamente alle indicazioni che le aveva dato, era prezioso per lei quell’angoletto tranquillo, quella panchina dove poter rimanere un po’ a godersi la compagnia dei suoi amici.
Gli anni cominciavano sempre di più a far sentire il loro peso su quel corpo di ottantacinquenne ormai piegato dall’artrosi.
“Chi potrà venire qui al posto mio quando non ci sarò più?” rimuginava tra sé, preoccupata per il destino dei suoi amici. La vita non era stata generosa con lei.
Era rimasta sola con sua madre quando aveva solo quattordici anni, suo padre era partito all’estero in cerca di fortuna e dopo un po’ non aveva più dato notizie di sé. Maria aveva sempre cercato di non far sentire a sua madre il peso dell’abbandono, come se poi non fosse stata abbandonata anche lei.
Aveva cominciato subito a lavorare a servizio presso una famiglia. Sua madre cuciva, ma il suo lavoro di sarta non bastava a mantenerle. La sua adolescenza e poi gli anni della giovinezza erano trascorsi tra il lavoro e le domeniche a messa e poi in compagnia di sua madre.
Non si era mai sposata, non aveva conosciuto l’amore di un uomo.
Ad un certo punto della sua vita, quel senso negato di maternità si era trasformato in un istinto d’amore verso quei piccoli esseri che vedeva bisognosi e affamati girare nei pressi della sua casa. Era così che era nato quel suo rapporto speciale con i gatti. Aveva cominciato ad amarli, a sentirli come dei figli e ad occuparsene con amorevole cura.
Quando perse sua madre il rapporto con loro divenne ancora più intenso. Erano la sua famiglia. Tanti ne aveva aiutati e tanti ne aveva persi nel corso degli anni. Tutti nel quartiere la conoscevano come “Maria la gattara”.
Una donna un po’ stramba, dicevano. Passare la vita a occuparsi dei gatti! Ma poco sapevano del suo animo buono e gentile.

L’INCONTRO
Principessa era raggiante. La tata quasi non riusciva a starle dietro, i suoi passetti incerti e insicuri sembravano aver acquistato una scioltezza che non si era mai vista prima.
Il viale del parco, che portava all’ultima panchina sotto il grande faggio, d’improvviso non era più difficile e stancante da percorrere, non voleva perdere l’arrivo della vecchia signora che portava da mangiare ai gatti.
Principessa si avvicinò titubante alla signora che era già seduta sulla panchina e la salutò timidamente.
La tata correndole dietro la sgridò, “Principessa tuo padre non vuole che tu corra così”, ma Principessa non l’ascoltava
Maria salutandola con circospezione, guardò la bimba con occhi diffidenti, vedendola un po’ stramba, portava gli occhiali, ma aveva due occhi azzurri bellissimi, limpidi.
Maria amava la sua solitudine e quella bambina che si avvicinava le incuteva fastidio, non era abituata a parlare con le persone, figuriamoci con i bambini, lei amava solo i gatti, che non la tradivano mai.
“Signora, Signora ma sono suoi i gatti?” Maria stancamente le rispose “No sono del parco, io mi curo soltanto di loro”.
“allora posso toccarli! e accarezzarli il parco non dirà niente!”
La vecchia sorrise, l’ingenuità della bimba la spinse a prestarle maggiore attenzione. Era una bimba speciale, come diversa e speciale si era sempre sentita anche lei”
“Certo che puoi accarezzarli, il parco è nostro amico”
“Ma come si chiama questo?”
“Si chiama Andrea”
“Andrea? che bello” batté le mani contenta.
Maria sentì un moto di dolcezza per la bambina, le sembrò di vedere sé stessa tanti anni prima, la sua timidezza, la sua solitudine, la sua diversità, in un mondo in cui non si era mai sentita a suo agio.
Guardò il gatto Andrea che stranamente si faceva accarezzare, in genere era sempre un po’ selvatico, accettava solo le carezze da Maria e il suo cibo.
“Vieni cara, siediti accanto a me, ti piacciono così tanto i gatti”?
“Si, mio padre non li vuole in casa, così quando vengo qui, li guardo e vorrei accarezzarli tutti”
“Ma tu sei sola qui al parco?”
“No, vengo con la tata, mio padre deve lavorare”
“E tua madre?”
“Non lo so dov’è, papà dice che è un angelo”
Maria si sciolse, e tutte le sue angosce e pene, si trasformarono in commozione, abbracciò la bimba.
“Sai io vengo qui tutti i giorni a dare loro da mangiare”
“Lo so, lo so, annuì Principessa”
“Se ti fa piacere puoi venire ad aiutarmi, Io sono vecchia e avrei tanto bisogno di aiuto”
“Sarei felice di farlo, lo chiederò a papà questa sera, sono sicura che non mi dirà di no e poi un giorno chiamerò qualche compagna per farle vedere come sono brava a dar da mangiare ai gatti del parco.”
Rimasero per un po’ a parlare del loro progetto, un alone di sintonia e dolcezza sembrava circondarle.
La Tata era rimasta in silenzio, in disparte ad osservare. Stava facendo buio, Principessa e la Gattara si salutarono calorosamente.
“Ci vediamo domani Maria! porterò una busta di croccantini” disse Principessa mentre si allontanava.
Maria si voltò e il suo cuore sorrise.