Capitolo 7: “Una Cena Perfetta”

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

Serena continuò per almeno dieci minuti a guardare di tanto in tanto quell’essere indefinibile, completamente immerso in una bacinella piena d’acqua, nel lavandino della sua cucina.
Stava lì, quasi rannicchiato in posizione fetale, per un attimo le sembrò davvero un feto immerso nel liquido amniotico.
Una serie di domande, in quel momento per lei di massima importanza, le si affollarono nella mente. Cosa ne doveva fare? Come era venuto in mente a suo marito di accettarlo e di invitare a cena chi glielo aveva regalato? Non conosceva ancora le sue debolezze, dopo due anni di matrimonio?
L’essere sembrava guardarla in modo freddo e distaccato, con quel suo occhio ormai privo di palpebre. Poi le sembrò di vedere uno sguardo di accusa.
“Non è colpa mia” gli disse dispiaciuta “se fosse per me staresti ancora a brucare il trifoglio”.
Serena adorava mangiare i cosciotti e il petto cucinati alla cacciatora, ma lì, tutto intero, nella sua tragica e grottesca situazione, sembrava rinfacciarle la sua tragedia senza scampo.
Le lontane origini contadine di Serena in quel momento non avevano alcun effetto su di lei, prevaleva invece la parte cittadina e schizzinosa, ereditata da suo nonno materno. Quello che aveva davanti non era un pezzo di carne da cucinare, ma il cadavere scuoiato di un coniglio.
“Potrei cucinarlo intero, così non sarei costretta a smembrarlo, ripieno con patate, olive nere e finocchio selvatico, alla viterbese, come lo fa nonna, ma dove trovo adesso il finocchio selvatico?
Optò allora per la ricetta alla cacciatora, una sua specialità, ma il coniglio in quelle occasioni lo comprava già a pezzi e il non vederlo intero metteva a tacere la sua vigliacca coscienza animalista, come se quelle coscette o quei pezzi di petto non fossero mai appartenuti a nessuno.
Pensò di farsi aiutare da sua nonna, ma si vergognò, la richiesta avrebbe dato un duro colpo al suo voler apparire una cuoca provetta.
“Basta adesso! Smettila!”. Indossò i guanti di lattice, tirò fuori il povero coniglio dal suo liquido amniotico, lo adagiò su un grosso tagliere, si mise davanti al tavolo della cucina e la mannaia colpì. Staccò per prima la testa, da buttare, poi, ad una ad una, le varie parti del corpo. Solo allo stacco della testa emise un piccolo grido, per darsi coraggio, poi il resto venne da sé.
Quella sera a cena il coniglio fu uno dei piatti forti, con il suo intingolo di olive, salvia, capperi e quel leggero sentore di vino e aceto. Serena lo portò in tavola su di un bel vassoio di acciaio e lo servì ai suoi commensali, ma quando fu il momento di metterlo nel suo piatto disse che non aveva molta fame e passò direttamente al contorno di carciofi fritti alla romana.

Capitolo 6: “Sorelle”

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

La sera prima del matrimonio di Serena, Anna venne a casa con suo marito per quello che doveva essere un festeggiamento ed un saluto per la futura sposa. Cenarono tutti insieme, Serena era molto emozionata quella sera, l’aspettava una nuova vita.
Dopo cena andò in bagno per raccogliere le cose che doveva portarsi via per il viaggio di nozze. Poco dopo entrò sua sorella Anna e le chiese cosa stesse facendo. Serena le fece vedere soddisfatta i nuovi trucchi che si era comprata per l’occasione.
Anna guardò gli ombretti e disse con voce già un po’ alterata: “Ma sono della Chanel! Una marca costosissima!”
Serena le rispose: “Si in effetti…ma sai, per il matrimonio non ho voluto badare a spese”.
Anna cominciò ad alzare il tono della voce: “Ma ti sembra il caso di spendere così tanto per degli ombretti?!”
Serena le disse: “Non è una cifra assurda, non sai neanche quanto costano in realtà, e poi comunque li ho pagati con i miei soldi”.
Anna continuò ad inveire su quegli ombretti, aveva gli occhi dilatati ed il viso sformato dalla rabbia, sembrava una pazza.
Serena era ammutolita, non poteva credere a quello a cui stava assistendo. Capì che non c’era risposta da darle. Sua sorella aveva solo voglia di aggredirla. Gli ombretti erano stati una scusa. Serena capì che sua sorella la detestava.
Anna fece per uscire dal bagno, aveva gli occhi ancora sgranati ed il viso alterato.
Serena per un attimo ebbe il solito istinto, ormai consolidato in lei, di sopportare e lasciarla andare senza dire niente. Ma la vita diversa che l’aspettava era come se in qualche modo fosse già calata in lei, si sentì protetta da quella nuova vita. E reagì.
“Che problemi hai?” le disse a voce alta, mentre Anna stava uscendo dal bagno.
Anna tornò indietro, con lo sguardo un po’ sorpreso. Non era abituata a una reazione di sua sorella: “Che problemi dovrei avere, secondo te?”
“Il problema di volermi rovinare la serata. Lo sai che domani mi sposo? Domani mi sposo! E tu non hai altro da dirmi?” Serena sentì che stavano rompendosi gli argini dentro di lei, ne ebbe quasi paura.
“Guarda che si sposano tutti, anche io mi sono sposata, non è mica l’avvenimento dell’anno il tuo matrimonio” il sorrisetto sul viso di Anna combaciava col suo tono sarcastico.
“Certo, cercare di sminuire tutto ciò che riguarda me è la tua specialità. Lo hai sempre fatto. Ti ripeto la domanda: che problemi hai?”
“Io nessuno, forse tu ne hai”
“Invece ce l’hai, altrimenti non ti comporteresti così. Dovresti essere felice del mio matrimonio, invece cerchi di rovinarmi la serata. Ti dispiace forse che non sei la prima donna in questi giorni? Non ti senti in primo piano?”
“Ma tu sei diventata matta”
“Non solo non sono matta, non solo spendo quanto mi pare per quello che mi pare, ma domani sarà il mio matrimonio, tu sarai in secondo piano, e quando tutto sarà finito sarò in un’altra casa dove tu non potrai fare la prima donna viziata.”
“Gelosa?”
“No, non sono mai stata gelosa di te, la primogenita viziata, ma pensavo che fossi capace di farti da parte almeno una volta, invece non ce la fai.”
“Senti, ti stai facendo un film da sola. Primogenita viziata, primato, privilegi…ma di che stai parlando? E ti permetti pure di dire che non sei gelosa?”
“Certo, adori pensare che io sia gelosa. Ti sentiresti sminuita se io non fossi gelosa di te. Ebbene, fattene una ragione, non sono mai stata gelosa di te, i tuoi privilegi in famiglia erano per me normalità, pensavo però che avessi un minimo di affetto nei miei confronti, invece adesso ho capito che non hai neanche quello. Non sai godere della mia felicità, ti disturba.”
“Stai dicendo un mucchio di scemenze” Anna si girò per uscire dal bagno, non sapeva cos’altro dire e tutto sommato aveva raggiunto il suo scopo: aveva rovinato la serata a sua sorella.

Capitolo 5: “Il Fiasco”

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

Vèngheno qui, stà gente de città, fanno tutti i sofisticati, uno cerca pure d’esse generoso, de falle sta bene, sennò poi pare n’ignorante, e loro che fanno? se pijeno tutto e poi te se scordeno proprio! Eh ma stavolta me sente! Giuro che stavolta quanno lo vedo jjélo dico! So du mesi che me prende n giro!
Che ce devo fà? io sò fatto così. Quanno sò venuti qui a Civitella, la Peppina co quei du fijarelli, m’hanno fatto pena. Veniveno dal bombardamento, sò venuti che nun c’avevino gnente, nun c’hanno avuto manco ‘l tempo de portasse appresso du stracci. Eh lo so, lo so che vole dì trovasse sotto le bombe; pure qui, quanno sentimo passà l’aroplano, ce se pia l magone!
Ma lì a Civitavecchia le bombe sò cadute propio, e ne so cadute tante! Loro pe fortuna se sò salvati, ma sò dovuti fuggì dde corsa. M’hanno detto che ancora cadeno! Lì c’hanno ‘l porto, e ll’americani continuano a bombardà. E basta mo!
So dovuti annà n campagna da la sorella de la Peppina, la Genoveffa, lì ce l’hanno da magnà, c’hanno l maiale, le galline, poteveno sta bene al casale de Pietro e de la Genoveffa, ma poi so venuti pure quell’artri fjioli del marito, tre ce n’aveva co la prima moglie, pace all’anima sua, e allora sò diventati troppi. È venuto l fattore, e ha detto no, così ve magnate propio tutto, l Conte non vòle, dovete annà da n’antra parte. E così sò venuti tutti qui al paese, a Civitella.
La Genoveffa c’ha pianto tanto, voleva che la sorella steva co lei, ma il conte non c’ha proprio voluto sentì da quella récchia.
E mò stanno tutti qui al paese, se sò presi nà casetta n affitto, la Peppina, i cinque fjioli, e poi è venuto pure l marito, Silvio. Certo, mica la poteva lascià dda sola! Fanno la fame, loro nun c’hanno la terra qui, non c’hanno le bestie, l’ho vista io la Peppina che bolliva pure le cocce de le patate.
Che c’entra, non è che pure noi c’avemo tutto, però loro stanno un po’ peggio.
Insomma, due mesi fa ho incontrato Silvio a la fontana, stevimo a prende l’acqua, e m’ha fatto pena, e così gli ho detto aspettate qui Silvio, che ve vò a prende n fiasco de vino. È de quello bono, l’ho fatto io. E lui m’ha detto grazie, grazie sor Corrado, lo prendo volentieri. Così jelo sò annato a prende ‘l fiasco de vino, ma llò ho pure detto quanno lo finite riportateme ‘l fiasco, che me serve. E lui ha detto si si sor Corrado, certo che vve lo ridò.
Embè so passati dù mesi e l fiasco ancora non me ll’ha ridato! Secondo voi nun ce sarebbe da arrabbiasse? E che nun avrà finito l vino? In dù mesi se sarà bevuto pure la scolatura! Che non lo sai che n fiasco de vetro serve? Ce se fanno tante cose cò n fiasco. Ce se metteno le faciole secche, le lenticchie, ce se mette ll’artro vino e serve pure pe’ ll’acqua.
Eh ma stavolta glielo dico! Nun mme piace richiede ndietro le cose, ce doveva penzà da solo, ma siccome nun ce penza, glielo chiedo io. Stavolta nun ce sò santi, quanno lo vedo jielo dico, vedrai te se nun jielo dico! Ecchelo che arriva. Mo le fò veda io!
Buongiorno Silvio! Sempre a prende l’acqua se incontravimo. Eh, che vò fà, le donne stanno a casa a fà le cose e a noi ce tocca de prende ll’acqua. Come state Silvio, e li fijarelli? Lo so, ce la passàmo tutti male, ma almeno qui da noi pe fortuna se ne vedono pochi de tedeschi, nun ce potemo lamentà. E presto nu li vedremo propio più. Ll’ americani a la fine li cacceranno tutti. Ntanto però, quanno sento passà stì aerei me sento el core che me se strigne e penso tra de me quanno finirà stà guerra? Nun vedo l’ora che finisce stà guerra, penzate Silvio, nun me mporterebbe manco der fiasco, se finisse la guerra!

Capitolo 4: “Prima Del Sospetto”

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

«È stato l’errore più grande della mia vita» pensò Giuseppina mentre raccoglieva da terra i calzini dei bambini «me lo dicevano tutti, anche mia sorella Genoveffa, ‘un vedovo più grande di te di 13 anni, con tre figli ancora piccoli, non pensi a come sarà la tua vita dopo il matrimonio?’ »
Silvio era cambiato dopo il matrimonio, sovente si mostrava irascibile e sgarbato. «Se avessi avuto ancora mia madre forse avrei fatto una scelta diversa». Le capitava spesso ultimamente di avere questi pensieri su di sé e sul passato.
Il casale della sua infanzia in pochi anni era diventato vuoto. I suoi fratelli e le sue sorelle maggiori si erano sposati ed erano andati a vivere altrove. Le sorelle avevano sposato contadini e vivevano in casali non molto lontani. I maschi avevano scelto di vivere e lavorare in città.
Lei aveva 17 anni quando morì sua madre. «È morta di dolore» dicevano in famiglia. Giulio non era più tornato, la guerra era finita ma non avevano saputo più nulla di lui e la povera donna si era spenta lentamente in una vana e dolorosa attesa.
Nel giro di pochi anni erano rimasti solo lei e suo padre nel grande casale e così Giuseppina dovette decidere della sua vita. Suo padre andò a vivere con una delle figlie in un casale non molto lontano, aveva sempre fatto il contadino, non poteva immaginare il resto della sua vita lontano dalla campagna.
Giuseppina invece decise di lasciare dietro alle spalle tutto quello che era stato e volle raggiungere i suoi fratelli. Il ragazzo di cui si era innamorata era partito a fare il militare, ma non le aveva mai scritto. Per mesi aveva aspettato una sua lettera e alla fine il senso di solitudine aveva deciso per lei. Sarebbe partita.
La città era sul mare ed era bellissima, Giuseppina non aveva mai visto il mare prima di allora e ogni notte le sembrava che non si facesse mai giorno, tanta era la voglia di uscire per andare a vedere il mare e la città.
Appena poteva si recava sul lungomare per osservare da lontano il viavai delle persone sulle passerelle di legno costruite sull’acqua. Signore eleganti, vestite di leggeri abiti bianchi, con l’ombrellino per ripararsi dal sole, passeggiavano lentamente.
Era uno scenario affascinante e sconosciuto, di cui non avrebbe mai fatto parte, ma che riempiva le sue fantasie.
Era bella Giuseppina, con i capelli neri come la notte e gli occhi vivaci e presto qualcuno si accorse di lei.
Silvio era un bell’uomo, ci sapeva fare. Sapeva corteggiare. Giuseppina non era abituata a gesti galanti e sguardi appassionati, in campagna i modi erano diversi, e fu subito conquistata. Silvio la chiamava “occhi da assassina”, lei si sentiva lusingata, si sentiva persino elegante e quando Silvio volle parlare con i suoi fratelli lei ne fu felice. L’anno successivo si sposarono.
Aprì la porta e uscì sul lungo ballatoio per andare a versare il contenuto del vaso da notte nello stanzino che stava in fondo al ballatoio stesso. Era ad uso di tutti, e aveva solo un grande buco in terra per lo scarico.
Rientrò in casa e si mise a stendere qualche panno, poi cominciò a preparare il pranzo per i bambini, adesso erano quattro, la piccolina, Nadia, di un anno, era l’unica che avesse partorito lei. Giuseppina aveva ventidue anni.
Era estate e dalla finestra che dava sul ballatoio giungevano i rumori della piazza. Dalle stalle, al piano terra del palazzo, arrivavano i nitriti dei cavalli e le voci concitate degli stallieri che li preparavano per attaccarli alle carrozze. Giuseppina non faceva caso all’odore che proveniva dalle stalle, era nata in campagna e la sua camera da letto, nel casale dove aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza, stava proprio sopra la stalla delle mucche.
Poco dopo arrivò Teresa, la ragazzina che aiutava in casa. Giuseppina non riusciva da sola a badare alla casa e a quattro bambini e Silvio l’aveva accontentata quando lei aveva chiesto una persona che l’aiutasse. «Meno male che sei arrivata» le disse «io ho già preparato il pranzo. Puoi finire di stendere i panni mentre do da mangiare ai bambini»
Teresa ultimamente era seria e silenziosa. Quando un anno prima aveva iniziato a lavorare in casa loro era una ragazzina allegra e chiacchierona, Giuseppina si trovava bene con lei, Teresa aveva solo 15 anni, ma sapeva fare tutto in casa, e lei la considerava come una sorella più piccola. Da qualche tempo però la vedeva diversa, le aveva chiesto cosa le fosse capitato, ma Teresa le aveva solo detto: «No ti sbagli Giuseppina, che vai dicendo?»
Avrebbero dovuto portare i bambini all’antemurale quel giorno, ma Nadia aveva la febbre. Non era facile per lei badare a questi bambini che non erano suoi. Avevano quattro, sei e otto anni quando si era sposata con Silvio, non la chiamavano mamma, erano già abbastanza grandi da sapere che non era lei la loro madre, si ricordavano della loro, e poi forse la nascita di Nadia aveva peggiorato le cose, Giuseppina percepiva che erano gelosi.
Poco dopo tornò Silvio dal lavoro, in genere arrivava molto più tardi. «Mi sono sbrigato» disse «perché voglio portare i bambini all’antemurale»
«Ma non ti ricordi che Nadia ha la febbre?» gli rispose Giuseppina
«Ah, è vero non ci pensavo, ma posso portarci i più grandi, casomai viene con me Teresa per guardarli…»
«Si certo, posso andare anche io, se tu non hai bisogno di nulla Giuseppina»
«Andate voi. Io ho un po’ di cose da fare e poi preparo la cena»
«Teresa potrebbe sembrare sua figlia maggiore» pensò Giuseppina appena furono usciti. Qualcosa di indefinibile aleggiava nella sua mente, un senso di minaccia incombente, un fastidio, di cui non sapeva l’origine. Non ne era pienamente consapevole, ma era come sovrastata da un velo di ansia.

Capitolo 3: “9 Settembre 1916”

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

Giulio si avvicinò il più possibile al piccolo specchio un po’ scurito e macchiato, appeso in camera dei suoi genitori. Era l’unico specchio che avevano in casa e sua madre lo custodiva gelosamente nella sua stanza. Veniva utilizzato solo nelle grandi occasioni.
La vita in campagna non lasciava spazio per queste cose. Con il freddo pungente d’inverno, il sole cocente d’estate, con la polvere della terra e il fango c’era bisogno d’altro. D’inverno un giaccone pesante per coprirsi meglio, d’estate le donne portavano un fazzoletto calato quasi sugli occhi e legato dietro la nuca per riparare la fronte dal sole, e poi scarponi comodi per camminare sulle zolle rialzate, erano queste le loro necessità, a questo pensavano prima di uscire di casa.
Ma quel giorno era diverso. In quella bella giornata settembrina lo specchio serviva. Giulio controllò i suoi capelli neri. Li aveva pettinati con cura, bagnando più volte il pettine con l’acqua e ora stavano diligentemente appiattiti e divisi da una riga perfetta sulla destra del capo. Si inumidì il dito con la saliva per mettere a posto un piccolo ciuffo ribelle.
Prese dall’armadio la divisa che gli avevano dato alcuni giorni prima al presidio militare, la indossò lentamente. Le sue grandi mani, indurite dal lavoro nei campi, gli rendevano difficile l’abbottonatura della lunga giacca. Si sentì impacciato e nervoso. Sua madre gli aveva detto che forse era meglio metterla in borsa, che si sarebbe rovinata durante il viaggio, ma lui aveva deciso di indossarla subito, gli dava la sensazione di sentirsi già un soldato, almeno così sperava. Non voleva partire, non voleva essere un soldato, ma doveva, e allora tanto valeva indossare la divisa.
Un raggio di sole entrava dalla finestra e dava luce ai semplici mobili di legno scuro che arredavano la stanza: un letto matrimoniale, un cassettone, un armadio a quattro ante. La finestra dava sul cortile con la grande fontana al centro, più in là una fila di alberi faceva da confine con la distesa dei campi che si perdevano in lontananza.
Giulio uscì dalla stanza, in cucina lo stava aspettando tutta la famiglia.
I visi seri ed emozionati di chi sta vivendo un momento diverso, qualche cosa di nuovo e inaspettato, piombato quasi all’improvviso nelle loro semplici vite contadine. 
Giuseppina gli corse incontro e lo abbracciò intorno alla vita.
“Sbrighiamoci, che faremo tardi” disse suo padre.
Lasciarono il casale incustodito, per la prima volta, e si incamminarono tutti verso il paese.
Sulla piazza c’era già la corriera, Giulio vide Sergio e Orlando, 20 anni come lui, vestiti in divisa accanto alle loro famiglie.
Abbracciò ad uno ad uno le sue sorelle e i suoi fratelli, la piccola Giuseppina gli saltò al collo: “Ti porterò un regalo” le promise.
Poi strinse forte e a lungo sua madre, abbracciò suo padre e salì sulla corriera.
Si sedette sul primo sedile, si voltò un momento a guardarli dal finestrino, poi si girò immediatamente e la corriera parti.

Capitolo 2: “Il Frutto”

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

L’albero di cachi stava proprio in fondo agli orti. Per arrivarci bisognava attraversare le coltivazioni, passando su uno dei tanti minuscoli sentieri che suo padre e i suoi fratelli avevano tracciato.
La piccola Giuseppina amava quell’albero di cachi. Di tutte le piante che vivevano nel grande podere, quello era il suo preferito. Alla fine di ottobre si riempiva di magnifici frutti di color arancio intenso. I rami delicati si piegavano sotto il loro peso, sembravano sfere colorate. Per tutto novembre il cachi assomigliava a un albero di Natale addobbato un po’ prima del tempo.
Quell’anno Giuseppina aveva chiesto a suo padre di potersi occupare lei della raccolta dei cachi, voleva che fosse il suo lavoro. Suo padre acconsentì, non avrebbe mai negato qualcosa alla piccola di casa.
Così quasi ogni giorno Giuseppina si recava con un piccolo cesto a raccogliere un po’ di frutti. Ma c’era un segreto dietro il suo desiderio, il rito della pozione arancione, così lo chiamava lei. Prima di raccogliere i frutti, Giuseppina se ne mangiava uno, tutto a modo suo.
Raccoglieva uno di quelli più maturi, come piaceva a lei, con la buccia che già cominciava a spaccarsi, lasciando intravedere un po’ di polpa succosa. Lo prendeva delicatamente tra le mani, cercando di non romperlo, poi cominciava a leccare la buccia sottile nel punto in cui era spaccata. La buccia era liscia e cedevole, e anche da fuori Giuseppina riusciva a sentire la morbidezza della polpa interna. Non c’era bisogno di un coltello per sbucciare il suo cachi, con la lingua pian piano finiva di aprire lo spacco della buccia, e la polpa dolcissima, molle e succulenta cominciava ad uscire da sola.
Giuseppina non riusciva a mangiarla così velocemente come la polpa usciva, per cui si ritrovava sempre con le mani e le labbra impiastricciate di quella morbida e dolce gelatina. Finiva allora di mangiare il frutto succhiandosi le dita e leccandosi le mani. Il rito della pozione arancione era in realtà il piacere un po’ selvaggio di godersi il frutto tutto a modo suo.

Capitolo 1

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

Quella che sto per raccontare è una storia d’amore. Un amore che ha attraversato il tempo, che è passato di generazione in generazione ed è arrivato fino a me, come una staffetta. Ha aspettato pazientemente per più di cento anni, questo antico amore, ma il suo lungo viaggio nel tempo adesso è finito, può riposare finalmente in pace.
Mi chiamo Serena, ho 65 anni. La mia vita è stata quella di una donna come tante, con le sue emozioni, i momenti belli, i dolori, le delusioni. Nel corso del tempo sono cambiate tante cose in me, non solo nell’aspetto fisico, come è normale che sia, ma anche nel mio essere; come persona, come donna. Credo di aver sempre cercato di guardare dentro me stessa, forse per una predisposizione d’animo, ma anche per i tanti momenti di solitudine che mi hanno dato la possibilità di farlo. Una solitudine non sempre materiale, spesso mi sono sentita sola anche quando ero in mezzo alla gente. Il lato malinconico del mio carattere ha sempre favorito questo desiderio di scavare dentro me stessa. Per sentirmi migliore, sicuramente, ma anche nel perenne tentativo di trovare una felicità che forse non esiste.
Il mio percorso interiore ancora non è finito, e credo che non finirà mai, continuerò fino a quando la ragione me lo consentirà, fa parte di me, ma in tutti questi anni una certezza mi ha sempre accompagnato, e non è mai cambiata, l’amore per mia nonna Giuseppina.
Mia nonna è morta ormai da più di venti anni, avevo quarantaquattro anni quando l’ho vista per l’ultima volta nel suo letto, ormai non era più in grado di parlare e il giorno successivo lasciava questo mondo.
Quarantaquattro anni non sono pochi e mi hanno dato la possibilità non solo di amarla ed essere amata, ma anche di ascoltare da lei le tante storie che hanno fatto parte della sua vita. Mi è sempre piaciuto tanto ascoltare le storie da mia nonna; da piccola le facevo ripetere infinite volte sempre la stessa favola, quella che in quel momento mi colpiva di più, e lei pazientemente la ripeteva. Quando sono cresciuta, il nostro rapporto, fatto molto spesso di racconti, è continuato con le tante storie della sua lunga vita. Una di esse in particolare l’ho sempre sentita in modo più intenso rispetto alle altre, quella di suo fratello maggiore Giulio, che a venti anni partì per la Grande Guerra e non fece più ritorno.
La storia di Giulio, interrotta bruscamente, ha lasciato in lei un desiderio struggente di rivederlo, e in me, non solo il fascino che può dare il mistero di una storia irrisolta, ma anche il desiderio, non del tutto consapevole, di portare a termine qualcosa rimasto incompiuto.
Adesso ti lascio caro lettore, vado a far parte della storia. Preferisco che a raccontare le vicende che seguiranno sia un anonimo narratore. C’è troppo del mio cuore dentro queste storie e non riuscirei a raccontarle con serenità.
Ho raccolto direttamente da mia nonna la staffetta dell’amore, una generazione purtroppo è saltata.
Spero soltanto che un giorno i miei figli possano prendere in mano la mia e raccontare un’altra storia d’amore.

Sinossi

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

L’amore che supera il tempo. Giulio, contadino ventenne, parte per la Grande Guerra. Non tornerà più e la sua numerosa famiglia, di cui è il figlio maggiore, non saprà più nulla di lui. Giuseppina, la figlia minore, ha solo nove anni quando vede suo fratello partire, ma non lo dimenticherà. Nella sua lunga e travagliata vita racconterà spesso e con affetto di questo fratello scomparso. Serena, sua nipote prediletta, dopo più di cento anni, riuscirà a fare un grande regalo ai suoi antenati.

Una Storia d’Amore

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

Quella che sto per raccontare è una storia d’amore. Un amore che ha attraversato il tempo, che è passato di generazione in generazione ed è arrivato fino a me, come una staffetta. Ha aspettato pazientemente per più di cento anni, questo antico amore, ma il suo lungo viaggio nel tempo adesso è finito, può riposare finalmente in pace.
Mi chiamo Serena, ho 65 anni. La mia vita è stata quella di una donna come tante, con le sue emozioni, i momenti belli, i dolori, le delusioni. Nel corso del tempo sono cambiate tante cose in me, non solo nell’aspetto fisico, come è normale che sia, ma anche nel mio essere; come persona, come donna. Credo di aver sempre cercato di guardare dentro me stessa, forse per una predisposizione d’animo, ma anche per i tanti momenti di solitudine che mi hanno dato la possibilità di farlo. Una solitudine non sempre materiale, spesso mi sono sentita sola anche quando ero in mezzo alla gente. Il lato malinconico del mio carattere ha sempre favorito questo desiderio di scavare dentro me stessa. Per sentirmi migliore, sicuramente, ma anche nel perenne tentativo di trovare una felicità che forse non esiste.
Il mio percorso interiore ancora non è finito, e credo che non finirà mai, continuerò fino a quando la ragione me lo consentirà, fa parte di me, ma in tutti questi anni una certezza mi ha sempre accompagnato, e non è mai cambiata, l’amore per mia nonna Giuseppina.
Mia nonna è morta ormai da più di venti anni, avevo quarantaquattro anni quando l’ho vista per l’ultima volta nel suo letto, ormai non era più in grado di parlare e il giorno successivo lasciava questo mondo.
Quarantaquattro anni non sono pochi e mi hanno dato la possibilità non solo di amarla ed essere amata, ma anche di ascoltare da lei le tante storie che hanno fatto parte della sua vita. Mi è sempre piaciuto tanto ascoltare le storie da mia nonna; da piccola le facevo ripetere infinite volte sempre la stessa favola, quella che in quel momento mi colpiva di più, e lei pazientemente la ripeteva. Quando sono cresciuta, il nostro rapporto, fatto molto spesso di racconti, è continuato con le tante storie della sua lunga vita. Una di esse in particolare l’ho sempre sentita in modo più intenso rispetto alle altre, quella di suo fratello maggiore Giulio, che a venti anni partì per la Grande Guerra e non fece più ritorno.
La storia di Giulio, interrotta bruscamente, ha lasciato in lei un desiderio struggente di rivederlo, e in me, non solo il fascino che può dare il mistero di una storia irrisolta, ma anche il desiderio, non del tutto consapevole, di portare a termine qualcosa rimasto incompiuto.
Adesso ti lascio caro lettore, vado a far parte della storia. Preferisco che a raccontare le vicende che seguiranno sia un anonimo narratore. C’è troppo del mio cuore dentro queste storie e non riuscirei a raccontarle con serenità.
Ho raccolto direttamente da mia nonna la staffetta dell’amore, una generazione purtroppo è saltata. Spero soltanto che un giorno i miei figli possano prendere in mano la mia e raccontare un’altra storia d’amore.