Il Blog MILLEPIROETTE ricorda Maria Teresa FIUMANO’: postfazione di Mariangelica MAODDI al romanzo “Ero la nipote della marchesa Casati”.

Un tributo alla dottoressa Fiumanò Mariateresa in occasione dell’uscita del film di Andrea De Sica “Gli occhi degli altri”.

Il romanzo “Ero la nipote della marchesa Casati” scritto da Mariateresa Fiumanò inizia con la la Prefazione:

“Il 30 agosto 1970 il marchesa Camillo Casati uccise sua moglie Anna Ballarino e il giovane Massimo Minorenti ritenuto suo amante per poi suicidarsi.

quello che inizialmente fu ritenuto un dramma della gelosia, una volta rivelati i retroscena torbidi della coppia costituì il primo scandalo a sfondo sessuale di quegli anni ad essere reso noto al pubblico e che coinvolse in maniera profonda anche la mia tranquilla famiglia. In realtà mio padre era cugino di primo grado di Anna in quanto mio nonno e la madre della futura marchesa erano fratelli, ma lei per i nostri diciasette anni di differenza mi ha sempre considerata alla stregua di una nipotina…..

Il romanzo termina con la post-fazione a cura di M.Angelica Maoddi.

UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA, postfazione al romanzo “Ero la nipote della marchesa Casati” di Mariateresa Fiumanò.

I marchesi Casati Stampa, in vita erano reputati coniugi affiatati, irreprensibili e brillanti, ricchi e belli, noti alle cronache mondane degli anni ’60.’70 del Novecento, suscitarono un enorme clamore quando alla loro morte si scoprì il retroscena tragico dell’omicidio- suicidio, accaduto all’interno di un attico prestigioso su due piani di via Puccini in Roma.

A seguito della tragedia indagando sul menage familiare si rivelò una loro vita sessuale scandalosa dai dettagli piccanti con amanti prezzolati, festini a luci rosse e testimonianze eccessive e molto spesso fantasiose di uomini che si vantavano di avere prestato alla coppia i loro servigi sessuali.

Era un’epoca agli albori della scoperta dei piaceri del sesso e del corpo e in un paese cattolico come l’Italia, ipocritamente morigerato, dove i giornali scandalistici si affrettarono a dare versioni contrastanti sulle vite dei tre personaggi coinvolti nella tragedia.

Le interpretazioni effettuate sul tragico evento secondo autorevoli sessuologi e psicologi seguirono le linee teoriche del tempo, ma le attuali riflessioni inducono a delle revisioni alla luce di nuove teorie psicologiche che intendono superate le perversioni come patologie.

Numerose pagine furono scritte allora da autorevoli psichiatri e psicoanalisti che tentavano di conferire spiegazioni medico-scientifiche sulla natura del crimine e sulle devianze sessuali dei marchesi.

Tali esperti erano accomunati dalla consuetudine di catalogare i sintomi clinici e di farli rientrare in protocolli ed etichette che avvaloravano la presunta scientificità del caso.

Alcuni sottolineavano le perverse tendenze del marchese, come una forma di parafilia chiamata candaulismo che il nobile, tuttavia, considerava un modo libero e ‘moderno’ di vivere la sua sessualità coniugale.

Per altri il marchese guardando la moglie posseduta da uomini  si sarebbe identificato  in lei

soddisfacendo una latente omosessualità trasposta.

Per altri ancora assistere visivamente al piacere fisico provato dalla moglie nelle braccia di altri era semplicemente una compensazione della sua impotenza. Impotenza non affatto vera, come si deduce dai racconti diretti della moglie e dal fatto che lei rimase incinta di Camillo più di una volta, anche le sue gravidanze non andarono mai a buon fine.

Noti psicoanalisti ipotizzarono anche una sua presunta fissazione edipica di origine freudiana che attribuiva allo stesso marchese un imprinting perverso derivato dall’aver assistito alla scena primaria con i genitori in età precoce che gli induceva un desiderio represso di poter possedere la madre. Approfondendo sulla realtà educativa dell’infanzia del marchese si è appreso che la madre lui non l’aveva quasi mai frequentata e che la stessa viveva per la massima parte separata da suo padre, con il quale non intratteneva quasi mai nessun tipo di rapporto di carattere sessuale, che il bambino tenuto quasi sempre lontano dai genitori non avrebbe mai avuto la possibilità di vedere.

Tutte le diverse teorie che indagarono sulla vicenda all’epoca avevano l’assunto principale di una supposta regolarità da potersi tributare solo nei rapporti di coppia monogamici.

Oggi s’intendono superate tali convinzioni che parlano di trasgressioni e si è a favore di una sessualità realisticamente aperta e più fluida, che anche se praticata in passato doveva necessariamente essere tenuta nascosta.

Col tempo poi sono intervenuti cambiamenti epocali di costume anche a favore dell’emancipazione femminile.

E’ innegabile che i due coniugi si amassero, difatti il marchese andava alla ricerca di giovani occasionali per far loro intrattenere degli amplessi con la moglie senza che nessuno dei due amanti ne rimanesse coinvolto sentimentalmente od emotivamente.

Camillo Casati era dominato di quella che si potrebbe definire “una sindrome del possesso e di dominio,” preoccupato di poter perdere una moglie che gli consentiva di poter esprimere liberamente le sue ossessioni senza che lei potesse fare delle libere scelte autodeterminandosi.

La sua follia fu dettata non da una gelosia, poi fugata in quanto sapeva che il povero Minorenti che rappresentava appetto a lui niente altro che un misero rivale, bensì dalla angosciante paura di perdere per sempre l’accondiscendenza servile di una donna, che stanca e depressa ed esasperata non voleva più accondiscendere ai suoi ordini.

Il diario vero del marchese rivestito di pelle verde fu scoperto del Vicequestore Fiumanò, cugino di Anna,  che  lo  nascose  e  lo  distrusse  per  salvaguardare  la  reputazione  della  famiglia.

MARIANGELICA MAODDI.

Psicologa -psicoterapeuta e psicologa giuridica

Biografia di MARIATERESA FIUMANÒ ( Torino 1946- Roma 2025 )

Medico -chirurgo specialista in Criminologia e psichiatria forense, Igiene e sanità pubblica che ha lavorato in diversi ambiti della sanità pubblica e privata ( ha ricoperto l’incarico per alcuni anni di Direttore del S,Maria della Pietà di Roma). Autrice di numerosi testi scientifici , di racconti e di romanzi-cronaca ( La marchesa Casati e Le storie misteriose di Arcore, di romanzi  noir ( Manicomio, Le gemelle del rimorso, Taormina ,storia di una reincarnazione.

Coautrice co Mariangelica Maoddi di un romanzo fantascientifico ( Io e il mio clone) e dei romanzi Psicologici ( L’Ape Regina e Terricomio, la follia prima e dopo il manicomio)

Il Blog MILLEPIROETTE propone: Elena DREONI, “La ricetta della Libertà”

LA RICETTA DELLA LIBERTA’

Rigirannome drento a la soffitta

tra le cose consumate dall’età,

ho trovato in un libro ‘na ricetta

pe’ acquistà er dono de la libertà.

La gioia m’è scoppiata ner cervello

co’ la smania de sapè come se fa

e dillo a tutto er monno quant’è bello

esse’ libberi e nun ce se addannà.

Diceva l’archimista “Sali ‘n arto

su la vetta der Libero Pensiero

e coji un mazzo de fior dell’Ideale,

forza e perseveranza aggiungi ‘n quarto,

mischia er tutto co’ porvere da sparo e bevi piano… che po’ fatte male!”

Elena Dreoni

Il Blog MILLEPIROETTE propone: Il racconto “La Merenda” di Marina Saladini

LA MERENDA

“Marietto!! Mariettoooooo!!! Rispondi!!”. Inizialmente il bambino non risponde a quella voce che lo chiama insistentemente, decisa ma affettuosa.  E’ tanto preso dal gioco che sembra non sentirla, finchè i morsi della fame non si fanno sentire, sempre più insistenti  ed imperiosi, e certamente più convincenti dei richiami della nonna.

Finalmente Marietto si decide a scendere dall’albero, dove ha passato ore appollaiato a scrutare l’azzurro del cielo più lontano, alla ricerca della sagoma di qualche aereo nemico da abbattere usando a mo’ di proiettili le olive ben gonfie e lucide che stacca dai rami più vicini. Accompagna i lanci con suoni della bocca, ad imitazione del rombo di quei quadrimotori che, sempre più spesso, sente volare sopra e intorno alla sua casa, e da cui lui e i suoi devono fuggire senza avere il tempo di pensare se se la caveranno o se al loro ritorno la troveranno ancora in piedi. Nel suo gioco, lo stormire delle foglie e il frullo delle ali dei passeri diventano suoni minacciosi e preannunciano l’imminente attacco degli aerei nemici e la pioggia di proiettili e bombe che essi lasciano cadere su quella terra fertile e rigogliosa come velenosi e mortali grappoli.

L’ulivo dove Marietto ha trascorso le ultime ore è, tra i dieci o dodici che compongono il piccolo uliveto degli Isaia, il suo preferito: egli infatti può salirvi senza grande sforzo, poiché il grosso tronco, modellato dallo sferzare del vento, si piega e quasi si contorce, come se volesse offrire al bambino una sorta di scala naturale. Si trova dietro alla casa, sul fianco di una collinetta che sale leggermente verso il paese, ed è in una posizione perfetta per il suo patriottico compito, poiché è lievemente sopraelevato rispetto agli altri ed, essendo il più vecchio, ha rami più lunghi ed alti, che si protendono verso il cielo come nodose, vigorose e sicure braccia. Da lì il bambino ha la visuale migliore per svolgere il suo lavoro di difensore antiaereo della fattoria di famiglia ed allo stesso tempo ha a disposizione munizioni sempre pronte all’uso, soprattutto ora che si avvicina il tempo della raccolta.

Se lo vedesse nonna Ida, che fa tanti sforzi per coltivare e curare quei pochi olivi che ancora non sono stati distrutti dalle bombe o rovinati dalle malattie… Appena saranno pronte le olive del loro piccolo terreno la donna, anziana ma ancora piena di energie, oltre che degli  acciacchi, indesiderato dono dell’età, intende ricavarne più olio possibile, sia per accompagnare il poco cibo che ancora riesce a procurare ai suoi, come pane, fagioli e pomodori, sia per venderne un po’ così da racimolare qualche soldo e cercare di sostenere la famiglia.

Per di più ora è costretta ad andare a spremere le olive al frantoio di Mastro Giovanni di nascosto, di notte, per evitare che più della metà dell’olio prodotto venga requisito per lo sforzo bellico, così come è stato stabilito dalle leggi più recenti. Se la vedono i carabinieri o qualcuno le fa una spiata sono guai e Nonna Ida, che è sempre stata una buona cristiana ed ha sempre rispettato la legge, ora si sente a disagio ad infrangerla ed ha paura… L’unica consolazione per lei è che almeno non ha mai fatto niente contro la legge di Dio e spera che per questo le verrà perdonata qualche infrazione fatta contro la legge degli uomini, tanto più che vi è costretta dal bisogno, dalla necessità, quella stessa necessità che la accomuna ai carabinieri e alle guardie che devono mantenere l’ordine nel paese. Anche loro sono brave persone e lei li conosce tutti da anni, uno per uno. Sono padri di famiglia e ragazzi dalle facce pulite, anche se sempre meno colorite, dato che soffrono la fame e i sacrifici della guerra pure loro. Sulla faccenda dell’olio forse chiuderebbero pure un occhio ma la legge è legge, che possono farci? In quei giorni contravvenire agli ordini significa la fucilazione  e la rovina per la propria famiglia.

Ad esempio il Maresciallo Peluso deve mantenere sua moglie e quattro figli, con quel piccolino poi, Luciano, che soffre di mal caduto e dà tanta preoccupazione alla madre. L’appuntato Russo è sposato da poco e ancora non ha figli ma al suo paese, a 50 km da lì, ha il padre anziano che, da quando è caduto da un ponteggio fratturandosi malamente una gamba, non può più lavorare; così tutta la famiglia conta sul suo stipendio, compresa la sorella Anna Maria, che prima della guerra voleva sposarsi in fretta con il fidanzato Vito, ma non ha fatto in tempo. Lui è stato mandato in Russia e non se ne sa più niente e lei sta crescendo con l’aiuto del fratello il bambino che nel frattempo le è nato, con grande imbarazzo della sua famiglia.

Insomma la gente che fatica a portare il pane a tavola è tanta e non c’è più differenza tra la maestra e il contadino, il carabiniere e l’impiegato, perché il cibo ormai scarseggia ovunque, perfino in campagna. Tutti sperano che la guerra finisca presto, tanto più che gli Americani sono sbarcati a Salerno e Mussolini è caduto, ma i combattimenti sono sempre più duri. I Tedeschi, prima amici e alleati degli Italiani, ora sono i loro peggiori nemici e li trattano come traditori, con disprezzo e crudeltà: i soldati italiani che non hanno intenzione di continuare a combattere al loro fianco, devono gettare via le divise e fuggire, o vengono catturati e fucilati. Anche gli Americani però sono diversi da come la gente li credeva, sono diversi da come erano abituati a vederli nei film dove i cowboys, come John Wayne o Tom Mix, salvavano i buoni e punivano i cattivi. Anche se ora sono i nostri Alleati, continuano a bombardare le città e i paesi perchè devono scacciare i Tedeschi e combattono per strappare loro il terreno pezzo per pezzo. A volte succedono cose che la gente fatica a capire, che ancora non si sanno neanche. Si vocifera che in Sicilia tanti soldati italiani siano stati uccisi proprio dagli Americani, su ordine del generale Clarke che, con tutte le perdite avute dal suo esercito, non ha voglia di perdere tempo a fare prigionieri.

In questo momento della storia umana la vita in realtà non ha più nessun valore, sentimenti come la solidarietà e la compassione sono svaniti di fronte all’orrore, vengono posti uno contro l’altro amico ad amico, fratello e fratello. L’Italia è divisa e dilaniata da opposte fazioni, ed ogni casa piange un morto o teme per la sorte di un figlio, un fratello, un padre.

Anche Ida ha le sue preoccupazioni, dato che di tutti i suoi figli a casa non c’è più nessuno, sono stati mandati tutti a combattere. Giuseppe, il maggiore dei figli maschi, è partito per la Russia ma non è più tornato, come tanti giovani e meno giovani, e nonna Ida ogni sera accende un lume fuori della porta della sua casa perchè arrivando da lontano egli possa distinguerla. In realtà il lume acceso serve più a lei che a lui, nutre quella speranza che il cuore di una madre non vuole perdere, significa che non si è ancora arresa.

Pietro, il secondo, è stato spedito a combattere in Albania a 23 anni, ma è stato catturato ed ora è prigioniero in India, da dove le arrivano poche cartoline in cui lui cerca di rassicurarla sul proprio stato di salute.

Vittorio, il più giovane, è invece marinaio sul cacciatorpediniere “Stella polare”. Che poi che ci fa un contadino su una nave? Lui il mare lo aveva visto per la prima volta a 12 anni a Capo Palinuro, in gita con don Gerlando e gli altri ragazzini dell’oratorio, e non la smetteva più di correre su e giù sulla sabbia morbida e calda ed era entrato e uscito dalla fresca acqua del mare una decina di volte, dopo aver ripiegato l’orlo dei pantaloni buoni per non bagnarli. Il mare lo aveva colpito tanto che, quando diversi anni dopo era comparso Raffaele, un loro lontano parente proprietario di una piccola trattoria e di un lido proprio a Capo Palinuro, per chiedergli una mano per l’estate, per servire ai tavoli e portare le sdraio alle signore, Vittorio aveva accettato con entusiasmo. Inoltre, con una paura matta dell’acqua alta, a 17 anni aveva imparato a nuotare, con compare Raffaele che da riva lo teneva assicurato con una corda annodata intorno alla vita. Ma sulla nave dove si trova ora non c’è Compare Raffaele con la sua corda a tenerlo al sicuro, ed una brutta notte dell’inverno successivo due siluri tedeschi la colpiranno. La “Stella Polare” si spegnerà affondando nelle nere acque del Mediterraneo, proprio mentre nella sua cuccetta, durante il turno di riposo, il giovane sognerà felice della gita a capo Palinuro, della trattoria di Raffaele sul mare, e delle signore con il cappello di paglia a tesa larga profumate alla violetta di Parma, che gli tendono la mancia con le mani coperte dai guanti di filo bianco.

Dunque in casa di nonna Ida sono rimasti soltanto la figlia Rosa ed i figli di lei, Marietto e Palmina; Rosa la aiuta nei lavori in campagna mentre aspetta il ritorno del marito Angelo, impegnato a  difendere la Patria in un reparto di sminatori, almeno fino a qualche tempo prima, ma che dopo l’8 settembre non ha più dato notizie di sé. Un compaesano ha raccontato che, insieme ad altri commilitoni, Angelo ha gettato via la divisa per non dover combattere al fianco dei Tedeschi, che non ha mai sopportato, e si è unito alla Resistenza.

In quel caldo pomeriggio di inizio Ottobre, in attesa che ricominci  la scuola, sempre più difficile da frequentare non solo per i bombardamenti ma anche perchè le aule vengono spesso requisite per alloggiare i soldati o gli sfollati,  Marietto ha appena litigato con la sorella. Palmina, avendo tre anni più di lui, si sente già una signorina e si annoia a giocare alla guerra e a guardie e ladri. Certamente lei preferirebbe passare il pomeriggio a chiacchierare con la sua amica Teresa, magari sognando ad occhi aperti su due ragazzetti poco più grande, che – così a loro sembra – hanno sorriso nella loro direzione all’uscita da Messa la domenica precedente. Oppure potrebbero spettegolare su qualche ragazza del paese più grande di loro, come Gina, che si è sposata all’inizio della guerra in fretta e furia, destando tanto scandalo e tante chiacchiere da tenere occupate le comari per molto tempo, finchè le loro maligne illazioni sono state deluse quando la malcapitata ha partorito un roseo e paffuto bambino ben quattordici mesi dopo. Ma Teresa ora ha ben altro da fare, perchè deve prendersi cura della madre, che si è ammalata di nervi quando ha saputo che anche suo marito è disperso in Russia, e dei tre fratellini più piccoli, che nel frattempo hanno bisogno di essere sfamati, oltre che lavati e vestiti.

Dunque in quei giorni a Palmina non rimane che aiutare la madre, il che significa anche rammendare i pantaloni corti che il fratello, nelle sue quotidiane scorribande in campagna, regolarmente strappa arrampicandosi sugli alberi oppure cercando di scavalcare il filo spinato steso intorno al ponte di Rio Freddo.

Perciò Marietto ha trascorso gran parte del pomeriggio giocando  da solo in mezzo agli ulivi, dimenticandosi per un po’ perfino della fame che i pasti, sempre meno abbondanti nonostante gli sforzi della nonna, giorno dopo giorno faticano a soddisfare.

Quando però la voce della nonna che lo chiama per la consueta, frugale ma sempre più preziosa merenda, riesce a giungere fino a lui, il bambino si decide finalmente ad interrompere il suo gioco e a tornare alla realtà, scendendo dall’ulivo. Entrando di corsa a piedi scalzi nella cucina fresca e leggermente in penombra, Marietto prova un lieve, piacevolissimo brivido, non tanto per la differenza di temperatura tra l’interno della casa e l’esterno, ancora inondato di caldo sole, ma perché avverte immediatamente il profumo del cibo che lo attende.

Pronta sulla tavola in un piatto di bianca ceramica, sbeccato su un lato, la merenda che la nonna gli ha preparato è quanto di più gradito si possa trovare in quei giorni: il pane cotto nel forno di casa e preparato con la poca farina rimasta con sopra un filo di olio, il loro olio, rimasto in quantità appena sufficiente per un mesetto, in attesa della tanto sospirata spremitura delle olive nuove.

Il fragrante liquido lucente, dai riflessi verdi e dorati, che scorre denso e morbido dal beccuccio di metallo fin sul pane, dapprima forma come un rivolo, che Marietto con la fantasia dei suoi nove anni paragona al ruscello che scorre vicino casa loro, poi viene assorbito dal pane fino a scomparire, così come quel ruscello sparisce nelle calde giornate di agosto, in cui il sole picchia duro sulla testa, tanto da togliere il respiro. Il pane ammorbidito e cosparso dall’alone dorato ancora conserva nel suo tessuto spugnoso qualche goccia del fragrante e prezioso liquido, e ricorda a Marietto il letto del ruscello momentaneamente scomparso, costellato qua e là da piccole pozze in cui rimane ancora un po’ d’acqua.

Il bambino comincia a mordere avidamente il pane che libera il suo sapore, salato e dolce insieme, ma non lo mastica velocemente, bensì lo assapora lentamente, quasi voluttuosamente, al contrario di ciò che di solito si fa quando si ha fame e si mangia qualcosa di buono. La lentezza è originata non solo dalla necessità di far durare più a lungo il prezioso cibo, ma anche dal desiderio di prolungare quanto più possibile la gioia ed il piacere che ne derivano.

Pensare che solo pochi anni prima, quando ancora la guerra sembrava un evento improbabile o tutt’al più una bella avventura, pane e olio gli erano sembrati una ben misera cosa rispetto alle prelibatezze che aveva assaggiato alla festa di compleanno di un suo compagno di scuola, Carlo Ferrari. Costui era il figlio del nuovo direttore della Scuola Elementare del suo paese, che appena arrivato non conosceva nessuno ed essendo il figlio del direttore veniva guardato un po’ con scherno e al tempo stesso con invidia dagli altri bambini della sua classe. In molti si aspettavano che, data la sua posizione, qualsiasi cosa egli avesse fatto a scuola avrebbe sempre ricevuto i voti più alti e sarebbe stato citato sempre come esempio per tutti. In effetti agli inizi Carlo venne lodato e coccolato da tutto il corpo insegnante e di conseguenza fu isolato da buona parte dei cuoi compagni. Per porre rimedio a questo stato di cose il papà e la mamma, anch’essa maestra, avevano pensato di organizzare una festa, in occasione del compleanno del figlio, a cui invitare praticamente tutti i bambini che frequentavano la sua stessa scuola, in modo che si conoscessero meglio.

Era stato invitato anche Marietto e per lui fu un evento memorabile che non avrebbe dimenticato per molto tempo, anche per alcune  conseguenze che ne derivarono. Gli fu fatto il bagno, fu vestito con il completo buono e la camicia inamidata e stirata in modo molto accurato, infine fu pettinato facendo un uso abbondante della brillantina Linetti, nel vano tentativo di ridurre alla ragione i suoi riccioli ribelli. Tutti questi preparativi gli diedero la sensazione che di lì a mezz’ora avrebbe dovuto incontrare non un suo compagno di scuola ma il Duce in persona.  Marietto, appena entrato nel giardino della villetta in cui abitava il direttore Ferrari, era rimasto senza parole di fronte alla magnificenza del rinfresco. Il cibo era stato disposto su piatti e vassoi di porcellana fine bordata d’oro, su un lungo tavolo, posto in un angolo del giardino sotto ad un grande albero di magnolia e ricoperto da una tovaglia bianca di lino fine, ricamata con leggeri disegni floreali.  

Anche se in quel periodo la famiglia Isaia non soffriva di nessuna privazione, era una famiglia di estrazione contadina e per le loro feste il cibo era semplice: pasta fatta in casa, condita con il pomodoro fresco del loro orto, arrosto di oca e maiale del loro cortile, ciambellone e crostata fatti anch’essi in casa dalla mamma o dalla nonna. Alla loro tavola non si trovavano certo nè raffinata pasticceria da tè, né bignè ripieni, squaglio di cioccolata in tazza o delicate torte di millefoglie alla crema. Pertanto quel pomeriggio era stato per lui occasione di grande gioia e sofferenza insieme, la prima per il piacere di assaggiare delizie inconsuete, la seconda per l’invidia e la mortificazione e la consapevolezza di non poterle trovare in futuro sulla propria tavola.

Nei giorni successivi il bambino iniziò a rifiutare la merenda preparata dalla mamma o dalla nonna, che invece era solito divorare di gusto, come una buona fetta di ciambellone preparato con le uova delle loro galline o pane, olio e pomodoro. Anzi una volta era arrivato ad una sorta di piccola rivolta, urlando in faccia alla nonna che simile robaccia non era da signori e che lui voleva diventare come Carlo e mangiare tutti i giorni come lui. Ovviamente la risposta non si era fatta aspettare ed il piccolo capriccioso rivoluzionario aveva pagato amaramente la sua ribellione, buscando prima vari colpi di battipanni sul fondoschiena dalla nonna, poi un paio di sonori ceffoni dalla mamma, a cui la nonna aveva raccontato tutto. Infine, a sugellare il tutto, al suo rientro dal lavoro, il padre aveva emesso la sua condanna ad espiare l’offesa recata a tutti loro saltando la merenda del pomeriggio ed il dolce della domenica per un mese intero, altresì limitando i suoi pasti a pane e pomodoro per lo stesso lasso di tempo.

La punizione subita era stata una umiliazione troppo grande, non solo per il suo orgoglio ma anche per la sua robusta fame di bambino che cresceva, perciò Marietto aveva ritenuto opportuno non proferire più discorsi di quel tipo in presenza dei suoi familiari. Allo scoppio della guerra Carlo Ferrari era stato mandato dal padre insieme alla madre da certi parenti più a nord, poiché il paese era troppo vicino al porto di Salerno, ritenuto un obiettivo militare pericoloso, ed il dilemma “merenda elegante” o “merenda contadina” non si era più posto.

Ora, trascorsi solo pochi anni, ciò che tanto aveva disprezzato, in un ingenuo e momentaneo capriccio, è diventato oro per lui. In questo assolato pomeriggio di ottobre, nella penombra della cucina con il pavimento in pietra della casa dove sono nati lui e sua sorella, sua madre ed i suoi fratelli prima di lui, e nonna Ida prima di loro, a Marietto viene da ripensare proprio a Carlo. Ha sentito dire dai grandi che chi si trova più a nord, soprattutto nelle grandi città, non se la passa meglio di loro, che per comprare un litro d’olio molti sono costretti a vendere addirittura un’enciclopedia o dodici lenzuola di lino ricamate. Possibile che il succo di quelle olive, che lui si diverte a lanciare nell’aria contro il nemico o a mangiare di nascosto quando le trova nei barattoli, conservate in salamoia, sia così pregiato? Possibile che davvero sia diventato oro, come il tesoro dei pirati di quel libro, che gli aveva prestato Carlo Ferrari prima di partire per sempre dal paese? Certamente in questo momento per lui lo è.

Vennero l’inverno, la primavera, l’estate e di nuovo l’autunno, e dopo un altro inverno e un’altra primavera, che videro ancora tante morti, violenze e dolore, che sembravano infiniti e che invece finalmente cessarono. Ancora tante stagioni si ripeterono e ora a Marietto capita di ripensare a quel pomeriggio e a quella merenda. Ma ora nessuno lo chiama più così: per tutti è Mario Russo, ragioniere della ditta di materiale elettrico Baldini & figli, con sede a Lodi. Qui si è trasferito subito dopo la guerra con quello che rimaneva della sua famiglia, chiamati da un parente che emigrato lì anni prima li aveva aiutati a trovare una casa ed un lavoro.

E’ tornato al paese con la moglie e le figlie Ida e Vittoria per sistemare una certa faccenda con il Comune, e decide di fare una visita alla vecchia casa, dove ormai non abita più nessuno e che deve essere demolita. La porta, consumata e tarlata in più punti, si apre con una sola, piccola spinta. Non c’è il catenaccio perché dentro non c’è più niente di valore. Non c’è più neanche il tetto, da quando una notte una bomba sganciata da una fortezza volante americana l’ha colpita. La bomba non aveva fatto crollare la casa ma aveva distrutto lo stesso quasi tutto quello che c’era dentro, lasciando intatto soltanto le mura perimetrali e la stalla. In cucina c’è ancora il tavolo con il ripiano in marmo, spaccato in mille pezzi e semicoperto da polvere e terriccio, frammenti di travi e tegole spezzate. Ovunque ragnatele, erbacce e i segni del passaggio di animali selvatici.

La penombra è la stessa di quel pomeriggio, anche se prodotta non più dal tetto, bensì dalle fronde di un altro e folto albero di fico cresciuto nel frattempo non si sa come all’interno della cucina. L’emozione che prova entrando è difficile da definire: invece dell’attesa gioiosa e dell’acquolina in bocca, al pensiero della merenda che lo attendeva, prova una stretta alla gola forte, soffocante, mentre i battiti del cuore si susseguono sempre più veloci, tanto da fargli male. Non immaginava che tornando lì avrebbe provato una sensazione simile. Non era più entrato lì dalla notte di quello stesso giorno, quando  le sirene della contraerea, quella vera stavolta, avevano suonato disperatamente, per svegliare lui e la sua famiglia ed intimargli di fuggire a gambe levate per salvarsi dal peggiore bombardamento che avesse colpito il suo paese. Aveva fatto appena in tempo a mettersi in salvo con la madre e la sorella, e quando lei successivamente gli aveva detto che la casa era stata colpita e che era meglio andare a stare in un paese vicino, non si era posto il problema di sapere che danni avesse ricevuto, non aveva voluto vederla con i suoi occhi. Ma soprattutto non aveva chiesto notizie di nonna Ida, non aveva domandato dove fosse, né perchè non andasse con loro. Si accontentava di quanto gli aveva detto la mamma, che cioè presto la nonna li avrebbe raggiunti, ma che in quel momento ancora non poteva perché doveva sistemare prima le galline rimaste e raccogliere le cose che la bomba non aveva distrutto. Non si era fatto domande su ciò che realmente le era accaduto ed aveva evitato di sollevare dubbi anche con sé stesso, perché in cuor suo aveva capito che non l’avrebbe più rivista. Forse si sentiva anche in colpa, perchè mentre fuggiva sotto le bombe aggrappato alla mano della mamma era tanto impaurito che non si era girato a guardare dve fosse la nonna e se li stesse seguendo. E comunque sapeva che, per quanto la terra, gli ulivi e le galline fossero importanti per lei, perché frutto del lavoro di più generazioni e fonte di sussistenza per tutti loro, la nonna amava troppo i suoi nipoti e sua figlia per separarsi da loro. Ma per tutti quegli anni non chiese mai. Si rifiutò di sapere che nonna Ida aveva concluso la sua vita colpita al petto dalle schegge di una grondaia, affilate come lame, che la bomba aveva disintegrato, mentre fuggendo passava proprio vicino a quell’ulivo che a lui piaceva tanto.

Ritornare in quel luogo fa emergere improvvisamente le emozioni che egli ha tentato di tenere sommerse in una finta indifferenza per tanti anni: il dolore e lo sgomento per quella perdita così grave, che aveva impedito a sé stesso di provare, esplodono in un attimo insieme al ricordo del sapore del pane e olio che aveva gustato in quella cucina, seduto a quel tavolo. Ora in piedi in quella stessa cucina, davanti a quello stesso tavolo, ridotti in macerie, ha gli occhi talmente pieni di lacrime da non rendersi conto dell’espressione sorpresa, a metà tra l’imbarazzo e lo scherno, delle figlie. Quasi adolescenti, le ragazzine non comprendono perchè il padre si commuova così tanto per quel rudere, che verrà abbattuto a breve per costruire un tratto della nuova autostrada. Pensano che la loro visita al paese di *** abbia come unico scopo quello di firmare le carte per l’esproprio del terreno, atto che riveste per loro un certo interesse in quanto sperano che con il denaro del risarcimento il padre si decida a comprare il televisore a colori.

Invece per Mario l’avviso del Comune, inviatogli come unico erede, dato che i genitori erano morti da anni e la sorella venti anni prima si era stabilita in Canada con il marito, rinunciando ai suoi diritti, aveva avuto lo stesso effetto devastante della bomba che aveva distrutto la casa. Ma Ida e Vittoria non possono saperlo, solo la moglie intuisce ciò che egli prova in quel momento. Infatti Mario non ha mai raccontato granchè alle figlie né alla moglie della sua vita nella fattoria di nonna Ida, né ha mai spiegato loro come quel bombardamento avesse di fatto decretato la fine della sua infanzia.

Mario stringe gli occhi per spremerne le lacrime fino in fondo, poi li riapre e si guarda intorno. Quel poco del semplice mobilio della casa che il bombardamento aveva risparmiato era stato recuperato dai genitori, dopo che alla fine della guerra il padre aveva fatto ritorno sano e salvo. Le uniche cose ancora visibili in quella stanza, tra le mura stranamente rimaste in piedi, sono quel tavolo in frantumi ed un piccolo mobiletto basso, chiuso da uno sportellino e posto in un angolo, di cui egli non ricordava l’esistenza e che ora nota per caso. E’ spaccato a metà ma le due parti stranamente sono ancora tenute insieme da chissà cosa. Mario si avvicina con curiosità ed un po’ d’ansia, e lo apre con cautela, per evitare che una della metà gli cada sui piedi. Quello che trova all’interno ha del miracoloso: una bottiglia di olio ancora intatta, anche se sporca e tutta impolverata e con il contenuto ridotto ad una poltiglia verdastra depositata sul fondo. Sulla pancia della bottiglia vede un’etichetta ingiallita su cui – ora lo ricorda – aveva scritto lui stesso in bella calligrafia e sotto dettatura della mamma, “olive del 1942”. E’ strano come un vecchio oggetto polveroso, apparentemente insignificante, possa diventare invece tanto prezioso per qualcuno. Nel suo cuore Mario sente che questa è l’eredità di nonna Ida che lo ha atteso lì per tutti questi anni. Lui ha cercato di non sapere, non vedere per non soffrire ma nulla è stato cancellato. La sua vita di allora, la sua infanzia e le persone che l’hanno accompagnata non sono mai andate via ma lo hanno atteso lì, pronte a raccontare di nuovo sé stesse e la loro meravigliosa, semplice, struggente storia. A volte il trascorrere del tempo e la scomparsa dei suoi protagonisti ci inducono a pensare che questi forse non sono mai esistiti, perchè non c’è più nessuno che possa raccontare, che ci aiuti a non dimenticare. Ma a volte accadono dei piccoli miracoli: ritroviamo un oggetto di cui non ricordavamo neanche l’esistenza ed ecco che questo racconta la sua storia, rendendo di nuovo vivi fatti e persone, facendoli materializzare davanti a noi, più vivi che mai. Mario si rende conto che forse è giunto il momento di raccontare finalmente alle figlie ed alla moglie la sua storia: di Carlo Ferrari e del suo magnifico banchetto di compleanno, dei suoi capricci, del battipanni della nonna, delle merende negli assolati pomeriggi estivi, ma soprattutto dei giochi su quell’ulivo, il suo amico dalle lunghe braccia forti e nodose, da dove quando ancora era Marietto, l’eroico piccolo aviatore, egli scrutava il cielo e difendeva la sua famiglia a colpi di olive.

Ma prima sente che deve fare una cosa. Con la bottiglia d’olio tra le mani Mario esce dalla casa, gira sul retro e, attraversando il cortile, si avvia verso l’uliveto. La moglie, che anche se ne sa molto poco, comprende ciò che in quel momento lo sconvolge, gli stringe il braccio. L’uliveto è malridotto, perché ai danni del bombardamento si sono aggiunti l’incuria e l’abbandono di decenni: la maggior parte delle piante si sono seccate e sono sommerse dalle erbacce e dai rovi. Mario gira per un po’ lì in mezzo, in cerca di qualcosa, e all’improvviso si ferma sorridendo: anche se cresciuto malamente, tutto storto e circondato da erbacce di ogni tipo, ha ritrovato il suo ulivo, ancora vivo. Guardandolo da vicino nota che il fusto è stato ferito, tagliato e colpito in vari punti forse dai frammenti dei mattoni, tegole e grondaie della casa. Ora non può più fingere di non sapere che lì accanto nonna Ida ha visto per l’ultima volta il tremolare delle stelle, mescolate quella notte ai lampi delle bombe, malefiche Pleiadi vomitate dagli aerei da cui lui aveva invano cercato di difendere la sua casa in quell’ultimo pomeriggio di serenità. Pensa a cosa la nonna avrà pensato e visto nei suoi ultimi istanti, mentre cercava inutilmente scampo. Chissà se in mezzo al fumo e al polverone sarà riuscita a scorgere la più bella e splendente luna piena che ci fu in quei mesi, e chissà se questa avrà avuto compassione della povera donna, regalandole un ultimo benevolo sorriso oppure avrà continuato a risplendere lassù, lontana dagli uomini e dalle loro miserie, a tutto indifferente.

Marina Saladini

Il Blog MILLEPIROETTE propone: Poesia “Non nel pugno” di Maria Carmela Brandi

Non nel pugno

Potrei immaginare di tenerti stretto in un pugno,

chiudere le dita

come si chiude un segreto.

Ma tu non sei lì!

Scivoli tra le linee della mano…

come polvere di stelle

che non accetta prigione.

Sei disperso nell’universo,

nei pensieri delle persone,

nelle stanze silenziose

dove qualcuno si ferma un istante

a guardare oltre la finestra.

A volte credo di riconoscerti

in un’idea che nasce improvvisa,

in un pensiero che non so da dove venga

ma resta.

Forse abiti lì,

nel punto invisibile

in cui una mente sfiora un’altra

senza saperlo.

E allora capisco

che non devo stringere il pugno.

Perché tu esisti proprio così:

disperso,

infinitesimale,

ovunque qualcuno

stia pensando.

Maria Carmela Brandi

Il Blog “MILLEPIROETTE” suggerisce: Elena Dreoni, “Le Lacrime dell’Umanità”

Il fiume delle lacrime dell’umanità

attraversa tutta la terra.

Scorre tra macerie

violenze, sopraffazioni,

vite cancellate e sogni infranti.

Nell’andare si gonfia di dolore.

Trascina con sé

relitti disperati.

Sulle sue rive aride,

dagli arbusti secchi

sbocciano radi fiori bianchi,

testardi trofei di una memoria

mai stanca di sperare.

Corre veloce il fiume

delle lacrime dell’umanità,

porta via tutto

e tutto resta ancora.

Corre senza mai fermarsi.

Ha fretta di gettare

il pianto dell’umanità

nel mare immenso della consolazione di Dio.

Il Blog “Millepiroette” propone: “Manuale di negazione per famiglie moderne” (di Yuleisy Cruz Lezcano)

Le Barbie di agosto hanno riposto le borse di Gucci, cambiato l’outfit e messo il broncio istruttivo. Ora educano i giovani all’empatia, mostrando esemplari modelli di gestione della rabbia e della frustrazione. È tutto molto edificante. Le vediamo nelle stories mentre insegnano che la calma è la virtù delle donne accese e che la gentilezza è l’unica forma di rivoluzione possibile. Con la voce spezzata, ci raccontano del mondo rosa-astio che hanno costruito, tanto diverso dal mondo azzurro-prevaricazione che tanto detestano, eppure, paradossalmente, così simile. Non vedo l’ora di vedere come va a finire questa favola al contrario, con le Barbie dal cuore ferito, ma mature, in grado di perdonare tutto tranne l’assenza di like, con Ken che chiede scusa, ma senza cambiare nulla. E con i follower che imparano la lezione: non cambiare sistema, cambia tono.

Nel frattempo, i prodotti narrativi come Adolescence si vendono come riflessioni profonde sull’adolescenza,  ma il titolo è una trappola, è un’esca per genitori. Perché no: Adolescence non parla dei ragazzi, parla degli adulti, parla di un sistema educante che nega sistematicamente l’evidenza, che rifiuta la complessità, che disattiva i segnali di allarme, che disinnesca la rabbia legittima dei giovani perché non può permettersi di guardare in faccia il proprio fallimento.Jamie non è solo un ragazzo problematico, è il figlio di una madre che decide al posto suo, di un padre che finge di non sapere, di una società che pretende la calma come segno di normalità, anche davanti all’orrore.

Nel piano sequenza, Adolescence ci costringe a restare dentro la negazione, senza possibilità di respiro.

Non possiamo tagliare, non possiamo saltare le parti scomode. Siamo lì, costretti a osservare la vita che implode in tempo reale, come succede davvero. Il parallelo è crudo, ma necessario.
Sostituite la parola “smartphone” con “droga” e avrete una serie anni ’70 sulla tossicodipendenza giovanile. Avreste la condanna unanime, la mobilitazione, le campagne ministeriali,
 ma lo smartphone non è droga, dicono,  è uno “strumento”, un mezzo “neutro” e “inevitabile”. È tutto, tranne che pericoloso. E invece lo è. Produce dipendenza, isola, svuota l’altro di umanità, coltiva l’apparenza come valore assoluto, ma noi neghiamo, perché ci fa comodo, perché è babysitter, è silenziatore e la cosa fondamentale è che ci deresponsabilizza, come adulti, siamo complici. Abbiamo visto i nostri figli spegnersi, smettere di disegnare, di uscire, di cercare veri amici. Eppure, ogni giorno, scegliamo la strada più semplice: un nuovo abbonamento telefonico invece di una nuova conversazione. La negazione è il vero protagonista di questa serie, e della nostra vita.La nostra incapacità di dire: sì, abbiamo sbagliato tutto. Per questo il romanzo Cris è così potente, perché Lorenzo, il protagonista, fa quello che nessun ragazzo oggi ha la forza di fare: spegne il telefono. Via la carta di credito, il nome e fugge dalla famiglia e dalle aspettative, e non perché vuole morire, ma perché vuole finalmente vivere. Rinuncia a tutto ciò che “un ragazzo della sua età dovrebbe desiderare” – e in questo, rompe davvero la gabbia. Cris racconta l’orrore gentile dell’adolescenza contemporanea: quello fatto di micro-violenza, di silenzi pieni di aspettative, di dipendenze travestite da privilegi.

Oggi i figli non si ribellano più con urla e porte sbattute, ma con richieste: “Mamma, mi prendi le Nike nuove?”
 E la madre compra, e trattiene. Non servono punizioni, basta il marketing, i brand fanno da collare, i genitori tengono il guinzaglio.E quando un adolescente chiede, in fondo sta dichiarando la propria dipendenza. È una forma di abuso invisibile. Nessuno la chiama così, ma la somma delle piccole negazioni, delle scelte imposte, delle libertà revocate con il sorriso sulle labbra, è violenza sistemica.Ed è per questo che romanzi come Cris devono essere scritti e letti. Non per ottenere premi scolastici o la benedizione degli insegnanti, ma per aprire nuove narrazioni, più sincere, più sporche, più reali. Narrative che non censurano il desiderio, l’istinto, l’errore, che non cercano giustificazioni, ma verità.

La letteratura per ragazzi oggi è spesso pensata per rassicurare gli adulti, non per liberare i giovani. È la Barbie di agosto con un manuale di buona condotta, invece di una catarsi, è controllo travestito da cura. È finta empatia per evitare il confronto con la rabbia che, invece, è necessaria. Se ci fossero più narrazioni, ci sarebbero più scelte, e se ci fossero più scelte, ci sarebbe più libertà.

La prossima volta che guardate Adolescence, o leggete un romanzo che parla di giovani, chiedetevi:
 Chi sta negando cosa?
 Perché dietro ogni atto estremo, ogni gesto incomprensibile, ogni silenzio troppo lungo, c’è sempre un adulto che non ha voluto vedere. Non è un problema dei ragazzi, ma nostro.Loro sono specchi e noi non ci piacciamo più.

Dopo la Barbie di agosto, dopo le madri pedagogiche in bilico tra filtro vintage e disciplina emotiva, dopo le serie travestite da psicodrammi educativi… resta il vuoto, ma non il vuoto fertile, quello che accoglie nuove possibilità. Resta il vuoto finto riempito, tappato con buoni propositi, abbellito con storytelling motivazionale, neutralizzato con una positività obbligatoria che sa di candeggina sulle macerie. Dopo la negazione, non arriva la rivoluzione,arriva la ricostruzione dell’identico.

Più pulito, più “inclusivo”, più sorridente — ma sempre identico.

E chi prova a chiamare le cose con il loro nome, chi mette in discussione la narrazione zuccherosa, viene accusato di essere aggressivo, divisivo, polemico. Perché oggi, la verità disturba più della violenza.

Il tema è che il mondo adulto non vuole liberare nessuno, tantomeno sé stesso, preferisce aggiornarsi. È diventato bravo a parlare il linguaggio giusto: quello dell’accoglienza, dell’empatia, delle “relazioni sane”, del “confronto”, ma è tutta forma. Perché poi, nella sostanza, le regole del gioco sono sempre le stesse:

– Io so, tu non sai.

– Io decido, tu subisci.

– Io sono giusto, tu devi dimostrare di meritarlo.

È la pedagogia della concessione. Ti lascio sbagliare, ma solo entro i limiti che stabilisco io. Ti ascolto, ma solo se parli con il mio vocabolario. Ti riconosco, ma solo se sei “presentabile”. Tutto il resto è devianza, rabbia, eccesso, problema.

Non identità.“È facile cadere in gabbie dalle sbarre invisibili.” La forza di Cris sta proprio lì: non idealizza, non parla di ribellioni eroiche, ma di fughe necessarie.Non ci mostra un adolescente che ha capito tutto, ma un ragazzo che ha capito solo che non ce la fa più. E tanto basta.
 Perché nella realtà attuale, smettere di voler piacere è già un atto rivoluzionario.

Ma quanti Cris possono permettersi quella fuga?
 Chi è disposto oggi a rinunciare al cellulare, alla socialità mediata, ai benefit della dipendenza economica?

Chi è disposto oggi a rinunciare al cellulare, alla socialità mediata, ai benefit della dipendenza economica?

Chi è disposto a disconnettersi anche solo per un giorno, senza sentirsi tagliato fuori dalla vita?

Cris è uno su mille. Gli altri restano nel sistema.

Fonte

Pragmatica della comunicazione umana, (Astrolabio, 1971), autori Paul Watzlawick, Janet Beavin Bavelas, Don D. Jackson

Presentazione del romanzo “Terricomio” Scritto a quattro mani da Maria Angelica Maoddi e Mariateresa Fiumanò, edito da Effe Edizioni.

In occasione della recente e dolorosa scomparsa della coautrice dottoressa Mariateresa Fiumanò, la dottoressa Maria Angelica Maoddi desidera onorarne la memoria con una presentazione speciale del loro romanzo, frutto di anni di lavoro condiviso, passione e impegno civile.

“Terricomio” racconta la storia toccante e disturbante di un uomo nato, cresciuto e vissuto per anni nel Manicomio di Santa Maria della Pietà, a Roma. Il romanzo ripercorre la sua vicenda personale, intrecciata a quelle di altri internati – uomini, donne e bambini – lungo un arco temporale che attraversa il fascismo, la guerra, il dopoguerra e l’evoluzione delle istituzioni psichiatriche, fino alla definitiva chiusura del manicomio.

Scoperto il dramma vissuto dalla madre, internata contro la sua volontà, violata e morta dopo la nascita, il protagonista elabora un piano di vendetta che lo condurrà a conseguenze estreme. Recluso in un carcere criminale, conoscerà infine una nuova consapevolezza storica e umana.

Il titolo Terricomio nasce da un intreccio tra testimonianze reali – raccolte da ex pazienti, operatori e familiari – e immaginazione letteraria. Una narrazione dove la fantasia non è evasione, ma una lente per penetrare più a fondo la realtà. La presentazione del libro sarà anche un’occasione per ricordare l’impegno e la sensibilità della dottoressa Mariateresa Fiumanò, a cui questo evento vuole rendere omaggio.

“Esploda la pace” (poesia) di Elena Dreoni

Esploda la pace

In ogni angolo della terra.

Si levino droni nei cieli

e bianche bombe di pace

brillino sulle devastazioni di ogni guerra.

Rinascano le città dalle rovine

riprendano vita rottami di cuori.

E mani sporche di sangue

si uniscano in un lavacro di fratellanza.

Voci rotte dal dolore

intonino un canto di vittoria

e la gente esca fuori dalle sue paure

riempia le strade di balli e di gioia.

Esploda la pace nei giochi dei bambini.

Nelle speranze dei giovani.

Asciughi le lacrime dei vecchi.

Ogni uomo guardi l’altro

come fosse se stesso:

sulle labbra il sorriso

nelle mani ghirlande di abbracci.

E insieme a bianche colombe

scrivano in ogni cielo

una parola sempre nuova

che torni a dare vita al domani:Pace… pace…  pace…

Elena Dreoni

“Ancora speranza” (Poesia) di Elena Dreoni

Ancora fiorirà il pesco

sopra le macerie dell’umanità.

E l’erba ancora stenderà

il suo manto pietoso

sopra gli innocenti sepolti

insieme al vessillo della pace.

Ancora i fiori del campo

al soffio del vento

intoneranno una ninna nanna

per quei corpi addormentati

di colpo strappati alla vita.

Ancora occhi mai chiusi

fisseranno il cielo

senza vedere le nuvole

che si rincorrono

incalzate dal tempo.

Ancora germineranno semi di speranza

in uomini e donne

e vecchi e bambini

che, con buona volontà,

si metteranno in cammino

e tracceranno ancora sentieri di futuro.

IL BLOG MILLE PIROETTE – I DIVERSI VOLTI DELL’ARTE: “I miei 15 anni” di Ivana Tersigni

Sono le sei del mattino, mio padre come al solito mi porta il caffè fumante, il borbottio della macchinetta del caffè  già mi ha strappato dalle braccia di morfeo, che dolce risveglio, addolcisce l’inizio della giornata.

Devo prepararmi il mio tram passa alle sei e quarantacinque, intanto mio padre è già uscito per andare al lavoro.

Appena pronta mi incammino, seicento metri e finalmente salgo sul tredici, il mio tram. Sento odore di caffè misto ai vari dopobarba e deodoranti. Durante il percorso ripenso alla giornata di ieri.

Mi piace lavorare e portare a casa dei soldi, Siamo una ventina di ragazzi  dai quindici ai diciotto  anni e seppure il lavoro è duro, cerchiamo di trovare il lato positivo. Ho un carattere ottimista e sono sempre sorridente, prendo il lavoro sul serio e riesco a tenere  la produzione molto alta.

I proprietari sono gentili e sembrano  amici, ogni tanto ci portano a mangiare la pizza, si scherza  si parla  ed è un buon modo per farci sentire parte di una comunità.

In tutto questo quasi nessuno lavora in regola,  solo il fratello del proprietario,  il cugino e la sua ragazza,  risultano come dipendenti della società.

Mancano dieci minuti alle otto e sono arrivata,  entro e mi dirigo alla mia postazione di lavoro, devo usare un martello per ribattere con  sei colpi due piccoli pezzi di ferro inserendoli  nei fori posti ai lati dello stendino,  che tengono insieme la struttura,  il martello è pesante in fondo io ho solo quindici anni e mezzo e sono molto magra.

Il proprietario dopo poco entra nel salone dove eravamo tutti intenti nel nostro lavoro e ci presenta il nuovo arrivato, è un ragazzino, da l’impressione di essere un figlio di papà,  notiamo la sua camicia bianca  è diverso da gli altri i quali  indossano delle magliettine,  si chiama Claudio, ha dovuto lasciare la scuola perché il padre è  morto improvvisamente e ora è lui a dover provvedere  alla madre.

È  carino, in questo ambiente non sembra molto a suo agio ,  inizia  subito a lavorare, deve tagliare dei tondini di ferro con una sega elettrica.

Io intanto continuo il mio lavoro, il ragazzo che si trova alla postazione accanto alla mia, ha un complesso musicale, è un biondino con i capelli lunghi, ha quindici anni, si è messo in testa di insegnarmi a cantare, intoniamo “la mia solitudine” di Romina Power,  “piano piano migliorerai.” mi dice lui, ma io sono alquanto scettica.

Sono passate circa due ore, devo andare in bagno, chiedo il permesso al capoccia, ho mal di pancia e resto qualche minuto in più,  ma inesorabilmente dopo cinque minuti scatta il campanello che fa un rumore assordante e purtroppo scatta anche la multa, mi tolgono mezz’ora dal salario. Esco dal bagno, mi vergogno un po’ tutti hanno sentito il campanello.

Mentre mi avvicino alla mia postazione sento un urlo agghiacciante, è Claudio il nuovo arrivato. Tutti ci avviciniamo a lui purtroppo la manica della camicia si è impigliata nella sega elettrica, è  in un lago di sangue e il suo braccio è sul pavimento.  Siamo tutti terrorizzati, increduli, portano via Claudio. Nel pomeriggio ci dicono che  non verrà più,  che il proprietario ha dato alla madre cinquecentomila lire, ma non è in regola  e come tutti noi, non è assicurato.

Quella sega elettrica non ha nessun sistema di sicurezza come pure le presse elettriche, infatti ogni tanto capita che qualcuno si faccia un buco alle dita.

 Non so cosa mi sta succedendo, ma non riesco a sopportare più tutto questo e come se mi si fosse tolto un velo dagli occhi, vedo lo sfruttamento e la mancanza totale di sensibilità nei nostri confronti e reagisco immediatamente. Chiamo tutti i ragazzi, tra loro c’è anche mio cugino Carlo,  mi danno retta e inizio il mio discorso ad alta voce, dico che non possiamo accettare più questo trattamento e dobbiamo scioperare, siamo d’accordo quasi tutti. Andiamo dal proprietario e gli comunichiamo la decisione dello sciopero, parlo io per tutti, lui mi guarda come fossi un marziano, inizia a gridare: “Vi ho presi dalla strada, ho fatto un favore ai vostri genitori, da te Ivana non me lo aspettavo”.  Resto ferma e gli rispondo con una calma strana, gli dico  che ci sta sfruttando facendoci lavorare in nero e senza nessuna tutela.

Sempre più arrabbiato mi urla “sei licenziata.”  Io gli rispondo : “certo non ho nessuna intenzione di lavorare per uno sfruttatore. Le comunico che le farò la vertenza sindacale”. Sono andata il giorno stesso alla camera del lavoro e ho avviato la vertenza, il risultato è che i ragazzi sono stati tutti messi in regola.  Io ho trovato un nuovo lavoro in una filatura, ci sono più di mille operai e ormai consapevole sono diventata una sindacalista.