
Il 29 marzo 2026, alla vigilia del tredicesimo anniversario della scomparsa di Franco Califano, avvenuta il 30 marzo 2013 l’Alexanderplatz Jazz Club, luogo profondamente legato all’immaginario di Franco Califano, ha ospitato il concerto-omaggio dedicato al grande cantautore romano. A dare voce a questo ricordo Katia Aloe, in arte La Califfa, accompagnata da un ensemble di musicisti di grande spessore: Stefano Zaccagnini alla chitarra, Gianni Aquilino alle tastiere, Alessandro Sanna al basso e Paolo Fabbrocino alla batteria, che hanno sostenuto con sensibilità e forza interpretativa l’intero percorso musicale.
Fin dalle prime note, il concerto si è rivelato non come una semplice successione di brani, ma come un vero e proprio racconto in musica, capace di restituire tutta la complessità umana e poetica di Califano: la sua Roma, gli amori tormentati, le ferite biografiche, la malinconia e quella libertà esistenziale che ha segnato la sua voce e la sua vita.
Una Roma notturna, viscerale, lontana da ogni immagine da cartolina, quasi pasoliniana nella sua verità di luci soffuse, strade, finestre aperte sulla notte e sentimenti sospesi. Nei testi interpretati da Katia Aloe la città non è mai semplice sfondo, ma luogo della memoria amorosa, spazio in cui gli incontri e gli addii lasciano un’eco profonda.
Le canzoni hanno evocato il rapporto a due come una danza, un tango emotivo fatto di avvicinamenti e distanze, desiderio e fuga, slancio e malinconia. In Minuetto questo movimento si è fatto particolarmente evidente, condensato in quella formula che sembra racchiudere l’intera poetica della serata: ubriaca di malinconia. Un sentimento che non si esaurisce, ma lascia dietro di sé uno strascico, un desiderio persistente.
Di grande intensità anche il passaggio dedicato a La mia libertà, autentico manifesto esistenziale di Califano. L’artista che vive “alla giornata, con quello che dà”, che incontra una donna affacciata alla finestra, ne condivide per un’ora la compagnia e poi va via, restituisce l’immagine di un uomo incapace di rinunciare alla propria indipendenza, pur attraversato da una profonda nostalgia.
Molto toccante il momento in cui il racconto si è soffermato sulle ferite biografiche del cantautore, richiamando il periodo degli arresti e il brano Impronte digitali, vissuto come segno di un’ingiustizia e insieme come possibilità di riscatto umano e artistico. La musica, in questo caso, si fa memoria e rivendicazione di verità.
A rendere tutto straordinariamente vivo è stata Katia Aloe, interprete intensa e raffinata, capace di attraversare il repertorio di Califano con grande sensibilità. La sua voce non si è limitata a riproporre i brani, ma li ha abitati, restituendone la fragilità, la passione e il disincanto. Particolarmente suggestiva la sua capacità di dare una nuova prospettiva, femminile e teatrale, a testi nati da una voce profondamente maschile, senza tradirne l’autenticità.
Accanto a lei, La kaliffa Bend ha sostenuto con forza e misura l’intera serata: arrangiamenti intensi, sonorità avvolgenti, una presenza musicale solida e mai invadente, capace di esaltare il tessuto poetico delle canzoni. L’intesa tra voce e musicisti ha reso l’interpretazione particolarmente incisiva, amplificando la carica emotiva di ogni brano. Il finale con Tutto il resto è noia ha suggellato perfettamente il senso della serata: l’amore, la libertà, la malinconia, Roma e la memoria si sono ricomposti in un’unica, lunga notte musicale, profondamente califaniana.
Maria Carmela Brandi
