Capitolo 6

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

MARIO
E’ nata una femmina, sono molto arrabbiato con Teresa, che non riesce a darmi un altro maschio, però è carina non assomiglia all’altra bambina questa ha gli occhi chiari come mio padre è l’unica della famiglia con questi occhi celesti come il cielo, ma sempre femmina è , non vorrei affezionarmi troppo, ma ha un boccuccia a forma di cuore che ti viene voglia di baciarla ogni momento, ma non posso farmi vedere così tenero con Teresa, specialmente con gli altri figli, penserebbero che mi sono rincitrullito e non mi porterebbero più il rispetto che mi devono. la bimba la chiamerò Stella perché sembra davvero una stella.

FRANCESCA
Questa nuova nata mi sta facendo impazzire, non fa altro che piangere e lamentarsi, non so più come fare con lei, Stefano è sempre al lavoro e non mi aiuta e quando è in casa la fa da padrone pensa solo a divertirsi con gli amici, io sono sempre nervosa non facciamo che litigare ultimamente.
Devo darmi una calmata, so che essendo donna devo sopportare ma il mio carattere ribelle me lo impedisce, avrei voglia di strozzarlo, ogni tanto ci provo a mettergli in braccio questa ultima nata, Marina, che è indemoniata, ma lui mi ripete che curare i figli è compito della donna e mi lascia con la rabbia in corpo e con una stanchezza che non riesco a recuperare.
Sarebbe stato bello avere qui mia sorella per poter condividere con lei i miei crucci, ma dal funerale di nostro padre non l’ho più sentita né vista, sembra che mi sfugga, come se avesse paura di me.
Beh, forse da piccole non sono stata tanto gentile con lei, la picchiavo spesso ma lei era troppo piagnona e io non la sopportavo, anche perché dovevamo difenderci da nostro fratello, ma se non lo facevo io, lei subiva silenziosamente.

PAOLA
Oggi volevo chiamare Francesca e farle gli auguri, finalmente è nata una femmina, ma poi ci ho ripensato, non abbiamo mai avuto un buon rapporto da bambine e poi non la sento da quando ci sono stati i funerali di nostro padre.
Chissà se ha sentito Mario, e se gli ha chiesto ancora della divisione della casa e della “roba”.
Io non ho più sentito nessuno come se non avessi una famiglia, a volte mi spiace, mi sarebbe piaciuto parlare del più e del meno con Francesca senza arrivare ad alzare la voce, ma lei è sempre stata prepotente e non credo sia cambiata con il tempo.
Ora ha quattro bambini, immagino la fatica per crescerli, vorrei confortarla un pò
Magari un giorno la chiamo…

MARIO
la bambina più piccola è la mia gioia, vuole sempre stare con me, mi sono quasi rimbambito, i maschi ora lavorano assieme a me alla terra, mi sembra che Fabio inizi ad interessarsi troppo alle ragazze, meno male che è un maschio, se fosse stata una delle bambine l’avrei già rinchiusa in un collegio di monache, con me non si scherza, devono filare tutti dritti.

FRANCESCA
Ecco volevo tanto una bambina ed è venuta bella come il sole ma indemoniata, è sempre agitata, mi fa impazzire piange, si lamenta, vorrebbe essere già indipendente, ma non si regge ancora sulle gambe, i fratelli l’adorano e la viziano il padre poi pende dalle sue labbra, anche se poi gli chiedo di guardarla fa finta di non capire.
Quando la bambina, Marina, l’abbiamo chiamata così, si agita più del solito lui che fa? ride si diverte specie quando lei gli fa gli occhi dolci, sarà la mia disperazione ne sono sicura.

PAOLA
Oggi ho chiamato Francesca, volevo sapere come andavano le cose da lei in fondo ha quattro figli, non sono pochi, ed ho saputo che l’ultima è una vera peste, non la tieni con nulla, se lo merita in fondo per come mi ha sempre trattata.
Così mi ha raccontato un po’ delle sue disavventure familiari, e di come Stefano diventa sempre più distante.
Io non mi posso lamentare ho due figlie ormai grandi di cui sono proprio orgogliosa, un marito lavoratore che non mi fa mancare nulla, mi manca solo un po’ di libertà, mi piacerebbe avere delle amiche ma con il marito che mi ritrovo la vedo dura…

Capitolo 5: “Il Fiasco”

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

Vèngheno qui, stà gente de città, fanno tutti i sofisticati, uno cerca pure d’esse generoso, de falle sta bene, sennò poi pare n’ignorante, e loro che fanno? se pijeno tutto e poi te se scordeno proprio! Eh ma stavolta me sente! Giuro che stavolta quanno lo vedo jjélo dico! So du mesi che me prende n giro!
Che ce devo fà? io sò fatto così. Quanno sò venuti qui a Civitella, la Peppina co quei du fijarelli, m’hanno fatto pena. Veniveno dal bombardamento, sò venuti che nun c’avevino gnente, nun c’hanno avuto manco ‘l tempo de portasse appresso du stracci. Eh lo so, lo so che vole dì trovasse sotto le bombe; pure qui, quanno sentimo passà l’aroplano, ce se pia l magone!
Ma lì a Civitavecchia le bombe sò cadute propio, e ne so cadute tante! Loro pe fortuna se sò salvati, ma sò dovuti fuggì dde corsa. M’hanno detto che ancora cadeno! Lì c’hanno ‘l porto, e ll’americani continuano a bombardà. E basta mo!
So dovuti annà n campagna da la sorella de la Peppina, la Genoveffa, lì ce l’hanno da magnà, c’hanno l maiale, le galline, poteveno sta bene al casale de Pietro e de la Genoveffa, ma poi so venuti pure quell’artri fjioli del marito, tre ce n’aveva co la prima moglie, pace all’anima sua, e allora sò diventati troppi. È venuto l fattore, e ha detto no, così ve magnate propio tutto, l Conte non vòle, dovete annà da n’antra parte. E così sò venuti tutti qui al paese, a Civitella.
La Genoveffa c’ha pianto tanto, voleva che la sorella steva co lei, ma il conte non c’ha proprio voluto sentì da quella récchia.
E mò stanno tutti qui al paese, se sò presi nà casetta n affitto, la Peppina, i cinque fjioli, e poi è venuto pure l marito, Silvio. Certo, mica la poteva lascià dda sola! Fanno la fame, loro nun c’hanno la terra qui, non c’hanno le bestie, l’ho vista io la Peppina che bolliva pure le cocce de le patate.
Che c’entra, non è che pure noi c’avemo tutto, però loro stanno un po’ peggio.
Insomma, due mesi fa ho incontrato Silvio a la fontana, stevimo a prende l’acqua, e m’ha fatto pena, e così gli ho detto aspettate qui Silvio, che ve vò a prende n fiasco de vino. È de quello bono, l’ho fatto io. E lui m’ha detto grazie, grazie sor Corrado, lo prendo volentieri. Così jelo sò annato a prende ‘l fiasco de vino, ma llò ho pure detto quanno lo finite riportateme ‘l fiasco, che me serve. E lui ha detto si si sor Corrado, certo che vve lo ridò.
Embè so passati dù mesi e l fiasco ancora non me ll’ha ridato! Secondo voi nun ce sarebbe da arrabbiasse? E che nun avrà finito l vino? In dù mesi se sarà bevuto pure la scolatura! Che non lo sai che n fiasco de vetro serve? Ce se fanno tante cose cò n fiasco. Ce se metteno le faciole secche, le lenticchie, ce se mette ll’artro vino e serve pure pe’ ll’acqua.
Eh ma stavolta glielo dico! Nun mme piace richiede ndietro le cose, ce doveva penzà da solo, ma siccome nun ce penza, glielo chiedo io. Stavolta nun ce sò santi, quanno lo vedo jielo dico, vedrai te se nun jielo dico! Ecchelo che arriva. Mo le fò veda io!
Buongiorno Silvio! Sempre a prende l’acqua se incontravimo. Eh, che vò fà, le donne stanno a casa a fà le cose e a noi ce tocca de prende ll’acqua. Come state Silvio, e li fijarelli? Lo so, ce la passàmo tutti male, ma almeno qui da noi pe fortuna se ne vedono pochi de tedeschi, nun ce potemo lamentà. E presto nu li vedremo propio più. Ll’ americani a la fine li cacceranno tutti. Ntanto però, quanno sento passà stì aerei me sento el core che me se strigne e penso tra de me quanno finirà stà guerra? Nun vedo l’ora che finisce stà guerra, penzate Silvio, nun me mporterebbe manco der fiasco, se finisse la guerra!

Capitolo 5

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

MARIO
Finalmente se ne sono andate, l’aria di questa casa è rimasta irrespirabile, anche mia moglie Teresa mi guarda come se fossi un mostro, i miei figli non hanno il permesso di parlare, anzi da domani lasceranno per sempre la scuola e tutti a lavorare la terra con me.
Non voglio più sentire parlare di eredità e di divisioni.

FRANCESCA
Stefano ha curato i nostri bambini in mia assenza, ma è scocciato, lo sento lontano, per un po’ non parlerò più dei miei fratelli, devo risolvere la situazione tra di noi.
Sa che ho chiuso con i miei familiari, sembra quasi contento, anzi mi sollecita perché mi avvicini sempre di più ai suoi parenti, che vengono spesso a trovarlo.
Io li sopporto a malapena, quando stanno insieme fanno tanto di quel baccano, cantano, ridono, bevono, suonano, senza pensare ai due bambini che magari dormono.
È un po’ maschilista è rimasto con le idee del paese, non si rende conto che qui in città la vita è diversa.
Noi donne siamo più libere, ma che…. parlo di libertà!!!! ma se tutto il giorno devo accudire alla casa, ai pasti, al bucato e a quei tre marmocchi che mi fanno impazzire.
Quello che mi preoccupa è questo ritardo, magari dovuto allo stress del viaggio e dell’incontro al paese, non oso pensare di essere di nuovo incinta!!

PAOLA
Voglio dimenticare questa brutta esperienza che ho avuto con i miei familiari, anche se le mie figlie mi chiedono come è andata, preferisco tacere, e poi non vorrei che Sergio fosse in ascolto, lui è sempre così stanco e nervoso.

MARIO
Oggi Teresa mi ha dato la notizia, aspetta un altro figlio, spero sia maschio così da grande potrà aiutarmi e posso lasciare tutto a loro.
Se dovesse nascere una bambina mi arrabbierei veramente, un’altra bocca da sfamare inutilmente non la vorrei proprio, già così è dura, poi le femmine si sposano e devi procurargli anche la dote, va beh speriamo bene.
Intanto Teresa è sempre più stanca e non mi prepara più i pasti buoni come una volta è sempre svogliata.
Boh, chi le capisce le donne!

FRANCESCA
Le mie paure non erano infondate, aspetto un altro figlio, spero almeno che sia femmina, Stefano desidera tanto una bambina.
Non ho più sentito né Mario né Paola sono troppo impegnata a non soccombere dalla stanchezza, ora ci mancava solo un altro bambino, mah…dicono che sia una benedizione del cielo, speriamo, però intanto non è che io sia così devota
In chiesa non ci vado quasi mai, solo qualche domenica se mi rimane un po’ di tempo!

PAOLA
La vita qui è tornata alla normalità, le mie figlie vanno a scuola, voglio che non siano ignoranti come me, desidero che non siano paurose ad affrontare la vita ma che siano forti a prendere di petto il loro futuro con consapevolezza e decisione.
Sergio, almeno su questo è d’accordo non fa nulla per ostacolarle, anzi le sprona a fare sempre meglio.
È sempre un po’ geloso e possessivo, ma con loro si trasforma

Capitolo 4

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Maria Carmela Brandi.

Esiste un’altra dimensione

Controllo l’orologio, è presto, sono tornata da poco a casa dopo una mattinata faticosa in ufficio.
Oggi è il mio compleanno, ho deciso di festeggiare con Claudio.
È una fredda giornata di gennaio, tira la solita tramontana. Dal mio appartamento, all’ottavo piano, si sente fischiare il vento, il cielo è azzurro e senza nuvole. Dalla finestra si vedono nitidi i Colli Albani con il borgo di Rocca di Papa e Monte Cavo.
Talvolta, osservando il paesaggio, ho l’impressione di trovarmi di fronte ad un quadro di un Macchiaiolo. La mattina appena sveglia, anche quando è brutto tempo mi fermo davanti a questo spettacolo a sorseggiare il caffè caldo, stringendo forte la tazzina, come per prenderne tutta l’energia. Il sole che sorge sulle colline mi saluta e mi fa compagnia.
Dal panorama passo a guardarmi intorno, devo decidere da dove iniziare a sistemare il salottino e la cucina, sento dal telefonino è l’avviso di un messaggio: Claudio mi scrive che farà un po’ tardi.
Penso: “Avrò più tempo, voglio prepararmi con calma.”
Mi verso del passito di Pantelleria e ordino con cura il tavolo, le candele, lo chardonnay, i calici, un piccolo millefoglie alla crema con gocce di cioccolato, il mio dolce preferito, dei mandarini e delle mandorle tostate. C’è un po’ di tutto e anche un centrotavola: un vaso con delle rose gialle. Mi piacciono!
‘Voglio giocare a scoprire i gusti di Claudio.’
‘Faccio un ultimo giro panoramico anche in camera da letto. Ora posso pensare a me.’
Fantastico e immagino di tuffarmi nel mondo esotico di Shahrazad, mi diverto a pensare che delle ancelle mi aiutino nei preparativi per apparire più desiderabile agli occhi di Claudio, così mi cospargo di un olio profumato alla rosa.
Cerco di creare in casa un’atmosfera diversa dalla solita cena di compleanno, voglio sorprenderlo e inebriare il suo cuore.
Claudio è un uomo affascinante e po’ misterioso. Questa cosa mi stuzzica, non voglio sapere tutto subito di lui, ma intendo scoprire il suo carattere pian piano come in un gioco. Non ho in mente di iniziare una relazione fatta di appuntamenti, cene, weekend perfetti e che poi tutto si trasformi in aspettative e pretese da parte di entrambi.
Dalle altre esperienze di coppia ho appreso che un rapporto sentimentale può all’inizio essere plasmato e assumere poi una forma originale. Come fa l’artista con un’opera a cui tiene in modo particolare, si concentra sull’idea e crea.
Questa relazione doveva essere diversa! Io volevo essere diversa, forse per difesa, per non avere delusioni.
Pensavo di vivere i momenti con Claudio come se fossero unici, irripetibili. Così l’incontro successivo doveva essere un nuovo inizio. Avevo in mente un lui e una lei uno di fronte all’altro, con i loro sguardi sorpresi: conoscersi e riconoscersi come in un ciclo infinito, dimenticare per ricominciare.
Ripensandoci ora mi sembrava, questa, una formula magica che dovesse incantare i nostri incontri. Con Claudio volevo ridere e giocare, ma nello stesso tempo, il gioco doveva anche stimolare la nostra voglia di libertà, di fantasia, le nostre virtù e la nostra creatività.
Mi ritrovo vestita, truccata e profumata.
Sento il campanello, è lui.
Gli apro la porta, lo accolgo con un abbraccio, che ricambia, poi mi allontana, mi guarda, sorride con gli occhi lucidi, mi bacia e mi stringe di nuovo forte.
Si muove con eleganza. Veste con dei pantaloni grigio perla, la stoffa è un po’ in rilievo, la giaccia dello stesso colore, mocassini neri e la camicia bianca. Lo invito a sedersi e a mettersi comodo.
Continuiamo a sorridere e ci seguiamo con lo sguardo.
Tutti e due all’improvviso siamo proiettati in un’altra realtà. Questa è la sensazione che abbiamo provato sin dall’inizio.
Mi porge un pacchetto avvolto da una carta dorata e un nastro di stoffa nero.
Con un sorriso che coinvolge i suoi occhi: “E’ per te! Buon compleanno!”
Scarto subito il regalo: è Chanel n. 5. Mi piace tantissimo!
Lo ringrazio, lo stringo a me e lo bacio nuovamente.
Gli offro del Passito di Pantelleria e taglio il millefoglie.
Claudio sembra gradire tutto, mi bacia ancora. Il suo calore pian piano si fonde con il mio. Mi fa capire che gli piace il vestito color cipria che indosso: un po’ attillato, con dei volant ai bordi della gonna e alle maniche.
Lo prendo per mano e risento il fremito che mi ha fatto compagnia durante l’attesa del suo arrivo.
Siamo sdraiati sul divano, lui è su di me, mi sfiora, mi porta a sé, io lo assecondo e siamo avvolti dal fuoco e dal piacere. Il suo profumo e il mio diventano uno, come era accaduto la prima volta, i nostri corpi scompaiono, l’odore dell’amore diventa più intenso.
La stanza di colpo assume un nuovo aspetto, mi ricorda quella del Sultano, così siamo proiettati in un tempo sconosciuto. Mi accorgo che questa, però è solo una mia sensazione, lui continua a baciarmi.
Siamo uno accanto all’altra, Claudio sembra abbandonarsi ad un dolce torpore, lo osservo e ritorna la sensazione di un’antica intimità.
Riapre gli occhi, mi guarda con desiderio e complicità, mi accarezza e capisco che è ora e deve andare.
Annuisco con una carezza, mi stringe forte e mi sussurra:
“Buon compleanno! Ci rivedremo presto.”
Trascorrono i giorni, lo sento spesso al telefono, è sempre in viaggio per lavoro.
Mi piace il rapporto che abbiamo instaurato: io adoro la mia libertà e non faccio molte domande, lui è presente e conserva la sua privacy.
Sto attraversando un periodo bellissimo: il lavoro va bene, vedo le amiche di sempre, ma conosco anche tante persone nuove, spesso esco di sera e ricevo mille inviti per feste o eventi culturali.
Frequento una scuola di ballo con una cara amica, Chiara e ci divertiamo tanto, ma la cosa più strana è che tutti mi dicono che sono cambiata nelle espressioni del viso, che sono distesa nei tratti, negli occhi c’è più luce.
Claudio mi chiama al telefono, dice che sarà presto a Roma, è a Parigi e che vuole rivedermi appena torna.
Naturalmente ne sono felice, il nodo in gola, quando lo sento, non mi lascia.
Sono a casa sto aspettando Claudio, mi ha avvertita che avrebbe potuto vedermi nel pomeriggio.
Il campanello alla porta:
“Eccolo!”
Lo accolgo con lo stesso calore e la carezza sul viso, ormai è istintivo questo gesto, ho notato che a lui piace.
Mi stringe forte, poi va verso il divano, mi confessa che è molto stanco, si leva il cappotto, la giacca e si allenta la cravatta, si siede e chiude per un momento gli occhi, mi racconta dei viaggi e del lavoro.
Io vado in cucina e preparo due bicchieri di prosecco, facciamo un brindisi ai suoi progetti di lavoro, ci guardiamo fissi negli occhi. Nei suoi occhi sono riportate tutte le cose che gli stanno a cuore, anche io ho le mie.
Questo gesto sarà poi, il nostro porta portafortuna.
Mentre parla mi tiene le mani. Amo questo contatto.
Mi tira a sé e inizia a baciarmi, gli chiedo se abbia il tempo di cenare, mi fa capire che vanno bene le cose che ho preparato sul tavolo: qualche stuzzichino …come ormai di rito.
Continuiamo a parlare, mi piace ascoltare i racconti dei suoi incontri di lavoro e dei suoi affari, io faccio lo stesso, questi momenti sono per noi una formula magica, perché poi tutto si realizza proprio come nelle nostre descrizioni.
Ad un certo punto, come se scorresse davanti ai miei occhi una pellicola, vedo delle immagini, in particolare, mi colpisce il volto sfocato di un uomo sulla sessantina, ma continuo ad ascoltare Claudio, cercando di non dare troppo peso a quello che mi sta accadendo.
Mi concentro sulle sue parole, però in modo insistente ritorna il viso di quell’uomo che non è più sfocato, i capelli grigi, i lineamenti duri e gli occhi sono più nitidi.
Non so cosa stia accadendo, ma sento una forza sconosciuta dentro di me, devo interrompere il suo discorso. Gli parlo dell’uomo che è apparso nella mia mente e gli chiedo se quell’immagine gli è familiare.
Claudio mi risponde, sorpreso:
“Eh…! Tu come fai a sapere di quest’uomo?”
E prosegue: “So chi è! Si tratta di una persona che conosco da tanto tempo. In questo periodo l’ho rincontrato, stiamo portando avanti dei lavori insieme.”
La mia lingua si secca, sono sbalordita anche io della precisione con cui ho descritto l’uomo, ma non finisce qui, perché ho altro da dire e non riesco a trattenermi, proprio come un corso d’acqua che trova un ostacolo, lo deve superare con tutta la sua energia e deve scorrere.
Non so di che colore sia diventato il mio viso, gli chiedo se posso continuare a raccontare.
Claudio, deglutisce, si compone dritto sul divano, i suoi occhi incuriositi mi fissano.
Abbasso lo sguardo e in un attimo vedo un’altra immagine, questa volta la nostra: uno di fronte all’altro, ci dissolviamo nel nulla.
Penso: “Non è possibile, ero tanto felice, perché sta succedendo tutto questo, ma soprattutto, di cosa si tratta? Per quale motivo vedo e sento queste cose?”
Mi riprendo, alzo lo sguardo, ritrovo Claudio che ora mi sembra più tranquillo e mi chiede di continuare, allora proprio come quando si deve trovare la frequenza delle onde radio, mi sintonizzo con quella giusta e sento…
Riprendo a parlare, gli racconto dell’importanza di quell’uomo per il suo lavoro, descrivo aspetti del suo carattere ed altri particolari.
Lui ascolta e fa dei cenni con la testa come per dire che è d’accordo con quello che dico, e che molte cose corrispondono alla realtà.
È passato del tempo, mi dice che deve andare, mentre io cerco di trovare una spiegazione insieme a lui su quanto è accaduto, lo prego di non prendermi per una pazza, lo rassicuro che sono sincera e parlo col cuore.
Mi risponde: “So che sei sincera e che non potevi sapere nulla di quell’uomo.”
Però Claudio è turbato, perché anche se non me lo ha mai detto avrà visto anche lui la nostra immagine dissolversi, in quel momento.
Mi bacia e mi abbraccia come sempre.
È andato via! io resto sola con i miei dubbi e mi domando cosa potesse pensare lui di ciò che era accaduto.
Metto in fila i pensieri e ripercorro tutto il tempo trascorso insieme a Claudio, è oramai buio, dalle finestre entra il bagliore della luna e in lontananza sulle colline le mille luci dei paesini dei Colli Albani. Mi guardo intorno, cerco qualcosa in casa che si possa animare, che mi parli e mi esorti a non preoccuparmi, che mi dica:
“Tutto si chiarirà!”
Ora però nulla è chiaro, anzi davanti a me è tutto nero.
Prendo il telefonino e mi collego a WhatsApp, scorro i contatti arrivo a quello di Claudio, apro la chat gli scrivo un messaggio, ho bisogno di togliermi di dosso la sensazione che lui possa essersi spaventato e che si possa allontanare:
“Sto sempre bene con te. Ti prego, non prendermi per pazza!”
Dopo un po’ mi risponde: “Lo so, stai tranquilla.”
Mi sento smarrita e devo capire!

Capitolo 4: “Prima Del Sospetto”

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

«È stato l’errore più grande della mia vita» pensò Giuseppina mentre raccoglieva da terra i calzini dei bambini «me lo dicevano tutti, anche mia sorella Genoveffa, ‘un vedovo più grande di te di 13 anni, con tre figli ancora piccoli, non pensi a come sarà la tua vita dopo il matrimonio?’ »
Silvio era cambiato dopo il matrimonio, sovente si mostrava irascibile e sgarbato. «Se avessi avuto ancora mia madre forse avrei fatto una scelta diversa». Le capitava spesso ultimamente di avere questi pensieri su di sé e sul passato.
Il casale della sua infanzia in pochi anni era diventato vuoto. I suoi fratelli e le sue sorelle maggiori si erano sposati ed erano andati a vivere altrove. Le sorelle avevano sposato contadini e vivevano in casali non molto lontani. I maschi avevano scelto di vivere e lavorare in città.
Lei aveva 17 anni quando morì sua madre. «È morta di dolore» dicevano in famiglia. Giulio non era più tornato, la guerra era finita ma non avevano saputo più nulla di lui e la povera donna si era spenta lentamente in una vana e dolorosa attesa.
Nel giro di pochi anni erano rimasti solo lei e suo padre nel grande casale e così Giuseppina dovette decidere della sua vita. Suo padre andò a vivere con una delle figlie in un casale non molto lontano, aveva sempre fatto il contadino, non poteva immaginare il resto della sua vita lontano dalla campagna.
Giuseppina invece decise di lasciare dietro alle spalle tutto quello che era stato e volle raggiungere i suoi fratelli. Il ragazzo di cui si era innamorata era partito a fare il militare, ma non le aveva mai scritto. Per mesi aveva aspettato una sua lettera e alla fine il senso di solitudine aveva deciso per lei. Sarebbe partita.
La città era sul mare ed era bellissima, Giuseppina non aveva mai visto il mare prima di allora e ogni notte le sembrava che non si facesse mai giorno, tanta era la voglia di uscire per andare a vedere il mare e la città.
Appena poteva si recava sul lungomare per osservare da lontano il viavai delle persone sulle passerelle di legno costruite sull’acqua. Signore eleganti, vestite di leggeri abiti bianchi, con l’ombrellino per ripararsi dal sole, passeggiavano lentamente.
Era uno scenario affascinante e sconosciuto, di cui non avrebbe mai fatto parte, ma che riempiva le sue fantasie.
Era bella Giuseppina, con i capelli neri come la notte e gli occhi vivaci e presto qualcuno si accorse di lei.
Silvio era un bell’uomo, ci sapeva fare. Sapeva corteggiare. Giuseppina non era abituata a gesti galanti e sguardi appassionati, in campagna i modi erano diversi, e fu subito conquistata. Silvio la chiamava “occhi da assassina”, lei si sentiva lusingata, si sentiva persino elegante e quando Silvio volle parlare con i suoi fratelli lei ne fu felice. L’anno successivo si sposarono.
Aprì la porta e uscì sul lungo ballatoio per andare a versare il contenuto del vaso da notte nello stanzino che stava in fondo al ballatoio stesso. Era ad uso di tutti, e aveva solo un grande buco in terra per lo scarico.
Rientrò in casa e si mise a stendere qualche panno, poi cominciò a preparare il pranzo per i bambini, adesso erano quattro, la piccolina, Nadia, di un anno, era l’unica che avesse partorito lei. Giuseppina aveva ventidue anni.
Era estate e dalla finestra che dava sul ballatoio giungevano i rumori della piazza. Dalle stalle, al piano terra del palazzo, arrivavano i nitriti dei cavalli e le voci concitate degli stallieri che li preparavano per attaccarli alle carrozze. Giuseppina non faceva caso all’odore che proveniva dalle stalle, era nata in campagna e la sua camera da letto, nel casale dove aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza, stava proprio sopra la stalla delle mucche.
Poco dopo arrivò Teresa, la ragazzina che aiutava in casa. Giuseppina non riusciva da sola a badare alla casa e a quattro bambini e Silvio l’aveva accontentata quando lei aveva chiesto una persona che l’aiutasse. «Meno male che sei arrivata» le disse «io ho già preparato il pranzo. Puoi finire di stendere i panni mentre do da mangiare ai bambini»
Teresa ultimamente era seria e silenziosa. Quando un anno prima aveva iniziato a lavorare in casa loro era una ragazzina allegra e chiacchierona, Giuseppina si trovava bene con lei, Teresa aveva solo 15 anni, ma sapeva fare tutto in casa, e lei la considerava come una sorella più piccola. Da qualche tempo però la vedeva diversa, le aveva chiesto cosa le fosse capitato, ma Teresa le aveva solo detto: «No ti sbagli Giuseppina, che vai dicendo?»
Avrebbero dovuto portare i bambini all’antemurale quel giorno, ma Nadia aveva la febbre. Non era facile per lei badare a questi bambini che non erano suoi. Avevano quattro, sei e otto anni quando si era sposata con Silvio, non la chiamavano mamma, erano già abbastanza grandi da sapere che non era lei la loro madre, si ricordavano della loro, e poi forse la nascita di Nadia aveva peggiorato le cose, Giuseppina percepiva che erano gelosi.
Poco dopo tornò Silvio dal lavoro, in genere arrivava molto più tardi. «Mi sono sbrigato» disse «perché voglio portare i bambini all’antemurale»
«Ma non ti ricordi che Nadia ha la febbre?» gli rispose Giuseppina
«Ah, è vero non ci pensavo, ma posso portarci i più grandi, casomai viene con me Teresa per guardarli…»
«Si certo, posso andare anche io, se tu non hai bisogno di nulla Giuseppina»
«Andate voi. Io ho un po’ di cose da fare e poi preparo la cena»
«Teresa potrebbe sembrare sua figlia maggiore» pensò Giuseppina appena furono usciti. Qualcosa di indefinibile aleggiava nella sua mente, un senso di minaccia incombente, un fastidio, di cui non sapeva l’origine. Non ne era pienamente consapevole, ma era come sovrastata da un velo di ansia.

Capitolo 4

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

MARIO
Ecco siamo alla resa dei conti Francesca ha la pretesa di chiedere cosa ha lasciato nostro padre e come mi voglio regolare per la divisione della sua Roba.
Sono stato forse troppo duro ma le ho detto chiaramente che tutto quello che avevano i nostri genitori è mio, sono io il figlio più grande e sono anche l’unico maschio.
Dove erano loro quando c’era da zappare la terra? dove erano quando potavo la vigna, dove erano quando nostra madre è caduta e l’abbiamo dovuta curare noi fino alla sua morte e dove erano quando nostro padre si è allettato e ci siamo trasferiti presso la sua casa per curarlo meglio…e dove erano quando con i soldi della sua pensione abbiamo rimesso a nuovo la casa?
Ora pretendono l’eredità ma se si ripresentano in questa casa le caccerò via, mi rimproverano che ho dato la casa mia vecchia a mio figlio Luca, ma che dovevo fare secondo loro lasciarlo per la strada visto che si era sposato e aveva un bambino.
Fortuna che domani ripartono non le voglio più vedere.

FRANCESCA
Sono rimasta di stucco, Mario mi ha letteralmente cacciata di casa di mio padre, come ho iniziato a parlare di eredità è diventato una bestia, ha sostenuto che lì è tutto suo, noi siamo femmine e non c’entriamo nulla con l’eredità, mi sa che è impazzito
Mi ha preso per un braccio e mi ha strattonata gridandomi qui voi non c’entrate nulla.
Ma io dico nostro padre aveva dei soldi che fine hanno fatto, abbiamo un po’ di terra, sarà da dividere, abbiamo una vigna grande sarà da dividere, e poi la casa è grande come pretende che sia tutto suo? ci rinfaccia che ce ne siamo andate dal paese, ma questo non significa che noi dobbiamo essere escluse dal testamento.
Ho provato a parlarne con Paola, ma come al solito mi trovo davanti ad un muro, non capisce, mi guarda e non sa cosa fare né cosa dire, per lei va bene tutto, ma non pensi ai tuoi figli le ho detto? allora si è un po’ riscossa e mi ha dato ragione, ma come al solito è una fifona e l’unica cosa che le interessa è tornare alla sua città.
Domani ripartiremo e una volta a casa ne parlerò con Stefano, lui è un uomo e saprà consigliarmi meglio per ora devo andare via amareggiata e delusa.

PAOLA
Mamma mia che situazione, mio fratello ci ha praticamente buttate fuori di casa, Francesca era furibonda, si sono quasi picchiati, io sono rimasta di sasso, non mi aspettavo una reazione così feroce nei nostri confronti.
Come abbiamo iniziato a parlare di eredità è diventato un altro uomo, no che sia stato mai gentile e generoso ma in questo caso ha dato il peggio di sé stesso.
Francesca ha ragione quando dice che dobbiamo dividere ma lui fa orecchie da mercante e non ci pensa proprio, cosa dirò alla mia famiglia quando domani torno a casa? che sono stata buttata fuori dalla casa dei miei genitori, sono disperata.
Vorrei tanto parlarne serenamente con Paola ma pure lei è sempre super agitata, io sono una persona tranquilla e tutta questa rabbia non la concepisco e non la capisco.
Appena a casa ne parlerò con mio marito lui è un uomo mi saprà consigliare, per ora parto con la morte nel cuore.

MARIO
Ieri ho letteralmente buttato fuori di casa le mie sorelle, lo sapevo che volevano la “roba” dei nostri genitori, figuriamoci.
Qui è tutto mio, ci provassero a chiedere, non le voglio più vedere, mia moglie ha provato a dirmi di parlare con loro serenamente, ma io sono irremovibile, devo pensare alla mia famiglia.

FRANCESCA
Oggi riprendo il treno e torno a casa con le pive nel sacco e con tanta rabbia.
Ho lasciato i miei figli a Stefano, per poter essere qui e concludere qualcosa, invece niente, mio fratello è proprio un despota, chissà invece a casa cosa troverò e cosa dirò a Stefano.

PAOLA
Sono finalmente a casa, Sergio mio marito al solito mi rimprovera che sono stata troppo tempo fuori casa, come se fossi andata a divertirmi e non al funerale di mio padre.
Volevo parlargli dell’eredità, ma lui è sempre così nervoso non ho il coraggio di affrontarlo.
So che ha ragione Francesca per quanto riguarda i beni di papà ma non ho voglia di mettermi a litigare con Mario, anche se tolgo qualcosa alle mie figlie non voglio fare una lotta.
Intanto sto qui buona buona e aspetto le prossime mosse di Francesca.

Capitolo 3

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Maria Carmela Brandi.

Il terzo incontro

Da circa tre anni il primo sabato di ogni mese presto servizio di volontariato nella casa-famiglia Domus Matris. Il lavoro mi tiene impegnata solo di mattina, seguo negli studi i bambini stranieri non accompagnati che frequentano le scuole primarie del quartiere Appio Latino. È un’attività che amo molto e mi permette di nutrire la mia vocazione per tutte quelle opere che sono volte al bene comune e per chi ha bisogno.
Lavorare con bambini che portano nei loro gesti e nella vita quotidiana tante storie di sofferenza, ma anche di dolcezza e speranza, mi emoziona e mi fa sentire in comunione con vissuti tanto diversi. Alcuni di loro raccontano la cultura di paesi come quelli africani o indiani e tutto diventa vero, perché le immagini di quei racconti sono disegnate negli occhi soprattutto dei più piccoli.
Appena finito in casa-famiglia, all’ora di pranzo raggiungo Martina, Cecilia e Marzia a via del Corso nei pressi di Piazza Colonna. È una giornata fredda, soffia una leggera tramontana tipica del periodo invernale a Roma. Il cielo è azzurro, ospita grosse nuvole bianche a forma di ciuffi, splende il sole che accompagna quanti si riversano nelle strade del centro della città per lo shopping natalizio.
Quando arrivo le ragazze stanno confabulando su dove pranzare, ognuna avanza le sue preferenze coerenti alla dieta del momento, alla fine concordiamo per un pasto veloce e leggero: un panino in una piccola paninoteca in via del Collegio Romano, è comoda perché si trova lungo il tragitto per raggiungere il Chiostro del Bramante.
Sento l’avviso di un messaggio, guardo il telefonino, anche un po’ distratta, perché sono concentrata sulla scelta del percorso da seguire.
È Claudio: “Sei impegnata? Ti va di vederci nel pomeriggio per una passeggiata?”
Non rispondo subito. Con fare trasognato e sorpreso mi rivolgo alle mie amiche e spiego che non avrei potuto trascorrere tutto il pomeriggio con loro e ho un contrattempo “importante”. Martina mi guarda e così Cecilia e Marzia sono tutte disorientate, poi nel silenzio irrompe una risata maliziosa ed eloquente.
Tra le loro risa rispondo a Claudio che sono impegnata, ma posso liberarmi! Gli chiedo di raggiungermi in centro.
Mangio di corsa il panino e riesco a fare una breve visita alla mostra di Andy Warhol, penso: ‘Ci sarà un’altra occasione per rivederla.’
Saluto le ragazze che non sono molto contente della mia decisione di abbandonare la compagnia.
Poi rileggo i messaggi, sono felicissima, emozionata e sempre più sorpresa. Ho dato appuntamento a Claudio proprio a Piazza dell’Orologio. Confido nella magia del periodo natalizio per il nostro primo appuntamento da soli.
Claudio è alla guida di una Mercedes sportiva. Sono contenta di vederlo, fatico a nasconderlo. Decidiamo di restare in centro e di fare una passeggiata, ma quasi subito ci fermiamo in un bar della piazzetta, uno di quelli con lo spazio all’aperto, delimitato da una siepe illuminata da lucine colorate. Scegliamo un tavolino un po’ appartato e avvolto dal tepore di un fungo riscaldante, gli altri tavolini sono tutti occupati da coppiette e famigliole immerse da pacchi e pacchetti da regalo.
Iniziamo a parlare: lui racconta dei suoi affari e degli interessi che lo portavano a lavorare con la Hair Seven. Ci scambiamo i racconti delle nostre aspirazioni, delle occupazioni di quel momento.
Mi accorgo che Claudio è curioso e non poco. Ascolta con particolare coinvolgimento i miei racconti, apprezza il mio entusiasmo per l’attività di volontariato, segue le mie parole con lo sguardo dolce, triste o sorpreso a seconda delle situazioni che descrivo.
Parliamo, parliamo! Il cameriere non arriva, quasi ci dimentichiamo del caffè, in quel momento le persone che riempiono i tavolini, la piazza e le strade intorno al bar sono scomparse, anche noi siamo solo delle sagome. Si sente solo l’eco delle nostre voci.
Arriva il caffè, beviamo con avidità, il tempo è volato, Claudio guarda l’orologio, mi fa cenno che è meglio andare.
Lo seguo.
Ci incamminiamo verso il centro di piazza dell’Orologio, ci stringiamo e non riusciamo a staccarci. Mi prende la mano. Non parliamo, mi tiene stretta per i fianchi. Camminiamo. Gli sguardi si incrociano, tutto intorno ruota sempre più veloce. Una strana forza ci avviluppa, le nostre bocche si avvicinano, le sue labbra sulle mie.
Mi guarda sorridendo e con tono severo mi dice: “Mi hai baciato?!”
Rispondo divertita: “No, tu hai baciato me!!”
Scoppiamo in una risata.
Siamo felici e stuzzicati da ciò che sta accadendo.
Ormai mano nella mano ritorniamo alla macchina. Claudio si offre di accompagnarmi.
Arriviamo sotto casa. Sono letteralmente incollata al sedile della macchina. Riconosco la stessa sensazione provata al telefono nei giorni prima: il respiro rallenta, cerco di mantenere la calma.
Mi volto. Lo guardo. Accenno a scendere dall’auto.
Mi afferra con delicatezza il braccio, mi trattiene, i suoi occhi vogliono dire tante cose, mi spogliano con dolcezza e non posso impedire il rossore in viso.
Anche lui, un po’ impacciato, continua a mantenere fermo il mio braccio, poi mi tira a sé e mi dice:
“Non mi saluti?”
Mi sento stordita, tante sensazioni che non mi lasciano, persiste lo stato di abbandono a una strana sensazione di felicità. Dopo come ubriaca e confusa mi lascio stringere e nuovamente le nostre bocche sono vicine. Sento le sue labbra umide, che sfiorano le mie e un piacere infinito che ci avvolge. Non ci stacchiamo più. Trascorrono alcuni minuti, mi guarda, ha conquistato i miei occhi e di istinto gli accarezzo il viso, voglio che senta quello che provo: il desiderio di stare ancora con lui e la dolcezza di quel momento.
Guarda l’orologio e poi me.
Lo invito a salire e lui mi segue.
Abito all’ottavo piano di un palazzo sulla via Appia, l’appartamento è piccolo, ma grazioso, ha un panorama bellissimo, si vedono dal terrazzo le colline dei Castelli che circondano Roma. Nel periodo natalizio è un incendio di luci, sembra che questa sera brillino di più.
Entriamo in casa, accendo una piccola lampada e qualche candela, le nostre ombre vicine si avvolgono, le mani si sfiorano e le nostre bocche sempre l’una sull’altra.
Il suo corpo caldo sul mio, sfioro con le dita la sua schiena, la pelle è morbida, la luce della luna la illumina appena. Mi sento bellissima e amata.
Lui mi accarezza dolcemente e continua a baciarmi, ho l’impressione di conoscerlo da sempre. Sono felice e sento che Claudio prova le mie stesse sensazioni.
Il piacere continua a cullarci, è come stare su un’amaca dondolata da un vento estivo. Insieme al piacere un impeto di calore ci trasporta. Lui si abbandona ad un delicato erotismo.
Ci lasciamo.
Nella notte, la spirale di fuoco e piacere continua ad avvolgermi. Mi sveglio, ancora sento il suo odore. Mi alzo e guardo le mille luci sulle colline che ora sembra si confondano con le stelle e penso che sarà davvero un magico Natale!
Il giorno dopo chiamo Martina, le racconto della serata, mi raccomanda di stare attenta e di tenere la situazione sotto controllo, gli ultimi trascorsi sentimentali hanno lasciato i segni.
Sono d’accordo e ascolto con attenzione le sue raccomandazioni, ma sono sicura di due cose: voglio essere felice e non voglio rinunciare a Claudio, anche se il rischio è alto!
Così vivo i giorni seguenti con grande serenità ed entusiasmo, ho capito che Claudio è una persona molto buona e sincera, queste qualità mi piacciono, sento che devo dargli fiducia.
Claudio mi manda un messaggio sul telefonino: “Ripenso a noi due e all’altra sera.”
Rispondo: “Anche io!”
Intanto sta trascorrendo il periodo natalizio e si susseguono tra noi telefonate con una certa regolarità. Abbiamo voglia di rivederci, gli dico che si sta avvicinando il mio compleanno e mi piacerebbe trascorrerlo con lui, dal tono della voce capisco che è contento di rivedermi per l’occasione.
Claudio è spesso in viaggio per lavoro, dopo le chiacchierate al telefono mi manda foto della Torre Eiffel da Parigi, del Parco del Retiro e di Plaza Mayor da Madrid, la Torre de Belém dal Portogallo.
Anche se non stiamo vivendo ancora una vera relazione è tutto emozionante e sono continuamente trasportata in un’altra dimensione.

Capitolo 3

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras.

MARIO

Mio padre è morto dopo la morte della moglie non ha resistito e ora solo dopo 6 mesi se ne è andato anche lui, devo chiamare le mie sorelle

FRANCESCA

I miei genitori sono morti, a distanza di sei mesi, devo tornare al mio paese, dobbiamo fare la divisione delle poche cose che ci hanno lasciato.
Vorrei avere almeno una stanza per potermi rifugiare ogni volta che torno al paese, almeno lascerò qualcosa ai miei figli, anche se poco, un luogo dove tornare, in fondo è pur sempre la mia terra.

PAOLA

Mi ha chiamato Francesca, vuole che andiamo assieme al paese per i funerali e per parlare con Mario delle terre e della casa che hanno lasciato i nostri genitori.
È la prima volta che mi chiama dopo tanto tempo, ci voleva la morte di nostro padre per fare in modo di sentire la sua voce e il suo desiderio di vedermi di nuovo.
Tra di noi non scorre tanto amore, ma neppure provo rancore nei suoi confronti, in fondo è sempre mia sorella, il tempo mi ha fatto dimenticare quanto era prepotente nei miei confronti, quante volte me ne ha date.
La vedrò volentieri, anche perché partirò senza marito e senza figlie, respirerò un po’ di libertà, quella che mi è sempre mancata in famiglia, con mio padre e con mio fratello poi, aggiungerei anche con mio marito, bravo per carità ma geloso e possessivo non mi lascia andare nemmeno dalle poche amiche che ho conosciuto in questa Milano fredda e inospitale.

MARIO (Eugenio)

Le mie sorelle sono qui per il funerale, tutti a piangere, ma sono veramente dispiaciute?
Sono venute senza i mariti e i figli, voglio proprio vedere se parleranno della “roba” di nostro padre.
Ci mancherebbe solo che accampino delle pretese, io sono il fratello maggiore e spetta di diritto tutto a me, io ho curato i genitori mentre loro erano altrove con la famiglia a cercare fortuna fuori dal paese, io ho curato la terra, io ho curato la vigna, io ho curato la casa dove vivo io con la mia famiglia che era dei nostri genitori.
Spero che non ne parlino proprio, qui comando io ora che mio padre non c’è più, qui è tutto mio, spero che siano così brave da non creare problemi.

FRANCESCA

Mario è strano, più strano del solito, non mi aspettavo che mi abbracciasse, ma nemmeno che avesse questo atteggiamento così freddo sia con me che con Paola.
Quasi non ci ha ospitati per il funerale nella casa dei nostri genitori, chissà cosa le passa per la mente.
Prima di ripartire voglio dei chiarimenti con lui e con Paola, che sembra sempre più spaesata, sembra la “bella addormentata”, non s’è nemmeno risentita per il trattamento che abbiamo subito da lui, in fondo è la casa dei nostri genitori.
Domani dopo il funerale ne parleremo.

PAOLA

Non so se sono dispiaciuta per la morte di mio padre, da tanto non lo sentivo più nemmeno per telefono, qui l’aria che tira è tesa, mia sorella continua a criticarmi come faceva da bambina, mio fratello è la persona più fredda che conosco, non vedo l’ora di tornare a Milano dalla mia famiglia, ormai qui mi sento fuori luogo. Francesca mi gira attorno vuole parlare con me di che non lo so, conoscendola le sto alla larga il più possibile, ma tanto so che se non ottiene quello che vuole non mi lascerà in pace

Capitolo 3: “9 Settembre 1916”

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

Giulio si avvicinò il più possibile al piccolo specchio un po’ scurito e macchiato, appeso in camera dei suoi genitori. Era l’unico specchio che avevano in casa e sua madre lo custodiva gelosamente nella sua stanza. Veniva utilizzato solo nelle grandi occasioni.
La vita in campagna non lasciava spazio per queste cose. Con il freddo pungente d’inverno, il sole cocente d’estate, con la polvere della terra e il fango c’era bisogno d’altro. D’inverno un giaccone pesante per coprirsi meglio, d’estate le donne portavano un fazzoletto calato quasi sugli occhi e legato dietro la nuca per riparare la fronte dal sole, e poi scarponi comodi per camminare sulle zolle rialzate, erano queste le loro necessità, a questo pensavano prima di uscire di casa.
Ma quel giorno era diverso. In quella bella giornata settembrina lo specchio serviva. Giulio controllò i suoi capelli neri. Li aveva pettinati con cura, bagnando più volte il pettine con l’acqua e ora stavano diligentemente appiattiti e divisi da una riga perfetta sulla destra del capo. Si inumidì il dito con la saliva per mettere a posto un piccolo ciuffo ribelle.
Prese dall’armadio la divisa che gli avevano dato alcuni giorni prima al presidio militare, la indossò lentamente. Le sue grandi mani, indurite dal lavoro nei campi, gli rendevano difficile l’abbottonatura della lunga giacca. Si sentì impacciato e nervoso. Sua madre gli aveva detto che forse era meglio metterla in borsa, che si sarebbe rovinata durante il viaggio, ma lui aveva deciso di indossarla subito, gli dava la sensazione di sentirsi già un soldato, almeno così sperava. Non voleva partire, non voleva essere un soldato, ma doveva, e allora tanto valeva indossare la divisa.
Un raggio di sole entrava dalla finestra e dava luce ai semplici mobili di legno scuro che arredavano la stanza: un letto matrimoniale, un cassettone, un armadio a quattro ante. La finestra dava sul cortile con la grande fontana al centro, più in là una fila di alberi faceva da confine con la distesa dei campi che si perdevano in lontananza.
Giulio uscì dalla stanza, in cucina lo stava aspettando tutta la famiglia.
I visi seri ed emozionati di chi sta vivendo un momento diverso, qualche cosa di nuovo e inaspettato, piombato quasi all’improvviso nelle loro semplici vite contadine. 
Giuseppina gli corse incontro e lo abbracciò intorno alla vita.
“Sbrighiamoci, che faremo tardi” disse suo padre.
Lasciarono il casale incustodito, per la prima volta, e si incamminarono tutti verso il paese.
Sulla piazza c’era già la corriera, Giulio vide Sergio e Orlando, 20 anni come lui, vestiti in divisa accanto alle loro famiglie.
Abbracciò ad uno ad uno le sue sorelle e i suoi fratelli, la piccola Giuseppina gli saltò al collo: “Ti porterò un regalo” le promise.
Poi strinse forte e a lungo sua madre, abbracciò suo padre e salì sulla corriera.
Si sedette sul primo sedile, si voltò un momento a guardarli dal finestrino, poi si girò immediatamente e la corriera parti.

Capitolo 2

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Maria Carmela Brandi.

Il ristorante “Da Romeo” si trova nella piccola piazza “Mattei” nel cuore di Roma, vicinissima all’antico Ghetto Ebraico. Al centro della piazza c’è la bellissima Fontana delle Tartarughe di epoca rinascimentale. È un luogo suggestivo, dove si respira un’atmosfera antica e questa sensazione è ancora più forte nel periodo natalizio con le luci colorate e gli alberi di Natale posti alle entrate dei negozi.
Davanti al ristorante c’è Francesco con il suo sorriso avvolgente e contagioso, espediente per mettere me e Martina a nostro agio, ci accompagna al tavolo, prendendoci sottobraccio.
Il ristorante è carino ed elegante dall’arredamento moderno con grandi specchi alle pareti, quasi tutti i tavoli sono occupati, le luci soffuse suggeriscono agli ospiti di tenere nei loro discorsi un tono basso e delicato, si sente ogni tanto l’acuto di risate qua e là.
Il nostro tavolo è in angolo in penombra, Claudio è lì in piedi che ci aspetta in compagnia di Marco, un ingegnere amico di Francesco. Ci salutiamo con calore misto ad un leggero imbarazzo e poi decidiamo come disporci, io “capito” vicino a Claudio.
La serata si prospetta divertente, Francesco inizia con i suoi racconti e aneddoti sui colleghi di lavoro, li definirei delle vere e proprie caricature, è molto bravo ad usare le parole, fa spesso sfoggio di espressioni di autori latini, reminiscenze degli studi giuridici. Lui attento alle nostre espressioni fameliche nell’osservare il menù esclama: “Cibi condimentum esse famem (la fame è il condimento del cibo)!” E introduce una gran risata a cui tutti facciamo eco.
Tra il divertimento generale arriva il cameriere. Francesco, Marco e Martina hanno deciso: Ostriche e spaghetti all’astice.
Claudio legge il menù, esita, indossa gli occhiali, che rilassano lo sguardo, noto che sbircia di tanto in tanto anche sul mio, è attento al movimento del mio indice mentre scorro l’elenco dei piatti, si sofferma proprio quando pronuncio con risolutezza: “Filetti di baccalà e una bouillabaisse marsigliese (zuppa di pesce).
“Deciso! Prendo filetti di baccalà e una zuppa di pesce” continua lui con sorriso ironico, rivolgendosi al cameriere che appare in un primo momento confuso. La precisazione linguistica di Claudio scatena l’ilarità di Francesco che come sempre arriva a tutti.
Posso dire che proprio da questo banale episodio ho iniziato ad apprezzare la vicinanza di Claudio, mi faceva sentire importante e unica, si fidava delle mie scelte, ne prendeva il buono, esprimeva il suo parere con garbo ed eleganza.
La cena continua in un clima di festosità, beviamo un buon Chardonnay, siamo tutti concentrati sui nostri discorsi, quello che accade nel ristorante fa da sottofondo insieme alla musica tradizionale napoletana che arriva dal pianobar. Le persone intorno sono solo delle sagome che si muovono tra i tavoli e qualche volta assumono l’aspetto ora di una ragazza un po’ su di giri, ora di un tizio che è circondato da un gruppo di donne.
Penso: “finalmente un po’ di spensieratezza, voglio godere ogni attimo! Sto bene!”
Conclusa la cena, salutiamo Francesco, Claudio e Marco tra l’ebrezza e i sorrisi, sottolineando che abbiamo gradito tutto soprattutto la compagnia, promettendo di rivederci presto.
Claudio e io avviciniamo le nostre guance e ci stringiamo la mano con una strana, ma naturale intesa.
Propongo a Martina di fare ancora due passi per il centro di Roma tra gli addobbi natalizi e nei i vicoli intorno a piazza “Mattei”, non è freddo, il cielo è puntellato da qualche stella ed è molto piacevole godere della magia del contesto. Non parliamo della cena nei particolari, ma ricordiamo e ripetiamo le battute di Francesco, perché vogliamo continuare a ridere, siamo d’accordo nel ritenerlo divertente e simpatico.
Mi sento piena, non so bene di cosa e come se fossi avvolta da una vitalità nuova che in quel momento associo allo Chardonnay, sorridendo tra me.
Facciamo ritorno a casa, in macchina continuiamo a chiacchierare. Martina fa qualche battuta su me e Claudio, ma continuo a non voler pensare e lascio che il discorso non prosegua su quel tema, svio su questioni che riguardano il lavoro. È tardi e domani si ricomincia in ufficio.

Il secondo incontro

Non ho pensato più a Claudio nei giorni successivi alla cena o almeno ho finto di non pensare alle nostre guance che si sono sfiorate e alla stretta di mano che mi hanno lasciato con qualche aspettativa, questo non potevo negarlo a me stessa.
Ho parlato con Martina e abbiamo deciso di telefonare a Francesco per ringraziarlo della bellissima serata.
Lei è stata d’accordo. Al telefono Francesco ha mostrato la sua solita cordialità, l’ho ringraziato per la cena, gli ho ribadito che ci siamo divertite e che porti i nostri saluti a Claudio e Marco.
Mi risponde che lo avrebbe fatto sicuramente e poi: “Sonia, dimenticavo, a Claudio farebbe piacere sentirti, posso dagli il tuo numero?”
Io cerco di contenere l’emozione, perché avrei voluto gridare: si! Mi contengo e con moderazione rispondo:
“Si, Francesco, volentieri!”
Chiamo Martina, riferisco tutto! Sono molto contenta e tanto emozionata!
Il giorno dopo arriva la telefonata di Claudio, i toni sono formali e talvolta impacciati. Riemerge quello strano imbarazzo “della stretta di mano”, cerco di nascondere il nodo in gola che mi rallenta il respiro. Mi fingo sorpresa nel ricevere la sua chiamata, come se non lo avessi riconosciuto e fossi presa in quel momento solo dal lavoro, Claudio sta un secondo in silenzio, poi riprende a parlare con un tono caldo e paziente.
La telefonata si chiude con un saluto e un a risentirci presto. Subito dopo ripasso le battute scambiate con lui, ma soprattutto rifletto sull’emozione provata e sul nodo in gola che mi ha lasciato un lieve dolore come un livido.
Provo uno strano sentimento come un dejà vu e l’impressione di trovarmi davanti a qualcuno che non speravo più di rivedere e che ho ritrovato, ma ora non voglio dare troppa importanza a queste sensazioni.
Siamo solite io e Martina trascorrere la pausa pranzo insieme, qualche volta si ferma con noi anche Francesco, così qualche giorno dopo ci chiama per invitarci a pranzo, ma non saremmo stati soli, Claudio ha chiesto di rivederci, ci tiene molto a salutare noi e incontrare lui.
Così siamo tutti di nuovo intorno ad un tavolo, questa volta il ristorante scelto è “Cacio e pepe” che propone le ricette della cucina tradizionale romana, si trova in un altro quartiere storico di Roma: Trastevere. Durante il pranzo, tra un piatto di amatriciana, di carbonara e di carciofi alla giudia, come al solito, dominano l’allegria e le battute di Francesco, accompagnate dalla famosa Romanella Romana, un vino tipico del Lazio, che inganna il bevitore perché dietro la gradevolezza del gusto dolce e frizzante, nasconde l’inganno di un’ebrezza ammaliante.
Io e Claudio siamo seduti uno accanto all’altra, i gomiti si sfiorano e così le ginocchia, ogni tanto ci scambiamo sguardi e frasi che apparentemente non hanno senso. Io gli sussurro: “Prendi del tempo per te, non sentirti in colpa, ne hai bisogno.” Il timore nel pronunciare questa frase fa tintinnare la mia voce, ma insisto con questo discorso e lui annuisce: “Si, mi rendo conto, chiedo troppo a me stesso. È difficile, talvolta organizzare anche un caffè con un amico, ma voglio fermarmi!”
Sono sollevata perché mi preoccupo di apparire invadente e mi stupisco della franchezza del tono della mia voce, proprio come se io e lui avessimo una grande confidenza. La cosa più strana, poi per due persone che si conoscono appena, è che Claudio mi ascolta con grande interesse, come se non aspettasse altro da tempo che qualcuno gli dicesse: “Fermati!”
Ci salutiamo con la consueta promessa di sentirci presto, lui dà un’occhiata all’orologio e alza lo sguardo nel vuoto come se avesse davanti a sé in fila tutte le persone che avrebbe dovuto incontrare nel pomeriggio e si stesse risvegliando di soprassalto da un pisolino fugace.
Anche io mi riprendo e ripenso alle cose da fare in ufficio in quello scorcio di pomeriggio, ma sono stranamente soddisfatta, ho trascorso un bel momento dal sapore magico. Colpa ancora del vino?
Io e Martina rientriamo in ufficio. Sulla strada del rientro commentiamo e ripensiamo a Francesco, ai suoi discorsi.
Intanto arrivano le vacanze natalizie, con le colleghe dell’ufficio Cecilia e Marzia organizziamo una passeggiata al centro di Roma per gustare l’atmosfera natalizia, fare una visita al museo del Chiosco del Bramante dove è allestita una mostra sulla pop art di Andy Warhol, sono esposte le sue più belle opere, ma soprattutto la Marylin Pink, poi pranzo da Gusto a piazza Augusto Imperatore e chiacchiere a non finire.
Ero convinta che avrei trascorso una giornata tra amiche e cultura e invece…