Il BLOG MILLEPIROETTE propone: ENTRARE E RESTARE: UNA LIBRERIA DI QUARTIERE

Non clienti, ma lettori

Entrare in una libreria di quartiere oggi è quasi un gesto controcorrente.

Eppure, appena varco la soglia de La Mia Libreria, in via Roberto Malatesta, al Pigneto (RM), capisco che non si tratta solo di comprare un libro, succede qualcosa di familiare.

È una sensazione che riconosco: la stessa di quando, da bambina, entravo ogni giorno, soprattutto d’estate, nella piccola edicola del mio paese, a Maratea (PZ). C’era Gabriele, e sugli scaffali dedicati ai ragazzi, tanti fumetti. Rimanevo lì, indecisa, a scegliere quale fumetto portare via, con la certezza che l’avrei divorato. A me piaceva tanto Topolino. Non era solo un acquisto: era un tempo sospeso, tutto mio.

E quella stessa sospensione la ritrovo qui.

C’è un odore preciso, quello della carta, che non è solo carta: è tempo, è attesa, è possibilità. Ti avvolge senza chiedere nulla, come se sapesse già perché sei lì, anche quando non lo sai neanche tu.

Gli scaffali non sono semplicemente ordinati: sembrano pensati. Le copertine si mostrano, si cercano, si parlano tra loro. È proprio guardandole che, una volta, mi sono ritrovata lì senza un titolo preciso in mente, ma con un desiderio molto chiaro: comprare un libro, toccarlo, sentirne le pagine tra le dita. E alla fine quel libro mi ha trovata. Mentre lo sguardo si muove tra titoli e colori, oltre le vetrate scorre la strada, con il suo ritmo veloce e distratto; dentro, invece, ogni cosa trova una calma diversa, si ha la sensazione di stare in un luogo illustrato su una vecchia cartolina con case ferme e una quiete che non ha fretta. Poi, all’improvviso, un dettaglio contemporaneo – una luce, una voce, un movimento – ti riporta al presente. Sei nel 2026, ma con un piede altrove.

Qui non ci si sente clienti. Ci si sente lettori.

E questa è una differenza sottile, ma decisiva.

Alessandro, Alessandro, Valentina e Sofia hanno una cura autentica di questo spazio che si manifesta nella disponibilità, nell’ascolto, nella capacità di consigliare senza invadere

 È come se ogni libro avesse bisogno del suo tempo per incontrare chi lo leggerà, e loro fossero lì, a custodire quell’incontro.

Uno degli aspetti più belli è lo spazio dedicato ai più giovani: bambini, adolescenti, nuovi lettori. Non è un angolo separato, ma un invito. Un modo per dire che la lettura non è per pochi, ma per chiunque sia disposto ad avvicinarsi.

E forse è proprio questo il cuore della libreria: non solo raccogliere chi già legge, ma accogliere chi ancora non sa di poterlo fare.

Quando esco, ho sempre la sensazione di aver attraversato una sensazione. Non solo uno spazio, ma un’idea: che la cultura possa essere ancora un luogo abitabile, umano, condiviso.

E in fondo, è questo che rende una La Mia Libreria davvero viva.

Maria Carmela Brandi

Il BLOG MILLEPIROETTE PROPONE: Recensione a “Gelosia” di Maria Carmela Brandi, interpretato da Daniela Bartolomei e diretto da Alessandro Iori

Rassegna teatrale Monologando e Dialogando 2026

Teatro Petrolini Roma

Gelosia di Maria Carmela Brandi, interpretato da Daniela Bartolomei e diretto da Alessandro Iori

Ci sono esperienze che restano, perché nascono da un’urgenza e trovano compimento sulla scena. Gelosia, il mio testo, è andato in scena nella rassegna teatrale Monologando e Dialogando 2026 (20, 21 e 22 marzo) al teatro Petrolini di Roma, trasformando una riflessione intima in un momento condiviso con il pubblico. Vedere le parole prendere corpo è sempre un’emozione profonda: dalla prima intuizione, quasi sussurrata, fino al respiro vivo del palcoscenico. Ho voluto indagare una forma sottile e spesso taciuta di gelosia: quella che nasce dentro un’amicizia tra un uomo e una donna, quando per uno dei due il sentimento cambia, si trasforma, ma resta inespresso; mentre l’altro, forse, ne avverte il peso, lo sfiora, ma sceglie di non riconoscerlo, continuando a vivere la propria vita. In questo spazio sospeso prende forma il dramma, silenzioso e profondo.

La gelosia, sentimento antico e logorante, ha trovato voce nel volto e nell’intensità interpretativa di Daniela Bartolomei, che fin da subito ha colto con sensibilità l’essenza di Anna il mio personaggio. Insieme abbiamo lavorato alla costruzione di questa donna, esplorandone sfumature e contraddizioni, immedesimandoci nel suo sentire e dando voce, da donne, a un’emozione così complessa. La sua interpretazione, misurata e al tempo stesso profondamente suggestiva, ha restituito con autenticità il dramma e la liberazione della protagonista.

Un ringraziamento speciale ad Alessandro Iori, la cui regia, attenta e consapevole, ha dato forma e ritmo al testo. Per me è stato un onore affidare questo lavoro a uno sguardo così autorevole nel mondo del teatro. Non solo per la regia, ma anche per aver ideato la rassegna Monologando e Dialogando, che offre ad autori, conosciuti e meno conosciuti, la possibilità di esprimersi e condividere con il pubblico la propria scrittura teatrale. Iniziative come questa meritano di essere sostenute e condivise da tutti coloro che amano il teatro.

E poi il pubblico: presente, partecipe, capace di accogliere e restituire. È lì che il teatro accade davvero, in quell’istante sospeso in cui il sipario si apre e qualcosa, dentro e fuori di noi, si trasforma.

Grazie a tutti

Il Blog MILLEPIROETTE propone: Il racconto “La Merenda” di Marina Saladini

LA MERENDA

“Marietto!! Mariettoooooo!!! Rispondi!!”. Inizialmente il bambino non risponde a quella voce che lo chiama insistentemente, decisa ma affettuosa.  E’ tanto preso dal gioco che sembra non sentirla, finchè i morsi della fame non si fanno sentire, sempre più insistenti  ed imperiosi, e certamente più convincenti dei richiami della nonna.

Finalmente Marietto si decide a scendere dall’albero, dove ha passato ore appollaiato a scrutare l’azzurro del cielo più lontano, alla ricerca della sagoma di qualche aereo nemico da abbattere usando a mo’ di proiettili le olive ben gonfie e lucide che stacca dai rami più vicini. Accompagna i lanci con suoni della bocca, ad imitazione del rombo di quei quadrimotori che, sempre più spesso, sente volare sopra e intorno alla sua casa, e da cui lui e i suoi devono fuggire senza avere il tempo di pensare se se la caveranno o se al loro ritorno la troveranno ancora in piedi. Nel suo gioco, lo stormire delle foglie e il frullo delle ali dei passeri diventano suoni minacciosi e preannunciano l’imminente attacco degli aerei nemici e la pioggia di proiettili e bombe che essi lasciano cadere su quella terra fertile e rigogliosa come velenosi e mortali grappoli.

L’ulivo dove Marietto ha trascorso le ultime ore è, tra i dieci o dodici che compongono il piccolo uliveto degli Isaia, il suo preferito: egli infatti può salirvi senza grande sforzo, poiché il grosso tronco, modellato dallo sferzare del vento, si piega e quasi si contorce, come se volesse offrire al bambino una sorta di scala naturale. Si trova dietro alla casa, sul fianco di una collinetta che sale leggermente verso il paese, ed è in una posizione perfetta per il suo patriottico compito, poiché è lievemente sopraelevato rispetto agli altri ed, essendo il più vecchio, ha rami più lunghi ed alti, che si protendono verso il cielo come nodose, vigorose e sicure braccia. Da lì il bambino ha la visuale migliore per svolgere il suo lavoro di difensore antiaereo della fattoria di famiglia ed allo stesso tempo ha a disposizione munizioni sempre pronte all’uso, soprattutto ora che si avvicina il tempo della raccolta.

Se lo vedesse nonna Ida, che fa tanti sforzi per coltivare e curare quei pochi olivi che ancora non sono stati distrutti dalle bombe o rovinati dalle malattie… Appena saranno pronte le olive del loro piccolo terreno la donna, anziana ma ancora piena di energie, oltre che degli  acciacchi, indesiderato dono dell’età, intende ricavarne più olio possibile, sia per accompagnare il poco cibo che ancora riesce a procurare ai suoi, come pane, fagioli e pomodori, sia per venderne un po’ così da racimolare qualche soldo e cercare di sostenere la famiglia.

Per di più ora è costretta ad andare a spremere le olive al frantoio di Mastro Giovanni di nascosto, di notte, per evitare che più della metà dell’olio prodotto venga requisito per lo sforzo bellico, così come è stato stabilito dalle leggi più recenti. Se la vedono i carabinieri o qualcuno le fa una spiata sono guai e Nonna Ida, che è sempre stata una buona cristiana ed ha sempre rispettato la legge, ora si sente a disagio ad infrangerla ed ha paura… L’unica consolazione per lei è che almeno non ha mai fatto niente contro la legge di Dio e spera che per questo le verrà perdonata qualche infrazione fatta contro la legge degli uomini, tanto più che vi è costretta dal bisogno, dalla necessità, quella stessa necessità che la accomuna ai carabinieri e alle guardie che devono mantenere l’ordine nel paese. Anche loro sono brave persone e lei li conosce tutti da anni, uno per uno. Sono padri di famiglia e ragazzi dalle facce pulite, anche se sempre meno colorite, dato che soffrono la fame e i sacrifici della guerra pure loro. Sulla faccenda dell’olio forse chiuderebbero pure un occhio ma la legge è legge, che possono farci? In quei giorni contravvenire agli ordini significa la fucilazione  e la rovina per la propria famiglia.

Ad esempio il Maresciallo Peluso deve mantenere sua moglie e quattro figli, con quel piccolino poi, Luciano, che soffre di mal caduto e dà tanta preoccupazione alla madre. L’appuntato Russo è sposato da poco e ancora non ha figli ma al suo paese, a 50 km da lì, ha il padre anziano che, da quando è caduto da un ponteggio fratturandosi malamente una gamba, non può più lavorare; così tutta la famiglia conta sul suo stipendio, compresa la sorella Anna Maria, che prima della guerra voleva sposarsi in fretta con il fidanzato Vito, ma non ha fatto in tempo. Lui è stato mandato in Russia e non se ne sa più niente e lei sta crescendo con l’aiuto del fratello il bambino che nel frattempo le è nato, con grande imbarazzo della sua famiglia.

Insomma la gente che fatica a portare il pane a tavola è tanta e non c’è più differenza tra la maestra e il contadino, il carabiniere e l’impiegato, perché il cibo ormai scarseggia ovunque, perfino in campagna. Tutti sperano che la guerra finisca presto, tanto più che gli Americani sono sbarcati a Salerno e Mussolini è caduto, ma i combattimenti sono sempre più duri. I Tedeschi, prima amici e alleati degli Italiani, ora sono i loro peggiori nemici e li trattano come traditori, con disprezzo e crudeltà: i soldati italiani che non hanno intenzione di continuare a combattere al loro fianco, devono gettare via le divise e fuggire, o vengono catturati e fucilati. Anche gli Americani però sono diversi da come la gente li credeva, sono diversi da come erano abituati a vederli nei film dove i cowboys, come John Wayne o Tom Mix, salvavano i buoni e punivano i cattivi. Anche se ora sono i nostri Alleati, continuano a bombardare le città e i paesi perchè devono scacciare i Tedeschi e combattono per strappare loro il terreno pezzo per pezzo. A volte succedono cose che la gente fatica a capire, che ancora non si sanno neanche. Si vocifera che in Sicilia tanti soldati italiani siano stati uccisi proprio dagli Americani, su ordine del generale Clarke che, con tutte le perdite avute dal suo esercito, non ha voglia di perdere tempo a fare prigionieri.

In questo momento della storia umana la vita in realtà non ha più nessun valore, sentimenti come la solidarietà e la compassione sono svaniti di fronte all’orrore, vengono posti uno contro l’altro amico ad amico, fratello e fratello. L’Italia è divisa e dilaniata da opposte fazioni, ed ogni casa piange un morto o teme per la sorte di un figlio, un fratello, un padre.

Anche Ida ha le sue preoccupazioni, dato che di tutti i suoi figli a casa non c’è più nessuno, sono stati mandati tutti a combattere. Giuseppe, il maggiore dei figli maschi, è partito per la Russia ma non è più tornato, come tanti giovani e meno giovani, e nonna Ida ogni sera accende un lume fuori della porta della sua casa perchè arrivando da lontano egli possa distinguerla. In realtà il lume acceso serve più a lei che a lui, nutre quella speranza che il cuore di una madre non vuole perdere, significa che non si è ancora arresa.

Pietro, il secondo, è stato spedito a combattere in Albania a 23 anni, ma è stato catturato ed ora è prigioniero in India, da dove le arrivano poche cartoline in cui lui cerca di rassicurarla sul proprio stato di salute.

Vittorio, il più giovane, è invece marinaio sul cacciatorpediniere “Stella polare”. Che poi che ci fa un contadino su una nave? Lui il mare lo aveva visto per la prima volta a 12 anni a Capo Palinuro, in gita con don Gerlando e gli altri ragazzini dell’oratorio, e non la smetteva più di correre su e giù sulla sabbia morbida e calda ed era entrato e uscito dalla fresca acqua del mare una decina di volte, dopo aver ripiegato l’orlo dei pantaloni buoni per non bagnarli. Il mare lo aveva colpito tanto che, quando diversi anni dopo era comparso Raffaele, un loro lontano parente proprietario di una piccola trattoria e di un lido proprio a Capo Palinuro, per chiedergli una mano per l’estate, per servire ai tavoli e portare le sdraio alle signore, Vittorio aveva accettato con entusiasmo. Inoltre, con una paura matta dell’acqua alta, a 17 anni aveva imparato a nuotare, con compare Raffaele che da riva lo teneva assicurato con una corda annodata intorno alla vita. Ma sulla nave dove si trova ora non c’è Compare Raffaele con la sua corda a tenerlo al sicuro, ed una brutta notte dell’inverno successivo due siluri tedeschi la colpiranno. La “Stella Polare” si spegnerà affondando nelle nere acque del Mediterraneo, proprio mentre nella sua cuccetta, durante il turno di riposo, il giovane sognerà felice della gita a capo Palinuro, della trattoria di Raffaele sul mare, e delle signore con il cappello di paglia a tesa larga profumate alla violetta di Parma, che gli tendono la mancia con le mani coperte dai guanti di filo bianco.

Dunque in casa di nonna Ida sono rimasti soltanto la figlia Rosa ed i figli di lei, Marietto e Palmina; Rosa la aiuta nei lavori in campagna mentre aspetta il ritorno del marito Angelo, impegnato a  difendere la Patria in un reparto di sminatori, almeno fino a qualche tempo prima, ma che dopo l’8 settembre non ha più dato notizie di sé. Un compaesano ha raccontato che, insieme ad altri commilitoni, Angelo ha gettato via la divisa per non dover combattere al fianco dei Tedeschi, che non ha mai sopportato, e si è unito alla Resistenza.

In quel caldo pomeriggio di inizio Ottobre, in attesa che ricominci  la scuola, sempre più difficile da frequentare non solo per i bombardamenti ma anche perchè le aule vengono spesso requisite per alloggiare i soldati o gli sfollati,  Marietto ha appena litigato con la sorella. Palmina, avendo tre anni più di lui, si sente già una signorina e si annoia a giocare alla guerra e a guardie e ladri. Certamente lei preferirebbe passare il pomeriggio a chiacchierare con la sua amica Teresa, magari sognando ad occhi aperti su due ragazzetti poco più grande, che – così a loro sembra – hanno sorriso nella loro direzione all’uscita da Messa la domenica precedente. Oppure potrebbero spettegolare su qualche ragazza del paese più grande di loro, come Gina, che si è sposata all’inizio della guerra in fretta e furia, destando tanto scandalo e tante chiacchiere da tenere occupate le comari per molto tempo, finchè le loro maligne illazioni sono state deluse quando la malcapitata ha partorito un roseo e paffuto bambino ben quattordici mesi dopo. Ma Teresa ora ha ben altro da fare, perchè deve prendersi cura della madre, che si è ammalata di nervi quando ha saputo che anche suo marito è disperso in Russia, e dei tre fratellini più piccoli, che nel frattempo hanno bisogno di essere sfamati, oltre che lavati e vestiti.

Dunque in quei giorni a Palmina non rimane che aiutare la madre, il che significa anche rammendare i pantaloni corti che il fratello, nelle sue quotidiane scorribande in campagna, regolarmente strappa arrampicandosi sugli alberi oppure cercando di scavalcare il filo spinato steso intorno al ponte di Rio Freddo.

Perciò Marietto ha trascorso gran parte del pomeriggio giocando  da solo in mezzo agli ulivi, dimenticandosi per un po’ perfino della fame che i pasti, sempre meno abbondanti nonostante gli sforzi della nonna, giorno dopo giorno faticano a soddisfare.

Quando però la voce della nonna che lo chiama per la consueta, frugale ma sempre più preziosa merenda, riesce a giungere fino a lui, il bambino si decide finalmente ad interrompere il suo gioco e a tornare alla realtà, scendendo dall’ulivo. Entrando di corsa a piedi scalzi nella cucina fresca e leggermente in penombra, Marietto prova un lieve, piacevolissimo brivido, non tanto per la differenza di temperatura tra l’interno della casa e l’esterno, ancora inondato di caldo sole, ma perché avverte immediatamente il profumo del cibo che lo attende.

Pronta sulla tavola in un piatto di bianca ceramica, sbeccato su un lato, la merenda che la nonna gli ha preparato è quanto di più gradito si possa trovare in quei giorni: il pane cotto nel forno di casa e preparato con la poca farina rimasta con sopra un filo di olio, il loro olio, rimasto in quantità appena sufficiente per un mesetto, in attesa della tanto sospirata spremitura delle olive nuove.

Il fragrante liquido lucente, dai riflessi verdi e dorati, che scorre denso e morbido dal beccuccio di metallo fin sul pane, dapprima forma come un rivolo, che Marietto con la fantasia dei suoi nove anni paragona al ruscello che scorre vicino casa loro, poi viene assorbito dal pane fino a scomparire, così come quel ruscello sparisce nelle calde giornate di agosto, in cui il sole picchia duro sulla testa, tanto da togliere il respiro. Il pane ammorbidito e cosparso dall’alone dorato ancora conserva nel suo tessuto spugnoso qualche goccia del fragrante e prezioso liquido, e ricorda a Marietto il letto del ruscello momentaneamente scomparso, costellato qua e là da piccole pozze in cui rimane ancora un po’ d’acqua.

Il bambino comincia a mordere avidamente il pane che libera il suo sapore, salato e dolce insieme, ma non lo mastica velocemente, bensì lo assapora lentamente, quasi voluttuosamente, al contrario di ciò che di solito si fa quando si ha fame e si mangia qualcosa di buono. La lentezza è originata non solo dalla necessità di far durare più a lungo il prezioso cibo, ma anche dal desiderio di prolungare quanto più possibile la gioia ed il piacere che ne derivano.

Pensare che solo pochi anni prima, quando ancora la guerra sembrava un evento improbabile o tutt’al più una bella avventura, pane e olio gli erano sembrati una ben misera cosa rispetto alle prelibatezze che aveva assaggiato alla festa di compleanno di un suo compagno di scuola, Carlo Ferrari. Costui era il figlio del nuovo direttore della Scuola Elementare del suo paese, che appena arrivato non conosceva nessuno ed essendo il figlio del direttore veniva guardato un po’ con scherno e al tempo stesso con invidia dagli altri bambini della sua classe. In molti si aspettavano che, data la sua posizione, qualsiasi cosa egli avesse fatto a scuola avrebbe sempre ricevuto i voti più alti e sarebbe stato citato sempre come esempio per tutti. In effetti agli inizi Carlo venne lodato e coccolato da tutto il corpo insegnante e di conseguenza fu isolato da buona parte dei cuoi compagni. Per porre rimedio a questo stato di cose il papà e la mamma, anch’essa maestra, avevano pensato di organizzare una festa, in occasione del compleanno del figlio, a cui invitare praticamente tutti i bambini che frequentavano la sua stessa scuola, in modo che si conoscessero meglio.

Era stato invitato anche Marietto e per lui fu un evento memorabile che non avrebbe dimenticato per molto tempo, anche per alcune  conseguenze che ne derivarono. Gli fu fatto il bagno, fu vestito con il completo buono e la camicia inamidata e stirata in modo molto accurato, infine fu pettinato facendo un uso abbondante della brillantina Linetti, nel vano tentativo di ridurre alla ragione i suoi riccioli ribelli. Tutti questi preparativi gli diedero la sensazione che di lì a mezz’ora avrebbe dovuto incontrare non un suo compagno di scuola ma il Duce in persona.  Marietto, appena entrato nel giardino della villetta in cui abitava il direttore Ferrari, era rimasto senza parole di fronte alla magnificenza del rinfresco. Il cibo era stato disposto su piatti e vassoi di porcellana fine bordata d’oro, su un lungo tavolo, posto in un angolo del giardino sotto ad un grande albero di magnolia e ricoperto da una tovaglia bianca di lino fine, ricamata con leggeri disegni floreali.  

Anche se in quel periodo la famiglia Isaia non soffriva di nessuna privazione, era una famiglia di estrazione contadina e per le loro feste il cibo era semplice: pasta fatta in casa, condita con il pomodoro fresco del loro orto, arrosto di oca e maiale del loro cortile, ciambellone e crostata fatti anch’essi in casa dalla mamma o dalla nonna. Alla loro tavola non si trovavano certo nè raffinata pasticceria da tè, né bignè ripieni, squaglio di cioccolata in tazza o delicate torte di millefoglie alla crema. Pertanto quel pomeriggio era stato per lui occasione di grande gioia e sofferenza insieme, la prima per il piacere di assaggiare delizie inconsuete, la seconda per l’invidia e la mortificazione e la consapevolezza di non poterle trovare in futuro sulla propria tavola.

Nei giorni successivi il bambino iniziò a rifiutare la merenda preparata dalla mamma o dalla nonna, che invece era solito divorare di gusto, come una buona fetta di ciambellone preparato con le uova delle loro galline o pane, olio e pomodoro. Anzi una volta era arrivato ad una sorta di piccola rivolta, urlando in faccia alla nonna che simile robaccia non era da signori e che lui voleva diventare come Carlo e mangiare tutti i giorni come lui. Ovviamente la risposta non si era fatta aspettare ed il piccolo capriccioso rivoluzionario aveva pagato amaramente la sua ribellione, buscando prima vari colpi di battipanni sul fondoschiena dalla nonna, poi un paio di sonori ceffoni dalla mamma, a cui la nonna aveva raccontato tutto. Infine, a sugellare il tutto, al suo rientro dal lavoro, il padre aveva emesso la sua condanna ad espiare l’offesa recata a tutti loro saltando la merenda del pomeriggio ed il dolce della domenica per un mese intero, altresì limitando i suoi pasti a pane e pomodoro per lo stesso lasso di tempo.

La punizione subita era stata una umiliazione troppo grande, non solo per il suo orgoglio ma anche per la sua robusta fame di bambino che cresceva, perciò Marietto aveva ritenuto opportuno non proferire più discorsi di quel tipo in presenza dei suoi familiari. Allo scoppio della guerra Carlo Ferrari era stato mandato dal padre insieme alla madre da certi parenti più a nord, poiché il paese era troppo vicino al porto di Salerno, ritenuto un obiettivo militare pericoloso, ed il dilemma “merenda elegante” o “merenda contadina” non si era più posto.

Ora, trascorsi solo pochi anni, ciò che tanto aveva disprezzato, in un ingenuo e momentaneo capriccio, è diventato oro per lui. In questo assolato pomeriggio di ottobre, nella penombra della cucina con il pavimento in pietra della casa dove sono nati lui e sua sorella, sua madre ed i suoi fratelli prima di lui, e nonna Ida prima di loro, a Marietto viene da ripensare proprio a Carlo. Ha sentito dire dai grandi che chi si trova più a nord, soprattutto nelle grandi città, non se la passa meglio di loro, che per comprare un litro d’olio molti sono costretti a vendere addirittura un’enciclopedia o dodici lenzuola di lino ricamate. Possibile che il succo di quelle olive, che lui si diverte a lanciare nell’aria contro il nemico o a mangiare di nascosto quando le trova nei barattoli, conservate in salamoia, sia così pregiato? Possibile che davvero sia diventato oro, come il tesoro dei pirati di quel libro, che gli aveva prestato Carlo Ferrari prima di partire per sempre dal paese? Certamente in questo momento per lui lo è.

Vennero l’inverno, la primavera, l’estate e di nuovo l’autunno, e dopo un altro inverno e un’altra primavera, che videro ancora tante morti, violenze e dolore, che sembravano infiniti e che invece finalmente cessarono. Ancora tante stagioni si ripeterono e ora a Marietto capita di ripensare a quel pomeriggio e a quella merenda. Ma ora nessuno lo chiama più così: per tutti è Mario Russo, ragioniere della ditta di materiale elettrico Baldini & figli, con sede a Lodi. Qui si è trasferito subito dopo la guerra con quello che rimaneva della sua famiglia, chiamati da un parente che emigrato lì anni prima li aveva aiutati a trovare una casa ed un lavoro.

E’ tornato al paese con la moglie e le figlie Ida e Vittoria per sistemare una certa faccenda con il Comune, e decide di fare una visita alla vecchia casa, dove ormai non abita più nessuno e che deve essere demolita. La porta, consumata e tarlata in più punti, si apre con una sola, piccola spinta. Non c’è il catenaccio perché dentro non c’è più niente di valore. Non c’è più neanche il tetto, da quando una notte una bomba sganciata da una fortezza volante americana l’ha colpita. La bomba non aveva fatto crollare la casa ma aveva distrutto lo stesso quasi tutto quello che c’era dentro, lasciando intatto soltanto le mura perimetrali e la stalla. In cucina c’è ancora il tavolo con il ripiano in marmo, spaccato in mille pezzi e semicoperto da polvere e terriccio, frammenti di travi e tegole spezzate. Ovunque ragnatele, erbacce e i segni del passaggio di animali selvatici.

La penombra è la stessa di quel pomeriggio, anche se prodotta non più dal tetto, bensì dalle fronde di un altro e folto albero di fico cresciuto nel frattempo non si sa come all’interno della cucina. L’emozione che prova entrando è difficile da definire: invece dell’attesa gioiosa e dell’acquolina in bocca, al pensiero della merenda che lo attendeva, prova una stretta alla gola forte, soffocante, mentre i battiti del cuore si susseguono sempre più veloci, tanto da fargli male. Non immaginava che tornando lì avrebbe provato una sensazione simile. Non era più entrato lì dalla notte di quello stesso giorno, quando  le sirene della contraerea, quella vera stavolta, avevano suonato disperatamente, per svegliare lui e la sua famiglia ed intimargli di fuggire a gambe levate per salvarsi dal peggiore bombardamento che avesse colpito il suo paese. Aveva fatto appena in tempo a mettersi in salvo con la madre e la sorella, e quando lei successivamente gli aveva detto che la casa era stata colpita e che era meglio andare a stare in un paese vicino, non si era posto il problema di sapere che danni avesse ricevuto, non aveva voluto vederla con i suoi occhi. Ma soprattutto non aveva chiesto notizie di nonna Ida, non aveva domandato dove fosse, né perchè non andasse con loro. Si accontentava di quanto gli aveva detto la mamma, che cioè presto la nonna li avrebbe raggiunti, ma che in quel momento ancora non poteva perché doveva sistemare prima le galline rimaste e raccogliere le cose che la bomba non aveva distrutto. Non si era fatto domande su ciò che realmente le era accaduto ed aveva evitato di sollevare dubbi anche con sé stesso, perché in cuor suo aveva capito che non l’avrebbe più rivista. Forse si sentiva anche in colpa, perchè mentre fuggiva sotto le bombe aggrappato alla mano della mamma era tanto impaurito che non si era girato a guardare dve fosse la nonna e se li stesse seguendo. E comunque sapeva che, per quanto la terra, gli ulivi e le galline fossero importanti per lei, perché frutto del lavoro di più generazioni e fonte di sussistenza per tutti loro, la nonna amava troppo i suoi nipoti e sua figlia per separarsi da loro. Ma per tutti quegli anni non chiese mai. Si rifiutò di sapere che nonna Ida aveva concluso la sua vita colpita al petto dalle schegge di una grondaia, affilate come lame, che la bomba aveva disintegrato, mentre fuggendo passava proprio vicino a quell’ulivo che a lui piaceva tanto.

Ritornare in quel luogo fa emergere improvvisamente le emozioni che egli ha tentato di tenere sommerse in una finta indifferenza per tanti anni: il dolore e lo sgomento per quella perdita così grave, che aveva impedito a sé stesso di provare, esplodono in un attimo insieme al ricordo del sapore del pane e olio che aveva gustato in quella cucina, seduto a quel tavolo. Ora in piedi in quella stessa cucina, davanti a quello stesso tavolo, ridotti in macerie, ha gli occhi talmente pieni di lacrime da non rendersi conto dell’espressione sorpresa, a metà tra l’imbarazzo e lo scherno, delle figlie. Quasi adolescenti, le ragazzine non comprendono perchè il padre si commuova così tanto per quel rudere, che verrà abbattuto a breve per costruire un tratto della nuova autostrada. Pensano che la loro visita al paese di *** abbia come unico scopo quello di firmare le carte per l’esproprio del terreno, atto che riveste per loro un certo interesse in quanto sperano che con il denaro del risarcimento il padre si decida a comprare il televisore a colori.

Invece per Mario l’avviso del Comune, inviatogli come unico erede, dato che i genitori erano morti da anni e la sorella venti anni prima si era stabilita in Canada con il marito, rinunciando ai suoi diritti, aveva avuto lo stesso effetto devastante della bomba che aveva distrutto la casa. Ma Ida e Vittoria non possono saperlo, solo la moglie intuisce ciò che egli prova in quel momento. Infatti Mario non ha mai raccontato granchè alle figlie né alla moglie della sua vita nella fattoria di nonna Ida, né ha mai spiegato loro come quel bombardamento avesse di fatto decretato la fine della sua infanzia.

Mario stringe gli occhi per spremerne le lacrime fino in fondo, poi li riapre e si guarda intorno. Quel poco del semplice mobilio della casa che il bombardamento aveva risparmiato era stato recuperato dai genitori, dopo che alla fine della guerra il padre aveva fatto ritorno sano e salvo. Le uniche cose ancora visibili in quella stanza, tra le mura stranamente rimaste in piedi, sono quel tavolo in frantumi ed un piccolo mobiletto basso, chiuso da uno sportellino e posto in un angolo, di cui egli non ricordava l’esistenza e che ora nota per caso. E’ spaccato a metà ma le due parti stranamente sono ancora tenute insieme da chissà cosa. Mario si avvicina con curiosità ed un po’ d’ansia, e lo apre con cautela, per evitare che una della metà gli cada sui piedi. Quello che trova all’interno ha del miracoloso: una bottiglia di olio ancora intatta, anche se sporca e tutta impolverata e con il contenuto ridotto ad una poltiglia verdastra depositata sul fondo. Sulla pancia della bottiglia vede un’etichetta ingiallita su cui – ora lo ricorda – aveva scritto lui stesso in bella calligrafia e sotto dettatura della mamma, “olive del 1942”. E’ strano come un vecchio oggetto polveroso, apparentemente insignificante, possa diventare invece tanto prezioso per qualcuno. Nel suo cuore Mario sente che questa è l’eredità di nonna Ida che lo ha atteso lì per tutti questi anni. Lui ha cercato di non sapere, non vedere per non soffrire ma nulla è stato cancellato. La sua vita di allora, la sua infanzia e le persone che l’hanno accompagnata non sono mai andate via ma lo hanno atteso lì, pronte a raccontare di nuovo sé stesse e la loro meravigliosa, semplice, struggente storia. A volte il trascorrere del tempo e la scomparsa dei suoi protagonisti ci inducono a pensare che questi forse non sono mai esistiti, perchè non c’è più nessuno che possa raccontare, che ci aiuti a non dimenticare. Ma a volte accadono dei piccoli miracoli: ritroviamo un oggetto di cui non ricordavamo neanche l’esistenza ed ecco che questo racconta la sua storia, rendendo di nuovo vivi fatti e persone, facendoli materializzare davanti a noi, più vivi che mai. Mario si rende conto che forse è giunto il momento di raccontare finalmente alle figlie ed alla moglie la sua storia: di Carlo Ferrari e del suo magnifico banchetto di compleanno, dei suoi capricci, del battipanni della nonna, delle merende negli assolati pomeriggi estivi, ma soprattutto dei giochi su quell’ulivo, il suo amico dalle lunghe braccia forti e nodose, da dove quando ancora era Marietto, l’eroico piccolo aviatore, egli scrutava il cielo e difendeva la sua famiglia a colpi di olive.

Ma prima sente che deve fare una cosa. Con la bottiglia d’olio tra le mani Mario esce dalla casa, gira sul retro e, attraversando il cortile, si avvia verso l’uliveto. La moglie, che anche se ne sa molto poco, comprende ciò che in quel momento lo sconvolge, gli stringe il braccio. L’uliveto è malridotto, perché ai danni del bombardamento si sono aggiunti l’incuria e l’abbandono di decenni: la maggior parte delle piante si sono seccate e sono sommerse dalle erbacce e dai rovi. Mario gira per un po’ lì in mezzo, in cerca di qualcosa, e all’improvviso si ferma sorridendo: anche se cresciuto malamente, tutto storto e circondato da erbacce di ogni tipo, ha ritrovato il suo ulivo, ancora vivo. Guardandolo da vicino nota che il fusto è stato ferito, tagliato e colpito in vari punti forse dai frammenti dei mattoni, tegole e grondaie della casa. Ora non può più fingere di non sapere che lì accanto nonna Ida ha visto per l’ultima volta il tremolare delle stelle, mescolate quella notte ai lampi delle bombe, malefiche Pleiadi vomitate dagli aerei da cui lui aveva invano cercato di difendere la sua casa in quell’ultimo pomeriggio di serenità. Pensa a cosa la nonna avrà pensato e visto nei suoi ultimi istanti, mentre cercava inutilmente scampo. Chissà se in mezzo al fumo e al polverone sarà riuscita a scorgere la più bella e splendente luna piena che ci fu in quei mesi, e chissà se questa avrà avuto compassione della povera donna, regalandole un ultimo benevolo sorriso oppure avrà continuato a risplendere lassù, lontana dagli uomini e dalle loro miserie, a tutto indifferente.

Marina Saladini

Il Blog MILLEPIROETTE propone: Poesia “Non nel pugno” di Maria Carmela Brandi

Non nel pugno

Potrei immaginare di tenerti stretto in un pugno,

chiudere le dita

come si chiude un segreto.

Ma tu non sei lì!

Scivoli tra le linee della mano…

come polvere di stelle

che non accetta prigione.

Sei disperso nell’universo,

nei pensieri delle persone,

nelle stanze silenziose

dove qualcuno si ferma un istante

a guardare oltre la finestra.

A volte credo di riconoscerti

in un’idea che nasce improvvisa,

in un pensiero che non so da dove venga

ma resta.

Forse abiti lì,

nel punto invisibile

in cui una mente sfiora un’altra

senza saperlo.

E allora capisco

che non devo stringere il pugno.

Perché tu esisti proprio così:

disperso,

infinitesimale,

ovunque qualcuno

stia pensando.

Maria Carmela Brandi

Il Blog MILLEPIROETTE propone: presentazione di “Monologando e Dialogando” – X EDIZIONE

La rassegna teatrale Monologando e Dialogando 2026, organizzata da Alessandro Iori, porta in scena una serata dedicata alla scrittura teatrale contemporanea, dando voce a diversi autori e alle loro storie.

Tra i testi proposti, anche Gelosia, monologo scritto da Maria Carmela Brandi, interpretato da Daniela Bartolomei e diretto da Alessandro Iori: un viaggio intenso nei territori dell’animo umano, dove amore e possesso si intrecciano fino a trasformarsi in consapevolezza.

Un’occasione per scoprire nuovi sguardi, nuove parole e vivere il teatro nella sua forma più autentica.

Il Blog MILLEPIROETTE propone: Recensione di M. C. Brandi all’evento “Diario di un viaggiatore solitario” – Spazio Rossellini, Roma – 10 marzo 2026

Diario di un viaggiatore solitario

Voce: Maria Letizia Gorga

Musica: Jacopo Ferrazza (contrabbasso), Marcello Allulli (sax, loops)

Nella suggestiva cornice dello Spazio Rossellini di Roma, il 10 marzo 2026 è andato in scena uno spettacolo in cui musica, parola e tensione poetica si sono intrecciate in un unico tessuto espressivo. Sul palco, accanto alla voce intensa di Maria Letizia Gorga, due strumenti – il contrabbasso di Jacopo Ferrazza e il sax, loops di Marcello Allulli – hanno costruito un paesaggio sonoro capace di attraversare atmosfere jazzistiche e vibrazioni intime e visionarie.

I musicisti non si limitano ad accompagnare la scena: la musica diventa parte integrante della drammaturgia. Il contrabbasso di Jacopo Ferrazza, con le sue vibrazioni profonde, crea una tensione emotiva che attraversa tutto lo spettacolo; a tratti il suono sembra quasi stridere, come se volesse aprire una fenditura dentro il silenzio. Il sax, loops di Marcello Allulli, con i suoi slanci improvvisi e le sue aperture melodiche, disegna traiettorie nell’aria, portando con sé quell’energia tipica del jazz che qui diventa racconto emotivo.

In questa costruzione sonora la musica assume un valore simbolico preciso: diventa il filo di un viaggio intimo, fatto di ricordi, luoghi attraversati e incontri sedimentati nel tempo. Diario di un viaggiatore solitario si muove proprio dentro questa dimensione: un percorso personale che prende forma attraverso la musica e la narrazione, dove le esperienze vissute si trasformano in suono, parola e memoria. Brani come “È. E.”, “Ande”, “Cesira”, insieme alle reinterpretazioni “Alfonsina y el mar” e “Gracias a la Vida”, emergono nello spettacolo come soste di un itinerario musicale e narrativo. Ogni brano sembra custodire un luogo, un ricordo, un frammento di esperienza che affiora nel racconto, accompagnando lo spettatore dentro la geografia intima del viaggio.

Su questo tessuto musicale si innesta la voce di Maria Letizia Gorga, che non si limita a cantare o a interpretare, ma evoca e attraversa le parole con una presenza scenica intensa. La sua voce si muove tra canto e narrazione, tra evocazione e lamento, talvolta con una tonalità che richiama la malinconia profonda del fado portoghese, capace di restituire tutta la fragilità e la forza dei sentimenti incompiuti.

I testi evocano immagini potenti e quasi cinematografiche: paesaggi duri, corpi immersi in acque fredde, scenari urbani fatti di detriti e oggetti abbandonati. Sono immagini che richiamano un immaginario quasi pasoliniano, dove la materia del mondo – vecchi copertoni, rifiuti, frammenti di realtà – diventa simbolo di una sfida esistenziale. Davanti all’orizzonte e ai suoi “grandi ignoti”, l’essere umano si interroga sul proprio limite e sulla propria possibilità di attraversarlo.

In questo intreccio tra musica, parola e immagine, lo spettacolo costruisce un viaggio emotivo che coinvolge lo spettatore in una dimensione sospesa, quasi fuori dal tempo. Le note si disperdono, si inseguono, si sfiorano senza mai possedersi del tutto, proprio come accade nei ricordi e nelle esperienze che il viaggio lascia dentro di noi.

Ne emerge un’esperienza scenica intensa, in cui la musica diventa respiro drammaturgico e la voce di Maria Letizia Gorga guida lo spettatore dentro un paesaggio poetico fatto di memoria, ricerca e trasformazione.

Maria Carmela Brandi

Il Blog MILLEPIROETTE propone: Recensione di M. C. Brandi allo spettacolo teatrale “C’Eravamo tanto odiati” – Teatro degli Audaci, Roma, 12-15 febbraio 2026

Il 12 febbraio, al Teatro degli Audaci a Roma, è andata in scena la prima di C’eravamo tanto odiati, scritto e diretto da Pino Ammendola, con Franco Oppini, Annalisa Favetti e Marco Gabrielli.

La pièce esplora, con delicatezza e ironia, il ritorno sul palco di due comici che condividono un passato di successi e incomprensioni, tra vecchi rancori e improvvise occasioni di incontro. Lo spettacolo gioca sulle relazioni tra i personaggi, sugli equivoci e sui piccoli dettagli che costruiscono tensione e comicità, offrendo al pubblico un’introduzione brillante e nostalgica a un mondo in cui amicizia, complicità e familiarità restano al centro della scena.

Sul piano interpretativo, lo spettacolo trova il suo equilibrio nella dinamica tra i personaggi e nella qualità delle prove attoriali. Franco Oppini restituisce con energia istrionica e accenti di sincera fragilità un uomo rimasto sospeso tra successo e rimpianto, eterno Peter Pan incapace di rinunciare alla leggerezza anche quando la vita presenta il conto. Il suo contraltare Pino Ammendola, più riflessivo e disincantato, esprime una dolcezza trattenuta e una fede ancora viva nell’amicizia e nell’intesa artistica come forma profonda di complicità. Annalisa Favetti, nei panni della segretaria del manager, domina la scena con presenza magnetica e ritmo febbrile: il suo personaggio, abile mediatrice, utilizza fascino e determinazione per tenere insieme i fili di una situazione sempre sul punto di esplodere.

In questo tessuto già ricco di tensioni e non detti si inserisce Marco Gabrielli, cameriere solo apparentemente marginale. La sua interpretazione introduce una sfumatura tragicomica che amplia l’orizzonte della vicenda: dietro l’aria dimessa e l’ironia di servizio si intravede una storia personale che irrompe progressivamente nella trama, spostando l’asse dal semplice scontro tra ex colleghi a un confronto più intimo e destabilizzante. A questo si aggiunge un evento improvviso, che incombe come un’ombra e modifica bruscamente il clima della serata, ricordando allo spettatore quanto il confine tra farsa e dramma sia sottile e quanto la vita, fuori dalla scena, possa travolgere ogni calcolo.

La regia di Pino Ammendola sostiene con equilibrio questo delicato alternarsi di registri. Il ritmo serrato, la gestione attenta degli spazi e dei tempi comici, l’uso calibrato degli equivoci e delle battute – talvolta volutamente sopra le righe – costruiscono una comicità che sfiora la satira senza perdere coerenza interna. La risata nasce spesso da ciò che non viene detto, dalle mezze verità, dalle allusioni che sedimentano e poi esplodono, in un continuo gioco tra equivoci, leggerezza e malinconia.

C’eravamo tanto odiati si rivela così una commedia brillante e nostalgica insieme, capace di interrogare il tempo che passa, le occasioni mancate e il coraggio – non sempre trovato – di “prendere al volo” ciò che la vita offre. Uno spettacolo che diverte, ma che lascia anche una traccia più profonda, invitando lo spettatore a riflettere su amicizia, responsabilità e destino.

Maria Carmela Brandi

Il Blog MILLEPIROETTE propone: La Divina Commedia, Parte Prima – Civitavecchia, La Rocca del Porto Storico, 18-21 settembre

Il Blog “MILLEPIROETTE” suggerisce: Elena Dreoni, “Le Lacrime dell’Umanità”

Il fiume delle lacrime dell’umanità

attraversa tutta la terra.

Scorre tra macerie

violenze, sopraffazioni,

vite cancellate e sogni infranti.

Nell’andare si gonfia di dolore.

Trascina con sé

relitti disperati.

Sulle sue rive aride,

dagli arbusti secchi

sbocciano radi fiori bianchi,

testardi trofei di una memoria

mai stanca di sperare.

Corre veloce il fiume

delle lacrime dell’umanità,

porta via tutto

e tutto resta ancora.

Corre senza mai fermarsi.

Ha fretta di gettare

il pianto dell’umanità

nel mare immenso della consolazione di Dio.

Il Blog “Millepiroette” propone: “Manuale di negazione per famiglie moderne” (di Yuleisy Cruz Lezcano)

Le Barbie di agosto hanno riposto le borse di Gucci, cambiato l’outfit e messo il broncio istruttivo. Ora educano i giovani all’empatia, mostrando esemplari modelli di gestione della rabbia e della frustrazione. È tutto molto edificante. Le vediamo nelle stories mentre insegnano che la calma è la virtù delle donne accese e che la gentilezza è l’unica forma di rivoluzione possibile. Con la voce spezzata, ci raccontano del mondo rosa-astio che hanno costruito, tanto diverso dal mondo azzurro-prevaricazione che tanto detestano, eppure, paradossalmente, così simile. Non vedo l’ora di vedere come va a finire questa favola al contrario, con le Barbie dal cuore ferito, ma mature, in grado di perdonare tutto tranne l’assenza di like, con Ken che chiede scusa, ma senza cambiare nulla. E con i follower che imparano la lezione: non cambiare sistema, cambia tono.

Nel frattempo, i prodotti narrativi come Adolescence si vendono come riflessioni profonde sull’adolescenza,  ma il titolo è una trappola, è un’esca per genitori. Perché no: Adolescence non parla dei ragazzi, parla degli adulti, parla di un sistema educante che nega sistematicamente l’evidenza, che rifiuta la complessità, che disattiva i segnali di allarme, che disinnesca la rabbia legittima dei giovani perché non può permettersi di guardare in faccia il proprio fallimento.Jamie non è solo un ragazzo problematico, è il figlio di una madre che decide al posto suo, di un padre che finge di non sapere, di una società che pretende la calma come segno di normalità, anche davanti all’orrore.

Nel piano sequenza, Adolescence ci costringe a restare dentro la negazione, senza possibilità di respiro.

Non possiamo tagliare, non possiamo saltare le parti scomode. Siamo lì, costretti a osservare la vita che implode in tempo reale, come succede davvero. Il parallelo è crudo, ma necessario.
Sostituite la parola “smartphone” con “droga” e avrete una serie anni ’70 sulla tossicodipendenza giovanile. Avreste la condanna unanime, la mobilitazione, le campagne ministeriali,
 ma lo smartphone non è droga, dicono,  è uno “strumento”, un mezzo “neutro” e “inevitabile”. È tutto, tranne che pericoloso. E invece lo è. Produce dipendenza, isola, svuota l’altro di umanità, coltiva l’apparenza come valore assoluto, ma noi neghiamo, perché ci fa comodo, perché è babysitter, è silenziatore e la cosa fondamentale è che ci deresponsabilizza, come adulti, siamo complici. Abbiamo visto i nostri figli spegnersi, smettere di disegnare, di uscire, di cercare veri amici. Eppure, ogni giorno, scegliamo la strada più semplice: un nuovo abbonamento telefonico invece di una nuova conversazione. La negazione è il vero protagonista di questa serie, e della nostra vita.La nostra incapacità di dire: sì, abbiamo sbagliato tutto. Per questo il romanzo Cris è così potente, perché Lorenzo, il protagonista, fa quello che nessun ragazzo oggi ha la forza di fare: spegne il telefono. Via la carta di credito, il nome e fugge dalla famiglia e dalle aspettative, e non perché vuole morire, ma perché vuole finalmente vivere. Rinuncia a tutto ciò che “un ragazzo della sua età dovrebbe desiderare” – e in questo, rompe davvero la gabbia. Cris racconta l’orrore gentile dell’adolescenza contemporanea: quello fatto di micro-violenza, di silenzi pieni di aspettative, di dipendenze travestite da privilegi.

Oggi i figli non si ribellano più con urla e porte sbattute, ma con richieste: “Mamma, mi prendi le Nike nuove?”
 E la madre compra, e trattiene. Non servono punizioni, basta il marketing, i brand fanno da collare, i genitori tengono il guinzaglio.E quando un adolescente chiede, in fondo sta dichiarando la propria dipendenza. È una forma di abuso invisibile. Nessuno la chiama così, ma la somma delle piccole negazioni, delle scelte imposte, delle libertà revocate con il sorriso sulle labbra, è violenza sistemica.Ed è per questo che romanzi come Cris devono essere scritti e letti. Non per ottenere premi scolastici o la benedizione degli insegnanti, ma per aprire nuove narrazioni, più sincere, più sporche, più reali. Narrative che non censurano il desiderio, l’istinto, l’errore, che non cercano giustificazioni, ma verità.

La letteratura per ragazzi oggi è spesso pensata per rassicurare gli adulti, non per liberare i giovani. È la Barbie di agosto con un manuale di buona condotta, invece di una catarsi, è controllo travestito da cura. È finta empatia per evitare il confronto con la rabbia che, invece, è necessaria. Se ci fossero più narrazioni, ci sarebbero più scelte, e se ci fossero più scelte, ci sarebbe più libertà.

La prossima volta che guardate Adolescence, o leggete un romanzo che parla di giovani, chiedetevi:
 Chi sta negando cosa?
 Perché dietro ogni atto estremo, ogni gesto incomprensibile, ogni silenzio troppo lungo, c’è sempre un adulto che non ha voluto vedere. Non è un problema dei ragazzi, ma nostro.Loro sono specchi e noi non ci piacciamo più.

Dopo la Barbie di agosto, dopo le madri pedagogiche in bilico tra filtro vintage e disciplina emotiva, dopo le serie travestite da psicodrammi educativi… resta il vuoto, ma non il vuoto fertile, quello che accoglie nuove possibilità. Resta il vuoto finto riempito, tappato con buoni propositi, abbellito con storytelling motivazionale, neutralizzato con una positività obbligatoria che sa di candeggina sulle macerie. Dopo la negazione, non arriva la rivoluzione,arriva la ricostruzione dell’identico.

Più pulito, più “inclusivo”, più sorridente — ma sempre identico.

E chi prova a chiamare le cose con il loro nome, chi mette in discussione la narrazione zuccherosa, viene accusato di essere aggressivo, divisivo, polemico. Perché oggi, la verità disturba più della violenza.

Il tema è che il mondo adulto non vuole liberare nessuno, tantomeno sé stesso, preferisce aggiornarsi. È diventato bravo a parlare il linguaggio giusto: quello dell’accoglienza, dell’empatia, delle “relazioni sane”, del “confronto”, ma è tutta forma. Perché poi, nella sostanza, le regole del gioco sono sempre le stesse:

– Io so, tu non sai.

– Io decido, tu subisci.

– Io sono giusto, tu devi dimostrare di meritarlo.

È la pedagogia della concessione. Ti lascio sbagliare, ma solo entro i limiti che stabilisco io. Ti ascolto, ma solo se parli con il mio vocabolario. Ti riconosco, ma solo se sei “presentabile”. Tutto il resto è devianza, rabbia, eccesso, problema.

Non identità.“È facile cadere in gabbie dalle sbarre invisibili.” La forza di Cris sta proprio lì: non idealizza, non parla di ribellioni eroiche, ma di fughe necessarie.Non ci mostra un adolescente che ha capito tutto, ma un ragazzo che ha capito solo che non ce la fa più. E tanto basta.
 Perché nella realtà attuale, smettere di voler piacere è già un atto rivoluzionario.

Ma quanti Cris possono permettersi quella fuga?
 Chi è disposto oggi a rinunciare al cellulare, alla socialità mediata, ai benefit della dipendenza economica?

Chi è disposto oggi a rinunciare al cellulare, alla socialità mediata, ai benefit della dipendenza economica?

Chi è disposto a disconnettersi anche solo per un giorno, senza sentirsi tagliato fuori dalla vita?

Cris è uno su mille. Gli altri restano nel sistema.

Fonte

Pragmatica della comunicazione umana, (Astrolabio, 1971), autori Paul Watzlawick, Janet Beavin Bavelas, Don D. Jackson