Il Blog “Millepiroette” propone: “Manuale di negazione per famiglie moderne” (di Yuleisy Cruz Lezcano)

Le Barbie di agosto hanno riposto le borse di Gucci, cambiato l’outfit e messo il broncio istruttivo. Ora educano i giovani all’empatia, mostrando esemplari modelli di gestione della rabbia e della frustrazione. È tutto molto edificante. Le vediamo nelle stories mentre insegnano che la calma è la virtù delle donne accese e che la gentilezza è l’unica forma di rivoluzione possibile. Con la voce spezzata, ci raccontano del mondo rosa-astio che hanno costruito, tanto diverso dal mondo azzurro-prevaricazione che tanto detestano, eppure, paradossalmente, così simile. Non vedo l’ora di vedere come va a finire questa favola al contrario, con le Barbie dal cuore ferito, ma mature, in grado di perdonare tutto tranne l’assenza di like, con Ken che chiede scusa, ma senza cambiare nulla. E con i follower che imparano la lezione: non cambiare sistema, cambia tono.

Nel frattempo, i prodotti narrativi come Adolescence si vendono come riflessioni profonde sull’adolescenza,  ma il titolo è una trappola, è un’esca per genitori. Perché no: Adolescence non parla dei ragazzi, parla degli adulti, parla di un sistema educante che nega sistematicamente l’evidenza, che rifiuta la complessità, che disattiva i segnali di allarme, che disinnesca la rabbia legittima dei giovani perché non può permettersi di guardare in faccia il proprio fallimento.Jamie non è solo un ragazzo problematico, è il figlio di una madre che decide al posto suo, di un padre che finge di non sapere, di una società che pretende la calma come segno di normalità, anche davanti all’orrore.

Nel piano sequenza, Adolescence ci costringe a restare dentro la negazione, senza possibilità di respiro.

Non possiamo tagliare, non possiamo saltare le parti scomode. Siamo lì, costretti a osservare la vita che implode in tempo reale, come succede davvero. Il parallelo è crudo, ma necessario.
Sostituite la parola “smartphone” con “droga” e avrete una serie anni ’70 sulla tossicodipendenza giovanile. Avreste la condanna unanime, la mobilitazione, le campagne ministeriali,
 ma lo smartphone non è droga, dicono,  è uno “strumento”, un mezzo “neutro” e “inevitabile”. È tutto, tranne che pericoloso. E invece lo è. Produce dipendenza, isola, svuota l’altro di umanità, coltiva l’apparenza come valore assoluto, ma noi neghiamo, perché ci fa comodo, perché è babysitter, è silenziatore e la cosa fondamentale è che ci deresponsabilizza, come adulti, siamo complici. Abbiamo visto i nostri figli spegnersi, smettere di disegnare, di uscire, di cercare veri amici. Eppure, ogni giorno, scegliamo la strada più semplice: un nuovo abbonamento telefonico invece di una nuova conversazione. La negazione è il vero protagonista di questa serie, e della nostra vita.La nostra incapacità di dire: sì, abbiamo sbagliato tutto. Per questo il romanzo Cris è così potente, perché Lorenzo, il protagonista, fa quello che nessun ragazzo oggi ha la forza di fare: spegne il telefono. Via la carta di credito, il nome e fugge dalla famiglia e dalle aspettative, e non perché vuole morire, ma perché vuole finalmente vivere. Rinuncia a tutto ciò che “un ragazzo della sua età dovrebbe desiderare” – e in questo, rompe davvero la gabbia. Cris racconta l’orrore gentile dell’adolescenza contemporanea: quello fatto di micro-violenza, di silenzi pieni di aspettative, di dipendenze travestite da privilegi.

Oggi i figli non si ribellano più con urla e porte sbattute, ma con richieste: “Mamma, mi prendi le Nike nuove?”
 E la madre compra, e trattiene. Non servono punizioni, basta il marketing, i brand fanno da collare, i genitori tengono il guinzaglio.E quando un adolescente chiede, in fondo sta dichiarando la propria dipendenza. È una forma di abuso invisibile. Nessuno la chiama così, ma la somma delle piccole negazioni, delle scelte imposte, delle libertà revocate con il sorriso sulle labbra, è violenza sistemica.Ed è per questo che romanzi come Cris devono essere scritti e letti. Non per ottenere premi scolastici o la benedizione degli insegnanti, ma per aprire nuove narrazioni, più sincere, più sporche, più reali. Narrative che non censurano il desiderio, l’istinto, l’errore, che non cercano giustificazioni, ma verità.

La letteratura per ragazzi oggi è spesso pensata per rassicurare gli adulti, non per liberare i giovani. È la Barbie di agosto con un manuale di buona condotta, invece di una catarsi, è controllo travestito da cura. È finta empatia per evitare il confronto con la rabbia che, invece, è necessaria. Se ci fossero più narrazioni, ci sarebbero più scelte, e se ci fossero più scelte, ci sarebbe più libertà.

La prossima volta che guardate Adolescence, o leggete un romanzo che parla di giovani, chiedetevi:
 Chi sta negando cosa?
 Perché dietro ogni atto estremo, ogni gesto incomprensibile, ogni silenzio troppo lungo, c’è sempre un adulto che non ha voluto vedere. Non è un problema dei ragazzi, ma nostro.Loro sono specchi e noi non ci piacciamo più.

Dopo la Barbie di agosto, dopo le madri pedagogiche in bilico tra filtro vintage e disciplina emotiva, dopo le serie travestite da psicodrammi educativi… resta il vuoto, ma non il vuoto fertile, quello che accoglie nuove possibilità. Resta il vuoto finto riempito, tappato con buoni propositi, abbellito con storytelling motivazionale, neutralizzato con una positività obbligatoria che sa di candeggina sulle macerie. Dopo la negazione, non arriva la rivoluzione,arriva la ricostruzione dell’identico.

Più pulito, più “inclusivo”, più sorridente — ma sempre identico.

E chi prova a chiamare le cose con il loro nome, chi mette in discussione la narrazione zuccherosa, viene accusato di essere aggressivo, divisivo, polemico. Perché oggi, la verità disturba più della violenza.

Il tema è che il mondo adulto non vuole liberare nessuno, tantomeno sé stesso, preferisce aggiornarsi. È diventato bravo a parlare il linguaggio giusto: quello dell’accoglienza, dell’empatia, delle “relazioni sane”, del “confronto”, ma è tutta forma. Perché poi, nella sostanza, le regole del gioco sono sempre le stesse:

– Io so, tu non sai.

– Io decido, tu subisci.

– Io sono giusto, tu devi dimostrare di meritarlo.

È la pedagogia della concessione. Ti lascio sbagliare, ma solo entro i limiti che stabilisco io. Ti ascolto, ma solo se parli con il mio vocabolario. Ti riconosco, ma solo se sei “presentabile”. Tutto il resto è devianza, rabbia, eccesso, problema.

Non identità.“È facile cadere in gabbie dalle sbarre invisibili.” La forza di Cris sta proprio lì: non idealizza, non parla di ribellioni eroiche, ma di fughe necessarie.Non ci mostra un adolescente che ha capito tutto, ma un ragazzo che ha capito solo che non ce la fa più. E tanto basta.
 Perché nella realtà attuale, smettere di voler piacere è già un atto rivoluzionario.

Ma quanti Cris possono permettersi quella fuga?
 Chi è disposto oggi a rinunciare al cellulare, alla socialità mediata, ai benefit della dipendenza economica?

Chi è disposto oggi a rinunciare al cellulare, alla socialità mediata, ai benefit della dipendenza economica?

Chi è disposto a disconnettersi anche solo per un giorno, senza sentirsi tagliato fuori dalla vita?

Cris è uno su mille. Gli altri restano nel sistema.

Fonte

Pragmatica della comunicazione umana, (Astrolabio, 1971), autori Paul Watzlawick, Janet Beavin Bavelas, Don D. Jackson

Il Blog “MILLEPIROETTE” propone: Educare alla comunicazione positiva e al rispetto tra i banchi di scuola (Yuleisy Cruz Lezcano)

Oggi più che mai, educare i ragazzi a una comunicazione positiva è una sfida centrale per il mondo della scuola. In un tempo in cui le parole viaggiano veloci e incontrollate attraverso il web, in cui l’insulto può diventare virale in pochi secondi e il rispetto sembra a volte un concetto fuori moda, serve tornare a seminare il valore della relazione autentica, dell’ascolto, della solidarietà. E serve farlo non solo come contenuto teorico, ma come esperienza vissuta. È in questo orizzonte che la scuola può e deve riscoprirsi sistema vivente, luogo ecologico di crescita, dove ogni ragazzo e ragazza si senta parte attiva di un cambiamento possibile.

Il rispetto dell’altro sesso, ad esempio, non può essere affrontato solo come una lista di regole da seguire, ma deve essere inserito all’interno di un’educazione più ampia alla parità, alla dignità e alla lealtà nei rapporti. Educare a una comunicazione non sessista, non prevaricante, significa aiutare i ragazzi a interrogarsi sul linguaggio che usano ogni giorno, sulle immagini che vedono, sugli stereotipi che assorbono. Significa insegnare che le parole non sono mai neutre: costruiscono mondi, relazioni, identità. Una battuta sessista, un meme condiviso in un gruppo privato, una frase lanciata con leggerezza, possono ferire, escludere, creare squilibri. Ma possono anche essere riconosciute, corrette, trasformate. Ed è proprio nella possibilità di trasformare che risiede l’educazione. In questo processo, diventa fondamentale il ruolo della scuola come sistema ecologico, secondo una prospettiva che possiamo ritrovare nella teoria dei sistemi sociali di Niklas Luhmann. Secondo questa visione, ogni sistema (la scuola, la famiglia, il mondo digitale, il gruppo dei pari) è autonomo ma interconnesso. Nessun comportamento individuale è completamente isolato: ogni gesto, ogni parola, ogni relazione è frutto di interazioni con altri sistemi. In altre parole, ciò che succede a scuola influisce sulla vita fuori da scuola, e viceversa. Ecco perché la scuola deve assumersi la responsabilità di generare un modello relazionale sano e sostenibile: se nel sistema scuola si respira fiducia, dialogo, cura, allora è più probabile che i ragazzi portino quegli stessi valori nei loro ambienti esterni.

Ma come rendere tutto questo concreto? Una delle strade più efficaci è quella dell’associazionismo giovanile, della partecipazione attiva a esperienze di condivisione e solidarietà. Offrire ai ragazzi occasioni per mettersi in gioco, per lavorare insieme su progetti reali, per fare volontariato o semplicemente per partecipare alla vita della comunità, permette di dare forma viva ai valori di cui si parla in classe. Quando un ragazzo sperimenta in prima persona cosa significa aiutare un altro, quando scopre che le sue parole possono far sentire incluso un compagno o cambiare l’atmosfera di un gruppo, allora si sente parte di qualcosa. Non più spettatore passivo, ma agente di cambiamento.È in questi contesti che nasce la consapevolezza: il mio gesto conta, la mia voce può fare la differenza, io posso contribuire a rendere questo ambiente più giusto, più umano. Questa è forse la più importante delle educazioni civiche: non quella dei manuali, ma quella del quotidiano. Quando la solidarietà diventa una pratica, non uno slogan. Quando il rispetto dell’altro sesso si traduce in dialoghi equilibrati, non in frasi da ripetere. Quando le parole online vengono scelte con la stessa cura con cui si parlerebbe a qualcuno guardandolo negli occhi.

Educare alla comunicazione positiva non è solo un obiettivo pedagogico: è un’urgenza sociale. La violenza verbale, il bullismo digitale, la cultura dell’odio sono mali che si insinuano dove manca lo spazio del confronto. Per questo è necessario che ogni aula diventi un laboratorio di cittadinanza attiva, un luogo dove le parole si imparano, ma soprattutto si praticano. Dove il conflitto viene gestito, non evitato. Dove l’ascolto diventa un atto di rispetto, non di debolezza. Dove il web viene decodificato, analizzato, discusso, per diventare uno strumento di connessione e non di alienazione. Il cambiamento non avviene tutto in una volta. Ma può iniziare ogni volta che un ragazzo scopre che parlare con rispetto fa stare meglio, che ascoltare senza giudicare può sciogliere un conflitto, che dire “mi dispiace” non toglie forza ma la restituisce. E la scuola, come sistema ecologico, può essere il terreno fertile dove tutto questo prende radice. Un luogo in cui ogni ragazzo e ragazza non solo impara, ma si sente parte di un disegno più grande. Dove la comunicazione non è solo veicolo di contenuti, ma motore di relazioni umane vere. Dove si impara, passo dopo passo, a costruire ponti, non muri.

Accompagnare i ragazzi nella scoperta di cosa significa creare un’associazione culturale non è solo un esercizio di cittadinanza attiva, ma un potente strumento di crescita personale e collettiva. Spesso i giovani hanno idee, visioni, desideri di cambiamento, ma non sanno come incanalare queste energie in forme concrete. La scuola, ancora una volta intesa come sistema ecologico e generativo, può farsi guida in questo percorso, mostrando come un’idea, se ben condivisa, può trasformarsi in un progetto, in un’organizzazione, in una vera e propria comunità di intenti. Il primo passo è far capire ai ragazzi che un’associazione culturale nasce da un bisogno comune sentito da più persone: un’ingiustizia da colmare, un valore da diffondere, una passione da condividere. Può essere il desiderio di creare spazi di confronto tra pari, di promuovere la lettura, di dare voce a chi non ne ha, di parlare di diritti, ambiente, musica, memoria. Quello che conta è che l’obiettivo sia condiviso e condivisibile, che coinvolga i partecipanti in modo autentico e che sia in grado di generare valore per la comunità.

Dopo l’idea iniziale, è necessario costruire una vision: un’immagine chiara del cambiamento che si vuole portare nel mondo. È una domanda da porre ai ragazzi: come immaginate il mondo se ciò in cui credete prendesse forma? La vision è ispiratrice, ampia, guarda al futuro. Accanto ad essa va poi costruita la mission, cioè l’insieme delle azioni concrete che l’associazione porterà avanti per avvicinarsi a quel futuro. La mission risponde a un’altra domanda fondamentale: cosa vogliamo fare, e per chi?

A questo punto entrano in gioco anche le competenze organizzative, che rappresentano un’occasione educativa preziosa. Insegnare ai ragazzi come si scrive uno statuto, cos’è un atto costitutivo, come si struttura un consiglio direttivo, quali sono le responsabilità legali, amministrative e contabili, non è solo un modo per farli familiarizzare con la burocrazia, ma per renderli protagonisti consapevoli. Possono imparare che ogni associazione ha bisogno di ruoli chiari, di un’organizzazione democratica, di trasparenza e di regole che garantiscano la partecipazione e il rispetto delle idee di tutti. Si può costruire insieme un piccolo organigramma: chi si occupa della comunicazione, chi delle relazioni esterne, chi dei progetti, chi del bilancio. Ogni ruolo può essere ruotato per permettere a tutti di sperimentarsi in più ambiti. Questo diventa anche un esercizio di responsabilità e di autovalutazione, perché si impara a lavorare in gruppo, a gestire il tempo, a collaborare senza perdere la propria identità. Non meno importante è insegnare la dimensione pratica e legislativa: l’importanza della registrazione legale dell’associazione, le agevolazioni previste dal Terzo Settore, la gestione del tesseramento, la possibilità di accedere a bandi e contributi pubblici o privati. Anche qui il linguaggio va tradotto per essere comprensibile, ma senza semplificare in modo eccessivo: i ragazzi devono sapere che un sogno può diventare realtà solo se poggia su basi solide, anche legali e organizzative.

Nel cuore di tutto questo, però, resta l’aspetto più profondo: la crescita personale che un’esperienza associativa può offrire. I ragazzi imparano a prendere decisioni insieme, a confrontarsi su idee diverse, a fallire e riprovare, a gestire conflitti, a sentirsi parte di qualcosa che li supera. Scoprono la soddisfazione che nasce dall’impegno gratuito, dalla solidarietà concreta, dalla realizzazione di un evento, di un’iniziativa, di un progetto pensato e costruito insieme. E imparano che anche nella società, proprio come nei sistemi di Luhmann, ogni piccolo cambiamento in un punto può generare trasformazioni altrove. Un’associazione nata tra i banchi può cambiare il modo in cui si vive la scuola, può contaminare la comunità, può ispirare altri ragazzi a fare lo stesso. Creare un’associazione non è solo un esercizio burocratico: è un atto di fiducia nei confronti del proprio potenziale trasformativo. È dare struttura al desiderio, visibilità alle idee, spazio all’azione. È, in fondo, educare a sentirsi cittadini a pieno titolo, con diritti, doveri, e la meravigliosa possibilità di contribuire, ogni giorno, a costruire una società più giusta, più solidale e più umana.