Il Blog MILLEPIROETTE propone: presentazione di “Monologando e Dialogando” – X EDIZIONE

La rassegna teatrale Monologando e Dialogando 2026, organizzata da Alessandro Iori, porta in scena una serata dedicata alla scrittura teatrale contemporanea, dando voce a diversi autori e alle loro storie.

Tra i testi proposti, anche Gelosia, monologo scritto da Maria Carmela Brandi, interpretato da Daniela Bartolomei e diretto da Alessandro Iori: un viaggio intenso nei territori dell’animo umano, dove amore e possesso si intrecciano fino a trasformarsi in consapevolezza.

Un’occasione per scoprire nuovi sguardi, nuove parole e vivere il teatro nella sua forma più autentica.

Il Blog MILLEPIROETTE propone: Recensione di M. C. Brandi all’evento “Diario di un viaggiatore solitario” – Spazio Rossellini, Roma – 10 marzo 2026

Diario di un viaggiatore solitario

Voce: Maria Letizia Gorga

Musica: Jacopo Ferrazza (contrabbasso), Marcello Allulli (sax, loops)

Nella suggestiva cornice dello Spazio Rossellini di Roma, il 10 marzo 2026 è andato in scena uno spettacolo in cui musica, parola e tensione poetica si sono intrecciate in un unico tessuto espressivo. Sul palco, accanto alla voce intensa di Maria Letizia Gorga, due strumenti – il contrabbasso di Jacopo Ferrazza e il sax, loops di Marcello Allulli – hanno costruito un paesaggio sonoro capace di attraversare atmosfere jazzistiche e vibrazioni intime e visionarie.

I musicisti non si limitano ad accompagnare la scena: la musica diventa parte integrante della drammaturgia. Il contrabbasso di Jacopo Ferrazza, con le sue vibrazioni profonde, crea una tensione emotiva che attraversa tutto lo spettacolo; a tratti il suono sembra quasi stridere, come se volesse aprire una fenditura dentro il silenzio. Il sax, loops di Marcello Allulli, con i suoi slanci improvvisi e le sue aperture melodiche, disegna traiettorie nell’aria, portando con sé quell’energia tipica del jazz che qui diventa racconto emotivo.

In questa costruzione sonora la musica assume un valore simbolico preciso: diventa il filo di un viaggio intimo, fatto di ricordi, luoghi attraversati e incontri sedimentati nel tempo. Diario di un viaggiatore solitario si muove proprio dentro questa dimensione: un percorso personale che prende forma attraverso la musica e la narrazione, dove le esperienze vissute si trasformano in suono, parola e memoria. Brani come “È. E.”, “Ande”, “Cesira”, insieme alle reinterpretazioni “Alfonsina y el mar” e “Gracias a la Vida”, emergono nello spettacolo come soste di un itinerario musicale e narrativo. Ogni brano sembra custodire un luogo, un ricordo, un frammento di esperienza che affiora nel racconto, accompagnando lo spettatore dentro la geografia intima del viaggio.

Su questo tessuto musicale si innesta la voce di Maria Letizia Gorga, che non si limita a cantare o a interpretare, ma evoca e attraversa le parole con una presenza scenica intensa. La sua voce si muove tra canto e narrazione, tra evocazione e lamento, talvolta con una tonalità che richiama la malinconia profonda del fado portoghese, capace di restituire tutta la fragilità e la forza dei sentimenti incompiuti.

I testi evocano immagini potenti e quasi cinematografiche: paesaggi duri, corpi immersi in acque fredde, scenari urbani fatti di detriti e oggetti abbandonati. Sono immagini che richiamano un immaginario quasi pasoliniano, dove la materia del mondo – vecchi copertoni, rifiuti, frammenti di realtà – diventa simbolo di una sfida esistenziale. Davanti all’orizzonte e ai suoi “grandi ignoti”, l’essere umano si interroga sul proprio limite e sulla propria possibilità di attraversarlo.

In questo intreccio tra musica, parola e immagine, lo spettacolo costruisce un viaggio emotivo che coinvolge lo spettatore in una dimensione sospesa, quasi fuori dal tempo. Le note si disperdono, si inseguono, si sfiorano senza mai possedersi del tutto, proprio come accade nei ricordi e nelle esperienze che il viaggio lascia dentro di noi.

Ne emerge un’esperienza scenica intensa, in cui la musica diventa respiro drammaturgico e la voce di Maria Letizia Gorga guida lo spettatore dentro un paesaggio poetico fatto di memoria, ricerca e trasformazione.

Maria Carmela Brandi

Il Blog MILLEPIROETTE propone: Recensione di M. C. Brandi allo spettacolo teatrale “C’Eravamo tanto odiati” – Teatro degli Audaci, Roma, 12-15 febbraio 2026

Il 12 febbraio, al Teatro degli Audaci a Roma, è andata in scena la prima di C’eravamo tanto odiati, scritto e diretto da Pino Ammendola, con Franco Oppini, Annalisa Favetti e Marco Gabrielli.

La pièce esplora, con delicatezza e ironia, il ritorno sul palco di due comici che condividono un passato di successi e incomprensioni, tra vecchi rancori e improvvise occasioni di incontro. Lo spettacolo gioca sulle relazioni tra i personaggi, sugli equivoci e sui piccoli dettagli che costruiscono tensione e comicità, offrendo al pubblico un’introduzione brillante e nostalgica a un mondo in cui amicizia, complicità e familiarità restano al centro della scena.

Sul piano interpretativo, lo spettacolo trova il suo equilibrio nella dinamica tra i personaggi e nella qualità delle prove attoriali. Franco Oppini restituisce con energia istrionica e accenti di sincera fragilità un uomo rimasto sospeso tra successo e rimpianto, eterno Peter Pan incapace di rinunciare alla leggerezza anche quando la vita presenta il conto. Il suo contraltare Pino Ammendola, più riflessivo e disincantato, esprime una dolcezza trattenuta e una fede ancora viva nell’amicizia e nell’intesa artistica come forma profonda di complicità. Annalisa Favetti, nei panni della segretaria del manager, domina la scena con presenza magnetica e ritmo febbrile: il suo personaggio, abile mediatrice, utilizza fascino e determinazione per tenere insieme i fili di una situazione sempre sul punto di esplodere.

In questo tessuto già ricco di tensioni e non detti si inserisce Marco Gabrielli, cameriere solo apparentemente marginale. La sua interpretazione introduce una sfumatura tragicomica che amplia l’orizzonte della vicenda: dietro l’aria dimessa e l’ironia di servizio si intravede una storia personale che irrompe progressivamente nella trama, spostando l’asse dal semplice scontro tra ex colleghi a un confronto più intimo e destabilizzante. A questo si aggiunge un evento improvviso, che incombe come un’ombra e modifica bruscamente il clima della serata, ricordando allo spettatore quanto il confine tra farsa e dramma sia sottile e quanto la vita, fuori dalla scena, possa travolgere ogni calcolo.

La regia di Pino Ammendola sostiene con equilibrio questo delicato alternarsi di registri. Il ritmo serrato, la gestione attenta degli spazi e dei tempi comici, l’uso calibrato degli equivoci e delle battute – talvolta volutamente sopra le righe – costruiscono una comicità che sfiora la satira senza perdere coerenza interna. La risata nasce spesso da ciò che non viene detto, dalle mezze verità, dalle allusioni che sedimentano e poi esplodono, in un continuo gioco tra equivoci, leggerezza e malinconia.

C’eravamo tanto odiati si rivela così una commedia brillante e nostalgica insieme, capace di interrogare il tempo che passa, le occasioni mancate e il coraggio – non sempre trovato – di “prendere al volo” ciò che la vita offre. Uno spettacolo che diverte, ma che lascia anche una traccia più profonda, invitando lo spettatore a riflettere su amicizia, responsabilità e destino.

Maria Carmela Brandi

Il Blog MILLEPIROETTE propone: La Divina Commedia, Parte Prima – Civitavecchia, La Rocca del Porto Storico, 18-21 settembre

Il Blog “Millepiroette” propone: “Manuale di negazione per famiglie moderne” (di Yuleisy Cruz Lezcano)

Le Barbie di agosto hanno riposto le borse di Gucci, cambiato l’outfit e messo il broncio istruttivo. Ora educano i giovani all’empatia, mostrando esemplari modelli di gestione della rabbia e della frustrazione. È tutto molto edificante. Le vediamo nelle stories mentre insegnano che la calma è la virtù delle donne accese e che la gentilezza è l’unica forma di rivoluzione possibile. Con la voce spezzata, ci raccontano del mondo rosa-astio che hanno costruito, tanto diverso dal mondo azzurro-prevaricazione che tanto detestano, eppure, paradossalmente, così simile. Non vedo l’ora di vedere come va a finire questa favola al contrario, con le Barbie dal cuore ferito, ma mature, in grado di perdonare tutto tranne l’assenza di like, con Ken che chiede scusa, ma senza cambiare nulla. E con i follower che imparano la lezione: non cambiare sistema, cambia tono.

Nel frattempo, i prodotti narrativi come Adolescence si vendono come riflessioni profonde sull’adolescenza,  ma il titolo è una trappola, è un’esca per genitori. Perché no: Adolescence non parla dei ragazzi, parla degli adulti, parla di un sistema educante che nega sistematicamente l’evidenza, che rifiuta la complessità, che disattiva i segnali di allarme, che disinnesca la rabbia legittima dei giovani perché non può permettersi di guardare in faccia il proprio fallimento.Jamie non è solo un ragazzo problematico, è il figlio di una madre che decide al posto suo, di un padre che finge di non sapere, di una società che pretende la calma come segno di normalità, anche davanti all’orrore.

Nel piano sequenza, Adolescence ci costringe a restare dentro la negazione, senza possibilità di respiro.

Non possiamo tagliare, non possiamo saltare le parti scomode. Siamo lì, costretti a osservare la vita che implode in tempo reale, come succede davvero. Il parallelo è crudo, ma necessario.
Sostituite la parola “smartphone” con “droga” e avrete una serie anni ’70 sulla tossicodipendenza giovanile. Avreste la condanna unanime, la mobilitazione, le campagne ministeriali,
 ma lo smartphone non è droga, dicono,  è uno “strumento”, un mezzo “neutro” e “inevitabile”. È tutto, tranne che pericoloso. E invece lo è. Produce dipendenza, isola, svuota l’altro di umanità, coltiva l’apparenza come valore assoluto, ma noi neghiamo, perché ci fa comodo, perché è babysitter, è silenziatore e la cosa fondamentale è che ci deresponsabilizza, come adulti, siamo complici. Abbiamo visto i nostri figli spegnersi, smettere di disegnare, di uscire, di cercare veri amici. Eppure, ogni giorno, scegliamo la strada più semplice: un nuovo abbonamento telefonico invece di una nuova conversazione. La negazione è il vero protagonista di questa serie, e della nostra vita.La nostra incapacità di dire: sì, abbiamo sbagliato tutto. Per questo il romanzo Cris è così potente, perché Lorenzo, il protagonista, fa quello che nessun ragazzo oggi ha la forza di fare: spegne il telefono. Via la carta di credito, il nome e fugge dalla famiglia e dalle aspettative, e non perché vuole morire, ma perché vuole finalmente vivere. Rinuncia a tutto ciò che “un ragazzo della sua età dovrebbe desiderare” – e in questo, rompe davvero la gabbia. Cris racconta l’orrore gentile dell’adolescenza contemporanea: quello fatto di micro-violenza, di silenzi pieni di aspettative, di dipendenze travestite da privilegi.

Oggi i figli non si ribellano più con urla e porte sbattute, ma con richieste: “Mamma, mi prendi le Nike nuove?”
 E la madre compra, e trattiene. Non servono punizioni, basta il marketing, i brand fanno da collare, i genitori tengono il guinzaglio.E quando un adolescente chiede, in fondo sta dichiarando la propria dipendenza. È una forma di abuso invisibile. Nessuno la chiama così, ma la somma delle piccole negazioni, delle scelte imposte, delle libertà revocate con il sorriso sulle labbra, è violenza sistemica.Ed è per questo che romanzi come Cris devono essere scritti e letti. Non per ottenere premi scolastici o la benedizione degli insegnanti, ma per aprire nuove narrazioni, più sincere, più sporche, più reali. Narrative che non censurano il desiderio, l’istinto, l’errore, che non cercano giustificazioni, ma verità.

La letteratura per ragazzi oggi è spesso pensata per rassicurare gli adulti, non per liberare i giovani. È la Barbie di agosto con un manuale di buona condotta, invece di una catarsi, è controllo travestito da cura. È finta empatia per evitare il confronto con la rabbia che, invece, è necessaria. Se ci fossero più narrazioni, ci sarebbero più scelte, e se ci fossero più scelte, ci sarebbe più libertà.

La prossima volta che guardate Adolescence, o leggete un romanzo che parla di giovani, chiedetevi:
 Chi sta negando cosa?
 Perché dietro ogni atto estremo, ogni gesto incomprensibile, ogni silenzio troppo lungo, c’è sempre un adulto che non ha voluto vedere. Non è un problema dei ragazzi, ma nostro.Loro sono specchi e noi non ci piacciamo più.

Dopo la Barbie di agosto, dopo le madri pedagogiche in bilico tra filtro vintage e disciplina emotiva, dopo le serie travestite da psicodrammi educativi… resta il vuoto, ma non il vuoto fertile, quello che accoglie nuove possibilità. Resta il vuoto finto riempito, tappato con buoni propositi, abbellito con storytelling motivazionale, neutralizzato con una positività obbligatoria che sa di candeggina sulle macerie. Dopo la negazione, non arriva la rivoluzione,arriva la ricostruzione dell’identico.

Più pulito, più “inclusivo”, più sorridente — ma sempre identico.

E chi prova a chiamare le cose con il loro nome, chi mette in discussione la narrazione zuccherosa, viene accusato di essere aggressivo, divisivo, polemico. Perché oggi, la verità disturba più della violenza.

Il tema è che il mondo adulto non vuole liberare nessuno, tantomeno sé stesso, preferisce aggiornarsi. È diventato bravo a parlare il linguaggio giusto: quello dell’accoglienza, dell’empatia, delle “relazioni sane”, del “confronto”, ma è tutta forma. Perché poi, nella sostanza, le regole del gioco sono sempre le stesse:

– Io so, tu non sai.

– Io decido, tu subisci.

– Io sono giusto, tu devi dimostrare di meritarlo.

È la pedagogia della concessione. Ti lascio sbagliare, ma solo entro i limiti che stabilisco io. Ti ascolto, ma solo se parli con il mio vocabolario. Ti riconosco, ma solo se sei “presentabile”. Tutto il resto è devianza, rabbia, eccesso, problema.

Non identità.“È facile cadere in gabbie dalle sbarre invisibili.” La forza di Cris sta proprio lì: non idealizza, non parla di ribellioni eroiche, ma di fughe necessarie.Non ci mostra un adolescente che ha capito tutto, ma un ragazzo che ha capito solo che non ce la fa più. E tanto basta.
 Perché nella realtà attuale, smettere di voler piacere è già un atto rivoluzionario.

Ma quanti Cris possono permettersi quella fuga?
 Chi è disposto oggi a rinunciare al cellulare, alla socialità mediata, ai benefit della dipendenza economica?

Chi è disposto oggi a rinunciare al cellulare, alla socialità mediata, ai benefit della dipendenza economica?

Chi è disposto a disconnettersi anche solo per un giorno, senza sentirsi tagliato fuori dalla vita?

Cris è uno su mille. Gli altri restano nel sistema.

Fonte

Pragmatica della comunicazione umana, (Astrolabio, 1971), autori Paul Watzlawick, Janet Beavin Bavelas, Don D. Jackson

Il Blog “MILLEPIROETTE” propone: Educare alla comunicazione positiva e al rispetto tra i banchi di scuola (Yuleisy Cruz Lezcano)

Oggi più che mai, educare i ragazzi a una comunicazione positiva è una sfida centrale per il mondo della scuola. In un tempo in cui le parole viaggiano veloci e incontrollate attraverso il web, in cui l’insulto può diventare virale in pochi secondi e il rispetto sembra a volte un concetto fuori moda, serve tornare a seminare il valore della relazione autentica, dell’ascolto, della solidarietà. E serve farlo non solo come contenuto teorico, ma come esperienza vissuta. È in questo orizzonte che la scuola può e deve riscoprirsi sistema vivente, luogo ecologico di crescita, dove ogni ragazzo e ragazza si senta parte attiva di un cambiamento possibile.

Il rispetto dell’altro sesso, ad esempio, non può essere affrontato solo come una lista di regole da seguire, ma deve essere inserito all’interno di un’educazione più ampia alla parità, alla dignità e alla lealtà nei rapporti. Educare a una comunicazione non sessista, non prevaricante, significa aiutare i ragazzi a interrogarsi sul linguaggio che usano ogni giorno, sulle immagini che vedono, sugli stereotipi che assorbono. Significa insegnare che le parole non sono mai neutre: costruiscono mondi, relazioni, identità. Una battuta sessista, un meme condiviso in un gruppo privato, una frase lanciata con leggerezza, possono ferire, escludere, creare squilibri. Ma possono anche essere riconosciute, corrette, trasformate. Ed è proprio nella possibilità di trasformare che risiede l’educazione. In questo processo, diventa fondamentale il ruolo della scuola come sistema ecologico, secondo una prospettiva che possiamo ritrovare nella teoria dei sistemi sociali di Niklas Luhmann. Secondo questa visione, ogni sistema (la scuola, la famiglia, il mondo digitale, il gruppo dei pari) è autonomo ma interconnesso. Nessun comportamento individuale è completamente isolato: ogni gesto, ogni parola, ogni relazione è frutto di interazioni con altri sistemi. In altre parole, ciò che succede a scuola influisce sulla vita fuori da scuola, e viceversa. Ecco perché la scuola deve assumersi la responsabilità di generare un modello relazionale sano e sostenibile: se nel sistema scuola si respira fiducia, dialogo, cura, allora è più probabile che i ragazzi portino quegli stessi valori nei loro ambienti esterni.

Ma come rendere tutto questo concreto? Una delle strade più efficaci è quella dell’associazionismo giovanile, della partecipazione attiva a esperienze di condivisione e solidarietà. Offrire ai ragazzi occasioni per mettersi in gioco, per lavorare insieme su progetti reali, per fare volontariato o semplicemente per partecipare alla vita della comunità, permette di dare forma viva ai valori di cui si parla in classe. Quando un ragazzo sperimenta in prima persona cosa significa aiutare un altro, quando scopre che le sue parole possono far sentire incluso un compagno o cambiare l’atmosfera di un gruppo, allora si sente parte di qualcosa. Non più spettatore passivo, ma agente di cambiamento.È in questi contesti che nasce la consapevolezza: il mio gesto conta, la mia voce può fare la differenza, io posso contribuire a rendere questo ambiente più giusto, più umano. Questa è forse la più importante delle educazioni civiche: non quella dei manuali, ma quella del quotidiano. Quando la solidarietà diventa una pratica, non uno slogan. Quando il rispetto dell’altro sesso si traduce in dialoghi equilibrati, non in frasi da ripetere. Quando le parole online vengono scelte con la stessa cura con cui si parlerebbe a qualcuno guardandolo negli occhi.

Educare alla comunicazione positiva non è solo un obiettivo pedagogico: è un’urgenza sociale. La violenza verbale, il bullismo digitale, la cultura dell’odio sono mali che si insinuano dove manca lo spazio del confronto. Per questo è necessario che ogni aula diventi un laboratorio di cittadinanza attiva, un luogo dove le parole si imparano, ma soprattutto si praticano. Dove il conflitto viene gestito, non evitato. Dove l’ascolto diventa un atto di rispetto, non di debolezza. Dove il web viene decodificato, analizzato, discusso, per diventare uno strumento di connessione e non di alienazione. Il cambiamento non avviene tutto in una volta. Ma può iniziare ogni volta che un ragazzo scopre che parlare con rispetto fa stare meglio, che ascoltare senza giudicare può sciogliere un conflitto, che dire “mi dispiace” non toglie forza ma la restituisce. E la scuola, come sistema ecologico, può essere il terreno fertile dove tutto questo prende radice. Un luogo in cui ogni ragazzo e ragazza non solo impara, ma si sente parte di un disegno più grande. Dove la comunicazione non è solo veicolo di contenuti, ma motore di relazioni umane vere. Dove si impara, passo dopo passo, a costruire ponti, non muri.

Accompagnare i ragazzi nella scoperta di cosa significa creare un’associazione culturale non è solo un esercizio di cittadinanza attiva, ma un potente strumento di crescita personale e collettiva. Spesso i giovani hanno idee, visioni, desideri di cambiamento, ma non sanno come incanalare queste energie in forme concrete. La scuola, ancora una volta intesa come sistema ecologico e generativo, può farsi guida in questo percorso, mostrando come un’idea, se ben condivisa, può trasformarsi in un progetto, in un’organizzazione, in una vera e propria comunità di intenti. Il primo passo è far capire ai ragazzi che un’associazione culturale nasce da un bisogno comune sentito da più persone: un’ingiustizia da colmare, un valore da diffondere, una passione da condividere. Può essere il desiderio di creare spazi di confronto tra pari, di promuovere la lettura, di dare voce a chi non ne ha, di parlare di diritti, ambiente, musica, memoria. Quello che conta è che l’obiettivo sia condiviso e condivisibile, che coinvolga i partecipanti in modo autentico e che sia in grado di generare valore per la comunità.

Dopo l’idea iniziale, è necessario costruire una vision: un’immagine chiara del cambiamento che si vuole portare nel mondo. È una domanda da porre ai ragazzi: come immaginate il mondo se ciò in cui credete prendesse forma? La vision è ispiratrice, ampia, guarda al futuro. Accanto ad essa va poi costruita la mission, cioè l’insieme delle azioni concrete che l’associazione porterà avanti per avvicinarsi a quel futuro. La mission risponde a un’altra domanda fondamentale: cosa vogliamo fare, e per chi?

A questo punto entrano in gioco anche le competenze organizzative, che rappresentano un’occasione educativa preziosa. Insegnare ai ragazzi come si scrive uno statuto, cos’è un atto costitutivo, come si struttura un consiglio direttivo, quali sono le responsabilità legali, amministrative e contabili, non è solo un modo per farli familiarizzare con la burocrazia, ma per renderli protagonisti consapevoli. Possono imparare che ogni associazione ha bisogno di ruoli chiari, di un’organizzazione democratica, di trasparenza e di regole che garantiscano la partecipazione e il rispetto delle idee di tutti. Si può costruire insieme un piccolo organigramma: chi si occupa della comunicazione, chi delle relazioni esterne, chi dei progetti, chi del bilancio. Ogni ruolo può essere ruotato per permettere a tutti di sperimentarsi in più ambiti. Questo diventa anche un esercizio di responsabilità e di autovalutazione, perché si impara a lavorare in gruppo, a gestire il tempo, a collaborare senza perdere la propria identità. Non meno importante è insegnare la dimensione pratica e legislativa: l’importanza della registrazione legale dell’associazione, le agevolazioni previste dal Terzo Settore, la gestione del tesseramento, la possibilità di accedere a bandi e contributi pubblici o privati. Anche qui il linguaggio va tradotto per essere comprensibile, ma senza semplificare in modo eccessivo: i ragazzi devono sapere che un sogno può diventare realtà solo se poggia su basi solide, anche legali e organizzative.

Nel cuore di tutto questo, però, resta l’aspetto più profondo: la crescita personale che un’esperienza associativa può offrire. I ragazzi imparano a prendere decisioni insieme, a confrontarsi su idee diverse, a fallire e riprovare, a gestire conflitti, a sentirsi parte di qualcosa che li supera. Scoprono la soddisfazione che nasce dall’impegno gratuito, dalla solidarietà concreta, dalla realizzazione di un evento, di un’iniziativa, di un progetto pensato e costruito insieme. E imparano che anche nella società, proprio come nei sistemi di Luhmann, ogni piccolo cambiamento in un punto può generare trasformazioni altrove. Un’associazione nata tra i banchi può cambiare il modo in cui si vive la scuola, può contaminare la comunità, può ispirare altri ragazzi a fare lo stesso. Creare un’associazione non è solo un esercizio burocratico: è un atto di fiducia nei confronti del proprio potenziale trasformativo. È dare struttura al desiderio, visibilità alle idee, spazio all’azione. È, in fondo, educare a sentirsi cittadini a pieno titolo, con diritti, doveri, e la meravigliosa possibilità di contribuire, ogni giorno, a costruire una società più giusta, più solidale e più umana.

Il Blog MILLEPIROETTE propone: Rappresentazione teatrale di “Anche le donne del Sud portano i pantaloni”

Maratea, Teatro di Villa Tarantini
Lunedì 12 agosto 2025 – Ore 21:30
Testo di Maria Carmela Brandi
Con Maria Letizia Gorga e Ulderico Pesce

Il musicista Stefano De Meo 

Una serata speciale nel cuore dell’estate marateota: vi aspettiamo per la rappresentazione teatrale “Anche le donne del Sud portano i pantaloni”, un testo intenso e commovente nato dalla penna della professoressa Maria Carmela Brandi, ispirato alla memoria collettiva di Maratea e alla storia della fabbrica di Fiumicello voluta dal Conte Rivetti.

Un racconto che si fa voce di una generazione di donne coraggiose, operaie del Sud, che negli anni Sessanta hanno trovato nel lavoro una possibilità di riscatto e libertà.
Protagonista è una donna ormai in pensione, che ogni giorno passa davanti ai resti della fabbrica dove ha lavorato. Da quel passaggio quotidiano si riaccendono i ricordi: le amicizie, il primo stipendio, la dignità conquistata, la fatica, i sogni. Ma anche la figura paterna, centrale e affettuosa, accompagna il racconto come eco di un tempo che ancora ci parla.

Lo spettacolo è interpretato dall’intensa Maria Letizia Gorga, accompagnata dalla regia e dalla presenza scenica di Ulderico Pesce.
Ad arricchire la serata, canzoni dell’epoca cantate dal vivo, che renderanno l’atmosfera ancora più vibrante ed emozionante, con le musiche originali composte da Stefano De Meo.

Ingresso gratuito
Evento patrocinato dal Comune di Maratea
A cura dell’Associazione Amici di Maratea e del Centro Culturale José Cernicchiaro

Una storia vera, toccante, per riscoprire le nostre radici e dare voce a chi ha costruito, in silenzio, il futuro.

Il Blog MILLEPIROETTE propone l’intervista a giusy ciagola – Quando le donne si ascoltano – Raccontarsi a colori: un incontro tra parole e pittura, tra Sicilia e Maratea

Mi affaccio alla giornata con un pizzico di emozione tra poco incontrerò una donna che ha attraversato la sua vita con la forza della creatività: Giusy Ciagola, pittrice originaria di Ribera, in provincia di Agrigento, che da 46 anni vive a Maratea. Ci troviamo in un luogo che da anni è cuore pulsante della cultura marateota: Villa Tarantini, sede del Centro culturale José Cernicchiaro, dove è attualmente in corso la mostra personale dell’artista: Anime mediterranee. L’esposizione, inaugurata il 31 luglio scorso alla presenza del sindaco avv. Cesare Albanese, ha visto la partecipazione di numerosi ospiti e appassionati. A rappresentare il Centro culturale per la presidente Marianna Trotta, l’avv. Emanuele Labanchi. Altro ospite d’eccezione l’ing. Micalizzi che ha recensito le opere esposte, e infine io stessa, in qualità di ideatrice del blog Millepiroette.com, progetto che da tempo segue e valorizza artisti e voci creative. I dipinti di Giusy, raccolte in questa mostra visitabile fino al 3 agosto 2025, raccontano un universo profondamente femminile, fatto di memorie, sogni, assenze e ritorni.

Giusi Ciagola – ritiro del premio

È proprio da questo intreccio di vita e arte che nasce il nostro dialogo. Un dialogo che presto lascia il contesto giornalistico e si trasforma nel racconto di due amiche che si scambiano riflessioni sull’arte e la creatività. Ho voluto dare il titolo a questa narrazione appunto “Quando le donne si ascoltano” perché noi ci siamo proprio ascoltate e le nostre menti hanno danzato “tra pittura e parole”.

 In questa conversazione intima, Giusy ha descritto con sincerità il suo percorso umano e artistico, parlando del legame profondo con le sue radici, della scelta d’amore che l’ha portata a trasferirsi in Basilicata e del valore che la pittura ha assunto nella sua vita.  

Una donna, una madre, una rinascita

Giusy Ciagola si racconta:

«Vivo a Maratea da 46 anni. Sono nata in Sicilia, a Ribera, in provincia di Agrigento. Mi sono trasferita qui da ragazza per amore. Solo dopo il matrimonio ho concluso gli studi magistrali.»

Siamo sedute una di fronte all’altra e intorno a noi, le pareti della biblioteca sembrano ascoltare in silenzio, custodi di una memoria che rinasce attraverso le sue parole. Fuori, il sole picchietta sulle persiane, e le cicale fanno da sottofondo a questo racconto di vita e passione.

Mi guarda, si ferma per un attimo come a ordinare i pensieri:

«Lasciare la Sicilia non è stato facile. A Ribera avevo le mie radici, la mia famiglia. A Maratea non conoscevo nessuno, non avevo parenti. Ero sola. È stato un distacco doloroso, anche se dettato dall’ amore. Dopo il diploma ho iniziato a insegnare, ma poi è arrivato mio figlio. Ho fatto una scelta. Non ho pensato alla carriera, ma alla famiglia. Quel bambino rappresentava tutto per me. Era come se portasse dentro tutte le persone che avevo lasciato nella mia terra. Le vedevo riunite in un’unica vita. È con lui che ho ritrovato me stessa.

Dopo quattro anni dalla sua nascita è arrivata la mia bambina. Mi sono dedicata all’educazione dei miei figli, e ho avuto la gioia di vederli crescere, studiare, laurearsi.

Ma poi, nel 2019, un evento ha determinato un punto di svolta: un incidente stradale. È stato grave. Mi sono fratturata il piede in più parti, sono finita sulla sedia a rotelle. I medici mi dicevano che non avrei più camminato. In quel periodo ho vissuto momenti di grande scoraggiamento. I miei figli erano ormai lontani, realizzati, uno avvocato, l’altra stilista. Io mi sono ritrovata sola. Ricordo un momento preciso: ero sotto il portico della mia casa a Marina di Maratea che affaccia sul Golfo di Policastro, da sola, guardavo il mare e la natura intorno a me. A un certo punto una voce che veniva dal mio profondo mi sussurrava qualcosa che ancora oggi non riesco a decifrare ma ricordo il senso di quei sussurri perché ho iniziato a vedere i colori di quel paesaggio. Ogni giorno qualcosa cambiava: la luce, il mare, le sfumature. E lì è nata la voglia di dipingere. Ho cominciato con piccoli oggetti: pietre, legnetti, conchiglie. E piano piano… qualcosa è cambiato. Dipingere mi faceva dimenticare il dolore, la solitudine. Era come entrare in un altro mondo. E’ così anche adesso quando dipingo entro in uno stato di trance. Io in quel momento non cercavo la pittura: era la pittura che cercava me. È stato il mio modo per ricominciare, per sentirmi viva, donna, persona. Non solo madre. E oggi posso dire che l’arte mi ha salvata. Mi ha restituito a me stessa.»

Gli occhi di Giusy si accendono e con energia:

«E Sai quando io mi allontano — per motivi di famiglia — mi capita di sognare! Mentre dormo sogno di dipingere qualcosa. Un dipinto nasce proprio in questi momenti. Magari vedo un’immagine, e poi la rielaboro. Prendo la tela, la avvicino a me e la guardo, la miro. Sai quando tu contempli qualcosa? In quella tela bianca io vedo già il dipinto finito. Poi prendo i colori, il pennello e da lì parte tutto.»

«E ti capisco, -ribatto non per soffocare il suo discorso ma solo per sostenere quanto Giusy racconta sull’idea che origina i suoi quadri – perché io ho scritto un racconto dal titolo La mia amica ninfa. È una dea dei boschi che non è pienamente consapevole delle sue potenzialità creative. Quando è che lei crea? Lei Crea nel sogno. Nel sogno, sì! E quindi sono contenta perché trovo riscontro di quanto dici in questa mia intuizione letteraria. Perché nel sogno si esprime la leggerezza, la libertà. Perché ci liberiamo dalle paure. Dalle paure del giudizio degli altri. Che cosa pensano gli altri? Sono brava? Bisogna lasciarsi andare, liberarsi: l’arte dà spazio a tutti quelli che vogliono tradurre la realtà in bellezza soggettiva e regalarla a chi appare piatta. L’arte ha un dono intrinseco è inclusiva e non selettiva. Tutti se sentono il bisogno di esprimersi hanno il diritto di farlo. Tutte le arti sono terapeutiche e questo è ormai risaputo.»

Presa dalla magia dello scambio che si sta creando intorno a noi continuo:

«Mi vengono in mente i simbolisti francesi che collocavano l’atto creativo in una dimensione sospesa tra la realtà e l’irrealtà, un territorio dell’inconscio dove si sviluppa la vera creatività. Loro cercavano questo stato per accedere a una forma di ispirazione quasi mistica: alcuni come Bodelaire, come sappiamo, facevano uso anche di sostanze per esaltare le percezioni, alla ricerca del “divino”, di una verità altra e profonda. Ma il sogno, già da solo, è quel ponte. È uno spazio che ci appartiene e nel quale tutto può accadere. E infatti, quello che tu mi stai raccontando è proprio questo: l’arte, nel tuo caso, ti ha salvata. Poteva anche accadere che potessi cadere in uno stato di abbandono … ma non mi piace questa espressione.»

Giusy preferisce il termine tristezza. In uno stato di Tristezza e continua:

«Io sono una donna resiliente, perché ho superato tante difficoltà. Le ho trasformate, traendone il bene.

Ritorniamo a parlare del legame con la Sicilia che spesso diventa il soggetto dei dipinti di Giusy. Molti sono i quadri esposti ma la nostra attenzione si ferma solo su alcuni, quelli più rappresentativi della sua arte e riprende dicendo:

«Tutte le volte che io lascio la Sicilia vivo emozioni molto forti. Ogni volta che sono sul traghetto e vedo la costa allontanarsi, mi sento come se stessi lasciando una parte viva di me. E quando ritorno, è come se ricucissi un legame. Quel passaggio, quel tragitto, per me è simbolico. Per questo la “Ragazza sul traghetto” è stata la mia prima opera: è una figura emblematica, che sintetizza il distacco e il ritorno, la malinconia e l’attesa. Devo sottolineare però che la Sicilia sono riuscita a dipingerla attraverso i colori di Maratea. A Maratea la luce è diversa, avvolgente. È una luce che non ti invade, ti accompagna. Mi ha aiutata a vedere meglio anche la mia terra, perché prima non riuscivo a tradurla, non avevo gli strumenti per farlo. La natura così imponente del territorio di Maratea mi ha insegnato a osservare. Ecco perché dico che la mia arte è un ponte: tra Maratea e la Sicilia, tra il vedere e il ricordare, tra quello che c’è e quello che non posso più vivere ma che, attraverso la pittura, continua a esistere.

A questo punto le chiedo: «Giusy, come vivi il tuo legame con la tua terra attraverso l’arte?»

«La risposta può sembrare banale ma è così: con i ricordi, perché, non potendo vivere la mia terra, intendo non solo Ribera, ma tutta la Sicilia, la vivo attraverso le tele. Ogni pensiero lo traduco sulla tela, ogni ricordo si trasforma in colore, ogni pennellata è un frammento di memoria. I colori diventano emozioni, diventano Sicilia.»

«Quale immagine simbolica rappresenta questo legame?»

«Prima ancora di dipingere Ribera o altri scorci della Sicilia, come ti dicevo prima ho realizzato La ragazza sul traghetto. È un quadro molto importante per me, perché da lì tutto ha avuto inizio: è lì che lascio e torno nella mia terra. Tutte le volte che lascio la Sicilia, provo le stesse emozioni: dolore, nostalgia, amore. In quel dipinto ci sono tutte queste sensazioni: la ragazza guarda Messina mentre il traghetto si allontana dal porto. È triste, come se lasciasse sua madre per la seconda volta. Nel porto c’è la Madonna della Lettera, la protettrice di Messina, che promette sempre un ritorno. Ed è così, io mi riprometto di tornare. Quindi quel primo quadro è un autoritratto, fatto per me ma anche per tanti siciliani che si sono riconosciuti in quella ragazza. Questo quadro è piaciuto a tanti, e credo sia perché è autentico.»

G. CIAGOLA_La ragazza sul traghetto

Osservo lo sguardo di Giusy che si rivolge allo scorcio del centro storico di Maratea che fa capolino dalle imposte delle finestre di Villa Tarantini e allora le rivolgo un’altra domanda:

«E Maratea? Che ruolo ha nella tua pittura oggi?»

«Maratea è il mio presente. Il primo soggetto che ho dipinto qui è stato il Porto. Perché il Porto per me non solo è un approdo fisico, è anche un legame con ciò che intendo io per “vita”. Maratea è il luogo dove ora giungo con i miei sogni, la mia arte e la mia esperienza. Penso che il mare sia quel punto di raccordo tra i tuoi due mondi.»

Io aggiungo: «Infatti, è interessante questa riflessione: perché parti e arrivi in un altro posto. Ecco! Il porto è la nostra ancora di salvezza. No? Perché, da quello che mi arriva dalle tue parole è proprio questo il punto: la nostalgia. Come se la nostalgia e la mancanza, ci desse quello spunto, quell’input per ritrovare le nostre radici e riproporle in una forma d’arte. Nel tuo caso è la pittura, nel mio caso la scrittura… è lo stesso bisogno. E a proposito di arte, di Maratea e di luce, anche Angelo Brando ne è stato ispirato. Lui è il pittore che ci rappresenta, marateota, venne colpito – proprio come noi – dalla luce, dai colori del tramonto del suo paese. Non so se hai visto i suoi quadri, ma dovresti. Io li ho trovati impressionanti. C’è una luce che ti abbaglia, ti entra dentro. Mi sono chiesta spesso come abbia fatto a rendere quei colori. Ho studiato un po’ il suo percorso anni fa, i suoi quadri si trovano nella pinacoteca del Palazzo De Lieto nel centro storico. Ecco, mi piacerebbe vederla insieme a te, davvero! Perché quei quadri mi hanno toccato profondamente, e in qualche modo mi hanno ispirato nel mio ritorno a Maratea.

G. CIAGOLA_IL porto di Maratea

Giusy incalza:

«Mi fai ripensare all’incidente perché, quando sono uscita dalla macchina, ho visto il cielo farsi improvvisamente giallo, come il sole. Giuro! Giallo. Mi sentivo abbagliata da quella luce fortissima. Ho detto a mio marito: “Guarda… non ci vedo più!” Pensavo che fosse colpa dei vetri, che mi avessero accecato. E invece era proprio quella luce. Era come guardare il sole ed esserne accecata. Poi, piano piano, quella luce si è ritirata, è andata via. E se tu guardi bene le mie opere, nella maggior parte dei miei quadri c’è sempre una luce. C’è sempre un giallo. Una luce, una presenza luminosa.»

Faccio un giro panoramico con lo sguardo sulle sue tele disposte su cavalletti intorno alle pareti della biblioteca e come se volessero intervenire nel nostro discorso. Diverse tele ritraggono soggetti femminili. Resto colpita dallo sguardo di queste donne. Giusy sembra che abbia compreso la mia prossima domanda e senza che io chieda nulla.

Lei:

«Ma le mie donne non sono mai tutte uguali. Mi piace cogliere e fissare sulla tela ogni fase della vita di una donna: dall’età giovanile a quella adulta e di tutte le etnie. Le persone che vedono le mie mostre notano sempre lo sguardo delle mie donne. È uno sguardo particolare. In ogni dipinto, credo che ogni artista metta un po’ di sé. Io non dipingo perché mi piace semplicemente un volto, ma perché in quegli occhi ci vedo me stessa. Anche nelle donne che sono profondamente diverse da me in realtà io trovo me stessa.

G. CIAGOLA_Anami Kizara

Ad esempio, questo quadro qui- si volta e indica: Anami Kizara, la mamma Eritrea con la bambina- L’ho dipinto durante un viaggio a Brescia. Le ho viste sul treno, una mamma con sua figlia. E mentre le osservavo, ho riconosciuto anche un po’ me, quando viaggiavo da sola con i miei bambini. Anche se sei lontana da casa, anche se ti sposti, come donna porti con te la tua forza. Intendo la forza di proteggere e di dare sostegno a un bambino in questo caso. E in quello sguardo c’è questa fierezza. “Sì, è vero, sto viaggiando da sola con mia figlia, ma sono capace di affrontare tutto.” Sai… a volte le persone pensano che la bellezza sia nei dettagli perfetti, nella precisione delle forme. Ma per me, la bellezza vera è nello sguardo. Io parto sempre dagli occhi. È da lì che parte tutto: un’emozione, un ricordo, una storia. Quando guardo una donna — qualsiasi donna — non vedo la pelle, il vestito, il turbante. Vedo quello che gli occhi raccontano. Ci sono sguardi che portano dentro la lontananza, la fatica, la nostalgia, ma anche la dignità, l’orgoglio, la forza. Come quelli delle donne che arrivano da altri Paesi, che magari svolgono lavori umili, ma hanno una luce che ti ferma. Io ho vissuto sulla mia pelle cosa significa sentirsi “ospite” in una terra nuova. Anche se la Sicilia e Maratea non sono poi così lontane, quando arrivi in un luogo che non è tuo, ti porti addosso un senso di distanza. All’inizio sei diffidente, ti chiudi un po’, osservi. E io questo lo riconosco in quelle donne che arrivano da lontano, c’è quella stessa fierezza, quel bisogno di trovare uno spazio, un equilibrio. E allora la mia pittura cerca questo: non di rendere belle le donne con gli ornamenti, con le stoffe, con i colori sgargianti… ma di far parlare la loro anima. Perché ogni donna ha dentro un mondo, e io cerco di tirarlo fuori, di raccontarlo sulla tela.»

Non voglio fermare Giusy perché le sue parole assomigliano quasi ad una formula per lei magica e voglio che continui. Mi indica un dipinto “L’abbandono”:

«Ecco, quella bambina là, quella che piange… piange sì, ma con dignità. Non urla, non si dispera. Sta lì, col viso abbassato, eppure quegli occhi parlano. Dicono tutto. Come a dire: “Mi hai lasciata, va bene. Io però ti aspetto.” È questo che mi colpisce. La forza dell’abbandono. È una cosa che ti segna, ma che non ti spezza. Ecco perché nei miei quadri gli occhi sono tutto. Non le mani, non il corpo, non i vestiti – quelli vengono dopo. Il vero volto di una persona è nello sguardo. Quando disegno, anche una figura interamente coperta dal vestito, anche una donna con il turbante o col viso appena accennato… è dagli occhi che la mostro. Perché io voglio che parli senza dire una parola. Che comunichi, anche senza muovere le labbra. Ci sono dei visi nei miei quadri che non sembrano dei veri volti. Sì! Qualcuno dice: “Ma come, non ha fatto neanche il naso, non ha dato la forma precisa…” No. Perché non serve. Se quegli occhi ti guardano e tu senti qualcosa… allora il quadro ha funzionato. Allora è vivo.

G. CIAGOLA_L’abbandono

Ritorniamo sull’ “Abbandono” e Giusy mi spiega che questo quadro ha vinto un premio:

«Si un premio, un concorso internazionale “Barone Antonio Mentola” a Favara (AG) proprio lo scorso 19 luglio con una cerimonia pubblica… certo, è stato tutto molto emozionante. Ma la vera vittoria era che qualcuno, guardando quegli occhi — gli occhi della mia bimba sulla tela — si è commosso. È stato toccato. Ed è lì che capisci che il tuo lavoro, la tua passione, la tua arte… hanno un senso.

La bambina ha dentro tutta la tensione dell’attesa, tutto il bisogno di appoggio, di conforto. Poggia le mani sulla porta è il modo per dire: “Sto bene anche da sola… ma ti aspetto.” Non è una bambina che cerca qualcuno per forza, no! È una bambina che sa stare al mondo. E allora — dice Giusy, stringendo con forza il suo taccuino mentale fatto di emozioni — ho capito che quello che avevo messo su quella tela era stato davvero compreso. Non solo visto. Non era solo un dipinto, era un sentimento dipinto. Quella bambina, quel gesto d’abbandono pieno di dignità, quello sguardo che parlava anche senza pronunciare parole… era arrivato. Aveva parlato. E non importa se a volte ti dicono: ma è solo un volto, è solo una scena. No. Non è mai solo… Perché, quando dipingo, non metto solo colori. Metto quello che ho dentro. E io — continua Giusy, con la voce che ora si fa più morbida ma carica — ho tanto amore dentro, anche se è spesso un amore malinconico.  Come in quest’altro quadro “Amore universale” che ha vinto il primo premio “Pittura tradizionalista” al concorso “Arte San Valentino” a cura di Sonia Demurtas, Vibo Valentia a febbraio 2025. Come vedi la madonna ha le palpebre abbassate, ma lei sta guardando il suo bambino. Non volevo concentrare l’occhio dello spettatore sullo sguardo questa volta, ma doveva emergere esclusivamente il sentimento dell’amore, che ho voluto rappresentare con le sole braccia, accompagnate dal movimento delle stesse palpebre della Madonna. Il pennello così ha rappresentato il concetto di protezione …. Perché l’amore della madre non ti tradisce mai, è l’amore che resta anche quando tutto il resto svanisce… quello è ciò che cerco sempre.»

G. CIAGOLA_Amore Universale

Parliamo poi del blog Mille piroette-I diversi volti dell’arte e di come ci siamo conosciute? Un amico in comune ci ha presentate, Emanuele Labanchi. Giusy sorride:

 È stato per me prima di tutto un incontro tra donne. Prima ancora di parlare di arte e del blog, io ho guardato la persona che sei. Quando mi trovo davanti a qualcuno, io guardo sempre l’intelligenza, il motivo per cui dovrei confrontarmi. Non è che mi basta prendere un caffè e dire “com’è gentile questa persona”. Il caffè si prende volentieri, per carità, mangiare una pizza pure, ma quello che mi interessa davvero è il confronto. Quello vero! Quello che ti smuove! Con te questo confronto è arrivato subito, ed è stato pulito, profondo. Da lì è nata anche la nostra collaborazione sul blog. Quando sono stati pubblicati i miei contenuti la prima volta, ho provato una cosa strana e bella: è come se avessi avuto uno specchio, non per guardarmi, ma per riflettermi nel mondo. Quel blog è diventato una stanza piena di specchi diversi, ognuno con la sua luce, dove posso vedere altri artisti, altre parole, emozioni che non sono le mie, ma che toccano anche me. E questo per me è crescita. Io non mi sento mai “arrivata”. Dipingo, e anche quando finisco un quadro, mio marito mi dice “ma non lo avevi finito?”. E io torno lì, perché sento che manca qualcosa, che c’è sempre qualcosa in più da dire, da mettere. È la ricerca continua e mi muove. E il blog, in questo senso, è come un salotto ideale, un luogo di scambio vero. Anche se non ci vediamo, leggiamo. Anche se non ci parliamo a voce, ci parliamo con quello che scriviamo e che facciamo. È una finestra aperta. E quando mi affaccio lì, sento di potermi mettere in gioco, anche con umiltà, senza dover sembrare migliore di quello che sono.

E poi, il blog Mille piroette-I diversi volti dell’arte che hai ideato — lasciamelo dire — non è solo un contenitore di immagini o testi. Tu hai pensato ad un vero e proprio spazio dell’anima, un contributo profondo all’artista. Un contributo psicologico, artistico, umano.»

«Grazie, Giusy, davvero. Ne sono felice.»

Lei con dolcezza mi dice:

«E sono contenta di farne parte. Per me è un motivo in più per continuare. Perché io vivo da sola, in un luogo bellissimo ma isolato. Vivo a Marina di Maratea. A settembre si chiude tutto. Fine agosto e poi… il silenzio. Non è che posso uscire e andare a visitare gallerie o partecipare ad eventi culturali, come succede in città.

G. CIAGOLA_Mercato

«Certo nei mesi invernali, il confronto viene a mancare.»

«Esatto. Il mio confronto, il mio respiro, è questo blog. E poi il Centro Culturale Josè Cernicchiaro. È uno scambio vivo, sincero, con persone nuove, artisti diversi, ognuno con la propria visione. E tu riesci sempre ad aggiungere qualcosa, qualcuno di nuovo.

«Già… e nei tuoi progetti futuri? Dopo la mostra di Ribera, quella qui al Centro Culturale… che hai in mente? A parte quello che dobbiamo fare insieme, ovviamente!»

«Giusy (sorride): Io non progetto mai nulla! Lascio tutto all’improvvisazione, alla chiamata dell’arte. Come dicevano i simbolisti francesi: “il visibile è solo un pretesto per evocare l’invisibile”. Ecco, i miei progetti nascono così. Da un’intuizione, da un sogno, da un dettaglio che mi chiama.

«Ti arriva l’ispirazione, e la segui.»

«Sì. Ultimamente, ad esempio, la critica d’arte Anna Mamma mi ha contattata. Ha notato i miei lavori e mi ha proposto una collaborazione bellissima. Una poetessa sta scrivendo dei versi su un amore lontano, un amore impossibile. Mi ha chiesto di rappresentare quel sentimento in un dipinto, per farne la copertina del suo libro.»

«Che meraviglia.» «Ma vedi, non sono io a cercare l’arte. E io rispondo.»

IL BLOG MILLE PIROETTE – I DIVERSI VOLTI DELL’ARTE PROPONE: “Anche le donne del Sud portano i pantaloni” – una storia che viene da lontano (intervista a Maria Carmela Brandi)

Con emozione e gratitudine condivido con il pubblico di millepiroette.com il link dell’intervista che mi è stata dedicata dalla giornalista Teresisa Possidente, che ringrazio sinceramente per la sensibilità con cui ha accolto il mio racconto.
L’intervista è l’occasione per parlare del mio testo Anche le donne del Sud portano i pantaloni, della sua genesi, del suo passaggio da racconto a rappresentazione teatrale e dell’affetto che lo attraversa.

È una storia che nasce da una memoria viva: quella della mia infanzia a Fiumicello, frazione di Maratea, e di mia madre operaia nella fabbrica voluta dal Conte Rivetti.
Ma è anche una storia di riscatto, di emancipazione femminile, di dignità conquistata a piccoli passi – attraverso il lavoro, la fatica, l’orgoglio.
Una storia che sentivo il bisogno di condividere anche con i miei studenti, come docente e come figlia del Sud, affinché non si perdano le voci di chi ha fatto la Storia rimanendo ai margini dei libri.

Ringrazio Teresisa Possidente per avermi dato l’opportunità di raccontarla con sincerità, e vi invito a leggere l’intervista: è un piccolo viaggio nella memoria, ma anche uno sguardo verso il presente.

Leggi l’INTERVISTA

Presentazione del romanzo “Terricomio” Scritto a quattro mani da Maria Angelica Maoddi e Mariateresa Fiumanò, edito da Effe Edizioni.

In occasione della recente e dolorosa scomparsa della coautrice dottoressa Mariateresa Fiumanò, la dottoressa Maria Angelica Maoddi desidera onorarne la memoria con una presentazione speciale del loro romanzo, frutto di anni di lavoro condiviso, passione e impegno civile.

“Terricomio” racconta la storia toccante e disturbante di un uomo nato, cresciuto e vissuto per anni nel Manicomio di Santa Maria della Pietà, a Roma. Il romanzo ripercorre la sua vicenda personale, intrecciata a quelle di altri internati – uomini, donne e bambini – lungo un arco temporale che attraversa il fascismo, la guerra, il dopoguerra e l’evoluzione delle istituzioni psichiatriche, fino alla definitiva chiusura del manicomio.

Scoperto il dramma vissuto dalla madre, internata contro la sua volontà, violata e morta dopo la nascita, il protagonista elabora un piano di vendetta che lo condurrà a conseguenze estreme. Recluso in un carcere criminale, conoscerà infine una nuova consapevolezza storica e umana.

Il titolo Terricomio nasce da un intreccio tra testimonianze reali – raccolte da ex pazienti, operatori e familiari – e immaginazione letteraria. Una narrazione dove la fantasia non è evasione, ma una lente per penetrare più a fondo la realtà. La presentazione del libro sarà anche un’occasione per ricordare l’impegno e la sensibilità della dottoressa Mariateresa Fiumanò, a cui questo evento vuole rendere omaggio.