Il Blog MILLEPIROETTE propone l’intervista a giusy ciagola – Quando le donne si ascoltano – Raccontarsi a colori: un incontro tra parole e pittura, tra Sicilia e Maratea

Mi affaccio alla giornata con un pizzico di emozione tra poco incontrerò una donna che ha attraversato la sua vita con la forza della creatività: Giusy Ciagola, pittrice originaria di Ribera, in provincia di Agrigento, che da 46 anni vive a Maratea. Ci troviamo in un luogo che da anni è cuore pulsante della cultura marateota: Villa Tarantini, sede del Centro culturale José Cernicchiaro, dove è attualmente in corso la mostra personale dell’artista: Anime mediterranee. L’esposizione, inaugurata il 31 luglio scorso alla presenza del sindaco avv. Cesare Albanese, ha visto la partecipazione di numerosi ospiti e appassionati. A rappresentare il Centro culturale per la presidente Marianna Trotta, l’avv. Emanuele Labanchi. Altro ospite d’eccezione l’ing. Micalizzi che ha recensito le opere esposte, e infine io stessa, in qualità di ideatrice del blog Millepiroette.com, progetto che da tempo segue e valorizza artisti e voci creative. I dipinti di Giusy, raccolte in questa mostra visitabile fino al 3 agosto 2025, raccontano un universo profondamente femminile, fatto di memorie, sogni, assenze e ritorni.

Giusi Ciagola – ritiro del premio

È proprio da questo intreccio di vita e arte che nasce il nostro dialogo. Un dialogo che presto lascia il contesto giornalistico e si trasforma nel racconto di due amiche che si scambiano riflessioni sull’arte e la creatività. Ho voluto dare il titolo a questa narrazione appunto “Quando le donne si ascoltano” perché noi ci siamo proprio ascoltate e le nostre menti hanno danzato “tra pittura e parole”.

 In questa conversazione intima, Giusy ha descritto con sincerità il suo percorso umano e artistico, parlando del legame profondo con le sue radici, della scelta d’amore che l’ha portata a trasferirsi in Basilicata e del valore che la pittura ha assunto nella sua vita.  

Una donna, una madre, una rinascita

Giusy Ciagola si racconta:

«Vivo a Maratea da 46 anni. Sono nata in Sicilia, a Ribera, in provincia di Agrigento. Mi sono trasferita qui da ragazza per amore. Solo dopo il matrimonio ho concluso gli studi magistrali.»

Siamo sedute una di fronte all’altra e intorno a noi, le pareti della biblioteca sembrano ascoltare in silenzio, custodi di una memoria che rinasce attraverso le sue parole. Fuori, il sole picchietta sulle persiane, e le cicale fanno da sottofondo a questo racconto di vita e passione.

Mi guarda, si ferma per un attimo come a ordinare i pensieri:

«Lasciare la Sicilia non è stato facile. A Ribera avevo le mie radici, la mia famiglia. A Maratea non conoscevo nessuno, non avevo parenti. Ero sola. È stato un distacco doloroso, anche se dettato dall’ amore. Dopo il diploma ho iniziato a insegnare, ma poi è arrivato mio figlio. Ho fatto una scelta. Non ho pensato alla carriera, ma alla famiglia. Quel bambino rappresentava tutto per me. Era come se portasse dentro tutte le persone che avevo lasciato nella mia terra. Le vedevo riunite in un’unica vita. È con lui che ho ritrovato me stessa.

Dopo quattro anni dalla sua nascita è arrivata la mia bambina. Mi sono dedicata all’educazione dei miei figli, e ho avuto la gioia di vederli crescere, studiare, laurearsi.

Ma poi, nel 2019, un evento ha determinato un punto di svolta: un incidente stradale. È stato grave. Mi sono fratturata il piede in più parti, sono finita sulla sedia a rotelle. I medici mi dicevano che non avrei più camminato. In quel periodo ho vissuto momenti di grande scoraggiamento. I miei figli erano ormai lontani, realizzati, uno avvocato, l’altra stilista. Io mi sono ritrovata sola. Ricordo un momento preciso: ero sotto il portico della mia casa a Marina di Maratea che affaccia sul Golfo di Policastro, da sola, guardavo il mare e la natura intorno a me. A un certo punto una voce che veniva dal mio profondo mi sussurrava qualcosa che ancora oggi non riesco a decifrare ma ricordo il senso di quei sussurri perché ho iniziato a vedere i colori di quel paesaggio. Ogni giorno qualcosa cambiava: la luce, il mare, le sfumature. E lì è nata la voglia di dipingere. Ho cominciato con piccoli oggetti: pietre, legnetti, conchiglie. E piano piano… qualcosa è cambiato. Dipingere mi faceva dimenticare il dolore, la solitudine. Era come entrare in un altro mondo. E’ così anche adesso quando dipingo entro in uno stato di trance. Io in quel momento non cercavo la pittura: era la pittura che cercava me. È stato il mio modo per ricominciare, per sentirmi viva, donna, persona. Non solo madre. E oggi posso dire che l’arte mi ha salvata. Mi ha restituito a me stessa.»

Gli occhi di Giusy si accendono e con energia:

«E Sai quando io mi allontano — per motivi di famiglia — mi capita di sognare! Mentre dormo sogno di dipingere qualcosa. Un dipinto nasce proprio in questi momenti. Magari vedo un’immagine, e poi la rielaboro. Prendo la tela, la avvicino a me e la guardo, la miro. Sai quando tu contempli qualcosa? In quella tela bianca io vedo già il dipinto finito. Poi prendo i colori, il pennello e da lì parte tutto.»

«E ti capisco, -ribatto non per soffocare il suo discorso ma solo per sostenere quanto Giusy racconta sull’idea che origina i suoi quadri – perché io ho scritto un racconto dal titolo La mia amica ninfa. È una dea dei boschi che non è pienamente consapevole delle sue potenzialità creative. Quando è che lei crea? Lei Crea nel sogno. Nel sogno, sì! E quindi sono contenta perché trovo riscontro di quanto dici in questa mia intuizione letteraria. Perché nel sogno si esprime la leggerezza, la libertà. Perché ci liberiamo dalle paure. Dalle paure del giudizio degli altri. Che cosa pensano gli altri? Sono brava? Bisogna lasciarsi andare, liberarsi: l’arte dà spazio a tutti quelli che vogliono tradurre la realtà in bellezza soggettiva e regalarla a chi appare piatta. L’arte ha un dono intrinseco è inclusiva e non selettiva. Tutti se sentono il bisogno di esprimersi hanno il diritto di farlo. Tutte le arti sono terapeutiche e questo è ormai risaputo.»

Presa dalla magia dello scambio che si sta creando intorno a noi continuo:

«Mi vengono in mente i simbolisti francesi che collocavano l’atto creativo in una dimensione sospesa tra la realtà e l’irrealtà, un territorio dell’inconscio dove si sviluppa la vera creatività. Loro cercavano questo stato per accedere a una forma di ispirazione quasi mistica: alcuni come Bodelaire, come sappiamo, facevano uso anche di sostanze per esaltare le percezioni, alla ricerca del “divino”, di una verità altra e profonda. Ma il sogno, già da solo, è quel ponte. È uno spazio che ci appartiene e nel quale tutto può accadere. E infatti, quello che tu mi stai raccontando è proprio questo: l’arte, nel tuo caso, ti ha salvata. Poteva anche accadere che potessi cadere in uno stato di abbandono … ma non mi piace questa espressione.»

Giusy preferisce il termine tristezza. In uno stato di Tristezza e continua:

«Io sono una donna resiliente, perché ho superato tante difficoltà. Le ho trasformate, traendone il bene.

Ritorniamo a parlare del legame con la Sicilia che spesso diventa il soggetto dei dipinti di Giusy. Molti sono i quadri esposti ma la nostra attenzione si ferma solo su alcuni, quelli più rappresentativi della sua arte e riprende dicendo:

«Tutte le volte che io lascio la Sicilia vivo emozioni molto forti. Ogni volta che sono sul traghetto e vedo la costa allontanarsi, mi sento come se stessi lasciando una parte viva di me. E quando ritorno, è come se ricucissi un legame. Quel passaggio, quel tragitto, per me è simbolico. Per questo la “Ragazza sul traghetto” è stata la mia prima opera: è una figura emblematica, che sintetizza il distacco e il ritorno, la malinconia e l’attesa. Devo sottolineare però che la Sicilia sono riuscita a dipingerla attraverso i colori di Maratea. A Maratea la luce è diversa, avvolgente. È una luce che non ti invade, ti accompagna. Mi ha aiutata a vedere meglio anche la mia terra, perché prima non riuscivo a tradurla, non avevo gli strumenti per farlo. La natura così imponente del territorio di Maratea mi ha insegnato a osservare. Ecco perché dico che la mia arte è un ponte: tra Maratea e la Sicilia, tra il vedere e il ricordare, tra quello che c’è e quello che non posso più vivere ma che, attraverso la pittura, continua a esistere.

A questo punto le chiedo: «Giusy, come vivi il tuo legame con la tua terra attraverso l’arte?»

«La risposta può sembrare banale ma è così: con i ricordi, perché, non potendo vivere la mia terra, intendo non solo Ribera, ma tutta la Sicilia, la vivo attraverso le tele. Ogni pensiero lo traduco sulla tela, ogni ricordo si trasforma in colore, ogni pennellata è un frammento di memoria. I colori diventano emozioni, diventano Sicilia.»

«Quale immagine simbolica rappresenta questo legame?»

«Prima ancora di dipingere Ribera o altri scorci della Sicilia, come ti dicevo prima ho realizzato La ragazza sul traghetto. È un quadro molto importante per me, perché da lì tutto ha avuto inizio: è lì che lascio e torno nella mia terra. Tutte le volte che lascio la Sicilia, provo le stesse emozioni: dolore, nostalgia, amore. In quel dipinto ci sono tutte queste sensazioni: la ragazza guarda Messina mentre il traghetto si allontana dal porto. È triste, come se lasciasse sua madre per la seconda volta. Nel porto c’è la Madonna della Lettera, la protettrice di Messina, che promette sempre un ritorno. Ed è così, io mi riprometto di tornare. Quindi quel primo quadro è un autoritratto, fatto per me ma anche per tanti siciliani che si sono riconosciuti in quella ragazza. Questo quadro è piaciuto a tanti, e credo sia perché è autentico.»

G. CIAGOLA_La ragazza sul traghetto

Osservo lo sguardo di Giusy che si rivolge allo scorcio del centro storico di Maratea che fa capolino dalle imposte delle finestre di Villa Tarantini e allora le rivolgo un’altra domanda:

«E Maratea? Che ruolo ha nella tua pittura oggi?»

«Maratea è il mio presente. Il primo soggetto che ho dipinto qui è stato il Porto. Perché il Porto per me non solo è un approdo fisico, è anche un legame con ciò che intendo io per “vita”. Maratea è il luogo dove ora giungo con i miei sogni, la mia arte e la mia esperienza. Penso che il mare sia quel punto di raccordo tra i tuoi due mondi.»

Io aggiungo: «Infatti, è interessante questa riflessione: perché parti e arrivi in un altro posto. Ecco! Il porto è la nostra ancora di salvezza. No? Perché, da quello che mi arriva dalle tue parole è proprio questo il punto: la nostalgia. Come se la nostalgia e la mancanza, ci desse quello spunto, quell’input per ritrovare le nostre radici e riproporle in una forma d’arte. Nel tuo caso è la pittura, nel mio caso la scrittura… è lo stesso bisogno. E a proposito di arte, di Maratea e di luce, anche Angelo Brando ne è stato ispirato. Lui è il pittore che ci rappresenta, marateota, venne colpito – proprio come noi – dalla luce, dai colori del tramonto del suo paese. Non so se hai visto i suoi quadri, ma dovresti. Io li ho trovati impressionanti. C’è una luce che ti abbaglia, ti entra dentro. Mi sono chiesta spesso come abbia fatto a rendere quei colori. Ho studiato un po’ il suo percorso anni fa, i suoi quadri si trovano nella pinacoteca del Palazzo De Lieto nel centro storico. Ecco, mi piacerebbe vederla insieme a te, davvero! Perché quei quadri mi hanno toccato profondamente, e in qualche modo mi hanno ispirato nel mio ritorno a Maratea.

G. CIAGOLA_IL porto di Maratea

Giusy incalza:

«Mi fai ripensare all’incidente perché, quando sono uscita dalla macchina, ho visto il cielo farsi improvvisamente giallo, come il sole. Giuro! Giallo. Mi sentivo abbagliata da quella luce fortissima. Ho detto a mio marito: “Guarda… non ci vedo più!” Pensavo che fosse colpa dei vetri, che mi avessero accecato. E invece era proprio quella luce. Era come guardare il sole ed esserne accecata. Poi, piano piano, quella luce si è ritirata, è andata via. E se tu guardi bene le mie opere, nella maggior parte dei miei quadri c’è sempre una luce. C’è sempre un giallo. Una luce, una presenza luminosa.»

Faccio un giro panoramico con lo sguardo sulle sue tele disposte su cavalletti intorno alle pareti della biblioteca e come se volessero intervenire nel nostro discorso. Diverse tele ritraggono soggetti femminili. Resto colpita dallo sguardo di queste donne. Giusy sembra che abbia compreso la mia prossima domanda e senza che io chieda nulla.

Lei:

«Ma le mie donne non sono mai tutte uguali. Mi piace cogliere e fissare sulla tela ogni fase della vita di una donna: dall’età giovanile a quella adulta e di tutte le etnie. Le persone che vedono le mie mostre notano sempre lo sguardo delle mie donne. È uno sguardo particolare. In ogni dipinto, credo che ogni artista metta un po’ di sé. Io non dipingo perché mi piace semplicemente un volto, ma perché in quegli occhi ci vedo me stessa. Anche nelle donne che sono profondamente diverse da me in realtà io trovo me stessa.

G. CIAGOLA_Anami Kizara

Ad esempio, questo quadro qui- si volta e indica: Anami Kizara, la mamma Eritrea con la bambina- L’ho dipinto durante un viaggio a Brescia. Le ho viste sul treno, una mamma con sua figlia. E mentre le osservavo, ho riconosciuto anche un po’ me, quando viaggiavo da sola con i miei bambini. Anche se sei lontana da casa, anche se ti sposti, come donna porti con te la tua forza. Intendo la forza di proteggere e di dare sostegno a un bambino in questo caso. E in quello sguardo c’è questa fierezza. “Sì, è vero, sto viaggiando da sola con mia figlia, ma sono capace di affrontare tutto.” Sai… a volte le persone pensano che la bellezza sia nei dettagli perfetti, nella precisione delle forme. Ma per me, la bellezza vera è nello sguardo. Io parto sempre dagli occhi. È da lì che parte tutto: un’emozione, un ricordo, una storia. Quando guardo una donna — qualsiasi donna — non vedo la pelle, il vestito, il turbante. Vedo quello che gli occhi raccontano. Ci sono sguardi che portano dentro la lontananza, la fatica, la nostalgia, ma anche la dignità, l’orgoglio, la forza. Come quelli delle donne che arrivano da altri Paesi, che magari svolgono lavori umili, ma hanno una luce che ti ferma. Io ho vissuto sulla mia pelle cosa significa sentirsi “ospite” in una terra nuova. Anche se la Sicilia e Maratea non sono poi così lontane, quando arrivi in un luogo che non è tuo, ti porti addosso un senso di distanza. All’inizio sei diffidente, ti chiudi un po’, osservi. E io questo lo riconosco in quelle donne che arrivano da lontano, c’è quella stessa fierezza, quel bisogno di trovare uno spazio, un equilibrio. E allora la mia pittura cerca questo: non di rendere belle le donne con gli ornamenti, con le stoffe, con i colori sgargianti… ma di far parlare la loro anima. Perché ogni donna ha dentro un mondo, e io cerco di tirarlo fuori, di raccontarlo sulla tela.»

Non voglio fermare Giusy perché le sue parole assomigliano quasi ad una formula per lei magica e voglio che continui. Mi indica un dipinto “L’abbandono”:

«Ecco, quella bambina là, quella che piange… piange sì, ma con dignità. Non urla, non si dispera. Sta lì, col viso abbassato, eppure quegli occhi parlano. Dicono tutto. Come a dire: “Mi hai lasciata, va bene. Io però ti aspetto.” È questo che mi colpisce. La forza dell’abbandono. È una cosa che ti segna, ma che non ti spezza. Ecco perché nei miei quadri gli occhi sono tutto. Non le mani, non il corpo, non i vestiti – quelli vengono dopo. Il vero volto di una persona è nello sguardo. Quando disegno, anche una figura interamente coperta dal vestito, anche una donna con il turbante o col viso appena accennato… è dagli occhi che la mostro. Perché io voglio che parli senza dire una parola. Che comunichi, anche senza muovere le labbra. Ci sono dei visi nei miei quadri che non sembrano dei veri volti. Sì! Qualcuno dice: “Ma come, non ha fatto neanche il naso, non ha dato la forma precisa…” No. Perché non serve. Se quegli occhi ti guardano e tu senti qualcosa… allora il quadro ha funzionato. Allora è vivo.

G. CIAGOLA_L’abbandono

Ritorniamo sull’ “Abbandono” e Giusy mi spiega che questo quadro ha vinto un premio:

«Si un premio, un concorso internazionale “Barone Antonio Mentola” a Favara (AG) proprio lo scorso 19 luglio con una cerimonia pubblica… certo, è stato tutto molto emozionante. Ma la vera vittoria era che qualcuno, guardando quegli occhi — gli occhi della mia bimba sulla tela — si è commosso. È stato toccato. Ed è lì che capisci che il tuo lavoro, la tua passione, la tua arte… hanno un senso.

La bambina ha dentro tutta la tensione dell’attesa, tutto il bisogno di appoggio, di conforto. Poggia le mani sulla porta è il modo per dire: “Sto bene anche da sola… ma ti aspetto.” Non è una bambina che cerca qualcuno per forza, no! È una bambina che sa stare al mondo. E allora — dice Giusy, stringendo con forza il suo taccuino mentale fatto di emozioni — ho capito che quello che avevo messo su quella tela era stato davvero compreso. Non solo visto. Non era solo un dipinto, era un sentimento dipinto. Quella bambina, quel gesto d’abbandono pieno di dignità, quello sguardo che parlava anche senza pronunciare parole… era arrivato. Aveva parlato. E non importa se a volte ti dicono: ma è solo un volto, è solo una scena. No. Non è mai solo… Perché, quando dipingo, non metto solo colori. Metto quello che ho dentro. E io — continua Giusy, con la voce che ora si fa più morbida ma carica — ho tanto amore dentro, anche se è spesso un amore malinconico.  Come in quest’altro quadro “Amore universale” che ha vinto il primo premio “Pittura tradizionalista” al concorso “Arte San Valentino” a cura di Sonia Demurtas, Vibo Valentia a febbraio 2025. Come vedi la madonna ha le palpebre abbassate, ma lei sta guardando il suo bambino. Non volevo concentrare l’occhio dello spettatore sullo sguardo questa volta, ma doveva emergere esclusivamente il sentimento dell’amore, che ho voluto rappresentare con le sole braccia, accompagnate dal movimento delle stesse palpebre della Madonna. Il pennello così ha rappresentato il concetto di protezione …. Perché l’amore della madre non ti tradisce mai, è l’amore che resta anche quando tutto il resto svanisce… quello è ciò che cerco sempre.»

G. CIAGOLA_Amore Universale

Parliamo poi del blog Mille piroette-I diversi volti dell’arte e di come ci siamo conosciute? Un amico in comune ci ha presentate, Emanuele Labanchi. Giusy sorride:

 È stato per me prima di tutto un incontro tra donne. Prima ancora di parlare di arte e del blog, io ho guardato la persona che sei. Quando mi trovo davanti a qualcuno, io guardo sempre l’intelligenza, il motivo per cui dovrei confrontarmi. Non è che mi basta prendere un caffè e dire “com’è gentile questa persona”. Il caffè si prende volentieri, per carità, mangiare una pizza pure, ma quello che mi interessa davvero è il confronto. Quello vero! Quello che ti smuove! Con te questo confronto è arrivato subito, ed è stato pulito, profondo. Da lì è nata anche la nostra collaborazione sul blog. Quando sono stati pubblicati i miei contenuti la prima volta, ho provato una cosa strana e bella: è come se avessi avuto uno specchio, non per guardarmi, ma per riflettermi nel mondo. Quel blog è diventato una stanza piena di specchi diversi, ognuno con la sua luce, dove posso vedere altri artisti, altre parole, emozioni che non sono le mie, ma che toccano anche me. E questo per me è crescita. Io non mi sento mai “arrivata”. Dipingo, e anche quando finisco un quadro, mio marito mi dice “ma non lo avevi finito?”. E io torno lì, perché sento che manca qualcosa, che c’è sempre qualcosa in più da dire, da mettere. È la ricerca continua e mi muove. E il blog, in questo senso, è come un salotto ideale, un luogo di scambio vero. Anche se non ci vediamo, leggiamo. Anche se non ci parliamo a voce, ci parliamo con quello che scriviamo e che facciamo. È una finestra aperta. E quando mi affaccio lì, sento di potermi mettere in gioco, anche con umiltà, senza dover sembrare migliore di quello che sono.

E poi, il blog Mille piroette-I diversi volti dell’arte che hai ideato — lasciamelo dire — non è solo un contenitore di immagini o testi. Tu hai pensato ad un vero e proprio spazio dell’anima, un contributo profondo all’artista. Un contributo psicologico, artistico, umano.»

«Grazie, Giusy, davvero. Ne sono felice.»

Lei con dolcezza mi dice:

«E sono contenta di farne parte. Per me è un motivo in più per continuare. Perché io vivo da sola, in un luogo bellissimo ma isolato. Vivo a Marina di Maratea. A settembre si chiude tutto. Fine agosto e poi… il silenzio. Non è che posso uscire e andare a visitare gallerie o partecipare ad eventi culturali, come succede in città.

G. CIAGOLA_Mercato

«Certo nei mesi invernali, il confronto viene a mancare.»

«Esatto. Il mio confronto, il mio respiro, è questo blog. E poi il Centro Culturale Josè Cernicchiaro. È uno scambio vivo, sincero, con persone nuove, artisti diversi, ognuno con la propria visione. E tu riesci sempre ad aggiungere qualcosa, qualcuno di nuovo.

«Già… e nei tuoi progetti futuri? Dopo la mostra di Ribera, quella qui al Centro Culturale… che hai in mente? A parte quello che dobbiamo fare insieme, ovviamente!»

«Giusy (sorride): Io non progetto mai nulla! Lascio tutto all’improvvisazione, alla chiamata dell’arte. Come dicevano i simbolisti francesi: “il visibile è solo un pretesto per evocare l’invisibile”. Ecco, i miei progetti nascono così. Da un’intuizione, da un sogno, da un dettaglio che mi chiama.

«Ti arriva l’ispirazione, e la segui.»

«Sì. Ultimamente, ad esempio, la critica d’arte Anna Mamma mi ha contattata. Ha notato i miei lavori e mi ha proposto una collaborazione bellissima. Una poetessa sta scrivendo dei versi su un amore lontano, un amore impossibile. Mi ha chiesto di rappresentare quel sentimento in un dipinto, per farne la copertina del suo libro.»

«Che meraviglia.» «Ma vedi, non sono io a cercare l’arte. E io rispondo.»

3 pensieri su “Il Blog MILLEPIROETTE propone l’intervista a giusy ciagola – Quando le donne si ascoltano – Raccontarsi a colori: un incontro tra parole e pittura, tra Sicilia e Maratea


  1. Desidero ringraziare con sincera gratitudine Maria Carmela Brandi per l’intervista pubblicata su Mille Piroette e per l’affetto che mi ha donato con le sue parole.
    Maria Carmela è una scrittrice di grande spessore, capace di unire sensibilità e profondità, e per me è motivo di gioia e di onore essere presente nel suo blog.
    La sua capacità di ascolto ha reso questo incontro un dialogo autentico, in cui la mia pittura e la mia storia hanno trovato voce e colore.
    Tra Sicilia e Maratea, tra parole e pennellate, ho sentito la bellezza di uno scambio vero, fatto di emozioni condivise.
    Grazie Maria Carmela, per aver saputo cogliere l’anima delle mie opere e restituirla con delicatezza al lettore.


    • Carissima Giusy parlare con te è stato per me un grande piacere. Scambiare le nostre idee sull’arte in genere e scoprire che ci troviamo in sintonia mi ha fatto capire che questo blog può essere davvero un luogo, anche se virtuale, di incontro tra persone che superano il timore di mettersi alla prova e liberare se stessi da dubbi frenanti e cimentarsi nella forma artistica più vicina al proprio talento. Qualsiasi forma d’arte se praticata con spirito di ricerca può veramente essere un potente strumento sociale e di crescita personale.
      Invito tutti a leggere il racconto di due amiche, che una mattina d’estate in un luogo di cultura come la biblioteca del Centro Culturale Josè Cernicchiaro a Martaea, parlano di vita e di arte.
      Complimenti ancora per la tua bravura Giusy.
      Maria Carmela Brandi ideatrice del blog Mille piroette- I diversi volti dell’arte.

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