Fame D’Amore

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Maria Angelica Maoddi.

Al S. Maria della Pietà era giunta una donna nel 1969, coperta di stracci che avevano rimediato i carabinieri, si dimenava e cercava sempre di svestirsi. Era stata “raccolta” per strada che girava per le vie di Roma e a Piazza Esedra era completamente nuda, diceva di voler fare la rivoluzione e gridava cantando la Marsigliese: “Allons’ enfants de la patrie…”. In un primo tempo, i passanti, alla sua vista si fermavano incuriositi e raccogliendosi in circolo, ridevano divertiti e la incitavano ma poi, sopraggiunta la volante della polizia, scappavano. Nadia continuava a stringere uno straccio di bandiera e si faceva portare di peso fino alla neuro del Policlinico Umberto I. Gli infermieri del presidio sanitario la conoscevano come recidiva a questi comportamenti: “A rieccola! Abbiamo perso la pace!”, S’è imbucata di nuovo qui… A Nando! c’è il tuo amore!”. E Nando: “N’atra votta. Ah…ma ci ha preso gusto?” Ogni tanto, qualcuno raccontava la sua storia di disgrazie che le erano accadute tutte le volte si aggiungevano dei particolari inediti; non si sapeva più distinguere se veritieri oppure inventati per rendere più colorita la storia, il racconto concludeva che Nadia aveva reagito alle violenze subite da uomini senza scrupoli con questi strani comportamenti di pubblico scandalo.

Nadia proveniva da Gaeta e si era trasferita a Roma al seguito di un amante, un ufficiale di complemento dell’esercito di stanza nel presidio militare del posto, avendo in seguito ottenuto il trasferimento nella capitale, l’aveva convinta a seguirlo con la promessa che l’avrebbe poi sposata. Giunta nella capitale scoprì che l’ufficiale aveva già famiglia con due figli e lei si trovò sconvolta e disperata a vagare per la stazione Termini, esposta ai rischi di profittatori, senza soldi e con il peso della vergogna verso i suoi familiari che non poteva più contattare. In preda alla paura e sprovveduta, si era rivolta ai carabinieri, i quali a sua volta le avevano offerto protezione e un alloggio presso una pensione nei dintorni di Piazza S. Maria Maggiore. Un carabiniere che si chiamava Alberto. in particolare, mostrava del tenero nei suoi confronti e per qualche mese si mostrò affettuoso, se ne invaghì e quando le effusioni divennero rapporti sessuali diedero il frutto di restare incinta. Nadia era contenta di tenere il bambino ma Alberto la minacciò di lasciarla per le condizioni precarie in cui vivevano entrambi e la costrinse ad abortire rivolgendosi ad una “mammana” nei pressi del quartiere Quadraro. La donna, Maria Teppena ex- levatrice, praticava aborti clandestini dietro un lauto compenso.

In realtà pensava di aiutare il prossimo ed era considerata dalle persone del quartiere una benefattrice alla quale rivolgersi per qualsiasi consiglio e tutti la trattavano con un certo riguardo. Alberto accompagnò Nadia dalla “mammana” con la promessa che sarebbe stato facile liberarsi del bambino non sapendo che oramai Nadia aveva superato il quinto mese di gestazione e fu infatti un difficile intervento. La stessa “mammana” espresse le sue perplessità nel procedere a procurare l’aborto, con disappunto fu costretta a farlo sotto la minaccia di doverla altrimenti carcerare. Dapprima, la “mammana” le somministrò una forte dose di valium e poi le introdusse in vagina lo speculum per tenere allargata la vulva per poi arrivare all’utero dove infilò dei ferri chirurgici, vacuum, a cucchiaio per il raschiamento. Il feto già molto grande faceva resistenza e l’operazione fu più difficile del previsto. La stessa “mammana”, si mise paura di far morire madre e figlio ed impose al giovane carabiniere di portarsela via. La donna, ex-levatrice, si rese conto dei rischi, sudava freddo e si lamentava di non farcela: “Com’è possibile non capire?

Al gabbio ci finiamo tutti e questa poveretta al camposanto!”, e continuando: “Non posso continuare! Disgraziato! Vedi come è attecchito! È un bambino! Magari il tuo!” “No, no… è un delitto! Portatela via!” Le somministrò la morfina e gli intimò di fuggire. “Andate via a partorire da un’altra parte!” Alberto la portò in una baracca isolata nei pressi di Porta Furba, dove partorì, in preda alle contrazioni dolorosissime e tramortita da forti dosi di morfina. Era stata lasciata da sola, si svegliò in una pozza di sangue, era fuoriuscito il bambino avvolto dalla placenta e tutto il materiale fetale. Nadia svenne e rinvenne, poi strillò chiedendo aiuto e perdono alla Madonna. “Madonna mia, perdono, mi farò suora!” “Mamma aiutami! Dio perdonami che t’ho offeso!” I dolori lancinanti proseguivano e lei, più volte perse conoscenza. Ora balbettava, ora gridava… Alle urla disumane alcuni muratori che lavoravano ad una casa nei dintorni si fecero coraggio accorsero e s’avvicinarono alla casa abbandonata dove giaceva Nadia. Si resero conto che la donna versava in indicibili sofferenze, chiamarono l’autoambulanza dal prossimo bar e la portarono all’ospedale S. Giovanni. Nel frattempo, Alberto spaventato era già scappato. In ospedale non riuscirono a identificarla, gli stessi carabinieri che la conoscevano, per solidarietà con il collega Alberto, negarono di averla mai vista e per giorni rimase tra la vita e la morte colpita da setticemia.

Non ricordò più cosa le era successo e finì col frequentare il quartiere Tuscolano- Quadraro dove l’avevano trovata prima del ricovero. Era mentalmente compromessa, non ricordava niente e farfugliava parole sconnesse e senza logica. Fu accolta da un’anziana donna Gina Belsito, su consiglio del maresciallo in una casupola in cambio della compagnia e dei servizi domestici di pulizia. Con il passare del tempo, Nadia si riprese e cominciò a riparlare e fisicamente rifiorì. Aveva dei bei lineamenti e riacquistò un corpo avvenente. La vita precedente e le disgrazie sembravano essere ormai svanite. Il fornaio Corrado presso il quale Nadia si recava a fare spese per la vecchia la notò e cominciò a farle una corte serrata. La invitò al Cinema, chiedendo permesso alla signora Gina che l’aveva sotto tutela. Il giovane volendo fare le cose per bene, fu molto galante e delicato. Portò le due donne in trattoria ed offri il pranzo con l’intenzione di fidanzarsi.  “Sig.ra Gina, sua nipote mi piace assai, voglio renderla felice. Non so se lei è d’accordo, posso offrirle una sistemazione, ho delle economie, dei risparmi e possiamo sistemarci e costruire una famiglia”. La signora Gina replicò: “Come corri figlio mio, non avere fretta, prima conoscetevi, se poi non andate d’accordo?” E lui: “Io la rispetto, non vi dovete preoccupare! Sono stato educato bene dalla mia povera mamma! So come si trattano le donne, non sono un materialone!”. “Nadia che dici tu? T’ho mai mancato di rispetto?” E lei: “Ci mancherebbe! Ti manderei subito a quel paese, caro mio, io non sono una donna di strada!” – e lui replicò: “Ma no, non intendevo dire quello! …Mi vergogno… credevo ti facesse piacere, lasciamo perdere… ancora è presto”.

 Le cose andarono avanti così per mesi, uscirono insieme come fidanzati timorosi e pudichi. Finché il rapporto amoroso si risolveva in baci e carezze tutto procedeva tra Corrado e Nadia. Un giorno dopo mesi Corrado le chiese di dormire insieme a casa sua, dato che oramai erano in procinto di sposarsi. Lei acconsentì sulla fiducia, raccomandandosi di non usare nessuna violenza, ma quando furono nel mezzo del rapporto sessuale, con la penetrazione fu come avere davanti agli occhi tutto il suo vissuto precedente. Si mise a strillare come un’ossessa per la paura, accusandolo di volerla uccidere. Cominciò a dare calci e pugni al povero Corrado che spaventato si scusava e poi vedendo che l’agitazione di Nadia non trovava tregua, andò a chiamare la vecchia signora Gina. La signora, credendo che l’avesse stuprata, lo rimproverò, minacciando di denunciarlo. Al ritorno, trovarono la casa sottosopra, e Nadia si dimenava per terra tutta nuda e strappava tutto ciò che le era vicino: vestiti, lenzuola cuscini, coperte. Non ce la fecero a tranquillizzarla e chiamarono la neuro. Di nuovo Nadia, non riconosceva nessuno e farfugliava parole senza senso. Le somministrarono alte dosi di sedativo. Non rispondendo alle terapie, fu trasferita al S. Maria della Pietà e vista la continua agitazione, lì cominciò il travaglio di terapie con l’elettroshock.

Nessuno cercò più Nadia, confinata al S. Maria della Pietà, fu catalogata con il nome che era riuscita a dire, dimenticata ed invisibile al mondo. Le sue occupazioni in manicomio furono di costruire pupazzi di stoffa ai quali si dedicava cullando e cantando una nenia per i bimbi. Le suore impietosite, avevano capito che soffriva per mancanza dei figli e pensarono anche che forse le fossero stati sottratti come lei affermava quando aveva momenti di lucidità. Raccontava dei figli che le avevano rubati per venderli in varie parti del mondo. Alcuni uomini malvagi con la divisa l’avrebbero ingannata per portar via quello che ora aspettava. Si infilava sempre gli stracci, all’altezza del ventre e tratteneva il malconcio malloppo con le braccia, mimando di aspettare un bambino e passeggiava nel giardino. Salutava in giro, augurandosi da sola il buon esito della gravidanza. Divenne simpatica a tutti, al passaggio tutti, compresi i degenti avevano imparato a salutarla e a farle gli auguri, quando le si chiedeva chi fosse il padre, rispondeva che era un ufficiale francese, Jean Gabin e che finito il turno di servizio di guardia, l’avrebbe portata via. Ogni tanto aveva crisi di pianto inconsolabile e non dormiva scambiando il giorno per la notte. Fu sottoposta a frequenti trattamenti di elettroshock.

Le suore, facevano fatica a tenerla pulita, ormai non tratteneva più i bisogni corporali e non ci teneva più in condizioni di decenza, fu infine collocata nel padiglione dei sudici. Perse tutti i denti e l’aspetto fisico era di una persona invecchiata precocemente. Con i cambiamenti epocali di cura dieci anni più tardi, verso la fine degli anni ’70, si aprirono i cancelli del manicomio. Medici, infermieri, studenti e volontari si adoperarono per superare una visione di cura assistenziale che induceva alla passività dei degenti, indotta o aggravata anche dalla sindrome da istituzionalizzazione. Gli operatori, trovarono una situazione molto critica al S. Maria della Pietà, ma l’umanizzazione in atto nelle cure, incoraggiò un atteggiamento responsabile di sostegno ai degenti. Fu un periodo felice di proposte ed iniziative dentro il presidio manicomiale sia con l’abbattimento dei cancelli che delle reti di reclusione tra i reparti. Si stimolarono sia la partecipazione attenta a cominciare e sia le iniziative di svago per alleviare la sofferenza, inoltre si avviarono laboratori attivi di arte e di teatro. In seguito, ci fu una ricerca di contatti per coinvolgere i parenti dei degenti, alcuni risposero positivamente ed i malati meno gravi vennero ricollocati nelle famiglie di provenienza e seguiti dalle strutture di territorio.

Altri degenti cronici, non avendo parenti e vivendo in gravi condizioni, abituati alla sorveglianza e alla passività, rimasero per anni dentro la struttura manicomiale provvisoria come residenza protetta, in attesa di un ricollocamento in case -famiglia. Tra questi degenti ci fu Nadia che viveva in condizioni critiche, reputata “incapace di intendere e volere “, intontita dagli elettroshock ed addomesticata dagli psicofarmaci, sembrava refrattaria ad ogni tipo di intervento che la rendesse più autonoma. Nadia aveva bisogno di sostegno quotidiano e continuo con affidamento totale, doveva avviarsi un recupero di ripresa anche nella gestione dei bisogni fisiologici, si doveva   gestire come con una bambina. Negli anni ’80, qualche progresso fu conseguito, almeno nel reimparare a controllare i bisogni e tenersi più pulita, mangiando con regolarità e curandola anche nell’aspetto fisico, le fu reintegrata la dentiera e poteva mangiare cibi solidi. Nadia fu una degli ultimi a lasciare la struttura protetta negli anni ’90. Le suore, che nel frattempo erano fatte uscire dalla gestione infermieristica dell’Ospedale pubblico del S. Maria della Pietà, continuarono a prendersene cura e venne in seguito affidata all’ Istituto del S. Giuseppe al Nomentano. Ella continuò a vivere raccontando a tutti dei figli che aveva e tutti furono convinti si trattasse di verità.

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