Enigma

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Giovanni Attanasio.

Apri gli occhi, come se non li avessi aperti, buio assoluto prima, ancora più nero del nulla ora.  Forse ancora non le hai aperte le palpebre, non discerni, forse dormi. Allora pensi di muovere un braccio, non si muove. Le gambe non le senti. Allora parli, pensi di parlare, ma non odi suoni. Allora urli, ma niente, niente di niente. Come in quegli incubi dove gridare non serve, gridare soprattutto aiuto, mamma e dove non emetti alcuna sillaba, nessun verso, tutto inutile. E allora il tuo delirio si delinea, le futili espressioni sgorgano, le vacue parole fluiscono. Impossibilità, inutilità, immobilità, incapacità e allora dolore, sofferenza, patimento, pianto, scoramento e quindi ridi, gioisci, speri, ti rialzi, euforia, il recupero, l’integrità, l’unicità e di nuovo l’impossibilità, l’incapacità. Hai perso di nuovo. Ci hai provato, ma è tutto vano, come sempre e come sempre perdi. E poi vinci, mi abbatti, mi odi, mi cancelli, ti illudi una volta di più di avercela fatta.
E invece eccomi qui. Hai tentato di distruggermi, ma io sono qui, ti demolisco, quasi ti anniento ma poi ti fornisco la linfa vitale, l’energia che rielegge l’elevarsi, è l’elegia dell’entusiasmo, nessuna aporia, il memento della ripetizione sparisce. Tutto ricomincia. Eterno dilemma della conflittualità. Ed io ti amo, non sopravvivo senza te, tu mi hai creato, tu mi distruggi, io ti fagocito, ti sopraffaggo, vinco, io ti distruggo. Ogni volta come un’epatta la nostra esistenza temporale è variabile ma indissolubile, è prima sconosciuta e poi calcolata minuziosamente. E siamo sempre lì. Ricordi quando abbiamo visto quel film, forse prima tu, poi io, o viceversa, non importa. Sei sobbalzata ad un certo punto, volevi dire qualcosa, poi una frase sulla vita ti ha fatto riflettere, una frase su come ci si butta nella mischia.
Uno diceva: “Sai quando devi dimostrare qualcosa e devi imparare in fretta, molto in fretta?”
e l’altro: “tipo che mi si butta in acqua e devo imparare a nuotare per non affogare?”
“No”, dice l’altro “No, forse non hai capito. Immagina che ti si spinga dal decimo piano e devi imparare a volare”.
Ecco forse tu hai imparato a volare, ma qualcuno ti diceva che eri strana, poi via via sempre meno persone te lo dicevano, sempre meno si interessavano a te.  Fino a che la tua stranezza è diventata normale, e tu forse hai volato, o forse hai finito di volerlo. E hai pensato di parlare alle persone che hanno smesso di interessarti a te, che hanno smesso di parlarti.
Ci hai provato, hai detto loro qualcosa ma le tue parole erano diventate fredde e ormai spaventate dall’oscurità ti sono ritornate in gola.

Un momento raro. La lucidità di intessere. Un filo neuronale traccia la trama. Un ricordo.
Tu ricordi, io ricordo, noi questa volta ricordiamo insieme, e non ci pare possibile.
Ti dissero, ci dissero: -Disturbo bipolare-. Noi mai insieme, eppure inevitabilmente un solo essere.

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