Lettera Ad Un’Amica

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Nerina Piras

Cara Marisa, era tanto che volevo scriverti e darti mie notizie, so che mi hai cercata tanto, ma io non potevo, né raggiungerti telefonicamente, né personalmente, perché emotivamente ho trascorso un pessimo periodo, finalmente ora ho raggiunto una certa tranquillità, sono molto serena, per questo ho deciso di raccontarti la mia vicenda:

La mia storia con Giulio è finita miseramente tanto tempo fa ed ora posso raccontartela senza né angosce né tormenti.

Tu lo sai quanto ero innamorata di lui…ricordi quando 15 anni fai incontrai Giulio? Che bel ragazzo che era, così alto, con quei riccioli neri gli incorniciavano il viso, sembrava un angelo, io mi sentivo quasi insignificante al suo confronto e lo guardavo estasiata come se davvero fosse un angelo…poi il miracolo! Lui mi guardò, mi sorrise, si sorrise proprio a me! E il mio cuore da allora iniziò a battere per lui e non si fermò più.

E…ricordi? Tu eri con me quando mi comperai l’abito da sposa, ma ricordo anche le tue parole così fuori luogo in quel momento “non vorrai investire tutto il tuo denaro, la tua liquidazione, nel ristrutturare la casa di lui, non metterti completamente nelle sue mani, piuttosto ti suggerisco di vendere tutto e di riacquistare in un altro quartiere, lontano da suocere e cognate, lasciati un margine di indipendenza”

Io ridevo delle tue assurde paure, ma come mi dicevo “la mia migliore amica mi mette in guardia contro l’uomo che amo, che diventerà mio marito, che mi proteggerà per tutta la vita?

Ed è con tutto l’ottimismo e con tutto l’amore di cui ero capace che mi preparai alla mia vita coniugale e in questa impresa, come tu ben sai misi tutto, i miei sogni, il mio amore, la mia libertà, il mio denaro faticosamente racconto da una vita di lavoro.

Lui aveva un appartamento donatogli dai genitori, un appartamento da terminare ed è li che investii i miei risparmi, per preparare il nido che avrebbe accolto il nostro amore.

Ma i problemi sorsero quasi subito, i miei suoceri e le mie cognate non mi perdonarono mai le mie umili origini, io ero la parente povera e orfana per giunta, l’intrusa che non sarebbe mai stata all’altezza del loro rango e del loro figlio unico maschio mandato a studiare nelle migliori scuole della capitale, mentre io avevo appena la licenza media.

Fui subito trattata come un’estranea, anche l’”angelo” che avevo sposato non era proprio un “angelo”, con il passare del tempo si rivelò la sua vera natura…era un gran parlatore (come mi incantavo a sentirlo), un filosofo mancato, ma un filosofo non aderente alla realtà della vita quotidiana, le parole non procuravano il cibo.

Così abbassai ancora il mio orgoglio ferito e chiesi del danaro in prestito ai miei suoceri per poter iniziare un’attività commerciale dove almeno Giulio avrebbe “dovuto” lavorare insieme a me, ma quel tipo di commercio durò poco, non c’era guadagno, facevamo la fame, ripensandoci ora, mi chiedo come ho fatto a non rendermi conto di nulla, come ho fatto a non vedere più lontano del mio naso, non ero io ad amministrare il denaro di casa e soprattutto quello era un piccolo negozio di ferramento che avevamo.

Ben presto fui costretta a chiudere per i debiti.

Perché non mi sono rivolta a te? Ti starai chiedendo, ma in quel momento dovevo risolvere i miei gravi problemi finanziari e familiari, perché intanto che le cose non marciavano bene finanziariamente, sentimentalmente era una frana.

Il mio bel ragazzo si era rivelato quello che era nella realtà un “filosofo mancato” che sapeva solo parlare ma non era capace di risolvere nemmeno il più piccolo problema…ma io lo amavo ancora molto e mentre riuscivo ad analizzare la situazione e a rendermi conto che qualcosa non andava appesa si allontanava da me…dimenticavo tutto quando mi prendeva tra le braccia e mi trasportava in quel mondo meraviglioso che è l’amore, mi ripagava di tutte le mie notti insonni, delle mie angosce.

Ma intanto i suoi parenti mi tormentavano dando a me la colpa dei nostri fallimenti economici, sottolineandolo sempre di più.

Cara Marisa avrei voluto vederti in quei giorni bui, avrei voluto piangere sulla tua spalla, ti avrei angosciato con i miei problemi, ma so già che tu sempre così realista mi avresti saputo consolare e avresti avuto una parola per me, ma non so perché non l’ho fatto, forse per non sentirmi dire da te, che pure eri la mia migliore amica “te lo avevo detto”, anche se probabilmente tu nemmeno lo avresti pensato, però le cose non tornano indietro e così mi sono portata il fardello da sola, veramente pesante, credimi.

Mia cara amica dell’infanzia non ti ricordi quando ci siamo viste l’ultima volta, quando da questa storia così tormentata  è nato il mio bambino, così somigliante a Giulio, così bello coi riccioli neri da sembrare un “angelo” e tu lo hai preso tra le braccia congratulandoti con me, per il mio capolavoro, ma poi con il tuo occhio vigile mi hai guardata e ti sei venuta a sedere accanto a me e mi hai chiesto se tutto andava bene, se avevo problemi, io sorrisi solo, ma tu con la tua sensibilità avevi già capito che c’èra qualcosa che non andava, io non potevo parlare, prigioniera della mia storia.

Cara Marisa, ricordo tutto come se fosse oggi, da allora non ti ho più rivista, tu sei partita quel giorno stesso, avrei voluto fermarti, gridarti di aiutarmi, di portarmi con te, ma rimasi zitta e strinsi il mio fagottello che piangeva.

Sai non sono triste mentre ti sto raccontando questa mia storia, anzi riesco a riviverla con molta tranquillità, forse perché ora, ne sono uscita fuori.

Solo una cosa ancora mi stupisce, come in questi anni vissuti assieme a Giulio, ai suoi scatti improvvisi d’ira, ai suoi cambiamenti d’umore così repentini io non mi sia resa conto del suo stato. Davo la colpa ai suoi amici, davo la colpa ai suoi genitori così ottusi, davo la colpa alle sorelle così snob e sgarbate, senza rendermi conto di quanto lui fosse malato, e di come lo nascondeva così bene.

Io non riuscivo a capire come mai lui che diceva di amarmi tanto circondandomi di tenerezze, improvvisamente divenisse così violento con me, oppure mi cacciava via rifiutandomi completamente, cacciandomi via da quella che era casa sua e questo perché a suo dire Giulio non era mai stato felice, non lo avevo né amato né capito, questo suo vagheggiare divenne sempre più incisivo ogni giorno che passava.

Cara Marisa, se anche avessi avuto il coraggio di chiederti aiuto, tu cosa avresti potuto fare? Io lo amavo anche quando mi scacciava e mi lasciava a dormire sulle scale tra l’indifferenza dei suoi ciechi e sordi ai suoi scoppi d’ira.

Quello che più mi faceva soffrire era mio figlio, che cresceva adorato da loro forse perché somigliava sempre di più a Giulio ed ogni giorno, sempre di più me lo portavano via, mangiava da loro per la mia poca disponibilità finanziaria, lo viziavano come io non potevo fare, lo allontanavano da me con mille scuse, non avevo più voce in capitolo per la sua educazione, lui non mi ubbidiva più, anzi nei miei confronti era villano, saccente e maleducato.

Ed io giorno per giorno perdevo forza di volontà, perdevo la voglia di vivere, non mangiavo più, ma nemmeno piangevo, ormai mi sentivo solo un automa, l’unica cosa che mi teneva lì era che non avevo un posto dove andare, non avevo denaro, non avevo una persona a cui rivolgermi.

Si lo so cosa stai pensando, avevo te, è vero, so che tu mi avresti aiutato, ma eri così lontana ed io così disperata ed apatica che non mi sei nemmeno venuta in mente, trascinavo così ormai senza forze la mia inutile vita.

Ogni tanto il Giulio che avevo amato riaffiorava in lui, ed io vivevo ormai solo per quello, finché non scoprii la sua “malattia” Marisa, che dolore! Che angoscia, quale impotenza! Può un animo umano immaginare una così grande sofferenza? Avrei voluto che fosse una donna il mio nemico, avrei potuto combatterla, avrei affiliato le unghie, avrei riscoperto me stessa e forse lo avrei di nuovo conquistato…ma cosa potevo io contro un nemico così grande come la “droga”? come potevo io combatterla? Io che quasi non ne conoscevo l’esistenza? Io che non ne conoscevo le conseguenze e il mondo particolare di chi lo viveva?

Ora si che capivo i suoi sguardi perduti, chissà dov’era, ora capisco la sua debolezza fisica, ora si che riuscivo a vedere più lontano e accorgermi dei suoi improvvisi sbalzi di umore, le sue fughe da me e finalmente riuscivo ad analizzare la mia mancanza di denaro, ora sapevo che fine faceva tutto il guadagno del mio piccolo negozio di ferramenta chiuso per debiti!

Cara Marisa, sono colpevole di questo, sono colpevole perché non me ne sono accorta prima, sono colpevole perché invece di leccarmi le ferite avrei dovuto essere più sveglia e vedere ciò che mi stava succedendo.

Rivedo tutto come se fosse ieri, la mia accusa davanti a quella polvere bianca, ben nascosta in bagno insieme alle siringhe, il suo ridicolo diniego, le sue lacrime di pentimento su quel bel viso d’angelo, il suo giurarmi che ormai ne era fuori ed io stupida a credergli.

Dopo la mia scoperta le cose tra noi precipitarono ancora di più, io non ero in grado di affrontare questa nuova realtà, non ero capace di aiutarlo, anche se per un po’ ritrovammo l’antica fiamma che ci aveva uniti, questo perché in quel periodo parlammo molto, ragionavamo assieme di come affrontare il problema, di come risollevarsi economicamente di come uscirne fuori assieme.

Ma invece di uscirne fuori assieme, fu io ad entrarvi, per provare che cosa mai aveva potuto trovarci lui di così interessante, per un po’ precipitai anch’io in quel tunnel nero che si chiama “droga”, io però non facevo parte di quel mondo, riuscii a rimanerne fuori abbastanza da rendermi conto che così non avrei aiutato lui né me, né tantomeno nostro figlio.

Così divenni dura, decisa a farlo smettere, decisa a ricominciare, ma più io diventavo dura, più i suoi mi circondavano di solitudine e di incomprensione.

È per questo, sai Marisa che mi decisi a parlare con mia suocera, volevo finalmente infrangere quel muro di ghiaccio che c’èra tra noi, volevo farla partecipe di ciò che stava succedendo al suo prezioso figlio, non volevo essere più sola in questa battaglia che stavo combattendo, pensavo che il nostro amore e le nostre forze unite avrebbero sconfitto quel nemico subdolo… la droga.

Così invitai mia suocera a casa mia e senza mezzi termini né indorature di pillole, la misi al corrente della situazione. Oh Marisa dovevi vederla, finalmente in quegli occhi di ghiaccio qualche cosa si era sciolto, iniziò a piangere e per la prima volta si rivolse a me come ad un essere umano, mi guardò con occhi diversi, mi strinse a sé, finalmente non più nemiche “povera piccola” mi disse “quanto devi aver sofferto”.

Ecco ora tu penserai che tutto da allora si sia risolto, ebbene posso dirti con gran rammarico che quello fu l’inizio della fine per me. Che paradosso è mai questo!

Come lui seppe la cosa, non mi volle più vedere, fui scacciata di casa, come era già successo altre volte, ma questa volta mi dicevo, avevo un’alleata, lei mi accoglierà e mi aiuterà! Che illusa, le persone non cambiano! Come l’ho imparato bene! Se prima ero una nemica, ora addirittura mi odiava, sicuramente perché conoscevo il segreto del suo bambino, o Marisa, mi scacciò anche lei come se fossi stato un cane randagio con le pulci, prima accettato e poi abbandonato di nuovo.

Io non so quale molla psicologica si mosse in lei ma il suo rifiuto fu ancora più duro di prima.

Si allearono tutti per potermi scacciare, si rivolsero ad un avvocato per chiedere la separazione; io ero come inebetita, firmavo carte senza rendermi conto di nulla, mi portarono via mio figlio, mi mandarono via di casa, dopo 10 anni di matrimonio, mi ritrovavo a chiedere ospitalità a mia sorella, anche lei separata e a dividere una piccolissima stanza con mia nipote.

La mia bella casa, così grande con quei bei mobili, quelle belle tende, comprate con tanto amore, niente, tutti i miei sacrifici fatti per avere un’attività che ci permettesse di vivere decentemente, niente, non avevo più niente, come tu sai, nell’imbarcarmi in questa avventura del mio matrimonio avevo venduto anche il piccolo appartamento dove vivevo da nubile, ed ora cosa mi ritrovavo?

Esistono le persone cattive Marisa? Ora io credo proprio di sì, l’ho scoperto sulla mia pelle.

Ti starai chiedendo come feci poi a sopravvivere, si sopravvivere è la parola giusta quello che meglio interpreta come ho vissuto dopo di allora.

Sono vissuta con la carità e con l’ospitalità di mia sorella, costantemente rinfacciata, sono vissuta curando gli anziani nelle cliniche, sono vissuta nella speranza mai morta di riavere mio figlio e in fondo in fondo di riavere anche Giulio che continuavo ad amare nonostante tutto.

A volte mi viene da pensare che alcune donne, almeno quelle come me, che sono state tanto tartassate dai loro mariti, abbiano in fondo bisogno di trovare sempre la stessa situazione, di incontrare sempre uomini del genere, come se noi donne decidessimo di essere solo vittime, quasi come un senso di masochismo, ti dico questo non perché lo penso ma perché i fatti poi mi hanno dato ragione.

Infatti, poi la storia non è finita qui! Dopo qualche tempo, Giulio mi ricerca, non per un ritorno di fiamma, come mi confermò poi, ma perché insieme potevamo ancora continuare l’attività svolta finalmente si era reso conto che senza lavoro non si poteva vivere.

I nostri rapporti nei primi tempi di collaborazione lavorativa erano molto freddi, parlavamo solo di lavoro, ma poi man mano che il tempo passava l’antica confidenza fece capolino.

Avevo dimenticato che gran filosofo e parlatore che era! Ancora riusciva ad incantarmi. Ancora riuscii a legarmi a sé. Non mi vedeva più come ad una donna da amare, ma come una collega d’affari a cui poteva anche confidare le sue conquiste femminili, ed io lo stavo ad ascoltare per paura di perdere anche quel sottilissimo filo che si era di nuovo instaurato tra noi.

Ma poi volli provare a scacciarlo dalla mia mente e dal mio cuore, iniziai a guardare altri uomini in fondo ero ancora una bella donna, questo mio nuovo civettare ingelosì Giulio in maniera spaventosa.

Non so quale molla fosse scattata in lui, se era colpa della droga, che io sapevo ancora prendeva, oppure se fosse ancora un barlume di antico sentimento nei miei confronti, ma da allora iniziò a tormentarmi con scene violente di gelosie, con insulti immotivati, con successive lacrime di pentimento.

Quando finalmente io credevo che tutto non fosse poi perduto e tentavo di tornare con lui, nella nostra casa, mi trovai davanti ad un muro altissimo, tanto alto da non riuscire mai a vedere quanto.

Come provavo a riavvicinarmi, lui mi allontanava, quando non speravo più, lui si avvicinava ed io tornavo a sperare per poi ricadere nella disperazione, gioco crudele.

Cara Marisa, ora sai in che stato confusionale mi ritrovai in breve tempo, forse se fossi riuscita a piangere…ma c’era il vuoto nel mio animo!

Cara Marisa, il resto me lo hanno raccontato, io non ricordo quasi nulla, è come se un velo nero mi fosse caduto sugli occhi, non so perché, né per come feci il gesto disperato di suicidarmi, mi sembra quasi impossibile ora, quasi impossibile aver pensato di non combattere più, di non impormi più alla vita, ma sembra che davvero io abbia ingerito una massiccia dose di pillole per dormire, sembra davvero che io che sono astemia abbia potuto bere quasi una bottiglia di “martini”; ma così deve essere stato, perché la prima cosa che ricordo, dopo il buio dove ero sprofondata, fu la stanza bianca di un ospedale e il viso di una suora accanto a me che sorrideva.

Tu lo sai in non sono una grande credente, ma in quel momento mi sembrò un buon segno.

Cara Marisa, si era un buon segno, in quella stanza ho ritrovato il sorriso e l’amore per la vita.

Ecco ora sono giunta al finale della mia storia, sono seduta in giardino attorniata da freschi alberi e da colorate aiuole, ti scrivo mentre sorrido perché verso di me sta venendo Francesco, ma chi è questo Francesco, ti starai chiedendo…ma si è l’uomo che mi ha salvato la vita, è il medico che dopo il mio gesto inconsulto si è preso cura di me, non solo fisicamente ma anche moralmente, ha curato le mie ferite interne e mi ha insegnato ad amare di nuovo la vita, mi ha insegnato ad amare lui.

È più grande di me di 15 anni, ma che importa, non è bello come Giulio, il suo animo è giovane e mi circonda di tutto quell’amore di cui avevo un disperato bisogno.

La mia storia finisce qui e qui ricomincia la mia vita. Dio esiste! Ho tagliato i ponti con il passato, anche con mio figlio per ora, forse un giorno…

Cara Marisa in questa bella casa circondata di verde sto riacquistando la fiducia in me che avevo perso, ed ora ti chiedo di venirmi a trovare, ho voglia di vederti, di stringerti le mani, di rivedere il tuo sorriso, che ora mi accorgo mi è tanto mancato.

Vieni ti prego, vieni a dividere con me la mia fede rinnovata

La tua cara amica Anna.

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