LA MERENDA
“Marietto!! Mariettoooooo!!! Rispondi!!”. Inizialmente il bambino non risponde a quella voce che lo chiama insistentemente, decisa ma affettuosa. E’ tanto preso dal gioco che sembra non sentirla, finchè i morsi della fame non si fanno sentire, sempre più insistenti ed imperiosi, e certamente più convincenti dei richiami della nonna.
Finalmente Marietto si decide a scendere dall’albero, dove ha passato ore appollaiato a scrutare l’azzurro del cielo più lontano, alla ricerca della sagoma di qualche aereo nemico da abbattere usando a mo’ di proiettili le olive ben gonfie e lucide che stacca dai rami più vicini. Accompagna i lanci con suoni della bocca, ad imitazione del rombo di quei quadrimotori che, sempre più spesso, sente volare sopra e intorno alla sua casa, e da cui lui e i suoi devono fuggire senza avere il tempo di pensare se se la caveranno o se al loro ritorno la troveranno ancora in piedi. Nel suo gioco, lo stormire delle foglie e il frullo delle ali dei passeri diventano suoni minacciosi e preannunciano l’imminente attacco degli aerei nemici e la pioggia di proiettili e bombe che essi lasciano cadere su quella terra fertile e rigogliosa come velenosi e mortali grappoli.
L’ulivo dove Marietto ha trascorso le ultime ore è, tra i dieci o dodici che compongono il piccolo uliveto degli Isaia, il suo preferito: egli infatti può salirvi senza grande sforzo, poiché il grosso tronco, modellato dallo sferzare del vento, si piega e quasi si contorce, come se volesse offrire al bambino una sorta di scala naturale. Si trova dietro alla casa, sul fianco di una collinetta che sale leggermente verso il paese, ed è in una posizione perfetta per il suo patriottico compito, poiché è lievemente sopraelevato rispetto agli altri ed, essendo il più vecchio, ha rami più lunghi ed alti, che si protendono verso il cielo come nodose, vigorose e sicure braccia. Da lì il bambino ha la visuale migliore per svolgere il suo lavoro di difensore antiaereo della fattoria di famiglia ed allo stesso tempo ha a disposizione munizioni sempre pronte all’uso, soprattutto ora che si avvicina il tempo della raccolta.
Se lo vedesse nonna Ida, che fa tanti sforzi per coltivare e curare quei pochi olivi che ancora non sono stati distrutti dalle bombe o rovinati dalle malattie… Appena saranno pronte le olive del loro piccolo terreno la donna, anziana ma ancora piena di energie, oltre che degli acciacchi, indesiderato dono dell’età, intende ricavarne più olio possibile, sia per accompagnare il poco cibo che ancora riesce a procurare ai suoi, come pane, fagioli e pomodori, sia per venderne un po’ così da racimolare qualche soldo e cercare di sostenere la famiglia.
Per di più ora è costretta ad andare a spremere le olive al frantoio di Mastro Giovanni di nascosto, di notte, per evitare che più della metà dell’olio prodotto venga requisito per lo sforzo bellico, così come è stato stabilito dalle leggi più recenti. Se la vedono i carabinieri o qualcuno le fa una spiata sono guai e Nonna Ida, che è sempre stata una buona cristiana ed ha sempre rispettato la legge, ora si sente a disagio ad infrangerla ed ha paura… L’unica consolazione per lei è che almeno non ha mai fatto niente contro la legge di Dio e spera che per questo le verrà perdonata qualche infrazione fatta contro la legge degli uomini, tanto più che vi è costretta dal bisogno, dalla necessità, quella stessa necessità che la accomuna ai carabinieri e alle guardie che devono mantenere l’ordine nel paese. Anche loro sono brave persone e lei li conosce tutti da anni, uno per uno. Sono padri di famiglia e ragazzi dalle facce pulite, anche se sempre meno colorite, dato che soffrono la fame e i sacrifici della guerra pure loro. Sulla faccenda dell’olio forse chiuderebbero pure un occhio ma la legge è legge, che possono farci? In quei giorni contravvenire agli ordini significa la fucilazione e la rovina per la propria famiglia.
Ad esempio il Maresciallo Peluso deve mantenere sua moglie e quattro figli, con quel piccolino poi, Luciano, che soffre di mal caduto e dà tanta preoccupazione alla madre. L’appuntato Russo è sposato da poco e ancora non ha figli ma al suo paese, a 50 km da lì, ha il padre anziano che, da quando è caduto da un ponteggio fratturandosi malamente una gamba, non può più lavorare; così tutta la famiglia conta sul suo stipendio, compresa la sorella Anna Maria, che prima della guerra voleva sposarsi in fretta con il fidanzato Vito, ma non ha fatto in tempo. Lui è stato mandato in Russia e non se ne sa più niente e lei sta crescendo con l’aiuto del fratello il bambino che nel frattempo le è nato, con grande imbarazzo della sua famiglia.
Insomma la gente che fatica a portare il pane a tavola è tanta e non c’è più differenza tra la maestra e il contadino, il carabiniere e l’impiegato, perché il cibo ormai scarseggia ovunque, perfino in campagna. Tutti sperano che la guerra finisca presto, tanto più che gli Americani sono sbarcati a Salerno e Mussolini è caduto, ma i combattimenti sono sempre più duri. I Tedeschi, prima amici e alleati degli Italiani, ora sono i loro peggiori nemici e li trattano come traditori, con disprezzo e crudeltà: i soldati italiani che non hanno intenzione di continuare a combattere al loro fianco, devono gettare via le divise e fuggire, o vengono catturati e fucilati. Anche gli Americani però sono diversi da come la gente li credeva, sono diversi da come erano abituati a vederli nei film dove i cowboys, come John Wayne o Tom Mix, salvavano i buoni e punivano i cattivi. Anche se ora sono i nostri Alleati, continuano a bombardare le città e i paesi perchè devono scacciare i Tedeschi e combattono per strappare loro il terreno pezzo per pezzo. A volte succedono cose che la gente fatica a capire, che ancora non si sanno neanche. Si vocifera che in Sicilia tanti soldati italiani siano stati uccisi proprio dagli Americani, su ordine del generale Clarke che, con tutte le perdite avute dal suo esercito, non ha voglia di perdere tempo a fare prigionieri.
In questo momento della storia umana la vita in realtà non ha più nessun valore, sentimenti come la solidarietà e la compassione sono svaniti di fronte all’orrore, vengono posti uno contro l’altro amico ad amico, fratello e fratello. L’Italia è divisa e dilaniata da opposte fazioni, ed ogni casa piange un morto o teme per la sorte di un figlio, un fratello, un padre.
Anche Ida ha le sue preoccupazioni, dato che di tutti i suoi figli a casa non c’è più nessuno, sono stati mandati tutti a combattere. Giuseppe, il maggiore dei figli maschi, è partito per la Russia ma non è più tornato, come tanti giovani e meno giovani, e nonna Ida ogni sera accende un lume fuori della porta della sua casa perchè arrivando da lontano egli possa distinguerla. In realtà il lume acceso serve più a lei che a lui, nutre quella speranza che il cuore di una madre non vuole perdere, significa che non si è ancora arresa.
Pietro, il secondo, è stato spedito a combattere in Albania a 23 anni, ma è stato catturato ed ora è prigioniero in India, da dove le arrivano poche cartoline in cui lui cerca di rassicurarla sul proprio stato di salute.
Vittorio, il più giovane, è invece marinaio sul cacciatorpediniere “Stella polare”. Che poi che ci fa un contadino su una nave? Lui il mare lo aveva visto per la prima volta a 12 anni a Capo Palinuro, in gita con don Gerlando e gli altri ragazzini dell’oratorio, e non la smetteva più di correre su e giù sulla sabbia morbida e calda ed era entrato e uscito dalla fresca acqua del mare una decina di volte, dopo aver ripiegato l’orlo dei pantaloni buoni per non bagnarli. Il mare lo aveva colpito tanto che, quando diversi anni dopo era comparso Raffaele, un loro lontano parente proprietario di una piccola trattoria e di un lido proprio a Capo Palinuro, per chiedergli una mano per l’estate, per servire ai tavoli e portare le sdraio alle signore, Vittorio aveva accettato con entusiasmo. Inoltre, con una paura matta dell’acqua alta, a 17 anni aveva imparato a nuotare, con compare Raffaele che da riva lo teneva assicurato con una corda annodata intorno alla vita. Ma sulla nave dove si trova ora non c’è Compare Raffaele con la sua corda a tenerlo al sicuro, ed una brutta notte dell’inverno successivo due siluri tedeschi la colpiranno. La “Stella Polare” si spegnerà affondando nelle nere acque del Mediterraneo, proprio mentre nella sua cuccetta, durante il turno di riposo, il giovane sognerà felice della gita a capo Palinuro, della trattoria di Raffaele sul mare, e delle signore con il cappello di paglia a tesa larga profumate alla violetta di Parma, che gli tendono la mancia con le mani coperte dai guanti di filo bianco.
Dunque in casa di nonna Ida sono rimasti soltanto la figlia Rosa ed i figli di lei, Marietto e Palmina; Rosa la aiuta nei lavori in campagna mentre aspetta il ritorno del marito Angelo, impegnato a difendere la Patria in un reparto di sminatori, almeno fino a qualche tempo prima, ma che dopo l’8 settembre non ha più dato notizie di sé. Un compaesano ha raccontato che, insieme ad altri commilitoni, Angelo ha gettato via la divisa per non dover combattere al fianco dei Tedeschi, che non ha mai sopportato, e si è unito alla Resistenza.
In quel caldo pomeriggio di inizio Ottobre, in attesa che ricominci la scuola, sempre più difficile da frequentare non solo per i bombardamenti ma anche perchè le aule vengono spesso requisite per alloggiare i soldati o gli sfollati, Marietto ha appena litigato con la sorella. Palmina, avendo tre anni più di lui, si sente già una signorina e si annoia a giocare alla guerra e a guardie e ladri. Certamente lei preferirebbe passare il pomeriggio a chiacchierare con la sua amica Teresa, magari sognando ad occhi aperti su due ragazzetti poco più grande, che – così a loro sembra – hanno sorriso nella loro direzione all’uscita da Messa la domenica precedente. Oppure potrebbero spettegolare su qualche ragazza del paese più grande di loro, come Gina, che si è sposata all’inizio della guerra in fretta e furia, destando tanto scandalo e tante chiacchiere da tenere occupate le comari per molto tempo, finchè le loro maligne illazioni sono state deluse quando la malcapitata ha partorito un roseo e paffuto bambino ben quattordici mesi dopo. Ma Teresa ora ha ben altro da fare, perchè deve prendersi cura della madre, che si è ammalata di nervi quando ha saputo che anche suo marito è disperso in Russia, e dei tre fratellini più piccoli, che nel frattempo hanno bisogno di essere sfamati, oltre che lavati e vestiti.
Dunque in quei giorni a Palmina non rimane che aiutare la madre, il che significa anche rammendare i pantaloni corti che il fratello, nelle sue quotidiane scorribande in campagna, regolarmente strappa arrampicandosi sugli alberi oppure cercando di scavalcare il filo spinato steso intorno al ponte di Rio Freddo.
Perciò Marietto ha trascorso gran parte del pomeriggio giocando da solo in mezzo agli ulivi, dimenticandosi per un po’ perfino della fame che i pasti, sempre meno abbondanti nonostante gli sforzi della nonna, giorno dopo giorno faticano a soddisfare.
Quando però la voce della nonna che lo chiama per la consueta, frugale ma sempre più preziosa merenda, riesce a giungere fino a lui, il bambino si decide finalmente ad interrompere il suo gioco e a tornare alla realtà, scendendo dall’ulivo. Entrando di corsa a piedi scalzi nella cucina fresca e leggermente in penombra, Marietto prova un lieve, piacevolissimo brivido, non tanto per la differenza di temperatura tra l’interno della casa e l’esterno, ancora inondato di caldo sole, ma perché avverte immediatamente il profumo del cibo che lo attende.
Pronta sulla tavola in un piatto di bianca ceramica, sbeccato su un lato, la merenda che la nonna gli ha preparato è quanto di più gradito si possa trovare in quei giorni: il pane cotto nel forno di casa e preparato con la poca farina rimasta con sopra un filo di olio, il loro olio, rimasto in quantità appena sufficiente per un mesetto, in attesa della tanto sospirata spremitura delle olive nuove.
Il fragrante liquido lucente, dai riflessi verdi e dorati, che scorre denso e morbido dal beccuccio di metallo fin sul pane, dapprima forma come un rivolo, che Marietto con la fantasia dei suoi nove anni paragona al ruscello che scorre vicino casa loro, poi viene assorbito dal pane fino a scomparire, così come quel ruscello sparisce nelle calde giornate di agosto, in cui il sole picchia duro sulla testa, tanto da togliere il respiro. Il pane ammorbidito e cosparso dall’alone dorato ancora conserva nel suo tessuto spugnoso qualche goccia del fragrante e prezioso liquido, e ricorda a Marietto il letto del ruscello momentaneamente scomparso, costellato qua e là da piccole pozze in cui rimane ancora un po’ d’acqua.
Il bambino comincia a mordere avidamente il pane che libera il suo sapore, salato e dolce insieme, ma non lo mastica velocemente, bensì lo assapora lentamente, quasi voluttuosamente, al contrario di ciò che di solito si fa quando si ha fame e si mangia qualcosa di buono. La lentezza è originata non solo dalla necessità di far durare più a lungo il prezioso cibo, ma anche dal desiderio di prolungare quanto più possibile la gioia ed il piacere che ne derivano.
Pensare che solo pochi anni prima, quando ancora la guerra sembrava un evento improbabile o tutt’al più una bella avventura, pane e olio gli erano sembrati una ben misera cosa rispetto alle prelibatezze che aveva assaggiato alla festa di compleanno di un suo compagno di scuola, Carlo Ferrari. Costui era il figlio del nuovo direttore della Scuola Elementare del suo paese, che appena arrivato non conosceva nessuno ed essendo il figlio del direttore veniva guardato un po’ con scherno e al tempo stesso con invidia dagli altri bambini della sua classe. In molti si aspettavano che, data la sua posizione, qualsiasi cosa egli avesse fatto a scuola avrebbe sempre ricevuto i voti più alti e sarebbe stato citato sempre come esempio per tutti. In effetti agli inizi Carlo venne lodato e coccolato da tutto il corpo insegnante e di conseguenza fu isolato da buona parte dei cuoi compagni. Per porre rimedio a questo stato di cose il papà e la mamma, anch’essa maestra, avevano pensato di organizzare una festa, in occasione del compleanno del figlio, a cui invitare praticamente tutti i bambini che frequentavano la sua stessa scuola, in modo che si conoscessero meglio.
Era stato invitato anche Marietto e per lui fu un evento memorabile che non avrebbe dimenticato per molto tempo, anche per alcune conseguenze che ne derivarono. Gli fu fatto il bagno, fu vestito con il completo buono e la camicia inamidata e stirata in modo molto accurato, infine fu pettinato facendo un uso abbondante della brillantina Linetti, nel vano tentativo di ridurre alla ragione i suoi riccioli ribelli. Tutti questi preparativi gli diedero la sensazione che di lì a mezz’ora avrebbe dovuto incontrare non un suo compagno di scuola ma il Duce in persona. Marietto, appena entrato nel giardino della villetta in cui abitava il direttore Ferrari, era rimasto senza parole di fronte alla magnificenza del rinfresco. Il cibo era stato disposto su piatti e vassoi di porcellana fine bordata d’oro, su un lungo tavolo, posto in un angolo del giardino sotto ad un grande albero di magnolia e ricoperto da una tovaglia bianca di lino fine, ricamata con leggeri disegni floreali.
Anche se in quel periodo la famiglia Isaia non soffriva di nessuna privazione, era una famiglia di estrazione contadina e per le loro feste il cibo era semplice: pasta fatta in casa, condita con il pomodoro fresco del loro orto, arrosto di oca e maiale del loro cortile, ciambellone e crostata fatti anch’essi in casa dalla mamma o dalla nonna. Alla loro tavola non si trovavano certo nè raffinata pasticceria da tè, né bignè ripieni, squaglio di cioccolata in tazza o delicate torte di millefoglie alla crema. Pertanto quel pomeriggio era stato per lui occasione di grande gioia e sofferenza insieme, la prima per il piacere di assaggiare delizie inconsuete, la seconda per l’invidia e la mortificazione e la consapevolezza di non poterle trovare in futuro sulla propria tavola.
Nei giorni successivi il bambino iniziò a rifiutare la merenda preparata dalla mamma o dalla nonna, che invece era solito divorare di gusto, come una buona fetta di ciambellone preparato con le uova delle loro galline o pane, olio e pomodoro. Anzi una volta era arrivato ad una sorta di piccola rivolta, urlando in faccia alla nonna che simile robaccia non era da signori e che lui voleva diventare come Carlo e mangiare tutti i giorni come lui. Ovviamente la risposta non si era fatta aspettare ed il piccolo capriccioso rivoluzionario aveva pagato amaramente la sua ribellione, buscando prima vari colpi di battipanni sul fondoschiena dalla nonna, poi un paio di sonori ceffoni dalla mamma, a cui la nonna aveva raccontato tutto. Infine, a sugellare il tutto, al suo rientro dal lavoro, il padre aveva emesso la sua condanna ad espiare l’offesa recata a tutti loro saltando la merenda del pomeriggio ed il dolce della domenica per un mese intero, altresì limitando i suoi pasti a pane e pomodoro per lo stesso lasso di tempo.
La punizione subita era stata una umiliazione troppo grande, non solo per il suo orgoglio ma anche per la sua robusta fame di bambino che cresceva, perciò Marietto aveva ritenuto opportuno non proferire più discorsi di quel tipo in presenza dei suoi familiari. Allo scoppio della guerra Carlo Ferrari era stato mandato dal padre insieme alla madre da certi parenti più a nord, poiché il paese era troppo vicino al porto di Salerno, ritenuto un obiettivo militare pericoloso, ed il dilemma “merenda elegante” o “merenda contadina” non si era più posto.
Ora, trascorsi solo pochi anni, ciò che tanto aveva disprezzato, in un ingenuo e momentaneo capriccio, è diventato oro per lui. In questo assolato pomeriggio di ottobre, nella penombra della cucina con il pavimento in pietra della casa dove sono nati lui e sua sorella, sua madre ed i suoi fratelli prima di lui, e nonna Ida prima di loro, a Marietto viene da ripensare proprio a Carlo. Ha sentito dire dai grandi che chi si trova più a nord, soprattutto nelle grandi città, non se la passa meglio di loro, che per comprare un litro d’olio molti sono costretti a vendere addirittura un’enciclopedia o dodici lenzuola di lino ricamate. Possibile che il succo di quelle olive, che lui si diverte a lanciare nell’aria contro il nemico o a mangiare di nascosto quando le trova nei barattoli, conservate in salamoia, sia così pregiato? Possibile che davvero sia diventato oro, come il tesoro dei pirati di quel libro, che gli aveva prestato Carlo Ferrari prima di partire per sempre dal paese? Certamente in questo momento per lui lo è.
Vennero l’inverno, la primavera, l’estate e di nuovo l’autunno, e dopo un altro inverno e un’altra primavera, che videro ancora tante morti, violenze e dolore, che sembravano infiniti e che invece finalmente cessarono. Ancora tante stagioni si ripeterono e ora a Marietto capita di ripensare a quel pomeriggio e a quella merenda. Ma ora nessuno lo chiama più così: per tutti è Mario Russo, ragioniere della ditta di materiale elettrico Baldini & figli, con sede a Lodi. Qui si è trasferito subito dopo la guerra con quello che rimaneva della sua famiglia, chiamati da un parente che emigrato lì anni prima li aveva aiutati a trovare una casa ed un lavoro.
E’ tornato al paese con la moglie e le figlie Ida e Vittoria per sistemare una certa faccenda con il Comune, e decide di fare una visita alla vecchia casa, dove ormai non abita più nessuno e che deve essere demolita. La porta, consumata e tarlata in più punti, si apre con una sola, piccola spinta. Non c’è il catenaccio perché dentro non c’è più niente di valore. Non c’è più neanche il tetto, da quando una notte una bomba sganciata da una fortezza volante americana l’ha colpita. La bomba non aveva fatto crollare la casa ma aveva distrutto lo stesso quasi tutto quello che c’era dentro, lasciando intatto soltanto le mura perimetrali e la stalla. In cucina c’è ancora il tavolo con il ripiano in marmo, spaccato in mille pezzi e semicoperto da polvere e terriccio, frammenti di travi e tegole spezzate. Ovunque ragnatele, erbacce e i segni del passaggio di animali selvatici.
La penombra è la stessa di quel pomeriggio, anche se prodotta non più dal tetto, bensì dalle fronde di un altro e folto albero di fico cresciuto nel frattempo non si sa come all’interno della cucina. L’emozione che prova entrando è difficile da definire: invece dell’attesa gioiosa e dell’acquolina in bocca, al pensiero della merenda che lo attendeva, prova una stretta alla gola forte, soffocante, mentre i battiti del cuore si susseguono sempre più veloci, tanto da fargli male. Non immaginava che tornando lì avrebbe provato una sensazione simile. Non era più entrato lì dalla notte di quello stesso giorno, quando le sirene della contraerea, quella vera stavolta, avevano suonato disperatamente, per svegliare lui e la sua famiglia ed intimargli di fuggire a gambe levate per salvarsi dal peggiore bombardamento che avesse colpito il suo paese. Aveva fatto appena in tempo a mettersi in salvo con la madre e la sorella, e quando lei successivamente gli aveva detto che la casa era stata colpita e che era meglio andare a stare in un paese vicino, non si era posto il problema di sapere che danni avesse ricevuto, non aveva voluto vederla con i suoi occhi. Ma soprattutto non aveva chiesto notizie di nonna Ida, non aveva domandato dove fosse, né perchè non andasse con loro. Si accontentava di quanto gli aveva detto la mamma, che cioè presto la nonna li avrebbe raggiunti, ma che in quel momento ancora non poteva perché doveva sistemare prima le galline rimaste e raccogliere le cose che la bomba non aveva distrutto. Non si era fatto domande su ciò che realmente le era accaduto ed aveva evitato di sollevare dubbi anche con sé stesso, perché in cuor suo aveva capito che non l’avrebbe più rivista. Forse si sentiva anche in colpa, perchè mentre fuggiva sotto le bombe aggrappato alla mano della mamma era tanto impaurito che non si era girato a guardare dve fosse la nonna e se li stesse seguendo. E comunque sapeva che, per quanto la terra, gli ulivi e le galline fossero importanti per lei, perché frutto del lavoro di più generazioni e fonte di sussistenza per tutti loro, la nonna amava troppo i suoi nipoti e sua figlia per separarsi da loro. Ma per tutti quegli anni non chiese mai. Si rifiutò di sapere che nonna Ida aveva concluso la sua vita colpita al petto dalle schegge di una grondaia, affilate come lame, che la bomba aveva disintegrato, mentre fuggendo passava proprio vicino a quell’ulivo che a lui piaceva tanto.
Ritornare in quel luogo fa emergere improvvisamente le emozioni che egli ha tentato di tenere sommerse in una finta indifferenza per tanti anni: il dolore e lo sgomento per quella perdita così grave, che aveva impedito a sé stesso di provare, esplodono in un attimo insieme al ricordo del sapore del pane e olio che aveva gustato in quella cucina, seduto a quel tavolo. Ora in piedi in quella stessa cucina, davanti a quello stesso tavolo, ridotti in macerie, ha gli occhi talmente pieni di lacrime da non rendersi conto dell’espressione sorpresa, a metà tra l’imbarazzo e lo scherno, delle figlie. Quasi adolescenti, le ragazzine non comprendono perchè il padre si commuova così tanto per quel rudere, che verrà abbattuto a breve per costruire un tratto della nuova autostrada. Pensano che la loro visita al paese di *** abbia come unico scopo quello di firmare le carte per l’esproprio del terreno, atto che riveste per loro un certo interesse in quanto sperano che con il denaro del risarcimento il padre si decida a comprare il televisore a colori.
Invece per Mario l’avviso del Comune, inviatogli come unico erede, dato che i genitori erano morti da anni e la sorella venti anni prima si era stabilita in Canada con il marito, rinunciando ai suoi diritti, aveva avuto lo stesso effetto devastante della bomba che aveva distrutto la casa. Ma Ida e Vittoria non possono saperlo, solo la moglie intuisce ciò che egli prova in quel momento. Infatti Mario non ha mai raccontato granchè alle figlie né alla moglie della sua vita nella fattoria di nonna Ida, né ha mai spiegato loro come quel bombardamento avesse di fatto decretato la fine della sua infanzia.
Mario stringe gli occhi per spremerne le lacrime fino in fondo, poi li riapre e si guarda intorno. Quel poco del semplice mobilio della casa che il bombardamento aveva risparmiato era stato recuperato dai genitori, dopo che alla fine della guerra il padre aveva fatto ritorno sano e salvo. Le uniche cose ancora visibili in quella stanza, tra le mura stranamente rimaste in piedi, sono quel tavolo in frantumi ed un piccolo mobiletto basso, chiuso da uno sportellino e posto in un angolo, di cui egli non ricordava l’esistenza e che ora nota per caso. E’ spaccato a metà ma le due parti stranamente sono ancora tenute insieme da chissà cosa. Mario si avvicina con curiosità ed un po’ d’ansia, e lo apre con cautela, per evitare che una della metà gli cada sui piedi. Quello che trova all’interno ha del miracoloso: una bottiglia di olio ancora intatta, anche se sporca e tutta impolverata e con il contenuto ridotto ad una poltiglia verdastra depositata sul fondo. Sulla pancia della bottiglia vede un’etichetta ingiallita su cui – ora lo ricorda – aveva scritto lui stesso in bella calligrafia e sotto dettatura della mamma, “olive del 1942”. E’ strano come un vecchio oggetto polveroso, apparentemente insignificante, possa diventare invece tanto prezioso per qualcuno. Nel suo cuore Mario sente che questa è l’eredità di nonna Ida che lo ha atteso lì per tutti questi anni. Lui ha cercato di non sapere, non vedere per non soffrire ma nulla è stato cancellato. La sua vita di allora, la sua infanzia e le persone che l’hanno accompagnata non sono mai andate via ma lo hanno atteso lì, pronte a raccontare di nuovo sé stesse e la loro meravigliosa, semplice, struggente storia. A volte il trascorrere del tempo e la scomparsa dei suoi protagonisti ci inducono a pensare che questi forse non sono mai esistiti, perchè non c’è più nessuno che possa raccontare, che ci aiuti a non dimenticare. Ma a volte accadono dei piccoli miracoli: ritroviamo un oggetto di cui non ricordavamo neanche l’esistenza ed ecco che questo racconta la sua storia, rendendo di nuovo vivi fatti e persone, facendoli materializzare davanti a noi, più vivi che mai. Mario si rende conto che forse è giunto il momento di raccontare finalmente alle figlie ed alla moglie la sua storia: di Carlo Ferrari e del suo magnifico banchetto di compleanno, dei suoi capricci, del battipanni della nonna, delle merende negli assolati pomeriggi estivi, ma soprattutto dei giochi su quell’ulivo, il suo amico dalle lunghe braccia forti e nodose, da dove quando ancora era Marietto, l’eroico piccolo aviatore, egli scrutava il cielo e difendeva la sua famiglia a colpi di olive.
Ma prima sente che deve fare una cosa. Con la bottiglia d’olio tra le mani Mario esce dalla casa, gira sul retro e, attraversando il cortile, si avvia verso l’uliveto. La moglie, che anche se ne sa molto poco, comprende ciò che in quel momento lo sconvolge, gli stringe il braccio. L’uliveto è malridotto, perché ai danni del bombardamento si sono aggiunti l’incuria e l’abbandono di decenni: la maggior parte delle piante si sono seccate e sono sommerse dalle erbacce e dai rovi. Mario gira per un po’ lì in mezzo, in cerca di qualcosa, e all’improvviso si ferma sorridendo: anche se cresciuto malamente, tutto storto e circondato da erbacce di ogni tipo, ha ritrovato il suo ulivo, ancora vivo. Guardandolo da vicino nota che il fusto è stato ferito, tagliato e colpito in vari punti forse dai frammenti dei mattoni, tegole e grondaie della casa. Ora non può più fingere di non sapere che lì accanto nonna Ida ha visto per l’ultima volta il tremolare delle stelle, mescolate quella notte ai lampi delle bombe, malefiche Pleiadi vomitate dagli aerei da cui lui aveva invano cercato di difendere la sua casa in quell’ultimo pomeriggio di serenità. Pensa a cosa la nonna avrà pensato e visto nei suoi ultimi istanti, mentre cercava inutilmente scampo. Chissà se in mezzo al fumo e al polverone sarà riuscita a scorgere la più bella e splendente luna piena che ci fu in quei mesi, e chissà se questa avrà avuto compassione della povera donna, regalandole un ultimo benevolo sorriso oppure avrà continuato a risplendere lassù, lontana dagli uomini e dalle loro miserie, a tutto indifferente.
Marina Saladini
