Il Frutto

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

L’albero di cachi stava proprio in fondo agli orti. Per arrivarci bisognava attraversare le coltivazioni, passando su uno dei tanti minuscoli sentieri che suo padre e i suoi fratelli avevano tracciato.

La piccola Giuseppina amava quell’albero di cachi. Di tutte le piante che vivevano nel grande podere, quello era il suo preferito.  Alla fine di ottobre si riempiva di magnifici frutti di color arancio intenso. I rami delicati si piegavano sotto il loro peso, sembravano sfere colorate. Per tutto novembre il cachi assomigliava a un albero di Natale addobbato un po’ prima del tempo.

Quell’anno Giuseppina aveva chiesto a suo padre di potersi occupare lei della raccolta dei cachi, voleva che fosse il suo lavoro. Suo padre acconsentì, non avrebbe mai negato qualcosa alla piccola di casa.

Così quasi ogni giorno Giuseppina si recava con un piccolo cesto a raccogliere un po’ di frutti. Ma c’era un segreto dietro il suo desiderio, il rito della pozione arancione, così lo chiamava lei. Prima di raccogliere i frutti, Giuseppina se ne mangiava uno, tutto a modo suo.

Raccoglieva uno di quelli più maturi, come piaceva a lei, con la buccia che già cominciava a spaccarsi, lasciando intravedere un po’ di polpa succosa. Lo prendeva delicatamente tra le mani, cercando di non romperlo, poi cominciava a leccare la buccia sottile nel punto in cui era spaccata. La buccia era liscia e cedevole, e anche da fuori Giuseppina riusciva a sentire la morbidezza della polpa interna. Non c’era bisogno di un coltello per sbucciare il suo cachi, con la lingua pian piano finiva di aprire lo spacco della buccia, e la polpa dolcissima, molle e succulenta cominciava ad uscire da sola.

Giuseppina non riusciva a mangiarla così velocemente come la polpa usciva, per cui si ritrovava sempre con le mani e le labbra impiastricciate di quella morbida e dolce gelatina. Finiva allora di mangiare il frutto succhiandosi le dita e leccandosi le mani.  Il rito della pozione arancione era in realtà il piacere un po’ selvaggio di godersi il frutto tutto a modo suo.

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