Partenza

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Marinella Pucci.

Ciao, io vado.
Non posso più stare qui.
Lo sai le cose trascinate, poi, ci portano il conto.
Ho già un grosso debito da saldare.
Mi dico, mi rifarò in un altra vita.
Tu credi in un altra vita?
In attesa che qualche risposta arrivi, Io vado.
Non so dove, non so per quanto camminerò, in solitudine, finalmente sola con me.
Ad ascoltare quel dolore, a consolare quella tristezza che si è posata sul cuore, nascondendo le ferite ancora aperte.
Se ti fermi le vedi.
Non te ne vuoi occupare vero?
Eppure lo sai che prima o poi dovrai farlo.
Non serve andare, vieni stiamo qui, ora, abbracciati e lasciamo che il tempo ci porti al nostro destino.

Il Frutto

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Simona Gaudenzi.

L’albero di cachi stava proprio in fondo agli orti. Per arrivarci bisognava attraversare le coltivazioni, passando su uno dei tanti minuscoli sentieri che suo padre e i suoi fratelli avevano tracciato.

La piccola Giuseppina amava quell’albero di cachi. Di tutte le piante che vivevano nel grande podere, quello era il suo preferito.  Alla fine di ottobre si riempiva di magnifici frutti di color arancio intenso. I rami delicati si piegavano sotto il loro peso, sembravano sfere colorate. Per tutto novembre il cachi assomigliava a un albero di Natale addobbato un po’ prima del tempo.

Quell’anno Giuseppina aveva chiesto a suo padre di potersi occupare lei della raccolta dei cachi, voleva che fosse il suo lavoro. Suo padre acconsentì, non avrebbe mai negato qualcosa alla piccola di casa.

Così quasi ogni giorno Giuseppina si recava con un piccolo cesto a raccogliere un po’ di frutti. Ma c’era un segreto dietro il suo desiderio, il rito della pozione arancione, così lo chiamava lei. Prima di raccogliere i frutti, Giuseppina se ne mangiava uno, tutto a modo suo.

Raccoglieva uno di quelli più maturi, come piaceva a lei, con la buccia che già cominciava a spaccarsi, lasciando intravedere un po’ di polpa succosa. Lo prendeva delicatamente tra le mani, cercando di non romperlo, poi cominciava a leccare la buccia sottile nel punto in cui era spaccata. La buccia era liscia e cedevole, e anche da fuori Giuseppina riusciva a sentire la morbidezza della polpa interna. Non c’era bisogno di un coltello per sbucciare il suo cachi, con la lingua pian piano finiva di aprire lo spacco della buccia, e la polpa dolcissima, molle e succulenta cominciava ad uscire da sola.

Giuseppina non riusciva a mangiarla così velocemente come la polpa usciva, per cui si ritrovava sempre con le mani e le labbra impiastricciate di quella morbida e dolce gelatina. Finiva allora di mangiare il frutto succhiandosi le dita e leccandosi le mani.  Il rito della pozione arancione era in realtà il piacere un po’ selvaggio di godersi il frutto tutto a modo suo.

Amata Terra

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Sabina Piras.

(La Sardegna) Terra ferita, terra amata
terra che mi hai stretta e cullata
visitata e ammirata dagli stranieri
occupata da ricchi e banchieri
mai avrei pensato di abbandonarti
ho preferito di più sacrificarmi
accontentandomi di piccoli lavori
svolti con fatica e poco retribuiti e sfruttati…
Terra ricca di vita e di emozioni
terra avara di lavoro e soluzioni
invidiata dalla sua stessa gente
che la denigra e poi se ne pente
violata col fuoco e con l’abusivismo
e intorno tanto menefreghismo
E quando è Lei a stancarsi
ci si sorprende a meravigliarsi
ci si chiede il motivo di tanto dolore
mentre la terra si tinge di uno strano colore
campi bruciati e alluvioni,
per poi scoprirci ‘piccoli uomini’
Terra ferita, terra amata…
un giorno sarai tu la predestinata
campi in fiore e campi da arare
fiumi e mari pescosi e pieni di vita
lavori per tutti e invidia bandita.
Un augurio a te che sei il mio futuro
cambia solo in meglio e… tieni duro

Ti Penso

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Sabina Piras.

Ti penso come l’ultimo 
desiderio di un condannato
ti voglio con l’ardore 
di un felino affamato,
sospinta dalla forza di un miraggio
scappo dall’illusione di averti amato.
Non ho potuto assopire 
le mille emozioni contrastanti
ma con l’animo ferito 
sono andata avanti
convinta che quei giorni 
ormai lontani
non siano stati 
semplicemente vani.

Mille Piroette – I Diversi Volti Dell’arte presenta il romanzo “L’ APE REGINA”

IL ROMANZO L’ APE REGINA DI MARIATERESA FIUMANÒ E MARIANGELICA MAODDI  SARA’ PRESENTATO AL SUO ESORDIO IL 17 MAGGIO ALLE ORE 18.00 PRESSO TEMA – IN VIA DI PORTA ARDEATINA, 119 ROMA

Nel romanzo la protagonista Graziella è una bella donna ed estremamente  egoista. Abile e ambiziosa scenografa, molto presa da sé stessa sia sul  lavoro che in famiglia manifesta comportamenti tipici della “sindrome dell’ape  regina” alla quale tutti devono obbedire e riverire. 
Improvvisamente viene colpita da un ictus che le paralizza una metà del  corpo e le rende impossibile parlare. Con la malattia le sue caratteristiche caratteriali invece di regredire si accentuano e la sua cattiveria arriva al punto di farle commettere un delitto. Esiste realmente la sindrome dell’ape regina descritta nel romanzo? Una sindrome è un contenitore di più situazioni e sintomi che caratterizzano comportamenti e vissuti di alcune persone, è una metafora per comprendere meccanismi nevrotici di relazioni che risultano tiranniche e/o patologiche. Gli episodi che si susseguono nelle storie di vita descritte nel romanzo possono essere interpretati in diversi temi e analisi ed alcuni sono effetti di abusi vissuti durante l’infanzia. La protagonista reitera la sua condizione di sofferenza attraverso ricatti ed angherie con le persone più intime e in tanti contesti relazionali sia amicali che lavorativi. Il romanzo descrive l’attualità dell’emancipazione femminile che può essere intesa come un’affermazione paritetica o come tentativo di ribellione alla sottomissione del genere femminile in risposta alla sopraffazione maschile che si perpetua nei secoli. La posizione della donna quale vittima prevalente, si riscontra oggi nei tanti episodi di femminicidio e porre il problema dell’aggressività al femminile sembrerebbe un’analisi molto provocatoria. L’emancipazione del femminile può essere intesa come un adeguarsi al modello proposto agli uomini, prevaricante e traslato sulle donne e non può costituire un vero cambiamento che è invece sistemico. Nel romanzo anche il ruolo genitoriale della protagonista è ingombrante e tragico.