Inimicizia

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Maria Angelica Maoddi.

Imma si potrebbe definire una tipica rappresentante di quell’ipotetica sindrome dell’ape regina per i suoi comportamenti e per gli atteggiamenti psicologici reattivi. Imma non si faceva scrupolo di manifestare istintivamente un comportamento predatorio a caccia di situazioni scabrose nel sottrarre fidanzati e mariti a tutte le conoscenti e amiche semplicemente per il piacere della conquista. Riceveva piacere nel gioco senza avere alcun coinvolgimento affettivo. Le sue amicizie femminili erano scarse o di breve durata, sempre contrassegnate da conflitti aperti o mascherati. Le sofferenze inferte a quelle amiche le erano indifferenti, perché Imma negava a sé stessa di avere contribuito ai fallimenti dei loro rapporti e anzi lo attribuiva alla malevolenza delle malcapitate che soffrivano d’invidia per la sua impareggiabile avvenenza. Annullando qualsiasi scrupolo ridicolizzava la stupidità delle donne e il gioco riprendeva il suo corso nell’indifferenza essendo connaturato alla sua indole di primadonna. Aveva avuto un’amica per tutta l’adolescenza “che si era attaccata a lei come una piattola” e che lei aveva reputato insignificante. Era durata fino ai tempi dell’Accademia e poi non più. Giusy l’adorava e sopportava passivamente tutte le angherie che Imma le infliggeva. Imma aveva un rapporto sadico nei confronti di Giusy, la rimproverava di continuo perché mancava di autocontrollo ed era grassa e sciatta. La rabbia di Imma raggiungeva l’apice quando uscivano insieme e non rispettava mai le regole che lei le imponeva. La sottoponeva ad estenuanti ispezioni.

“Mi raccomando non ridere in modo sguaiato, non farmi fare brutte figure, vestiti bene”.

“Lavati, fatti la doccia prima di uscire”.

“Lavati i denti e poi non mangiare i fritti!”.

“Perché hai mangiato i fagioli ieri sera? Ora come posso portarti con me?”.

“Ti ho regalato un profumo delicato e tu metti quello di tua madre che puzza di Borotalco come quello delle vecchie!”

“Pettinati senza farti quelle torri cotonate di capelli che sembra un nido di pidocchi!”.

La povera Giusy si sentiva mortificata e chiedeva scusa. “No, vedrai, non lo faccio più…” oppure: “Non sono come te, tu sei bellissima, tanto a me non mi guarda nessuno… me ne starò in disparte a tenerti la borsa e il cappotto”.

Lei, comunque, si accompagnava con Giusy alle feste e ai raduni con amici. Imma si scusava della presenza di Giusy descrivendola ingenerosamente “una poveraccia che doveva necessariamente portarsi dietro per avere dai genitori il permesso di uscire”.

Purtroppo, Giusy in giovane età si era ammalata di depressione e aveva rischiato la vita per le diete a cui si sottoponeva e in seguito non usciva più di casa. Imma aveva cercato di smuoverla dalla sua apatia, provando a farla uscire, ma ben presto si stancò di starle dietro e non andò più a trovarla abbandonandola a sé stessa. A chi le chiedeva dell’amica rispondeva che era stupida da grassa ed ancor più da magra e che certo non poteva portarsi dietro uno scheletro. Imma non cercò più l’unica amica fedele che aveva avuto e da allora invece dette valore solo agli uomini, mentre le donne venivano da lei considerate incapaci e traditrici da tenere a distanza.

Le conferme ricevute dagli uomini che cadevano ai suoi piedi avvaloravano le sue convinzioni di attribuire l’accaduto all’invidia delle donne nei suoi confronti.

“Ma com’è stupida quella Romilde! Pensa che suo marito non la tradirebbe mai! È una rogna melensa, con quella fame di attenzioni. Cincischia con quella vocina da donnina perbene! Piripì, piripì… rincorre il suo maritino. Non sa che in amore vince chi fugge! Non bisogna mai far capire che si ha bisogno!”.

“Claudia mia, non devi piangere! Fai noia quando fai trasparire che sei depressa perché ti senti abbandonata!”.

“E tu Tiziana, con quelle fissazioni alimentari! Chi sopporta una che non puoi portare a cena perché ogni cibo fa male, e non beve mai un goccio d’alcol!”.

“Che stupidità quelle donne che fanno le gatte morte o come dice il mio amico Giovanni “fregne mosce”, puah!”.

“Sono convinta che agli uomini devi farli sentire all’apice del piacere! Anche quando fai finta!”.

Questi discorsi venivano sbandierati durante le sedute dall’estetista, mentre Imma si faceva massaggiare chiacchierando con signore che la istigavano a raccontare altre storie e pettegolezzi. Le ragazze più giovani con ammirazione subivano il fascino di ascoltare particolari piccanti della sua bella vita e chiedevano nuovi dettagli sulle sue varie conquiste. Imma si soffermava su particolari frutto di fantasia ed esagerava le sue avventure. Credeva di averle vissute realmente in tante situazioni e si sentiva lusingata da tanta ammirazione da parte di queste sue improbabili allieve. Più veniva ammirata da maschi e femmine e più si sentiva spinta a dimostrare il suo spirito guerriero definendosi un’amazzone. Presa dalla frenesia, Imma pensava continuamente a come stupire gli altri e la vita scorreva sopra le righe come in un palcoscenico con ritmi senza sosta. Le piaceva ballare e mettersi in mostra e negli attimi di breve pausa, sfogliava riviste di architettura d’interni soffermandosi sulle immagini e criticava ogni particolare parlando anche con sconosciuti su come l’avrebbe lei creato diversamente. Gli studi fatti in passato li aveva capitalizzati nel lavoro di scenografa e non sentiva affatto l’esigenza di approfondire o di confrontarsi con altri colleghi, che puntualmente sminuiva ritenendoli incapaci. Era sua convinzione si trattasse semplicemente di rapporti di rappresentanza e nel lavoro sapersi vendere e mostrarsi sicura era essenziale. Il suo percorso di vita dava ragione al suo atteggiamento rampante ed infatti fu introdotta nel business di mercato in espansione negli Stati Uniti. Quanto febbrilmente si proponeva ai conoscenti nel lavoro, in famiglia rifiutava ogni lamentela che riteneva fonte di fastidio.

Imma non sopportava di dover riflettere sui suoi improperi e si precipitava a raccontare l’accaduto, spiegando alle colleghe o ai conoscenti che le prestavano attenzione al momento, come la sua vita familiare fosse un peso insopportabile del quale si doveva sbarazzare, per fortuna con la lontananza non aveva l’onere di occuparsi della famiglia…

A cinquant’anni però la rutilante vita di Imma fu bruscamente interrotta da un ictus che la immobilizzò in una sedia a rotelle. Allora, sola e triste aveva bisogno dell’aiuto di tutti e spesso ripensando a Giusy, l’amica fedele che aveva tanto bistrattato, inveiva contro di lei, non perdonandole di esser morta.

Allora aveva affermato platealmente che ognuno è artefice del proprio destino. A lei invece il destino aveva giocato un brutto scherzo.

Cuore Leggero

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Marinella Pucci.

Una sera per caso,

allegra e spensierata…

mi hai chiesto di ballare.

I nostri corpi si sono incontrati stretti in un abbraccio.

Inaspettato… sei arrivato.

Come un soffio di vento mi hai sfiorato il cuore con delicatezza.

Ho sentito un linguaggio senza suono,

sussurrarmi parole carezzevoli

e ancora incredula mi lascio amare.

Io che non cerco l’amore, disarmata mi abbandono a

te e tu a dirmi… vuoi ballare ancora!

Il Fanciullo

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Marinella Pucci.

Fragile e delicata figura riflessa nello specchio, l’immagine dell’anima nuda che strati di anni passati hanno vestito…

…e sei Ercole per il mondo… Achille ferito per me.

Chiudo gli occhi e quel bimbo nascosto torna a sorridere da lontano.

Mi hai dimenticato sembra dire dalla penombra in cui si è riparato.

Gli vado incontro ma una luce abbagliante m’impedisce di attraversare la strada.

Stordito e inerme cedo all’alba di un nuovo giorno.

Sono sveglio.

Navigatori E Viaggiatori

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Marinella Pucci.

Anosmici e allessatemici,

Vita ripetitiva,

Private del calore di relazioni sociali.

Siamo figli della nuova era,

Corazzati di tecnologia

Vaghiamo nell’etere incapaci di connetterci.

Io non ci sto!

Riattacco, scappo via.

Capelli al vento,

Lunghi e spettinati,

Sento l’ebrezza di una corsa senza tempo

Verso mete sconosciute.

Giro in tondo,

Alla ricerca di quel qualcosa che era già li prima di partire.

Il viaggio mi ha ridato occhi per vedere.

Riscoperta

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Marinella Pucci.

Cuore infranto,

…Il pianto.

…la disperazione.

Rinchiusa nel dolore riemerge la fenice,

ed è la riscoperta dell’amore per la vita,

più grande e ricca del mondo piccolo a cui ho dato potere.

È bello ritrovarsi.

Bentornata a casa mia cara!

Mi muovo,

Volo,

Sono una libellula, sono ape regina.

Danzo e canto.

Sono l’amore, Sono la riscoperta di chi sono.

In Memoria Di Franco Battiato

“Cerco un centro di gravità permanente
che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente
-avrei bisogno di
cerco un centro di gravità permanente
che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente
Over and over again”

Era l’inizio dell’estate del 1982 e il ritornello di “Cerco un centro di gravità permanente” di Franco Battiato risuonava nei jukebox del paese.

Ero appena adolescente, avevo concluso gli esami di terza media e l’inizio dell’estate coincideva con un futuro che immaginavo tutto nuovo. Potevo riporre per un po’ i libri e godermi la bella stagione, per fortuna sono nata in un paesino di mare.

La melodia del successo di Battiato era il tormentone di quei mesi e anche se a quell’epoca non comprendevo bene il significato del testo, intuivo nella mia ingenuità che quelle parole annunciavano novità e soprattutto un grande respiro di libertà, proprio come facevano sperare quei primi anni Ottanta.

Ricordo che un’amica Giovanna aveva avuto in regalo per la promozione un mangiadischi e il singolo di Battiato. lei a capo fila, io e un gruppo di amiche la seguivamo, sembrava portassimo in processione la melodia, proprio come il santo patrono. Facevamo il giro della piazzetta, fermandoci all’entrata di ogni negozio. Giovanna mostrava orgogliosa il mangiadischi bianco, tronfia di essere l’unica detentrice della preziosa novità e della canzone di tendenza.

Eravamo inconsapevoli che si trattava della tendenza verso la ricerca di nuove forme di comunicazione musicali all’avanguardia di tipo futurista appunto e Franco Battiato è stato il simbolo della sperimentazione linguistica e letteraria, ma soprattutto filosofica, non dimenticando un passato erudito ed elegante.

Tante volte ho pensato il “centro di gravità permanente”, fosse un posto dove tutte le persone e gli oggetti elencati da Battiato nel testo si incontrassero, si mescolassero. Gli anni Ottanta preannunciavano un mondo che stava cambiando, dove ciò che sembrava non avere un nesso diventava coerente: l’incontro delle culture lontane, la globalizzazione.

Grande Battiato ti ricorderemo sempre come musicista, filosofo e poeta.

Maria Carmela Brandi

Pioggia – Brancaccio

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Marco Ambrifi (prima poesia presente in “Rinascimento”).

La pioggia sul tetto sbatte forte
penso un pò di più stanotte
ti cantavo amami o faccio un casino
e poi il casino l’ho combinato io
come posso spiegare ciò che eravamo
al futuro che immaginavamo
fuori piove e sembra la Napoli di Brancaccio
ed ora avrei bisogno solo di un tuo abbraccio
il rumore della pioggia aumenta
i tuoi baci sapor menta
una ciocca di capelli ti copre il viso
i miei messaggi che ti facevano uscire un sorriso
la mia voce coatta
casa tua a fuoco perchè eri distratta
la festa di fine anno
il tuo viaggio per il mio compleanno
il primo messaggio, il primo ciao, il primo bacio
il primo litigio, la prima volta, le mie partite a calcio
spero che ogni tanto ripenserai a cosa siamo stati
alle nostre distanti estati
alla mia paura sull’aereo
al nostro amore nato al liceo
alle buona notti che non ti davo
alle canzoni nella doccia che cantavo
al tuo finto amico gay
alla nostra foto sul mio display
ai tuoi occhi normi
al mio sorriso mentre dormi
al tempo che è passato via troppo veloce
perché siamo stati prima sconosciuti, poi amici e infine fidanzati
ci siamo prima ignorati, poi conosciuti e infine amati
siamo stati fidanzati, poi amici ed ora sconosciuti e questa è la storia di due bambini ormai cresciuti

Donna = Oro

Questo articolo è stato scritto e pubblicato da Marco Ambrifi ed è stato vincitore del premio Peppe Renzi 2018.

Fateme capì mpo, nella vita nostra la cosa più bella sò loro
dovrebbero esse’ trattate come l’oro
e voi, invece poveri malati che fate
invece de daje un bacio le ammazzate

Toccherebbe faje una statua a ‘ste creature
che in tutto ‘sto buio so l’unica luce
toccherebbe dedicargli ogni singolo respiro
e ogni volta che le guardo me fermo e sospiro

Si, perchè nella vita sò sempre loro a soffrì
e voi invece di amarle le fate morì
se semo nati er merito è de ‘ste poracce
ma a voi che ve frega, il vostro grazie sò le minacce

Me sò soffermato troppo senza dì de chi sto a parlà
sti du’ versi sò per le donne che me fanno innamorà
che vorrei che fossero trattate con più cura
perché sò loro er dono più bello della natura.